Alef Dac 1 - Dicembre 1979 - Febbraio 1980

Ai lettori (M. Levi)

Chanukkà (M. Catane)

Il Minian (R. Di Segni)

Indice Alef Dac

Uno degli elementi che ha caratterizzato la vita delle Comunità ebraiche in Italia in questo ultimo dopoguerra specie dopo la pubblicazione del libro del Della Pergola "Anatomia dell’Ebraismo Italiano" è stato quasi una progressiva rinuncia alla lotta contro l’assimilazione e la scomparsa inevitabile delle Comunità in Italia ad eccezione di Milano e Roma. Questo atteggiamento pessimistico ha portato all’inerzia e all’erosione dell’organizzazione e del tessuto comunitari.

Col passare del tempo, alcune Comunità hanno quindi rinunciato a fornire alcuni servizi essenziali che una Comunità deve mettere a disposizione dei propri iscritti.

Questo atto di rinuncia ha portato via via a un deterioramento della qualità della vita comunitaria, intesa non più come un insieme di incontri in cui vita cultuale, culturale e societaria si intrecciavano, ma semplicemente come un momento di incontro in occasioni sporadiche come lutti o nascite.

Il Dipartimento Assistenza Culturale alle Comunità (D.A.C.) è partito due anni fa con un primo obiettivo: fornire un aiuto alle Comunità che avevano bisogno di un ufficiante per le maggiori festività (Rosh ha-shanà, Kippùr, Pésach... ). Tuttavia ci si è resi subito conto come questo fosse un limite rispetto all’obiettivo primario che il Dipartimento doveva avere: l’affermazione di una vitalità della Comunità lungo tutto l’arco dell’anno. Un impegno facile a prendersi, ma difficile da realizzare. L’alternativa era se continuare su una strada che è un vicolo cieco o se fare uno sforzo per fornire agli ebrei (anche quelli che abitano in centri in cui il miniàn si raggiunge raramente) tutta una serie di servizi che potessero fare delle Comunità ancora un centro di vita ebraica. La decisione, almeno per noi, è una sola: vale la pena tentare di restituire la Comunità a quella che è la sua principale funzione: contribuire a fare vivere una Cultura ebraica come proposta alternativa nella società che ci circonda. Per realizzare questo ambizioso programma è tuttavia necessario uscire da uno stretto ambito comunitario e guardare a una organizzazione comunitaria a livello anche regionale.

La pubblicazione di questo Notiziario ha quindi vari scopi: innanzi tutto dare l’occasione alle Comunità che organizzano le proprie attività di fare conoscere meglio all’esterno l’opera che svolgono. In secondo luogo creare le condizioni, almeno per quanto concerne l’informazione, per una maggiore partecipazione alle attività di un certo rilievo che si svolgono nelle Comunità vicine, in modo da creare un maggiore scambio tra Comunità e Comunità.

Non va poi trascurata la possibilità che attività svolte in una Comunità possano servire da stimolo alla programmazione di attività analoghe in altre Comunità.

L’informazione certamente non sarà completa. Contiamo sulla collaborazione delle Comunità per migliorarla.

Michele Levi


Come è nata

La vigilia del 25 Kislev ha inizio la festa di Chanukkà che dura 8 giorni.

La storia è nota: nell’anno 168 a.e.v., Antioco IV Epifane, re di Siria, comprese nel suo programma di ellenizzazione dei paesi circostanti, anche la Giudea.

Se da parte di alcuni Ebrei assimilati tale idea fu accolta con gioia, da parte di altri ci fu una forte avversione. La privazione di ogni autonomia, il divieto di osservare e studiare la Torà ed in ultimo la profanazione dei Tempio di Gerusalemme, portarono gli Ebrei alla rivolta contro gli aggressori.

I pochi Ebrei guidati da Mattatìa l’Asmoneo e successivamente da suo figlio Giuda, soprannominato il Maccabeo, riuscirono a sconfiggere i greci. L’esercito ebraico entrò poi nel Tempio, lo purificò abbattendo l’altare pagano, instaurando poi, la festa di Chanukkà nel 25 Kislev 165 a.e.v.

Una tradizione talmudica racconta che gli Ebrei entrando nel Tempio per accendere il candelabro, non trovarono altro che una piccola ampolla di olio sufficiente a farlo ardere un solo giorno. La fiamma durò miracolosamente 8 giorni.

Dinim in pillole
a cura di s. b.

• È mitzwà accendere i lumi con olio d’oliva come avveniva nel Santuario. È tuttavia possibile usare anche candele.

• La prima sera si accende il primo lume sulla destra, la seconda sera due... l’ottava sera otto lumi. Ogni sera si accende per primo il lume che si aggiunge quella sera. Si usa accendere anche un lume in più ogni sera (shammash servitore, così chiamato perché serve ad accendere agli altri lumi e perché ci si può servire della sua luce).

• È proibito servirsi della luce dei lumi di Chanukkà.

• Chi si trova in viaggio e non ha la possibilità di accendere il numero di lumi che dovrebbe essere accesa quella sera di Chanukkà, ne accende uno solo.

• Alcuni usano accendere più di una Chanukkijà per casa per fare partecipare tutti ed educare in particolare i bambini a questa importante mitzwà.

• La Chanukkijà va accesa vicino alla porta o alla finestra in modo che tutti possano vederla e ricordarsi del miracolo di Chanukkà.

• È mitzwà rendere pubblico il miracolo.

• L’orario migliore per l’accensione del lume è dopo il tramonto dei sole all’apparire delle stelle. Se non si è fatto in tempo, si può accendere i lumi per tutta la notte. Dopo mezzanotte, tuttavia, è preferibile accendere i lumi senza benedizione; se i familiari sono ancora svegli o se c’è ancora movimento per strada si può anche dire la benedizione.

• I lumi devono ardere per, almeno mezz’ora.

• È proibito mangiare prima di avere acceso i lumi di Chanukkà.

• Le donne usano non fare alcun lavoro durante la prima mezz’ora in cui ardono le candele.

• Il venerdì di Chanukkà si accendono prima i lumi di Chanukkà e poi quelli di Shabbat: si stia attenti a che i lumi di Chanukkà ardano per almeno mezz’ora dopo il tramonto del venerdì.

• Il sabato sera si accendono i lumi di Chanukkà dopo la Havdalà.

Benedizioni per l'accensione

È importante fare la mitzwá dell’accensione dei lumi di Chanukkà ed educare i propri figli a farla sin da quando sono piccoli. Si tratta di una mitzwà il cui compimento è alla portata di tutti.

Basta procurarsi un numero di candeline sufficienti per le otto sere: non è necessario avere una Chanukkijà, perché i lumi possono anche essere disposti su un ripiano purché siano posti in fila e non in cerchio. La prima sera si dicono le seguenti benedizioni:

1) Barúkh attà Adon-ái Eloh-énu mélekh ha-‘olám ashér qiddeshánu be-mitzwotáw we-tziwánu le- hadlíq ner shel Chanukkà.

2) Barukh attà Adon-ái Eloh-énu mélekh ha-‘olám sheasà nissím laavoténu bajamím hahém bazemán ha-zè.

3) Barúkh attà Ado-nái Eloh-énu mélekh ha-‘olám she-hechejánu wekijemánu vehighi’ánu la-zemán ha-zè.

Traduzione:

1) Benedetto Tu o Signore D. nostro Re dei Mondo che ci hai consacrato coi tuoi precetti e ci hai comandato di accendere il lume di Chanukkà.

2) B.T.S.D.N.R.D.M. che hai operato miracoli ai nostri padri in quei giorni in questo tempo.

3) B.T.S.D.N.R.D.M. che ci hai mantenuto in vita e ci hai fatto giungere a questo momento.

La seconda sera e quelle successive si dicono solo le prime due benedizioni.

Chanukka e lo studio della tora

Ha detto Rav Hunnà: chi è abituato a fare la mitzwà dell’accensione dei lumi di Chanukkà avrà dei figli studiosi della Torà.

Talmúd Bavlì, Shabbàt 23

Si può dare una spiegazione a questo detto se si tiene presente che gli ellenisti cercarono di eliminare l’osservanza e lo studio della Torà. In ricordo della vittoria dei Maccabei e della rinnovata possibilità di osservare e studiare la Torà, noi accendiamo i lumi: chi fa questa mitzwà testimonia il suo attaccamento alla Torà e il suo entusiasmo per essa. Solo a queste condizioni può essere trasmesso l’amore per lo studio e l’osservanza delle mitzwot.

Ner shel chanukka 0 shela chanukka?

Non tutti sono d’accordo sulla formulazione della benedizione; mentre l’uso comune è di dire: Benedetto Tu o Signore Dio nostro Re del mondo che ci hai consacrato coi tuoi precetti e ci hai comandato di accendere il lume di Chanukkà (shel Chanukkà), qualcuno propone la formula: ... Il lume per la Chanukkà (she-la-Chanukkà). Infatti, mentre di Shabbat è giustificato. che si dica shel shabbàt in quanto il lume viene acceso per le necessità del sabato e quindi il lume è del sabato, l’accensione di Chanukkà non ha uno scopo utilitaristico (infatti non si può fare nessun uso del lume di Chanukkà), ma serve solo per rendere pubblico il miracolo di Chanukkà.

"Le-hadliq" 0 "’al hadlaqat"?

La formula usata per la benedizione che precede l’attuazione di una mitzwà è comunemente: Benedetto Tu, o Signore, Dio nostro re del mondo che ci hai comandato a proposito di... (in ebraico ‘al). Anche per l’accensione dei lumi di Chanukkà ci si aspetterebbe una formula simile, ad esempio: ‘al hadlaqat ner Chanukkà e non le- hadliq ner shel Chanukkà.

Va notato tuttavia che mentre in generale l’atto per cui si dice la benedizione si esaurisce immediatamente, i lumi devono ardere per mezzora e l’accensione dei lumi può essere fatta dal tramonto del sole fino a che cessa ogni movimento per la strada.

Da una nota di Rabbenu Tam

La formula "Le-hadliq" è un errore dello scriba e, nonostante che tutti i libri la riportino, si deve dire: "... ‘al mitzwat hadlaqat ner Chanukkà".

dà Shibbolè ha-Leqet, pag. 185

Traiano e gli ebrei

La moglie di Traiano aveva partorito la sera di Tish’à be-av, quando gli ebrei erano in lutto (per il ricordo della distruzione del Tempio). Il figlio morì poi a Chanukkà. Gli ebrei si consultarono per decidere se era il caso di accendere i lumi. Infine dissero: "Accendiamo, succeda quel che succeda!".

Gli ebrei quindi accesero i lumi, ma qualcuno andò dalla regina a sparlare degli ebrei: "Questi ebrei - quando ti è nato un figlio hanno fatto lutto e adesso che è morto accendono lumi".

La regina scrisse al marito: invece di andare a sottomettere i barbari, vieni a sottomettere gli ebrei che si sono rivoltati contro di te... Le legioni romane accerchiarono gli ebrei e li uccisero.

(Ekhà Rabbatì, I)

Accensione dei lumi di giorno

È consuetudine a Gerusalemme di accendere al Tempio i lumi anche di giorno, prima della preghiera dei mattino (ovviamente senza dire alcuna benedizione).

L’usanza trae motivo dal fatto che si deve rendere pubblico il miracolo: infatti l’accensione dei lumi di sera si può pensare che possa servire solo per far luce. Di giorno non vi è inve e alcun dubbio sul significato dell’accensione.

Questa usanza può avere un altro motivo: quello di ricordare il Santuario di Gerusalemme. Al mattino, infatti, si controllava se il lume era ancora acceso e in caso contrario lo si riaccendeva.

Lo shammash al di sopra degli altri lumi

Il motivo per cui si pone lo shammash al di sopra degli altri lumi è perché il Signore "innalza gli umili". Nel profeta Isaia (cap. 6°) vi è anche un cenno a questa regola: "I Serafini stavano al di sopra di lui" (lo, in ebraico ha come valore numerico 36): i servitori che accendono gli altri lumi, stanno al di sopra di "lui", cioè dei 36 lumi che in totale si accendono di Chanukkà.

da "Maharil"

Vicino alla porta di casa

Perché è stato stabilito che i lumi devono stare vicino alla porta? Per suggerirti che i giorni di Chanukkà sono una prima apertura verso la redenzione che avverrà ai nostri giorni.

da Sfat Emet

Non abbia paura di dire: sono ebreo

È mitzwà mettere il lume di Chanukkà vicino alla porta di casa perché non ci si deve vergognare di affermare "Io sono ebreo". Tuttavia, nel momento dei pericolo la persona saggia ponga il lume sul tavolo.

da "Meleà qetoret"

Chanukka in un campo di concentramento

Nel mio diario, in cui avevo segnalato anche le feste d’Israele, scoprii che mancavano pochi giorni a Chanukkà, la festa dei lumi. Decisi che perfino a Niedrarshal (un campo nel cuore della Germania) avremmo dovuto accendere i lumi di Chanukkà.

Mi consultai subito con Benzi, che era divenuto l’uomo di fiducia degli abitanti dei Blocco. Benzi si entusiasmò all’idea: "Certo, dobbiamo accendere i lumi di Chanukkà - disse - la cosa solleverà il morale e migliorerà l’atmosfera; prepara un piano, ma fa molta attenzione!"

Bisognava risolvere due problemi: si doveva "organizzare" l’approvvigionamento dell’olio e trovare un posto da cui non si potesse vedere la luce. Non è che mancasse l’olio nella fabbrica, ma come avremmo potuto trafugarne magari anche poche gocce, da portare nella nostra capanna prima di lunedì sera 11 dicembre, prima sera di Chanukkà?

Sapevamo che secondo la Halakhà non eravamo obbligati a mettere a repentaglio la nostra vita per il compimento di questa mitzwà, ma molti di noi sentivano il dovere di sacrificarsi per conservare l’eredità che ci era stata trasmessa dai nostri padri di generazione in generazione. Eravamo in uno stato di depressione fisica e spirituale tale che sentivamo che un lume di Chanukkà avrebbe riscaldato i nostri cuori e avrebbe infuso in noi speranza, fede e coraggio per resistere in un inverno lungo, duro e gelido.

Decidemmo di tirare a sorte. li primo estratto avrebbe dovuto rubare l’olio; il terzo avrebbe avuto la responsabilità di nasconderlo fino al lunedì sera e il quinto lo avrebbe acceso sotto la sua branda.

Fui estratto a sorte per quinto. Grunwald, che doveva occuparsi di procurare l’olio, eseguì il suo compito a meraviglia: convinse il crudele direttore dei lavori che la sua macchina avrebbe funzionato meglio se l’avessero oliata regolarmente ogni mattina e che perciò sarebbe stato preferibile avere a portata di mano nell’armadio degli utensili una scatoletta d’olio per macchina di buona qualità. Il direttore acconsentì e non ci fu più il problema di tenere nascosto l’olio.

Quando giunse lunedì sera, misi l’olio nella metà vuota di una scatola di lucido da scarpe, estrassi alcuni fili dalla mia sottile coperta e ne feci uno stoppino. Quando tutto fu pronto, mangiai in fretta e invitai tutti i miei compagni a partecipare all’accensione del lume di Chanukkà. All’improvviso mi ricordai che avevo dimenticato i fiammiferi. Sussurrai a Benzi che ognuno doveva la: sciare un po’ dei suo brodo. Benzi passò l’ordine ai suoi compagni di tavola e spiegò loro il motivo. In cinque minuti nella stanza vicino furono scambiate cinque porzioni di brodo per una sigaretta. La sigaretta fu poi "donata" al responsabile della cucina in cambio del prestito di una scatola di fiammiferi, senza troppe domande.

E così dopo cena dissi le tre benedizioni e un piccolo lume di Chanukkà arse lentamente sotto la mia branda. Parteciparono non solo i miei compagni dei tavolo "religioso", ma molti altri della camerata sussurrarono con noi i canti di Chanukkà. Di fronte a noi vedemmo le nostre case con genitori, fratelli, sorelle, mogli e figli raccolti intorno alle belle Chanukkijòt d’argento cantare con gioia "Ma’oz Tzur". Le lacrime solcarono il nostro viso macilento. Poi, ognuno si buttò sulla sua branda immerso in pensieri profondi. Per un istante sembrò che nient’altro fosse importante per noi, Avevamo festeggiato la prima sera di Chanukkà, come avevamo fatto in tutti gli anni precedenti la nostra dolorosa prigionia. Eravamo un gruppo di ebrei osservanti, presi dal ricordo degli anni trascorsi e delle loro case.

Però, purtroppo, il sogno svanì troppo presto. Un grido di "attenti!" ci riportò alla realtà e ci mettemmo sull’attenti. Il piccolo Untershafurer stava sulla porta in silenzio come usava fare spesso nelle sue improvvise visite e cercava con attenzione una reazione, anche la più piccola, per poter fare uso della sua frusta.

All’improvviso arricciò il naso e gridò: "Qui c’è puzza d’olio bruciato!"

Il mio cuore cessò di battere, mentre guardavo il piccolo lume di Chanukkà che ardeva. Intanto il comandante e il suo cane avevano cominciato a camminare lungo le brande alla ricerca dell’olio che bruciava. Non osai inchinarmi a spegnere il lume con la scarpa per timore che il cane si accorgesse del mio movimento e mi saltasse addosso. Lanciai uno sguardo verso i volti impalliditi che mi stavano intorno. Altrettanto fece il comandante. Ancora qualche momento e sarebbe arrivato alla nostra branda. Niente avrebbe potuto salvarci... ma all’improvviso...

Improvvisamente si udì la sirena che annunciava un attacco aereo. Il comandante si fermò e in un attimo si spensero tutte le luci dei campo. Una voce di "Allarme! Allarme!" echeggiò nel campo. In un lampo spensi con la scarpa il lume e secondo le istruzioni del campo tutti ci precipitammo fuori.

"Ci sarà un altro controllo... ci sarà un altro controllo...", strillava il comandante nella confusione dei prigionieri che correvano verso lo spiazzo della rivista. Ma non mi preoccupai più. Afferrai allegramente la piccola lampada e corsi fuori. Fu questo il miracolo di Chanukkà. Fui aiutato dal Signore perfino in quel campo dimenticato di Niedrarshall.

Fuori, in una notte fredda come il ghiaccio, brillavano le stelle, e mentre sopra di noi i bombardieri alleati sfrecciavano facendo un gran frastuono, io continuai a benedire il Signore "che aveva operato miracoli al suo popolo, in quei giorni, in questo tempo".

S.B. Unsdorfer

da "Mikraè jahadùt" n. 18 (traduzione di s. b.)

Ma’oz tzur

L’inno universalmente conosciuto di Chanukkà - Maòz tzur yeshuatì - è una poesia rituale, di tipo corrente nel Medio Evo, che ricorda le miracolose liberazioni che ]’Eterno ha concesso ad Israele: l’uscita dall’Egitto, il ritorno da Babilonia, la caduta di Haman a Susa e la vittoria degli Asmonei. A ciascuno di questi episodi è dedicata una strofa, preceduta da una preghiera per la restaurazione dei Tempio di Gerusalemme.

Dell’autore non abbiamo che il nome, poiché lo ha scritto nella poesia in acrostico: Mordekhài (Mardocheo). Visse nell’XI-XII secolo o più probabilmente verso la metà dei XIII secolo.

Le iniziali dei nome dell’autore terminano.con la quinta strofa. Nella sesta, che non appare in tutti i rituali, le tre prime parole Chassof, Zerò’a, Kodshekhà, formano con le loro iniziali la parola Chazzàk, che comunemente segue il nome dell’autore nell’acrostico. Questa strofa può esser stata soppressa in alcuni paesi per ordine o per paura della censura, poiché questo appello alla punizione divina non giunge molto gradito alle nazioni persecutrici.

Quanto all’aria con cui generalmente lo si canta, si tratta di una vecchia melodia popolare tedesca che risale senza dubbio al XI secolo. I musicologi hanno stabilito questa origine con certezza; le melodie puramente ebraiche erano d’altra parte molto rare.

La forma poetica è strettamente regolare. Ciascuna strofa è formata da otto versi di sei sillabe che rimano nel modo seguente: ABABBBccB. fi primo verso rima con il terzo, il secondo con il quarto, il quinto, il sesto e l’ottavo.

Quanto al settimo, la prima metà dei verso rima con la seconda metà.

L’autore s’esprime molto spesso per metafore ed allusioni. Per esempio, la maggior parte dei nomi propri è sostituita con appellativi simbolici. Mardocheo è nominato nel testo una volta beròsh, il cipresso (che protegge il "mirto", Hadassa-Ester), e una volta Yeminì, discendente della tribù di Beniamino. E Haman è designato coi nome della sua stirpe e di suo padre l’Agaghita figlio di Hamdathà e una volta con il termine generale di oyèv, il " nemico ". I loro due nomi non appaiono nel testo.

Lo stesso vale per Yevanìm - gli "Ioni", cioè i Greci, cioè i Seleucidi; Chashmanìm, usato per Chashmonaìm, Asmonei o figli degli Asmonei, nome di famiglia degli eroi Maccabei, Shoshanìm, le "rose", che simboleggiano gli Ebrei.

fi poema è ornato di citazioni bibliche. Così è scritto Tikkòn beth-tefilatì "Sia presente la mia casa di preghiera...". Poiché bàyith "casa" è maschile, avrebbe dovuto dire Ykkòn e non tikkòn. Ma poiché si legge nel Salmo CXLI, 2: Tikkòn teffiatì ketòreth lefanèkha "Sia presente dinanzi a Te la mia preghiera quale incenso", l’autore ha preferito fare un errore di grammatica piuttosto che modificare la forma della Scrittura. Le ultime parole fanno appello al ritorno alla terra dei sette pastori del popolo: Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Aronne, Davide. La speranza espressa dalle otto luci della festa, dipende dal fatto che ai sette fiammeggianti ricordi del passato di Israele viene ad aggiungersi l’ottava fiamma, quella di Messia, che, nella buona come nella cattiva sorte, non abbiamo mai cessato di attendere.

M. Catane


È noto che secondo la regola tradizionale è necessario raccogliere un numero minimo di persone per potere recitare alcune preghiere fondamentali. Il termine ebraico che indica il concetto è miniàn (lett. numero, quantità, conteggio). Nella formulazione ufficiale dello Shulchàn ‘Arúkh, il principale codice di ritualistica (Òrah Haiìm, 55:0, il numero è di "almeno dieci maschi, liberi adulti": il che esclude in pratica dal conto le donne e i minorenni (che non hanno compiuto tredici anni, ed è per questo che nel linguaggio corrente degli ebrei italiani si dice "entrare di miniàn" o "fare il miniàn", riferendosi ad una delle principali implicazioni del bar mitzwàh; ma è evidente che i due termini, miniàn e bar mitzwàh non devono essere confusi).

Mentre il principio generale è universalmente conosciuto, meno noti sono il significato preciso e le implicazioni di questa regola; eppure i problemi che la sua osservanza pone nelle nostre comunità oggi sono tutt’altro che indifferenti, e meritano una certa attenzione.

Le parti della Tefillàh che non possono essere recitate senza il minimo numero legale sono diverse; in primo luogo il qaddìsh, formula di chiusura delle riunioni di preghiera e di studio; poi la ripetizione ad alta voce della ‘amidàh, testo centrale e preghiera - Tefilláh - per antonomasia, con particolare riferimento ad un brano che si aggiunge tra la seconda e la terza benedizione, la qedushàh; il barekhù, breve formula di apertura e chiusura della preghiera; a queste va aggiunta la lettura pubblica della Toràh e della Haftaràh e la benedizione sacerdotale. L’elemento che caratterizza questi momenti della preghiera è una particolare sacralità: "ogni cosa che ha carattere di santità", secondo la definizione talmudica (Bab. Berakhot, 21 b ) deve essere fatta alla presenza di 10 persone.

Il carattere speciale di questi passaggi introduce alla comprensione dei motivi che sono alla base della regola del miniàn. Il Talmud cerca un sostegno scritturale: cita il Levitico 22:32 dove è detto: "Mi santificherò in mezzo, ai figli di Israele", e ne deduce che il processo di santificazione, di sacralizzazione che accompagna i momenti più significativi della preghiera deve avere luogo in mezzo a una comunità (appunto tra "i figli di Israele", e non tra i singoli individui). In altri termini: vi sono dei momenti della preghiera nei quali si costruisce un discorso particolare di invocazione e di presenza del sacro, per i quali non è opportuna la voce dei singoli, ma è necessaria la presenza di un minimo gruppo organizzato. Nel qaddìsh, ad esempio, dove si chiede che si realizzi il regno divino sulla terra, è inconcepibile che una tale richiesta sia trasmessa da un individuo, non ha senso un regno senza sudditi, senza una comunità.

Queste considerazioni segnalano, al di là della casistica particolare, un elemento distintivo della preghiera ebraica: essa ha valore completo solo come espressione di una collettività.

Sono dieci le persone che costituiscono il nucleo più elementare; il perché di questo numero è variamente giustificato dalle fonti tradizionali con riferimenti biblici diversi: dal racconto della distruzione di Sodoma, che si sarebbe salvata purché ci fosse stato un nucleo di soli dieci giusti (Genesi 18:32), alla storia degli esploratori (dodici meno Giosuè e Calev), chiamati "comunità malvagia" (Num. 14:25), al primo gruppo di ebrei scesi in Egitto, in dieci (Gen. 42:3), e chiamati dal testo "figli di Israele" (ibid. v. 5): il che per la tradizione non indica solo la paternità dei fratelli di Giuseppe, ma più in generale il fatto che un gruppo di dieci persone costituisce un nucleo elementare di popolo ebraico.

Nella pratica l’insieme delle regola sul miniàn rende una riunione di preghiera, priva dei numero legale, una cerimonia a tipica, monca, nella quale non si possono realizzare gli scopi più essenziali dell’incontro.

L’esclusione delle donne dal miniàn ha radici antiche, ed è verosimile che tra i suoi motivi ci sia l’esenzione delle donne dall’obbligo di recitare alcune parti della preghiera. In una prospettiva di integrazione della donna e di parificazione del suo ruolo a quello dell’uomo nella società ebraica la norma può sembrare discriminante, ma l’obiettivo della critica, in questo caso, non è preciso e può anzi essere fuorviante. Infatti il numero di dieci uomini, e solo uomini, previsto dalla regola tradizionale, è una situazione simbolica e rappresentativa di una comunità più vasta: dove esistono dieci uomini ci sono anche altrettante donne e qualche minore: e allora fare un miniàn misto di sole dieci persone significa ridurre notevolmente l’entità numerica del gruppo rappresentato. Il problema è un altro. in realtà: quello più generale della antica esenzione (che è differente dalla esclusione) delle donne dall’osservanza di molte regole che comporta fra le altre, anche questa conseguenza di ridotta presenza rappresentativa.

La questione del miniàn è nella vita delle comunità italiane un punto molto dolente. Anche se il dato non è molto consolante. vale la pena di’ ricordare che nelle comunità più piccole la questione si è posta già da più di un secolo, anche in termini polemici: tra i pochi tentativi di "riforma" che si segnalano nella storia dell’ebraismo italiano c’è anche quello, peraltro fallito molto presto, di introdurre un miniàn ridotto a sole sette persone. In pratica il problema è che è sempre più difficile, in ogni comunità, anche nelle più grandi, assicurare una continuità del servizio sinagogale con la presenza del minimo indispensabile. Si comincia con l’interruzione delle preghiere della mattina dei giorni feriali, poi non si riesce più a mantenere le riunioni pomeridiane e serali feriali; il Sabato resiste più a lungo, ma anche la partecipazione nella giornata festiva registra spesso salti e lacune. Allora si ricorre agli anziani della casa di riposo, o ai "minianisti" stipendiati all’uopo, o si spera nell’arrivo di turisti occasionali: e in quest’ultimo caso la continuità del servizio assume atipicamente un andamento stagionale. Qualche comunità ha affrontato con maggiore realismo il problema, accordandosi con gli studenti israeliani di temporanea residenza in Italia, e anche se la soluzione è in un certo senso di ripiego, perché non risolve il problema locale vero, chi la ha adottata può considerarsi, rispetto agli altri, fortunato. Lo schema di dissolvimento del miniàn, sopra descritto, è diventato una costante emblematica. dove la sinagoga è il termometro fedele di una complessa situazione di crisi. È certo che l’attenuarsi progressivo della vita religiosa nell’ebraismo italiano riconosce tra le sue componenti fondamentali un motivo demografico: un calo molto grave di popolazione, particolarmente sensibile nelle piccole e medie comunità. Ma se consideriamo la situazione delle comunità italiane nei secoli possiamo. vedere che, a parte limitate eccezioni, il numero di ebrei è sempre stato un po’ al di sopra degli attuali valori; e per di più la popolazione era frazionata in un numero di minuscole comunità. Eppure in passato. anche in queste comunità, ci doveva essere una certa vitalità che teneva la sinagoga al centro dell’interesse. Se ora le sinagoghe si vanno svuotando il motivo principale è quello dei sostanziale disinteresse verso questo tipo di vita ebraica. A ciò si deve sommare la difficoltà oggettiva del decentramento imposto dall’allargarsi dei perimetri urbani e la lontananza dal centro storico ebraico. Non è comunque una posizione confessionale ritenere il Beth ha-kenéset il centro della vita comunitaria - almeno finché non emerge una qualsiasi alternativa valida, ogni iniziativa di rivitalizzazione deve sciogliere questo nodo fondamentale. La soluzione non riguarda certo solo il rabbino, sempre più isolato nel vuoto della sinagoga, ma tutta la comunità, che deve riscoprire il senso della partecipazione collettiva nella struttura sinagogale, assicurandone in primo luogo la continuità dei servizi.

L’altro problema, quello del decentramento, può essere risolto nelle comunità più grandi, creando in periferia piccoli nuclei; ma anche qui deve risaltare il ruolo del Beth ha-kenéset come punto di riferimento di vita ebraica continuata e organizzata.

Riccardo Di Segni


© Morashà 2002

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