Alef Dac 3 - Aprile - Maggio 1980

La Mizwàh di domandare (M. Levi)

Il qiddùsh (R. Di Segni)

La vera libertà a cura di (J. Zegdun)

La Tefillah e l'uomo moderno (S. Bahbout)
Indice Alef Dac

Il seder di Pesach si fonda sulle domande con cui ha in pratica inizio l'haggadah. Senza quelle domande, che spetta al più giovane porre, il seder perde quasi di significato. La narrazione di quella che è stata la storia dei nostri padri non ha un vero valore se non si ricollega saldamente ad un'esigenza immediata nostra.

Il bambino che "fabbrica" quelle domande, non interroga infatti sugli avvenimenti passati, che non conosce, ma sulle realtà presenti, che vede. Solo dopo la sua elementare, ma insostituibile, richiesta di dare un senso alla "sua" situazione nuova e diversa si può aprire il discorso sulla situazione diversa e nuova della storia di Pesach.

Se si legge a mente fresca, come il din chiede, la Tora ci si rende conto che anche nel momento in cui gli ebrei stanno per uscire dall'Egitto l'attenzione è già rivolta a quete domande delle generazioni che non sono ancora nate.

Sembra quasi che la Torah ci voglia dire, con un paradosso, che tutta la storia di Pesach è avvenuta ed è raccontata soltanto per stimolare ogni anno ed ogni generazione a quelle semplici domande.

Cos'è questo lavoro per noi? Perché questo lavoro (le mizwot), dopo la schiavitù? Perché questo lavoro contro la schiavitù?

Le domande sulle mizwot sono frequenti sempre; ai nostri giorni forse come non mai. In genere però, accettando il modo di ragionare degli "altri", siamo portati a chiederci il significato ed i motivi delle mizwot. Poniamo cioè noi delle domande alle mizwot ed alla Torah.

La logica dell'haggadah sembra invece essere l'esatto contrario di quella a cui siamo abituati. È la mizwah che diventa da sola una domanda.

È la mizwah che, da sola, per partire, per svolgersi e per completarsi ha bisogno, ogni volta, di una domanda totalmente nuova.

È la mizwah che per il fatto di esistere pretende una crisi dall'ebreo che l'accetta, senza affrontarla, come da quello che la rifiuta senza conoscerla.

La mizwah di Pesach può dunque essere concretamente l'occasione della nostra liberazione (zeman herutenu) solo se le domande, con cui ogni anno la inauguriamo, diventano in noi delle domande vere e sentite.

E per noi, che siamo forse come il bambino che non sa neppure cosa e come chiedere, è l'haggadah stessa che ci insegna prima di tutto a domandare.

Michele Levi


La tradizione prescrive che la sera del sabato, prima della cena, si compia in ogni casa la cerimonia del qiddùsh, e che questa venga ripetuta anche nel primo pasto della mattina successiva.

Secondo le fonti rabbiniche l'uso deriva da un'interpretazione estensiva della norma dei dieci comandamenti che riguarda il Sabato: "ricorda il giorno del Sabato per santificarlo". Il qiddùsh, letteralmente santificazione, è quindi una dichiarazione particolare, un riconoscimento esplicito che si è tenuti a fare per ricordare la sacralità della giornata festiva. Ci sono due tipi di dichiarazione da fare in questo senso: una pubblica durante la preghiera serale, nell'aggiunta speciale alla 'Amidàh, e un'altra, a carattere domestico, prima della cena. Per dare solennità alla dichiarazione che si sta recitando è prescritta la presenza di un alimento particolarmente importante, sul quale deve essere recitata la benedizione relativa.

Generalmente l'alimento prescelto è il vino. Pertanto questa è la spiegazione più semplice del rito: bisogna ricordare in casa la sacralità del momento recitando una formula, e solennizzare questa recitazione con l'accompagnamento di un alimento gradito e importante.

La storia e il significato del qiddùsh non possono tuttavia esaurirsi in queste semplici considerazioni. La tradizione fornisce numerosi indizi che allargano la prospettiva e che oggi possiamo interpretare correttamente senza paura di incontrare aspetti sgraditi o incomprensibili.

Consideriamo un aspetto molto particolare del rito: l'uso, da molti conservato, di tenere gli occhi fissi sul vino su cui si recita la benedizione, o addirittura di cercare la propria immagine riflessa nel bicchiere al momento della berakhàh. Le fonti ufficiali danno due spiegazioni differenti. La prima è che il vino deve essere fissato con attenzione per non distrarsi durante la recitazione; è una spiegazione razionale che inquadra quasi tutti i termini del problema, ma non chiarisce l'intenzione dei molti che si specchiano nel vino. Un'altra notizia viene dal Talmùd, ed è espressa in questi termini:

"Il passo troppo lungo toglie un cinquecentesimo della luce degli occhi dell'uomo; come può essere recuperato? con il qiddùsh del venerdì sera" (Shabbàth 113b).

È un'affermazione che in senso letterale non risulta comprensibile, o dà l'impressione di rispecchiare qualche strana credenza popolare. Ma è vero il contrario. Per capirne il senso, che spiega coerentemente tutti i dettagli, bisogna fare un passo indietro e ricostruire la storia molto più antica su cui si è innestato il rito ebraico con significati rivoluzionari.

Molti ricorderanno la storia di Giuseppe in Egitto, che per far dispetto ai suoi fratelli nasconde, tra l'altro, la sua coppa nel sacco di Beniamino per poterlo accusare di furto. Quando le guardie egiziane la recuperano, dichiarano che quella è la coppa con la quale il loro signore pratica la divinazione (Genesi 44: 5). Questa antica testimonianza biblica mostra la diffusione di pratiche divinatorie intorno al primo gruppo ebraico, che anche gli ebrei conoscono e sembrano utilizzare. Che cosa è la divinazione? È l'arte di individuare i segni di prossimi eventi, di prevedere il futuro con differenti tecniche. Una delle più diffuse è la ricerca di immagini in superfici lucide o speculari, naturali o artificiali; comune e antichissimo l'uso di una coppa con liquidi speciali, il vino soprattutto. La tradizione biblica (cfr. Levitico 19: 31; Deuteronomio 18: 10 ecc.) condanna con molta severità tutte queste pratiche, seguita da quella rabbinica, con qualche limitata eccezione. L'opposizione tra divinazione e cultura ebraica non può essere che assoluta e radicale; la prima rappresenta un mondo idolatrico, che dà importanza ad esseri e realtà che l'ebraismo in una rigorosa visione monoteistica non può accettare come entità superiori. Più profondamente il contrasto tra i due mondi si pone in questi termini: la divinazione è l'espressione del dubbio e dell'angoscia dell'uomo, che in una situazione di crisi ricorre all'irrazionale e al metafisico per risolvere le proprie tensioni. Mentre l'ebreo che osserva coscientemente la sua tradizione deve in questa saper trovare la risposta e la soluzione alle sue angosce, senza rinunciare alla propria razionalità, e perdere il controllo della realtà.

Il Sabato rappresenta uno dei modi più sistemici per imporre all'uomo una visione corretta del rapporto con il mondo; è il giorno in cui bisogna saper dimostrare la propria capacità di rinunciare a trasformare la realtà, e mostrare il distacco dalle proprie creazioni; è il giorno in cui si recupera la propria dimensione e si risolve razionalmente, padroni del proprio destino, l'angoscia dell'essere nel mondo.

È possibile ammettere che il rito del qiddùsh si sia inserito, polemicamente, in un ambiente culturale in cui prendere una coppa di vino, guardarla intensamente, e recitare strane formule rappresentava un preciso rituale divinatorio. L'ebraismo può aver ripreso la forma, modificando radicalmente la sostanza. Per cui il ricorso all'irrazionale è stato trasformato in una recitazione cosciente, nel ricordo dell'azione divina creatrice (genesi) e liberatrice nella storia (l'uscita dall'Egitto); nella riaffermazione di un ordine differente, che mette in primo piano la responsabilità dell'uomo e la sua capacità di trovare nelle sue scelte la risposta alle angosce del mondo: santificazione opposta alla fuga nell'irrazionale.

"Il passo troppo lungo" di cui parla il Talmùd è il voler superare i li miti dell'uomo, credere di potere oltrepassare le regole della natura, dimenticare la propria condizione di uomo, il senso pieno di sé, che è "la luce degli occhi dell'uomo". Il rito sabbatico rovescia la prospettiva e fa recuperare l'identità, in ogni simbolo, in ogni atto, a cominciare dal ricordo della santità di questo giorno.

Il qiddùsh pertanto, anche nei dettagli, ripropone l'opposizione e la scelta tra due monti in antagonismo, sempre attuale; perché anche se l'angoscia non si manifesta più — generalmente — nella ricerca del futuro in una superficie riflettente, è sempre presente con il suo rischio di violenza irrazionale, pronta a riorganizzarsi ed esplodere paganamente in ogni momento.

Riccardo Di Segni

Regole sul qiddùsh

— Prima di recitare il qiddùsh non si può mangiare niente; ma chi ha già mangiato può comunque recitare il qiddùsh.

— Secondo il Sefardìm il qiddùsh si recita in piedi; solo tra alcuni Ashkenazìm si usa farlo seduti.

— Le donne hanno lo stesso obbligo degli uomini e possono con la loro recitazione farli uscire d'obbligo.

— L'uso migliore è di usare il vino la sera e la mattina. In mancanza di vino si benedice la sera con due pani (sostituendo la benedizione del vino con quella del pane, e dicendo birshùth rabbotài al posto di savrì maranàn) e al mattino con del liquore (invece della benedizione del vino si dirà: shehakòl nihià bidvarò).

— Se il vino non è sufficiente per tutti e due i qiddùshìm va riservato per la sera.

— Il qiddùsh non è valido se chi lo recita, o al suo posto qualcuno dei commensali, non ha bevuto almeno 43 cc di liquido.

— Il qiddùsh che si recita in Sinagoga è un ricordo storico dell'epoca in cui i viandanti mangiavano e pernottavano in Sinagoga; pertanto non fa uscire d'obbligo chi l'ascolta, che è tenuto a ripeterlo in casa.

— Il qiddùsh si può fare solo nel luogo dove si mangia; non è valido se non è accompagnato dalla consumazione di un alimento. Questo perché nella giornata che simbolicamente rappresenta la sintesi completa tra spirito e materia, non si addice una consacrazione puramente spirituale priva di un minimo di soddisfazione materiale.

 

 


Spunti di Torà

a cura di Jehudà Zegdun

Quando affrontiamo la parashàh di Beshallach, ci troviamo di fronte ad un capitolo complesso e caratteristico della storia ebraica: la vita del deserto.

Già la stessa Torà ci comunica come Dio intenzionalmente abbia deciso di prolungare la permanenza degli ebrei nel deserto invece di farli entrare subito nella terra promessa. Perché? Motiva la Torà:

"Quando il Faraone ebbe lasciato partire il popolo, il Signore non lo guidò attraverso il paese dei Filistei che era la via più breve per arrivare alla terra di Canaan, perché il Signore pensò che, assistendo il popolo ai combattimenti che potevano avvenire, avrebbe potuto pentirsi e far ritorno in Egitto. Il Signore dunque fece deviare il popolo attraverso il deserto arabico…" (Esodo, cap 13, vv. 17-18).

Motivo strategico

Leggendo queste parole, potrebbe sembrare che la motivazione sia stata strategica, in quanto uno scontro avrebbe potuto portare lo scompiglio nel popolo impreparato, costringendolo a tornare in Egitto.

Educazione e preparazione

Viceversa Maimonide sostiene che la motivazione non va intesa solamente come una mossa tattica ma anche come un gesto educativo.

Spieghiamo: un popolo appena uscito dalla schiavitù, non può affrontare una situazione che superi le sue capacità; non può da un giorno all'altro darà vita ad uno Stato con tutte le difficoltà che questo comporta: problemi politici, organizzativi ecc.; non può da un giorno all'altro diventare padrone di se stesso. Quindi, intenzionalmente, Dio evita loro una difficoltà, perché affrontino difficoltà di diverso genere, in modo da prepararsi a vivere in futuro una vita autonoma ed indipendente senza paure e senza complessi.

Scrive Maimonide (Morè Nevuchim — Guida degli smarriti — 3ª parte, cap. 32): "Non è nella natura dell'uomo di crescere su un lavoro duro e lavarsi poi le mani dalla sporcizia per combattere subito contro i giganti… Dio ha deviato il loro cammino facendoli andare nel deserto perché imparassero ad essere forti, in quanto si sa che il cammino nel deserto priva l'uomo di quelle comodità che gli impedirebbero di raggiungere la prodezza…".

Secondo il Maimonide quindi, il deserto fu una palestra dove essi poterono formarsi fisicamente e psicologicamente per affrontare poi le situazioni difficili che la vita presentava.

Educazione spirituale

Di riflesso, il deserto comportava per gli ebrei anche un'altra prova, nel senso che essi dovevano educare se stessi ad avere fiducia in Dio.

La mancanza di pane e di acqua e le altre difficoltà sottopongono il popolo ebraico ad una verifica: riusciranno ad avere fiducia in Dio? Dio ha dato prova di essere costantemente vicino a loro (una nuvola di giorno ed una colonna di fuoco li guidavano nelle loro tappe), riusciranno essi, dopo i miracoli che hanno visto operare nei loro confronti, a non scoraggiarsi alla prima difficoltà, e ad avere fiducia in Lui? Riusciranno a controllare il loro animo e a rivolgersi a Lui con le preghiere?

Se esaminiamo i vari passi che descrivono le difficoltà che il popolo incontra, notiamo come il popolo spesso si scoraggia lasciandosi travolgere dal proprio animo.

Per maggior chiarezza, riportiamo schematizzati tali passi, in modo che il lettore possa avere un quadro chiaro della situazione.

Sebbene in tutte le tappe Dio li sollevi dalle difficoltà, appena si presenta la difficoltà successiva, si ribellano contro Mosè ed indirettamente contro Dio.

Dio cerca di educarli e di incoraggiarli ad aver fiducia in Lui, infatti dopo la seconda tappa addolcisce loro l'acqua e fa trovar loro 12 fonti d'acqua e 70 palmizi.

Ma essi ricadono facilmente nell'errore, dimostrando poca buona volontà e poco senno.

È interessante esaminare un po' più a fondo la terza difficoltà che incontrano nel deserto di Sin: la fame.

Riportiamo il passo della Torà: "Partirono da Elim e tutta la Comunità dei figli d'Israele giunse al deserto di Sin situato fra Elim e il Sinai.

Tutta la Comunità dei figli d'Israele mormorò contro Mosè ed Aron nel deserto. Dissero loro i figli d'Israele: "Fossimo pur morti per mano del Signore, in Egitto, assisi presso le marmitte contenenti carne e dove si mangiava pane in abbondanza, mentre ci avere condotti in questo deserto per far morire tutto questo popolo" (Esodo 16, 1-4).

Mancando il cibo si perdono d'animo e la loro contestazione comincia a non essere più obiettiva, in quanto affermano: "Fossimo pur morti… in Egitto, assisi presso le marmitte contenenti carne e dove si mangiava pane in abbondanza".

Risulta evidente come le parole del popolo non corrispondano alla verità o perlomeno sono errate in quanto prospettano l'Egitto come il paradiso terrestre dove ogni bene abbondava.

Comunque i commentatori sono discordi nell'interpretazione del passo.

Secondo alcuni, le affermazioni del popolo corrispondono alla realtà, però esso non si rendeva conto che gli egiziani soddisfacevano le loro esigenze soltanto per farli lavorare con maggior profitto.

Secondo altri, le affermazioni erano fantasiose e lontane dalla realtà.

L'atteggiamento del popolo è spiegabile psicologicamente, in quanto è paragonabile a quello di chi non avendo nulla sostiene come in altre località egli aveva tutto, allo scopo di poter ricevere ciò di cui ha bisogno.

Essi però dicono che in Egitto erano sì schiavi, ma almeno mangiavano, mentre ora sono liberi ma affamati. Una tesi questa che suona convincente se non si tiene conto di Dio che li seguiva in ogni tappa assecondando i loro desideri.

È curioso come la contestazione riguardante la mancanza di cibo, la ritroviamo più tardi in un altro cibo della Torà.

È interessante fare il confronto fra i due episodi; per verificare le analogie e le differenze che emergono da un'attenta lettura di essi.

In primo luogo notiamo come nel passo dei Numeri l'argomentazione è più ricca; più sopra avevamo già espresso alcuni dubbi sulla "carne" di cui si fa cenno nel nostro passo (Esodo); qui l'immagine (Numeri) è più fiorita: cibo gratuito, diversa scelta di cibi, ecc.

Non solo: ma è evidente che l'atteggiamento assunto nel libro dei Numeri è più grave, in quanto nel libro dell'Esodo si parla del popolo appena uscito dall'Egitto, popolo inesperto della libertà, popolo che andava guidato ed educato e che poteva essere anche perdonato.

Nel passo dei Numeri, viceversa, la situazione è ben differente in quanto gli ebrei dovevano ormai essere più allenati, più preparati, oseremmo dire vaccinati; sono passati ormai due anni dall'uscita dall'Egitto; nel frattempo essi hanno ricevuto le tavole della legge sul monte Sinai e la manna cibo necessario per il loro sostentamento scendeva regolarmente ogni giorno.

Perché lamentarsi quindi? Ecco perché la loro ribellione è più grave e solo qui, nel libro dei Numeri, essi vengono puniti severamente da Dio.

Come conclusione del discorso è utile soffermarsi su una delle affermazioni contenute nel passo dei Numeri: "mangiavamo pesce gratis".

Tali parole hanno dato del filo da torcere a molti commentatori. sono parole veritiere o sono frutto di fantasia?

Secondo alcuni sono veritiere, secondo altri l'espressione viene ad indicare come essi mangiassero in Egitto senza assumersi delle responsabilità.

Spieghiamo: l'ebreo in Egitto era schiavo e come tale non doveva rendere conto a nessuno delle proprie azioni: poteva litigare, picchiare, dare sfogo ai propri istinti sessuali, ecc.; poteva, in altre parole, comportarsi come un animale senza che nessuno lo venisse a rimproverare, anzi al suo padrone questo atteggiamento era comodo, in quanto portava disunione fra il popolo. In sostanza le persone erano ridotte al rango di bestie: niente coscienza, niente responsabilità.

Ora, uscendo dalla schiavitù egiziana, si chiedeva loro di uscire dalla dimensione di schiavi per entrare in quella della libertà. E libertà intesa non come sfogo dei propri istinti, bensì con un controllo, un freno ai propri istinti animaleschi.

La vera libertà è data appunto dall'osservanza della Toràh che eleva l'individuo, plasma la sua personalità e lo educa a controllare i propri istinti appunto per perfezionarsi, rispettare il proprio simile e formare un proprio nucleo familiare costruttivo.

Ma simili concetti erano troppo alti per essere compresi da quella generazione, e quindi non sarà quella generazione a entrare nella terra promessa per applicare la legge della Torà, bensì la successiva che avendo a mo' d'esempio l'immagine negativa dei padri, potrà seguire una strada migliore ricordando le parole divine espresse nella Torà: "Se tu ubbidirai a quanto ti dice l'Eterno Tuo Dio e farai quanto secondo Lui è retto, porgendo ascolto ai suoi comandamenti ed osservando le Sue norme, non ti affliggerò con nessuna delle 4 infermità con cui ho colpito l'Egitto, perché Io sono l'Eterno che ti risana" (Esodo, cap. 15, 26).

Domande

Leggiamo nel testo della Torà: "Giunsero a Marà e non poterono bere le acque di Marà, perché erano amare… Il popolo si lamentò… (Mosè) gettò un legno nelle acque e queste divennero dolci" (Esodo 15, 23-25).

Afferma il Midrash: "E non poterono bere le acque di Marà, poiché erano amare". Disse Rabbì Levì: Come bisogna intendere: "poiché essi erano amari"? La generazione era amara nel comportamento. (Spieghiamo: in ebraico il soggetto "Hem" = essi o esse, può essere riferito all'acqua: poiché esse (acque) erano amare" oppure ai figli d'Israele "poiché essi (popolo) erano amari". In italiano non si potrebbe avere la duplice interpretazione poiché il nome acqua è femminile mentre il nome popolo è maschile).

La tesi del Midrash è che in realtà non erano le acque amare ma il popolo che, assumendo un atteggiamento ribelle, riusciva a capovolgere una situazione obbiettiva.

1 — La spiegazione del Midrash è molto bella ed attuale. Tuttavia essa è contraddetta dal testo stesso. Sai dire perché?

La contestazione del popolo arriva all'assurdo di mettere in dubbio la presenza di Dio in mezzo a loro.

Dio allora invia contro di loro 'Amalek.

Il Midrash esprime in maniera felice il motivo di tale punizione: Un uomo camminava portando sulle spalle suo figlio. Il figlio appena vedeva un oggetto che desiderava si rivolgeva al padre: "Papà prendimi quell'oggetto" e il padre glielo prendeva. Così avvenne per due e tre volte. Un uomo venne loro incontro. Gli chiese il figlio: "Hai visto per caso mio padre?". Gli rispose il padre: "Non sai dove sono?". Lo gettò dalle spalle e così venne il cane e lo morse.

2 — Sapresti spiegare brevemente il significato del Midrash tenendo conto del comportamento ribelle del popolo ebraico? Cerca di spiegare i termini simbolici del Midrash: figlio, padre, cane.

Risposte alle domande del numero precedente

1 — a) il V.

b) Sostengono i Maestri: la Torà ha messo sullo stesso livello l'onore di Dio e l'onore per i genitori; quindi chi rispetta i genitori è come se rispettasse Dio.

Secondo altri il comandamento è posto come ultimo nella prima tavola, perché esso costituisce il passaggio fra la prima e la seconda tavola. Infatti sono proprio i genitori quelli che, educando il figlio, gli inculcano l'idea di Dio.

2 — Secondo alcuni commentatori i comandamenti sarebbero nove e non dieci, in quanto il primo comandamento è una semplice affermazione che non ci chiede nulla di pratico.

Comunque non tutti sono d'accordo su tale tesi, in quanto secondo alcuni si tratta di un vero comandamento, che ci chiede di accettare tale affermazione: "Io sono il Signore… che ti feci uscire dall'Egitto…".

3 — Se accetto l'interpretazione di Rashì che considera il "non desiderare" come "rubare" rimane la difficoltà di come spiegare una duplice legge che si trova nella tavola. Cioè il divieto del furto, lo troviamo già nell'ottavo comandamento.

4 — Per ovviare alla difficoltà presentata nel punto 3. Rashì spiega l'ottavo comandamento riferito a "sequestro di persona" mentre l'ultimo "non desiderare" come "non rubare" riferito ad oggetti.

In questa maniera troviamo che c'è una certa gradualità fra i comandamenti della seconda tavola.

Qual è la cosa alla quale l'uomo tiene più di tutto? La vita (non uccidere). Poi la propria moglie o la famiglia (non commettere adulterio), la propria libertà (non rapire persone), il proprio nome (non fare falsa testimonianza) ed infine i suoi beni materiali (non desiderare inteso come non rubare).

 

BOX

Località Difficoltà e reazione del popolo Intervento di Dio

1. Mar Rosso

Gli egiziani inseguono il popolo ebraico appena uscito in libertà. Alla vista degli egiziani il popolo preso dal panico si rivolge con parole dure a Mosè.

Dio salva il popolo facendogli attraversare il Mar Rosso.

2. Marà

Le acque del luogo sono amare, Il popolo si lamenta contro Mosè.

Dio addolcisce loro le acque.

3. Deserto di-Sin

Manca il cibo e il popolosi ribella.

4. Refidim

Di nuovo manca l'acqua e di nuovo arriva la contestazione.

Dio procura loro l'acqua

Esodo, cap. 16, 3

Dissero i figli d'Israele: "Fossimo pur morti per mano del Signore in Egitto, assisi presso le marmitte contenenti carne, e dove si mangiava pane in abbondanza, mentre ci avete condotti in questo deserto per fr morire di fame tutto questo popolo".

Numeri, cap. 11, 4-6

e dissero: "Chi ci farà mangiare carne? Ricordiamo il pesce che mangiavamo in Egitto gratuitamente, i cocomeri, i loponi, il porro, le cipolle, gli agli. Ed ora noi siamo come disseccati non vi è nulla, solo alla manna sono volti i nostri occhi".


Tefillah: preghiera o giudizio?

Quando ci si avvicina alla "Tefillah" per cercare di comprenderne l'essenza si va incontro a varie difficoltà: linguistiche, filosofiche, di interpretazione dei simboli ecc. La "Tefillah" poi è caratterizzata da paradossi che, se vengono vissuti come un'esperienza stimolante, possono cambiare radicalmente la vita dell'uomo.

In questa serie di articoli, cercheremo di toccare alcuni dei punti focali intorno ai quali ruota l'esperienza del "mitpallèl" (colui che dice la "Tefillah"): questi scritti tuttavia costituiscono solo un primo passo per un'analisi più approfondita del ruolo della "Tefillah" nel pensiero ebraico.

Tefillah deriva dalla radice palàl, giudicare: pelilìm infatti sono i giudici. Palàl può anche essere usata nel senso di ricercare, indagare e chiedere. Possiamo dedurre il significato di questa radice da vari passi: "Se un uomo peccherà verso un altro uomo, i giudici lo giudicheranno (ufillelò)"1; "Si presentò Pinechàs waifallèl "e pregò" oppure "e fece giustizia" e la pestilenza cessò"2. Il Talmud spiega quest'ultimo verso affermando che Pinechas si è quasi messo a contendere3 con il Signore perché facesse prevalere le sue qualità misericordiose.

"Leahitpallèl" (riflessive di palàl) significa quindi presentarsi a giudizio di fronte al Signore, giudice del mondo per essere giudicati. Ma prima ancora che presentarsi al giudizio divino, Tefillah è giudizio di se stessi, cioè del proprio Io, del suo rapporto con Dio, col mondo e viceversa. Dopo la Tefillah si ritorna alla vita attiva purificati per avvicinarsi al prossimo con amore. Non è un caso che in alcuni usi si usa far precedere la recitazione delle tefillot dall'impegno di volere mettere in pratica la mizwàh "Amerai per il prossimo tuo come per te stesso". Tuttavia come abbiamo visto nell'interpretazione che il Talmud dà dell'azione di Pinechàs, questa radice assume anche un ulteriore significato: alcuni personaggi, di eccezionale levatura morale e spirituale, potevano anche "permettersi" di presentarsi dinanzi a Dio per discutere con Lui affinché applicasse la giustizia (con misericordia). Tra i vari esempi rintracciabili nella Bibbia, ricordiamo Avrahàm e Moshè e nel Talmud Chonì Ha-me'aghèl.

La preghiera di Avràham per Sodoma e Gomorra

Quando ad Avraham viene annunciato che il Signore ha deciso di distruggere Sodoma e Gomorra, la Torà dice: "… Avrahàm stava di fronte al Signore e fattosi innanzi disse: lungi da te il fare una cosa simile: far morire il giusto sia come il malvagio! Il Giudice di tutta la terra non farebbe giustizia?!"4.

Stare dinanzi al Signore (la-'amòd lifnè ha-shèm) significa appunto pregare ed è un'espressione che si trova spesso sui muri delle Sinagoghe: Dà 'lifnè mi attà 'omed, sappi dinanzi chi tu stai (in preghiera).

I grandi personaggi della Bibbia discutono con Dio, non per ottenere vantaggi personali, ma per difendere la collettività: altro esempio tipico di queste tefillòt sono quelle di Mosè che sottopone Dio quasi a giudizio per la sua decisione di distruggere il popolo d'Israele che ha appena commesso il peccato del vitello d'oro5.

Bisogna notare che questi "contestatori" biblici riconoscono di non essere all'altezza della misericordia di Dio: la tefillàh cioè può essere detta, anche quando è critica contestatrice delle decisioni divine, partendo da una posizione di umiltà.

Chonì il capriccioso

Più sfacciato ancora fu il comportamento di Chonì detto Ha-me'aghel — colui che fa un cerchio —, secondo quanto narra la Mishnà6.

Per qualsiasi caso di sventura, che non colpisca mai una Comunità, si suona con clamore effetto che per eccesso di piogge (quando vengono cioè senza che ve ne sia bisogno, ma senza recare danno alle piantagioni, risultando moleste solo agli uomini).

Andarono una volta (in tempo di grande siccità) da Chonì Ha-me'aghel e gli dissero: "Di' una preghiera affinché venga la pioggia".

Egli disse loro: "Andate e portate al coperto le stufe preparate (che erano a cielo scoperto nei cortili) affinché non si sciolgano" (perché erano di argilla e la massa d'acqua che si sarebbe riversata su di loro li avrebbe sciolti: infatti era sicuro di essere esaudito).

Egli pregò e la pioggia non venne. Cosa fece? Fece in terra un cerchio e si fermò ritto in mezzo ad esso e quindi pregò Dio dicendo: "Signore di tutti i mondi! I tuoi figli rivolsero i loro sguardi a me perché sono da loro considerato come un amato figlio della casa paterna a tuo riguardo. Giuro nel nome tuo grande che io non mi muovo di qua finché tu non ti sia mosso a pietà dei tuoi figli".

Cominciò a cadere la pioggia a gocce.

"Non è questo che domandai — disse egli — ma pioggia per pozzi, cisterne e grotte".

Cominciò a cadere pioggia con violenza.

"Non è questo che domandai — disse egli — ma pioggia di gradimento, di benedizione, di generosità".

Cadde la pioggia normalmente in quantità tale che gli ebrei dovettero recarsi da Gerusalemme al monte del Tempio a causa della pioggia (che aveva inondato la città).

Vennero e gli dissero: "Così come pregasti affinché venisse la pioggia, così prega che cessi.

Egli disse loro: "Andate a vedere se la "Even ha-to'im" (la pietra dove venivano portati gli oggetti smarriti) è liquefatta (così come ciò non poteva avvenire, così egli non poteva chiedere a Dio la cessazione di un beneficio)".

Simeone figlio di Shatach (capo del Sinedrio) gli mandò a dire: "Se tu non fossi Chonì, io avrei decretato contro di te la scomunica (per il tono poco rispettoso e quasi imperativo della preghiera): ma che posso farti io, se tu ti comporti in modo capriccioso verso Dio ed egli fa la tua volontà, come un figlio bizzoso si comporta verso suo padre che tuttavia lo compiace? A te si può applicare il testo che dice: "Si rallegreranno tuo padre e tua madre e ne gioirà la tua genitrice" (Proverbi 23°, 257.

Il Talmud (Ta'anit 23°) aggiunse che Chonì rispose così alla richiesta del popolo: "Portatemi un toro da offrire a Dio in ringraziamento". E avutolo gli impose le mani dicendo: "Signore di tutti i mondi! il tuo popolo Israele che traesti dall'Egitto non può sopportare né l'eccesso di grazia né l'eccesso di castigo, se tu sei in collera con loro non possono sussistere, se li colmi dei tuoi favori pure non possono sussistere. i piaccia far cessare la pioggia e far sì che il mondo proceda normalmente". Subito spirò un vento che dissipò le nubi e il sole tornò a splendere in tutta la sua magnificenza.

Da questo racconto come dagli altri esempi portati dalla Bibbia, possiamo quindi dedurre come soltanto persone di particolare levatura possano avere un'esperienza di preghiera intesa come giudizio dell'uomo nei confronti dell'operato di Dio. In generale essa è giudizio dell'uomo sul proprio operato e giudizio di Dio sull'operato dell'uomo.

Ma la tefillà, per potere essere giudizio dell'uomo su se stesso, deve significare anche lotta (pelilìm) all'interno dell'uomo tra i due istinti del bene e del male: dal prevalere del ierer ha-tov sullo jerer ha-deriva la molla che porta al continuo progresso della Tefillah, come espressione della ricerca dell'uomo.

Shalom Bahbout

1 I Samuele 2°, 25.

2 Salmo 106°, 30.

3 Pelilòt, lite; Sanhedrin 82ª.

4 Genesi 18°

5 Esodo, 32°

6 Ta'anit 3°, 7.


© Morashà 2002

Tutti i materiali pubblicati sono strettamente coperti dalla legge sul diritto d'autore e ne è severamente proibita la copia e la riproduzione, totale o parziale senza permesso scritto dell'autore.

Le principali sezioni del sito Morashà

Cinema ebraico i film di argomento ebraico, di autore ebreo, di vita ebraica o che riguardano l'ebraismo da vicino.

Cucina kashèr le ricette ebraiche degli ebrei sefarditi, askenaziti e italiani, secondo le regole alimentari kasher della religione ebraica e dell'ebraismo come cultura.

Ebraismo abc l’ebraismo in pillole: spiegazioni e regole dell’ebraismo per principianti con norme dello shabbat ebraico, delle feste ebraiche, del mangiare kasher, della preghiera ebraica (tefillà).

Ebrei in italia la storia degli ebrei italiani e del loro ebraismo durante la lunga permanenza nelle diverse regioni italiane.

Israele la situazione socio-politica di Israele attraverso le riflessioni personali degli ebrei italiani residenti in quel paese.

Pagine oro il più completo e aggiornato elenco di indirizzi e di numeri telefonici di tutte le istituzioni ebraiche italiane, dei servizi di ristorazione kasher, dei prodotti kasher, degli ingredienti kasher, del turismo ebraico in Italia e dell'ebraismo italiano.

Sefer Tutti i più recenti libri ebraici pubblicati e gli inserti mensili su argomenti di ebraismo, di religione ebraica, di letteratura israeliana e di lingua ebraica.

Tesi di Laurea I testi completi dei lavori più interessanti presentati in ambito universitario pronti per la consultazione. Storia ebraica, sociologia, esegesi biblica.

Umorismo ebraico le barzellette ebraiche più divertenti sul modo di vivere e di pensare tipicamente ebraici.

Zehut tutto ciò che riguarda l’ebraismo: identità ebraica e pensiero ebraico attraverso i testi dei pensatori ebrei italiani su feste ebraiche, sulla preghiera ebraica, sui motivi del mangiare kasher e in generale sulla religione ebraica..