Alef Dac 4

Le Tavole pesanti (G. Limentani)
Dinim in pillole: Digiuno 17 tamuz, Ben hametzarim, Tishà beav-il digiuno, le preghiere, Shiv'à de-nechamatà

Punizione, disperazione e speranza (G. Limentani)

La Havdalàh (R. Di Segni)
Alcune regole sull'havdalàh

La Mizvà modello culturale ebraico (M.E. Artom)
La forza della preghiera (J. Zegdun)
La preghiera influenza le decisioni di Dio? (S. Bahbout)
Indice Alef Dac

Le Tavole pesanti

In questi giorni ricorre il 9 di Av. In tutto il calendario ebraico è difficile trovare una data più triste. Per questa ragione alcuni evitano di parlarne ai bambini, pensando che ai bambini si debbano raccontare solo storie allegre. A noi non sembra giusto, perché anche i bambini diventeranno grandi e allora sarà più duro imparare le cose tristi tutte insieme. Certi bambini, poi, che fanno i capricci per ogni sciocchezza e che piangono come fontane se un giocattolo si rompe, è bene sappiano che nel mondo succedono fatti ben più dolorosi della rottura di un giocattolo. Così, quando verrà loro voglia di piangere, ricacceranno indietro le lacrime e faranno un bel sorriso pensando a quanto sono fortunati in confronto ad altri bambini ebrei che il 9 di Av hanno veramente avuto motivo di piangere.

Prima del 9 di Av, gli ebrei vivevano a Gerusalemme e si sentivano molto bravi perché facevano tutto quello che saltava loro in mente. Invece non erano bravi affatto, perché ci sono cose che non si devono fare, e la Torah le elenca tutte, una dopo l'altra. In special modo non bisogna essere tanto sciocchi da scambiare dei fantocci di pietra o di metallo per dei veri dei e mettersi ad adorarli. Gli ebrei di quel lontano 9 di Av facevano proprio questo, e così si prepararono da soli la loro rovina. Quando un re straniero benne per conquistare la loro città, Dio, offeso, non guidò le loro schiere in battaglia ed essi, senza il Suo aiuto, furono vinti e portati via come prigionieri in un paese lontano, e il loro Tempio fu distrutto.

Dopo molti anni di prigionia poterono tornare nella loro città che il nemico aveva rasa al suolo. La ricostruirono, ricostruirono il Tempio e per alcuni secoli si comportarono come la Torah comanda. Poi, però, quando si sentirono di nuovo forti e sicuri di sé, misero un'altra volta da parte la Torah e presero a leticare fra loro. Anche questa è una cosa che non bisogna assolutamente fare, e infatti, quando un altro re straniero, un romano stavolta, venne per conquistare la loro città, si difesero, sì, e combatterono da eroi, ma avevano già tanto combattuto fra di loro che Dio, adirato, non guidò le loro schiere in battaglia ed essi furono vinti. I Romani distrussero il Tempio, rasero al suolo Gerusalemme, presero prigionieri tutti gli ebrei che poterono e li vendettero come schiavi sparpagliandoli nel mondo.

Nella storia ebraica ci sono stati purtroppo altri 9 di Av e questo è il motivo per cui questa ricorrenza viene celebrata con mestizia e lutto allontanando dalla mente ogni pensiero di giochi e divertimenti, ma per capire veramente il senso di questa giornata, bisogna risalire ancora più indietro negli anni, a un fatto che accadde pure in un 9 di Av, ma molti secoli prima della distruzione del primo Tempio, quando gli ebrei stavano ancora nel deserto e non conoscevano la Torah.

Non conoscevano la Torah.

Non conoscevano la Torah, ma conoscevano Dio che li aveva portati in salvo fuori dall'Egitto, e quindi non avrebbero dovuto sentire il bisogno di cercare altri dei. Purtroppo, però, quegli antichi ebrei erano come bambini capricciosi, si spaventavano per nulla e volevano sempre tutto e subito. Mosè che li guidava, aveva una grande pazienza e continuava a ripetere loro che c'è un solo Dio e che Dio li avrebbe portati sani e salvi nella Terra Promessa quando avessero imparato a memoria la Torah.

Ma dov'era la Torah? Era ancora in cielo e così Mosè dovette andare a prenderla. Stette via quaranta giorni, perché il cielo è lontano, e durante quei quaranta giorni gli ebrei fecero come fanno i bambini quando il babbo e la mamma escono. Per qualche tempo stettero buoni, poi cominciarono ad annoiarsi, dopo ancora si spazientirono vedendo che Mosè tardava, e infine si misero in mente che Mosè non sarebbe più tornato. A questo punto deciso di fabbricarsi un giocattolo col quale Mosè non avrebbe mai permesso loro di giocare: un pupazzo tutto d'oro raffigurante un vitello. Scambiarono il vitello d'oro per Dio e lo adorarono come in Egitto avevano visto fare agli egiziani.

Proprio in quel momento Mosè arrivò portando le tavole della Legge. Le tavole erano enormi, tutte di zaffiro e nello zaffiro erano incisi i Comandamenti. Mosè era un uomo molto forte, ma non perché era forte portava sulle braccia le tavole come se fossero state di piuma. Il fatto è che i Comandamenti hanno la proprietà di rendere leggero pure lo zaffiro: erano infatti loro a reggere le tavole. Quando però videro che gli ebrei pregavano cantando e ballando davanti a un idolo, i Comandamenti scapparono via per tornare in cielo. Le tavole non furono più rette dalla loro forza e diventarono così pesanti che Mosè non ce la fece a tenerle. Le lasciò cadere e le tavole si ruppero.

Se le tavole si erano rotte, la colpa non era di Mosè, ma degli ebrei che avevano fatto fuggir via i Comandamenti con il loro pupazzo d'oro. Per questo furono puniti e solo quando ebbero compreso il male che avevano fatto ricevettero delle nuove tavole. La storia degli sbagli e delle punizioni che hanno causato la distruzione di ben due Templi e le lacrime di tanti bambini ebrei comincia qui, in questo primissimo 9 di Av e ha una sua morale.

I Comandamenti, quando vengono osservati, sembrano a volte pesanti, ma rendono la vita leggera, piacevole e sicura. Quando invece ci si sente troppo forti e quando si crede di poter reggere la vita con le sole mani e si allontana da noi Dio non rispettando la Sua legge, allora tutto quello che si tocca diventa pesantissimo, cade a terra e va in briciole. E a noi non resta che piangere e far lutto.

G. Limentani

Dinim in pillole

Digiuno del 17 Tammuz

1) Fin dall'epoca dell'esilio babilonese il popolo d'Israele adottò l'uso di ricordare con digiuni le date in cui erano accadute gravi sventure.

2) Il digiuno, oltre che ad esprimere il dolore, serve a far meditare l'uomo sulle proprie azioni, e quindi a condurlo alla Teshuvà (pentimento, ritorno a Dio e alla Torà).

3) Il digiuno del 3° mese (shiv'à'asàr be-tammùz = 17 di Tammuz, quest'anno il 1° luglio) ricorda varie sventure: la rottura delle tavole da parte di Mosè, l'interruzione della presentazione del sacrificio quotidiano nel 1° Tempio (586 a.e.v.), la breccia fatta dai Romani nelle mura di Gerusalemme (70 e.v.) ecc.

4) Il digiuno consiste nell'astensione completa da ogni cibo e bevanda dall'alba allo spuntare delle stelle.

5) Nelle preghiere del mattino e del pomeriggio si inserisce l''Anenu (nella 16a benedizione della 'amidà), e si aggiungono preghiere speciali, selichot, in ricordo degli avvenimenti che, nel corso della storia, accaddero in quello stesso giorno.

6) Durante la preghiera del mattino e del pomeriggio vengono letti sul Sefer Torà i passi relativi al perdono accordato da Dio al popolo d'Israele dopo il peccato del vitello d'oro (Esodo 32°, 11-1'; 34°, 1-10). Alcuni usano leggere tutto il passo (Esodo 32°, 11; 34°, 10), in quanto vi sono narrate la punizione inflitta agli adoratori del vitello d'oro e la rottura delle tavole della legge.

7) A minchà si legge una haftarà (brano protetico) in cui l'uomo viene invitato a rivolgersi a Dio e a ritornare a Lui 'Isaia 55°, 6; 56°, 8). La lettura della haftarà è preceduta e seguita dalle consuete benedizioni: si omette solo l'ultima.

8) In Italia e in alcune altre Comunità, chi fa il digiuno usa indossare i tefillin anche durante la preghiera di minchà.

Ben Ha-Metzarim

1) Le tre settimane che vanno dal 17 di Tammuz al 9 di Av (1°-22 luglio, quest'anno) si considerano periodo di lutto e vengono chiamate «Ben ha-mezarim» (tra le distrette). Infatti quando il nemico attaccò Israele, nessuno trovò scampo, come se la battaglia, anziché in campo aperto, fosse stata combattuta fra le gole di una montagna.

2) in questo periodo non si celebrano matrimoni, ci si astiene dall'indossare abiti nuovi, dal mangiare primizie e, se è possibile un rinvio, ci si astiene, in genere, da tutti quegli atti che vanno preceduti dalla benedizione di Shehechejanu.

3) Nei tre sabati compresi in questo periodo (secondo il rito italiano solo nel terzo sabato), si leggono come haftarot dei giorni speciali in cui Israele viene ammonito dai profeti per le sue colpe e avvisato delle punizioni che lo colpiranno. Questi sabati sono chiamati: telatà de-fur 'anutà, i tre sabati del castigo. Ciascuno di essi rende il nome dalla prima parola della haftarà, e cioè: Divrè, Shim'ù, Chazhòn.

4) I segni di lutto si fanno più severi con l'inizio del mese di Av e soprattutto nella settimana in cui cade Tish'à be-Av (= T.B., 9 di Av). In questi giorni non si mangia carne e non si beve vino, non ci si tagliano la barba e i capelli e non si fanno bagni di immersione completa.

5) Gli ebrei ashkenazhiti e quelli di alcune comunità sefardite usano anticipare le suddette manifestazioni di lutto all'inizio del mese di Av. Non tutti concordano sull'uso di astenersi dal bere vino.

6) Chiunque partecipi a una se'udàt mizwà (pasto che segue a una milà, a un pidjon ecc.) può bere vino e mangiare carne.

7) La carne rimasta dal pasto sabbatico può essere consumata anche nella settimana in cui cade T.B.

8) Se per motivi di salute (non gravi) si deve mangiare carne, è consigliabile consumare carne di pollo, perché non veniva presentata sull'altare.

9) Dal 1° di Av secondo i più rigorosi, e solo nella settimana in cui cade T.B. secondo altri, non si usa fare il bagno completo. È tuttavia permesso un bagno per scopi igienici, e preferibilmente in acqua fredda o appena tiepida.

10) Nella Se'udà ha-mafseqet (S.H. = pasto dopo il quale, in generale, è proibito mangiare) non si possono mangiare due pietanze diverse.

11) Nella S.H. si usa mangiare uova sode e lenticchie (simboli di lutto).

12) È permesso mangiare frutta e verdura fresca, formaggi, burro, ecc. nella quantità desiderata.

13) Alcuni usano mangiare seduti per terra. Non si deve mangiare in gruppi di tre o più persone perché non si sia poi obbligati a fare lo zimmun (invito alla benedizione dopo il pasto).

14) Quanto sopra vale solo se è passato mezzogiorno e se non si ha intenzione di fare un altro pasto regolare (se'udat qeva') prima del digiuno.

15) Se la vigilia di T.B. cade di shabbat, si può mangiare carne e bere vino anche nella S.H. Si deve terminare la S.H. mentre è ancora giorno.

16) Dopo la S.H. è ancora permesso mangiare o bere, a meno che non si sia già stabilito esplicitamente il contrario.

17) È comunque proibito mangiare da 20 minuti prima del tramonto del sole.

18) La vigilia di T.B., durante la preghiera di Minchà non si dice Tachannun (implorazioni di perdono).

Tish'à Be-Av - Il digiuno

1) T.B. ricorda la distruzione del 1° e del 2° tempio di Gerusalemme e altre gravi sventure. In questo giorno è proibito:

a) lavarsi, se non le dita e la faccia. Chi, però, ha le mani sporche se le può lavare. È proibito lavarsi i denti e la bocca, a meno che non comporti dolore o fastidio eccessivo. In tal caso si deve comunque tener la testa all'ingiù;

b) ungersi con creme, olii (a meno che non sia per fini sanitari);

c) calzare scarpe di cuoio. Sono permesse scarpe di gomma, pezza, ecc.;

d) avere rapporti sessuali;

e) mangiare e bere da 20 minuti prima del tramonto dell'8 al comparire di tre stelle il 9 di Av.

2) Le donne in stato di gravidanza o di allattamento fanno il digiuno, tuttavia è bene che prima consultino un medico.

3) Un malato non grave e una partoriente (fino a trenta giorni dopo il parto) fanno il digiuno se non ne provano gran disagio. È bene comunque che consultino un medico).

4) Le persone troppo deboli, alle quali il digiuno potrebbe provocare dei gravi disturbi, sono esonerate dal digiuno. È bene comunque consultare un medico e un Rav.

5) Il giorno di T.B. non si saluta, ma se si viene salutatisi può rispondere a bassa voce.

6) È permesso lavorare, ma è preferibile astenersi dal lavoro a meno che non si debba fare qualcosa di urgente.

7) È proibito studiare la Bibbia, il Talmud, la Halachà ecc., perché lo studio rallegra lo spirito.

8) Si possono leggere Giobbe, i capitoli di Geremia che annunciano disgrazie, le lamentazioni e i commenti relativi.

Le preghiere

1) La sera della vigilia e il giorno di T.B. fino a minchà, al Tempio, si siede in terra.

2) Si accende solo un lume per leggere alla sua luce il libro delle Lamentazioni ed altre elegie.

3) La preghiera della sera varia da rito a rito, anche se alcuni elementi sono costanti, es.: si leggono il libro delle Lamentazioni ed altre elegie, si omette la prima parte di «U-và le-Zion» che contiene brani di consolazione, ecc.

4) Nella 'amidà, nella benedizione per Gerusalemme, si inserisce «Rachem» o «Nachem» (a seconda delle usanze: il rito italiano usa la prima formula per le preghiere di 'arvith di shachrith, la secondo per minchà) e «'anenu» nella benedizione «shomea' tefillà».

5) Se il giorno di T.B. cade di sabato sera, nella 'amidà si dice «Attà hivdalta» e non si fa la havdalà, ma si recita solo la benedizione sui lumi (borè meorè ha-esh). All'uscita di T.B. si fa la havdalà omettendo però le benedizioni sui profumi e sui lumi.

6) Nelle benedizioni del mattino si omette la benedizione «she-asà li kol zorchai» (che mi ha fatto tutto ciò di cui ho bisogno) perché non si possono calzare scarpe di cuoio.

7) È obbligo mettere i tefillin anche il giorno di T.B.: in Italia si usa mettere i tefillin a minchà, in altre comunità invece si mettono a shachrith e poi si tolgono prima di recitare le Lamentazioni e le elegie.

8) Non si dice «Tachannun» (preghiere di supplica per le colpe commesse), perché T.B. è chiamato mo'ed (e di mo'ed non si dice Tachannun).

9) Siccome il 9 di Av viene considerato mo'ed, è proibito sedere per terra a minchà, proprio per inserire un elemento di consolazione nel lutto della giornata).

10) Si usa chiamare alla lettura del sefer Torà di minchà le stesse persone che sono state chiamate al mattino.

11) Dopo minchà si usa leggere brani di consolazione (anche se non tutti sono concordi in proposito).

In Italia e in molti altri paesi le donne usano lavare e mettere in ordine la casa dopo minchà.

12) Dopo 'arvith, all'uscita di T.B., si di ce la «birkàt ha-levanà» la benedizione per la luna nuova.

13) È usanza comunemente accettata di non mangiare carne fino al giorno seguente (anche se T.B. è stato rinviato al 10° di Av), in ricordo del fatto che il Tempio continuò a bruciare anche durante parte di quel giorno.

Shiv'à de-nechamatà

1) Dal sabato seguente il 9 di Av si leggono haftarot (brani profetici) di consolazione: secondo il rito sefardita e ashkenazita i sabati sono sette, secondo quello italiano solo tre.

2) Se il Capo mese di Elul cade di sabato, i sefarditi leggono la haftarà di consolazione che si dice quel sabato (Ronnì 'aqarà), mentre gli ashkenazim dicono la haftarà di shabbat rosh chodesh (perché contiene anche brani di consolazione), e rimandano al sabato seguente la haftarà di consolazione.

3) Se Rosh chodesh Elul cade di domenica, ashkenazim e sefardim non dicono la haftarà di machar chodesh (haftarà che si dice quando shabbat è vigilia di Rosh chodesh).

a cura di s.b.


Punizione, disperazione e speranza

traduzione di G. Limentani

E la Gloria del Signore Si dipartì dalla soglia del Tempio (1). Rabbi Achah ha detto: «Si può paragonare a un re che ha abbandonato il suo palazzo in un momento d'ira. Dopo averlo abbandonato torna indietro, bacia piangendo le sue mura e le sue colonne e dice: «Addio, addio mio palazzo! Addio dimora del mio regno! Addio mia preziosa casa!”».

E il Signore delle Schiere chiamò in quel giorno al pianto e al lutto (2). Quando decise di distruggere il Santuario, Dio disse: «Finché Io vi sarò dentro le nazioni del mondo non riusciranno a toccarlo, devo quindi costringere i Miei occhi a stornarsi da esso. Giurerò di non lasciarmene coinvolgere fino alla fine dei tempi (3), e lascerò che i nemici vi entrino e lo distruggano». Dio giurò con la mano destra e la nascose dietro di Sé.

Di questo è detto: Ritrasse la Sua destra di fronte al nemico (4). Nello stesso istante i nostri nemici entrarono nel Santuario e lo distrussero. Quando fu distrutto, Dio disse: «Non ho più una dimora sulla terra. Ritrarrò quindi la Mia presenza e salirò alla Mia dimora originale». In quell'ora Dio pianse e disse: «Aimeh, che cosa ho fatto? Ho lasciato che la Mia presenza dimorasse in basso per amore d'Israele, e ora che Israele ha peccato sono tornato al Mio luogo d'origine».

* * *

Quindi Dio disse agli angeli addetti al Suo servizio: «Venite e andiamo, voi e Io, alla Mia casa, per vedere quel che i nemici vi hanno fatto». Immediatamente Dio andò con gli angeli addetti al Suo servizio, e Geremia li precedeva. Quando Dio vide il Santuario, disse: «Certo questa è la Mia casa, la Mia dimora, dove i nemici sono entrati e hanno fatto tutto quello che hanno voluto». In quell'ora Dio pianse e gridò dicendo: «Aimeh, per la Mia casa! Figli Miei, dove siete? Dove siete Miei Cohanim e Miei Leviti? Che cosa devo fare per voi? Troppe volte vi ho ammoniti e voi non vi siete pentiti». E Dio disse a Geremia: «Oggi sono come uno che ha preparato la chuppah (5) per il suo unico figlio, e cui il figlio è morto sotto la chuppah. E voi non vi angosciate per Me e per Mio figlio? Andate a chiamare Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè, traeteli dalle loro tombe, perché loro sanno piangere». Ed egli (6) disse al Suo cospetto: «Signore dell'Universo, non so dov'è sepolto Mosè». E Dio gli disse: «Vatti a mettere sulla riva del Giordano e leva la tua voce: «Figlio di Amram, levati e vieni a vedere come il tuo gregge è stato inghiottito dai nemici!”».

Immediatamente Geremia andò alla grotta di Makhpelah e disse ai Patriarchi: «Levatevi! È venuto per voi il tempo di essere chiamati al cospetto di Dio». Gli dissero: «In che cosa questo giorno è diverso da ogni altro giorno, che è richiesta la nostra presenza al cospetto di Dio?». Disse loro: «Non lo so», perché aveva paura che gli dicessero: «Nei tuoi giorni è accaduto questo ai nostri figli!». Geremia li lasciò, andò a mettersi sulla riva del Giordano e gridò: «Levati, figlio di Amram, è venuto il tempo in cui la tua presenza è richiesta al cospetto di Dio». Disse (7): «In che cosa questo giorno è diverso da ogni altro giorno, che è richiesta la mia presenza al cospetto di Dio?». E Geremia gli disse: «Non lo so». Mosè lo lasciò e si recò dagli angeli addetti al servizio divino, che conosceva dai tempi in cui fu data la Torah: «Servitori eccelsi, sapete perché la mia presenza è richiesta al cospetto di Dio?». Gli dissero: «Non sai, figlio di Amram, che il Santuario è stato distrutto e che Israele è andato in esilio?».

Immediatamente (8) lacerò il manto di gloria con cui il Signore lo aveva vestito, si portò le mani alla testa e gridò e pianse finché non ebbe raggiunto i Patriarchi. I Patriarchi gli dissero: «Mosè, pastore d'Israele, in che cosa è diverso questo giorno da ogni altro giorno?». Ed egli disse loro: «Padri dei miei padri! Non sapete che il Santuario è stato distrutto e che Israele è andato in esilio fra le nazioni del mondo?». Immediatamente anch'essi si lacerarono gli abiti, si portarono le mani alla testa e camminarono gridando e piangendo finché non ebbero raggiunto il Santuario. Quando li vide… Il Signore delle schiere chiamò in quel giorno al pianto e al lutto, alle flagellazioni e a cingere il sacco (9), e se queste parole non fossero un verso della Scrittura, sarebbe impossibile dirle. E piansero, e andarono da una porta all'altra come un uomo davanti ai suoi morti. E Dio gemette: «Infelice il re che prospera in gioventù, ma non nella vecchiaia!»

Quando il Santuario fu distrutto, Abramo si esentò a Dio strappandosi la barba e i capelli. Si colpì il viso, si lacerò le vesti e si cosparse il capo di cenere. Si aggirò per il Santuario piangendo e gridando e disse al cospetto del Signore: «In che cosa sono diverso da tutti gli altri uomini, che mi è toccata questa vergogna?». E quando gli angeli addetti al servizio divino lo videro, anch'essi si unirono ai suoi lamenti, una fila dopo l'altra, e dissero: «Divengono desolati i sentieri. È cessato il passaggio nelle vie (10). Come sono desolati i sentieri che Tu hai costruito per Gerusalemme, perché il passaggio non vi cessasse mai e dove Israele passeggiava avanti e indietro nei giorni di festa!».

In quell'ora Dio si avvicinò agli angeli addetti al Suo servizio e disse loro: «Perché vi lamentate?». Risposero: «Per via di Abramo che Ti ha amato, ed è venuto alla Tua casa e si è lamentato e ha pianto. Perché non l'hai ascoltato?». Disse loro: «Dal giorno in cui si è staccato da Me per recarsi alla sua dimora eterna, il Mio diletto non si è mai recato alla Mia casa. Che cosa fa nella mia casa adesso? (11)». E Abramo disse al cospetto di Dio: «Signore dell'Universo! Perché hai esiliato i miei figli e li hai consegnati alle nazioni che li hanno uccisi nei modi più terribili? Perché hai distrutto il Santuario nel luogo dove portai mio figlio Isacco come un'offerta a Te?». E Dio disse ad Abramo: «I tuoi figli hanno peccato e hanno violato l'intera Torah, comprese le sue ventidue lettere». E Abramo disse al cospetto di Dio: «Signore dell'Universo! Chi può testimoniare che Israele ha violato la Tua Torah?». E Dio rispose: «Che la Torah venga a deporre contro Israele».

Immediatamente la Torah venne per deporre contro Israele e Abramo le disse: «Figlia mia, vieni per deporre contro Israele che ha violato i tuoi precetti, e non provi vergogna davanti a me? Non ricordi quando Dio ti ha offerta a una nazione dopo l'altra, e tutte ti hanno rifiutata finché i miei figli non sono arrivati al monte Sinai, e lì ti hanno accettata e onorata? E tu vieni a deporre contro di loro nel giorno della loro sventura?». Quando la Torah udì ciò, si fece da parte e non depose contro di loro.

E Dio disse ad Abramo: «Le ventidue lettere deporranno contro Israele». Immediatamente le ventidue lettere vennero. La Alef venne e testimoniò che Israele aveva violato la Torah, ma Abramo disse: «Alef! Tu, che sei la prima lettera, sei venuta a deporre contro Israele nel giorno della sua sventura? Non ricordi il giorno in cui Dio si rivelò sul monte Sinai e cominciò a parlare per tuo mezzo dicendo: Anokhi ha-Shem Eloekha (12), e nessuno ti aveva voluta prima dei miei figli? E ora vieni a deporre contro i mei figli?». Immediatamente l'Alef si fece da parte e non depose contro di loro.

La Bet venne a deporre contro Israele e Abramo le disse: «Figlia mia, sei venuta a deporre contro i miei figli che hanno studiato con diligenza i cinque libri della Torah, della quale tu sei la prima lettera?». Immediatamente la Bet si fece da parte e non depose.

Quando le altre lettere capirono che Abramo le aveva ridotte al silenzio, provarono vergogna, si fecero da parte e non deposero contro Israele.

Immediatamente Abramo prese a parlare al cospetto di Dio: «Signore dell'Universo! Quando avevo cento anni Tu mi hai dato un figlio, e quando fu in grado di capire, a trentasei anni, mi dicesti: “Portamelo come un'offerta”. Fui rude con lui, non mi mossi a compassione e lo legai io stesso. Non vuoi ricordare questo per amor mio e avere pietà dei miei figli?».

Isacco cominciò a parlare e disse: «Signore dell'Universo! Quando mio padre mi disse: “Dio provvederà all'agnello per l'offerta, figlio mio (13)”, io non opposi resistenza alle Tue parole e di buon grado mi lasciai legare all'altre. Tesi anzi il collo al coltello. Non vuoi ricordare questo per amor mio e avere pietà dei miei figli?».

Giacobbe prese a parlare e disse: «Signore dell'Universo! Non sono rimasto in casa di Labano per venti anni? Quando poi uscii dalla sua casa l'iniquo Esaù mi venne contro e voleva uccidere i mei figli, ma io offrii la mia vita per la loro. E adesso sono stati consegnati ai loro nemici come un gregge destinato al macello, dopo che li ho allevati come uccelli nel nido e ho sofferto le ansie dell'allevar figli. Non vuoi ricordare questo per amor mio e avere pietà dei miei figli?».

Mosè prese a parlare e disse: «Signore dell'Universo! Non sono forse stato il fedele pastore d'Israele per quarant'anni, e nel deserto non l'ho forse preceduto come un cavallo? Quando è venuto per lui il momento di entrare nella Terra, hai decretato che le mie ossa rimanessero nel deserto, e ora che sono andati in esilio mi fai chiamare perché mi lamenti e pianga su di loro? Non somiglia tutto questo al proverbio che dice: La bontà del mio Signore non è un bene per me, e la sua severità è per me un male?».

* * *

In quel momento la nostra madre Rachele si gettò ai piedi di Dio e disse: «Signore dell'Universo! Ti è noto che Giacobbe mi amava teneramente e che per avermi servì mio padre sette anni. Quando venne per me il momento di sposare mio marito, mio padre mi sostituì con mia sorella, maio di mia sorella non ho provato gelosia e non l'ho esposta alla vergogna. E se io, che sono di carne e di sangue, polvere e cenere, non sono stata gelosa di colei che mi dava dolore, perché Tu, il Dio vivente, eterno e misericordioso, sei stato tanto geloso degli idoli nei quali non c'è nulla di reale, da esiliare i miei figli?» Immediatamente Dio si mosse a pietà e disse: «Per amor tuo, Rachele, farò tornare Israele nel luogo e gli appartiene». E di questo è detto: Così disse il Signore: S'ode una voce in alto, un lamento, un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata (14). Ed è anche detto: Trattieni la tua voce dal pianto e i tuoi occhi dal versar lacrime, perché le tue pene verranno ricompensate… c'è speranza per il tuo avvenire… e i tuoi figli torneranno nei loro confini (15).

(Tradotto da «The book of hour heritage» di Eliahu Kitov).

(1) Ezechiele X - 18.

(2) Isaia XXII - 12.

(3) Il tempo della redenzione.

(4) Lamentazioni II - 2.

(5) Il baldacchino nuziale.

(6) Geremia.

(7) Mosè.

(8) Mosè.

(9) Isaia XXII - 12.

(10) Isaia XXXIII - 7.

(11) Geremia XI - 15.

(12) «Io sono il Signore Dio tuo» - La prima lettera del primo Comandamento è un'Alef.

(13) Genesi XXII - 8.

(14) Geremia XXXI - 14.

(15) ibid. 15-16.


La Havdalàh

Soltanto in quest'epoca dominata dalla tecnologia il sabato impone un'alternativa che consente di non rimanere schiacciati dalle macchine e dalle produzioni dell'uomo, e di diventare padroni di sé recuperando la vera dimensione dell'essere. Ma lo Shabbàth dura 25 ore e, dopo, la vita normale ricomincia. Un rifiuto tanto radicale dell'uso della macchina, imposto dalla regola sabbatica, sembrerebbe contenere una condanna assoluta, un giudizio negativo tendente a condizionare tuta l'attività lavorativa. In realtà non è così, o almeno non in termini assoluti. Il problema però esiste e, quando il Sabato finisce e sta per iniziare un nuovo periodo di lavoro, si ripropone con maggiore insistenza. Con quale spirito ricominciare? Il rito dell'havdalàh e i suoi simboli rispondono con precisione a questi interrogativi.

Havdalàh significa, come è noto, separazione. È un breve rito che si compie all'uscita del Sabato e consiste nella recitazione di quattro benedizioni. La prima è sul vino e il suo scopo è di solennizzare l(uscita del Sabato allo stesso modo in cui se ne è solennizzata l'entrata con il Qiddùsh. La seconda benedizione è sul profumo e tende a sostenere lo spirito nel momento in cui il riposo finisce e bisogna riprendere il lavoro. La terza benedizione è sulla luce del fuoco, per ricordarne la creazione all'inizio della settimana. La quarta benedizione consta di una formula in cui si benedice «Chi divide tra sacro e profano, tra luce e buio, tra Israele e gli altri popoli, tra il settimo giorno e gli altri giorni della creazione».

In questa sintesi gran parte dei significati del rito sfugge ancora. Soffermiamoci sulla terza benedizione, forse la più ricca di simboli sottintesi. Di quale luce e di quale creazione si parla? Bisogna stare attenti a non equivocare. La Genesi dice che la luce fu creata il primo giorno, ma non è di questa luce che qui si tratta. Infatti nella formula della benedizione si parla dei «luminari del fuoco (meorè ha-esch)», e il suo contenuto si riferisce a una leggenda rabbinica che racconta come fu creato il fuoco. Stando alla leggenda rabbinica che racconta come fu creato il fuoco. Stando alla leggenda, il fuoco nei primi sei giorni della creazione fu solo progettato, «creato nel pensiero», ma non nella realtà.

La aggadàh racconta che quando il primo Sabato della creazione finì, Adamo rimase improvvisamente al buio (durante la notte del Sabato aveva continuato a brillare la luce della creazione, che da quel momento non si sarebbe più vista). Colto da terrore, Adamo pensò che il mondo fosse rimasto nelle tenebre a causa del suo peccato, e allora Dio gli concesse l'intelligenza. Adamo prese due pietre, le percosse una contro l'altra, e ne scaturì il fuoco. In segno di gratitudine per il dono ricevuto, Adamo fu il primo a benedire per «i luminari del fuoco» (Pesachìn 53b e altrove). Non è difficile interpretare questa storia. Su Adamo viene trasferita la problematica dell'uomo che si sente inerte e solo davanti ai rischi e alle minacce del mondo che lo circonda. La prima minaccia, elementare e terribile, è quella del buio. Ma l'uomo ha imparato a difendersi e lotta continuamente per superare la paura di restare inerme. i sono molti modi per difendersi: il più razionale è il ricorso all'intelligenza,che costruisce un sistema di sopravvivenza.

Nella leggenda rabbinica è questo il significato della reazione del fuoco, ma vi possono essere altre interpretazioni di natura non razionale situabili su due livelli opposti: quello religioso, di ottimistica fiducia in una realtà superiore che assiste l'uomo nelle sue difficoltà, e quello magico, che crede nella possibilità di potenza e controllo della realtà in potenza e controllo della realtà in base ad arti e procedure particolari. La tradizione rabbinica indirizza senza equivoci, e in coerenza con la precisa scelta biblica, su queste tre possibilità di scelta. La fiducia nella bontà divina è il punto di partenza irrinunciabile che rappresenta la garanzia e la speranza di poter proseguire serenamente la propria esistenza. Nella storia di Adamo è infatti Dio che dà all'uomo l'intelligenza, e Adamo ringrazia per questo dopo con una benedizione. Ma la fiducia nell'intervento divino è solo il presupposto per l'intervento dell'uomo, che non deve abbandonarsi al fatalismo, ma deve sapere usare del dono che gli è stato dato. In questa concezione non c'è più spazio per l'irrazionale magico.

È interessante confrontare questa leggenda rabbinica con quella greca dell'origine del fuoco sulla terra: Prometeo lo sottrae furtivamente agli dei per regalarlo all'umanità, e per questo viene duramente punito. Nella versione ebraica i ruoli sono sovvertiti e il fuoco è un dono che l'uomo riesce a ottenere per benevolo intervento divino. Decodificando questi simboli, emerge un'ideologia che considera positivamente l'attività creatrice dell'uomo nella terra in quanto mezzo eccezionale di cui Dio ha voluto arricchirlo perché possa resistere ai rischi cui si trova esposto. L'inserimento di questa tematica all'inizio della settimana, all'uscita del Sabato, con un rito preciso, ha dei motivi fondati. Il momento di inizio, di transizione, è in genere, per ogni uomo, e non solo per l'uomo «primitivo», causa di preoccupazione, angoscia, turbamento: un momento in cui si cerca aiuto.

L'intento della tradizione ebraica è di indirizzare questa ricerca nel senso giusto, evitando in primo luogo la fuga nell'irrazionale negativo, nel magico, e quindi facendo appello alla forza di cui l'uomo dispone per risollevarsi e sostenersi nella lotta che compie: l'intelligenza creatrice. Ma questa, come sempre, non deve diventare l'unico e assoluto punto di riferimento, perché altrimenti si rischia di farne un idolo e di spingere di conseguenza l'uomo verso una nuova causa di avvilimento: un'anche più pericolosa perdita del sé. Qui interviene il tema religioso che inserisce l'intelligenza umana nell'ambito della perfetta attività creatrice divina. È dunque evidente che non esiste contraddizione tra il concetto di lavoro come viene insegnato dai riti sabbatici e l'atteggiamento che l'uomo deve assumere nei confronti del lavoro che sta per iniziare la sera del Sabato. Questo lavoro è la risposta all'insicurezza, è il mezzo indispensabile di sopravvivenza. È un valore positivo che può diventare negativo solo se si dimentica di inserirlo nel giusto e limitato ruolo che gli compete trasformandolo nell'unico scopo dell'esistenza. C'è quindi l'invito a una verifica permanente, a una continua scelta, a una separazione dei valori: appunto tra «buio e luce», «profano e sacro», che si realizza nell'osservanza pratica e quotidiana di quelle norme che sono l'unico elemento – culturale – che distingue tra «gli altri popoli e Israele». Solo questo impegno costante di havdalàh, separazione, scelta e verifica, chiarisce come si possa impostare serenamente il problema dell'esistenza nella terra e tendere al miglioramento continuo, alla sacralizzazione. Riti in apparenza minori come l'havdalàh devono essere mantenuti e osservati con precisione, con l'atmosfera e la suggestione che ne deriva, perché conservano e trasmettono in pochi atti il peso di grandi scelte culturali.

Riccardo Di Segni

Alcune regole sull'havdalàh

L'ordine di recitare le quattro benedizioni può essere ricordato con la sigla JaVNeH (Jàin, vino; Besamìn, profumi; Ner, lume, Havdalàh).

Il vino può essere sostituito da altra bevanda, preferibilmente alcoolica, di uso abituale nel luogo in cui si vive. La relativa benedizione sostituirà quella del vino.

Sugli odori si benedice solo se si sente direttamente il profumo. Qualsiasi specie vegetale profumata va bene. Una tradizione mistica consiglia il mirto.

La luce deve essere preferibilmente quella di una candela di cera, meglio se a più fiamme. Si benedice solo se si usufruisce direttamente della luce. L'uso della luce elettrica in alternativa al lume di candela è da taluni consentito e vi si può ricorrere in assenza di altre fonti di luce.

Si usa spegnere il fuoco subito dopo la benedizione, a indicare che è stato acceso appositamente per la cerimonia.

Prima della Havdalàh è proibito mangiare quando si fa buio. Chi avesse iniziato a mangiare quando era ancora giorno deve affrettarsi a finire.

Non si può lavorare prima di avere fatto l'havdalàh.

Chi, per qualsiasi motivo, non ha fatto l'havdalàh, ha tempo fino al tramonto di martedì (per alcuni fino al tramonto di domenica). Dovrà però dire solo la prima e l'ultima benedizione (essendo le altre due specifiche del Sabato sera).

Le donne sono tenute come gli uomini all'osservanza del rito.


La Mizvà modello culturale ebraico

La Mizvà, o meglio le Mizvoth, costituiscono in ogni tempo ed in ogni luogo il modello culturale migliore, e forse l'unico, che possa affermare l'identità ebraica. Questa asserzione, che non ha bisogno di esser dimostrata in un ambiente che viva con interezza la prassi delle Mizvoth, perché proprio attraverso essa afferma la propria identità ebraica, è invece degno di esser oggetto di trattazione in un ambiente, come quello italiano ed occidentale in genere, in cui, persa in gran parte l'osservanza di molte Mizvoth, si va alla ricerca della propria identità ebraica. Questo è stato il tema di una conversazione da me tenuta a Parma e a Padova in un giro di conferenze e lezioni che sto tenendo in Italia su invito del DAC. L'identità ebraica non può esser certo affermata su di una base biologica, priva di un contenuto spirituale e di azione, in quanto nulla è più lontano dall'ebraismo di una qualsiasi forma razziale. L'ebraismo si distingue dalle altre religioni note al nostro ambiente, e quindi difficilmente può esser definito come religione nell'accezione comune del termine, soprattutto per il suo carattere, mirabilmente e sinteticamente espresso nei Pirqè Avoth da cinque parole ebraiche: «Lo hamidrash 'iqqar ellà ha-ma'asè», che in un italiano moderno, meno conciso, si può tradurre: «Non la ricerca teorica, non le disquisizioni filosofiche o erudite sono quelle che contano, ma l'azione, la traduzione in atti concreti dei principi a cui si dice di aderire».

L'ebraismo parte sì da presupposti di fede – come quello dell'esistenza e dell'onnipotenza di Dio e quello della divinità della Torà – però nessuno dei suoi testi classici (Bibbia, Mishnà, Talmud, ritualisti antichi) li impone come dogmi da accettarsi acriticamente, ma piuttosto come elementi alla cui accettazione l'individuo deve essere portato attraverso l'educazione, che si basa soprattutto sulla pratica delle Mizvoth. L'azione dell'ebreo è centrata su questo mondo, e per quanto sia idea accetta alla tradizione ebraica che esista un altro mondo, in cui gli individui saranno retribuiti a seconda delle loro azioni in questo, l'ebreo non deve vedere come scopo ultimo delle sue azioni il godimento nel mondo futuro, ma il vivere da giusto su questa terra, godendo della vita, commo dono divino, entro certi limiti segnati dalle Mizvoth, tra cui assai importante quello che nessuno dovrebbe godere a scapito dei diritti altrui. Seppure ci sono nel campo ebraico pensatori e cerchie che hanno cercato di dare un carattere più dogmatico all'ebraismo e anche di sopravvalutare l'al di là, tutto ciò è riprova dell'asserzione che ciò che più conta è l'azione e non la posizione teorica; ché infatti tutte le varie tendenze ebraiche – se non si arriva ai riformati nelle loro varie gamme – sono concordi nell'affermare il valore assoluto della completa adesione all'osservanza delle Mizvoth come caratteristica precipua in questo mondo, né una frazione considera l'altra come «eretica» per il fatto che la pensa diversamente su questioni teologiche e metafisiche.

L'insieme delle Mizvoth ha lo scopo di fare di Israele il popolo eletto - non un popolo che abbia degli speciali privilegi; al contrario, un popolo che abbia doveri molto più gravosi e responsabilità molto più pesanti degli altri, allo scopo di costituire una società modello, in cui le idee di uguaglianza e fratellanza di tutti gli uomini, di giustizia, di amore nella società non siano solo belle frasi prive di contenuto, ma soprattutto atti concreti nella vita di ogni giorno e di ogni minuto dell'individuo e della collettività. Questa società può essere costituita dalla prassi delle Mizvoth, alcune delle quali sembrano avere lo scopo diretto di instaurare una società ideale come si è detto, mentre altre sembrano essere rivolte ad educarci all'accettazione dei principi metafisici ed altre ancora sembrano essere destinate soprattutto a tenerci sotto una rigida disciplina.

La prassi delle Mizvoth è, in sostanza, il modo di affermare il nostro «diritto ad essere diversi», di cui tanto si parla ai giorni nostri, ma che non si vede in che cosa si estrinsechi, allo stato attuale delle cose, se non in affermazioni verbali ed in strutture burocratiche.

Un ambiente assimilato in maniera piuttosto profonda, che voglia ritrovare la sua identità ebraica, non può che compiere a ritroso il suo cammino negli ultimi secoli, nei quali ha fatto gettito prima delle Mizvoth più strettamente «religiose» (come Shabbath, Kesheruth), poi di quelle di carattere sociale ed ultimamente va perdendo anche la santità della famiglia, che sembrava essere l'ultima inespugnabile roccaforte dell'ebraismo. Varie possono essere le vie per giungere ad una riconquista completa dell'identità ebraica, e solo per questa via Israele avrà un futuro; il problema è come e da quale punto invertire la direzione di marcia. Varie possono essere le possibilità e la scelta dipende moltissimo dalle posizioni soggettive di ogni individuo. Mi sembra che comunque nella società attuale, così sensibilizzata ai problemi di giustizia sociale, il primo passo per molti potrebbe essere quello di cercare di applicare in pieno le Mizvoth di carattere sociale: l'applicarle in pieno significa esser molto diversi da quello che avviene generalmente ai nostri occhi, perché non si tratterebbe certo di sventolare begli slogan, né di urlare i comizi o cortei né tanto meno di prendere con la violenza ad altri; ma si tratterebbe di un impegno continuo, di ogni giorno e di ogni momento, di applicare norme che portino alla cancellazione delle differenze di classe, delle sperequazioni economiche ed all'affermazione con i fatti dell'equivalenza di tutti gli uomini. È sì vero che una tale condotta, seguita da una sparuta minoranza in mezzo a masse estranee ad essa, non avrebbe un'immediata e diretta influenza sul mondo; ma certo essa servirebbe, se non altro, ad educare noi stessi, a conservare e vivificare quegli elementi che dovranno essere base della vera società ebraica che dovremo instaurare in Erez Israel indipendente. L'iniziare così il ritorno verso la propria identità ebraica riporrebbe in altri termini, più seri, il problema del sionismo e della 'alijà; il voler riprendere la prassi di tali Mizvoth porterebbe con sé la necessità di studiare ed approfondire l'ebraismo; e non vi è dubbio che queste azioni – prassi delle Mizvoth sociali e studio – ci riporteranno alla convinzione che senza adesione completa tutto il sistema delle Mizvoth, unico vero modello culturale ebraico, non vi è avvenire per l'ebraismo e che l'ebreo, che non desideri la scomparsa del suo popolo, non può che tornare ad esso, sia pure per gradi; l'ebraismo italiano, al punto a cui è arrivato, non può sperare in una sua sopravvivenza se non farà subito almeno i primi passi in questa direzione.

* * *

Nell'ambito dell'iniziativa suindicata ho visitato, nella seconda metà di aprile e di maggio, anche le Comunità di Venezia (due volte), Mantova, Firenze (tre volte), Torino, Modena, Trieste, Mentre, e sono stato una seconda volta a Padova; in esse ho trattato temi come quelli della storia e del contenuto della liturgia ebraica, l'aborto e la contraccezione nella Halakhà, la libertà di stampa e la difesa dell'individuo nella concezione ebraica, il messianesimo, la Kesheruth, gli anziani nella Bibbia. Inoltre sono intervenuto al Congresso dei giovani sionisti religiosi di Europa, tenutosi a Roma, con una lezione in ebraico sulle Mizvoth legate ad Erez Israel; ho trattato al Seminario su «Ebrei e società italiana», tenutosi a Livorno per iniziativa della FSI, il tema «Samuel David Luzzato e la sua scuola: loro insegnamento e valore attuale»; a Torino ho tenuto un breve seminario per le insegnanti della scuola ebraica su problemi didattici inerenti all'insegnamento dei Pirqè Avoth e delle Mizvoth alimentari; ho partecipato ad Asti, con un breve intervento, all'apertura della mostra dei ricordi ebraici di quella città.

Menachem Emanuele Artom


Spunti di Torà

La forza della preghiera

di Jehudà Zegdun

Esodo Cap. XXXII

7) E Dio disse a Mosè: «Va, scendi, poiché si è corrotto il tuo popolo che hai tratto dall'Egitto. 8) Si sono subito allontanati dalla via che Io avevo loro comandato, si sono costruiti un vitello di metallo fuso, si sono prostrati davanti ad esso, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: «Questo è il tuo Dio, Israele, che ti ha tratto dalla terra d'Egitto”». 9) E Dio disse a Mosè: «Ho constatato che questo popolo è di dura cervice. 10) Or dunque lascia che la Mia ira si accenda contro di loro, e Io li distruggerò e farò di te un grande popolo. 11) Allora Mosè supplicò il Signore suo Dio dicendo: «Perché si accende la Tua ira contro il Tuo popolo che Tu hai fatto uscire dall'Egitto con sì grande potenza e con mano forte? 12) Perché gli Egiziani dovrebbero poter dire: “È per far loro del male che li ha fatti uscire dall'Egitto, per farli finire fra le montagne e cancellarli dalla superficie della terra?” Trattieni dunque l'acceso Tuo sdegno e revoca la condanna minacciata al Tuo popolo. 13) Ricordati di Abramo, Isacco e Israele Tuoi servi, ai quali giurasti per Te stesso dicendo loro: «Io renderò la vostra discendenza numerosa come le stelle del cielo, e tutto questo paese che ho promesso di dare alla vostra prosperità, essi lo possederanno in perpetuo”». 14) E il Signore revocò la condanna che aveva minacciato di infliggere al Suo popolo.

L'importanza del passo qui sopra riportato non sta tanto negli eventi in esso narrati, quanto in ciò che se ne può dedurre, e cioè la forza che la Torah attribuisce alla preghiera. Il concetto di preghiera è molto complesso e può suscitare domande o obiezioni quali: a che cosa serve? Come può una preghiera influenzare Dio? Quale utilità può avere per l'uomo? E così via. Il nostro passo risponde a queste domande: esso dimostra che la preghiera può influire sulle decisioni divine e che è quindi un mezzo grazie al quale l'uomo può cambiare le sorti dell'umanità. Per arrivare a queste conclusioni occorre però studiarlo parola per parola, cominciando col dividerlo in due parti principali.

I parte – Descrizione del peccato commesso dal popolo e susseguente decisione divina id punirlo con la distruzione (versi 7/10).

II parte – Preghiera di Mosè e sua conseguenza (versi 11/14).

E adesso esaminiamo le due singole parti separatamente, iniziando da uno studio delle parole che Dio rivolge a Mosè.

Verso 7 – E Dio disse a Mosè: «Va', scendi, poiché si è corrotto il tuo popolo che hai tratto dall'Egitto.

Verso 8 – Si sono subito allontanati dalla via che Io avevo loro comandato, si sono costruiti un vitello di metallo fuso, si sono prostrati davanti ad esso, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Questo è il tuo Dio, Israele, che ti ha tratto dalla terra d'Egitto”».

Verso 9 - E Dio disse a Mosè: «Ho constatato che questo popolo è di dura cervice.

Verso 10 – Or dunque lascia che la Mia ira si accenda contro di loro, e Io li distruggerò e farò di te un grande popolo».

Constatando che il Suo popolo, quello stesso che solo quaranta giorni prima ha accettato i Comandamenti, si è costruito un vitello d'oro e si dà a pratiche idolatriche, Dio invita Mosè a scendere dal monte. L'espressione che usa per invitarlo a scendere, e cioè va', scendi, viene da alcuni interpretata anche in senso metaforico e starebbe qui a dire: scendi dall'altezza su cui sei salito.

Mosè è diventato capo del popolo ebraico e in quanto tale è stato importante agli occhi di Dio. Ora che il popolo ha violato la Legge costruendosi un vitello d'oro, ora che per questa colpa viene da Dio ripudiato, anche la figura di Mosè perde il suo carisma e deve quindi «scendere».

È questa un'interpretazione midrashica del testo, qualcuno però vi si è aggrappato anche in senso letterale per poter spiegare quel va', scendi. In effetti uno solo dei due imperativi sarebbe stato sufficiente. Siccome invece i verbi usati sono due, anche la loro interpretazione deve essere doppia: Va' = torna dal tuo popolo, scendi = dal livello carismatico sul quale sei salito.

Ma un altro particolare colpisce a una lettura più attenta, e precisamente quel tuo popolo… che hai tratto. Sembra strano che il vero protagonista dell'uscita dall'Egitto, e cioè Dio, affermi ora improvvisamente che il popolo ebraico non appartiene a Lui, bensì a Mosè, e che è stato Mosè a liberarlo dalla schiavitù egiziana, dopo aver detto più volte che il popolo nato dalla progenie dei Patriarchi è Suo e che Egli non Se ne potrà mai disinteressare.

Questa apparente incongruenza può essere spiegata se si tiene conto della grave colpa commessa dal popolo. Il popolo si è dato all'idolatria, quindi Dio vuole mettere bene in chiaro che Egli non lo considera più cosa sua e che esso non merita più di chiamarsi popolo di Dio. Lo stesso vale per l'uscita dall'Egitto, che può ormai considerarsi un capitolo chiuso e che perde il suo aspetto miracoloso proprio in quanto il popolo non ha saputo trarre dalla ritrovata libertà l'insegnamento in essa contenuto.

L'uscita dall'Egitto era destinata a iniziare una nuova pagina nella storia d'Israele, in quanto dimostrava che esistono valori superiori a quelli onorati dalla civiltà egiziana e da qualsiasi altra civiltà dell'epoca. Dandosi all'idolatria, il popolo ebraico ha rinnegato questi valori, e quanto questo rifiuto sia grave risulta evidente dalle parole che Dio pronuncia e che contengono una chiara allusione ai 10 Comandamenti. Un confronto sarà chiarificatore.

Contenuti del passo Comandamenti

Si sono costruiti un vitello di metallo fuso Non ti farai immagine alcuna

Si sono prostrati davanti ad esso Non ti prostrare davanti ad essi

gli hanno offerto sacrifici Non servirli (inteso nel senso del culto sacrificale)

e hanno detto: questo è il tuo dio, Israele…

Conoscendo l'animo umano, Dio non Si è limitato a prevedere dei possibili atti idolatrici, ma nei Suoi Comandamenti li ha descritti accuratamente proprio per mettere in guardia il popolo. Purtroppo quello ebraico è un popolo dalla dura cervice, che non solo ha trasgredito uno dei Comandamenti, ma ha aggravato la sua trasgressione dicendo: «Questo è il tuo Dio, Israele, che ti ha tratto dalla terra d'Egitto».

Ecco perché Dio dichiara implicitamente di non volersene più interessare, e consegna il popolo a Mosè invitandolo a scendere dal monte su cui era salito a prendere le tavole della Legge, che Egli stesso ha scolpite perché il popolo possa trovarvi una più completa comprensione del messaggio divino. Il popolo però non le merita più e col suo atto idolatrico ha rotto il patto stretto con Dio, come conseguenza:

Verso 9 – E Dio disse a Mosè: «Ho constatato che questo popolo è di dura cervice.

Verso 10 – Or dunque lascia che la Mia ira si accenda contro di loro, e Io li distruggerò e farò di te un grande popolo».

Prima di prendere in esame i differenti versi, sarà bene soffermarsi su un particolare che può sembrare strano. All'inizio del verso 9 è scritto: «E Dio disse a Mosè», e non si capisce bene che bisogno ci sia di ripeterlo: Dio non ha mai smesso di parlare e Mosè non gli ha ancora risposto. Che significato può avere questa ripetizione apparentemente inutile?

Una caratteristica biblica

Quando in un dialogo della Bibbia troviamo l'espressione E disse per due volte consecutive e riferita a un solo interlocutore senza che l'altro nel frattempo abbia preso la parola, la seconda, che sembra superflua, serve a far comprendere che fra le due persone che parlano c'è stata una pausa di silenzio, in quanto il secondo interlocutore non ha dato una risposta che il primo si aspettava. Oggi una simile pausa verrebbe espressa per mezzo dei puntini, dopo i quali il discorso riprende e continua. In mancanza della punteggiatura, la Bibbia sostituisce i puntini ripetendo E disse (vedi anche Genesi XXXI – 27 e 28). È appunto ciò che accade nel nostro passo: quando Dio comunica a Mosè che il popolo si è costruito un idolo, Mosè rimane stupefatto, senza parole, segue quindi un attimo di silenzio dopo il quale Dio riprende a parlare.

Prendendo ora in esame i singoli versi e addentrandosi nei particolari, noteremo immediatamente che mentre Dio ha esordito chiamando i popolo ebraico il tuo popolo, e cioè il popolo di Mosè, ora lo chiama questo popolo, con evidente disprezzo per il popolo dalla dura cervice.

Dio chiede il permesso di Mosè

E ora torniamo al verso 10 dove è scritto: «Or dunque lascia che la Mia ira si accenda…». Che cosa può significare l'espressione lascia? Forse che Dio ha bisogno di chiedere il permesso di Mosè?

Risponde Rascì: «Mosè non ha ancora pregato per loro (gli ebrei) e Dio dice lascia? Sì, perché Dio ha concesso a Mosè un'alternativa e gli ha fatto capire che la Sua decisione dipende da Lui: se Mosè pregherà per loro, Egli non li distruggerà.

Il discorso è chiaro. A regola, Dio dovrebbe distruggere il popolo ebraico che ha trasgredito il patto, ma vuole compiere un atto di misericordia e dimostrare che l'azione umana può arrivare perfino a cambiare una decisione divina, così offre a Mosè la possibilità di tentare. La fonte cui attinge Rashì, riferendola con la sua solita concisione, è un midrash che riportiamo qui sotto.

«Or dunque lascia… e li distruggerò. Forse che Mosè aveva i potere di trattenere Dio al punto di costringerlo a dirgli lascia? A che cosa si può paragonare questo fatto? A un re che si adirò con il figlio ed entrò insieme con lui in una stanza con l'intenzione di ucciderlo. Nella stanza il re gridò: «Lasciami, che lo voglio uccidere». Udendo le parole del re, il pedagogo che in quel momento si trovava fuori della stanza, pensò: Perché dice lasciami, se nella stanza sono soli? Evidentemente il re vuole che io vada a farlo desistere dal suo proposito. Per questo grida: lasciami».

L'immagine usata dal midrash è bella e rende la questione più chiara e vicina alla comprensione popolare. Rasì però lascia a bella posta le immagini e dà a tutta la parabola midrashica nel suo insieme la risposta che espone poi concisamente nel suo commento.

E passiamo ora alla seconda parte del passo: la preghiera che Mosè rivolge a Dio per farlo recedere alla Sua decisione.

11) Allora Mosè supplicò il Signore suo Dio dicendo: «Perché si accende la Tua ira contro il Tuo popolo che Tu hai fatto uscire dall'Egitto con sì grande potenza e con mano forte? 12) Perché gli Egiziani dovrebbero poter dire: «È per far loro del male che li ha fatti uscire dall'Egitto, per farli finire fra le montagne e cancellarli dalla superficie della terra?” Trattieni dunque l'acceso Tuo sdegno e revoca la condanna minacciata al Tuo popolo. 13) Ricordati di Abramo, Isacco e Israele Tuoi servi, ai quali giurasti per Te stesso dicendo loro: «Io renderò la vostra discendenza numerosa come le stelle del cielo, e tutto questo paese che ho promesso di dare alla vostra posterità, essi lo possederanno in perpetuo”». 14) E il Signore revocò la condanna che aveva minacciato di infliggere al Suo popolo.

La preghiera nel suo insieme può essere divisa in quattro parti. Le prime due contengono domande retoriche, delle quali la prima è un'obiezione rivolta a Dio, e la seconda riguarda i nemici di Dio. Le altre due parti contengono le richieste di Mosè, che prendono rispettivamente l'avvio dalle parole trattieni e ricordati. Se si volesse esemplificare tutta la preghiera in un semplice schema, avremmo;

Versi 11-12, domande retoriche Perché si accende la Tua ira…

Perché gli Egiziani dovrebbero…

Versi 13-14, richieste Trattieni dunque l'acceso Tuo sdegno…

Ricordati di Abramo…

Mosè restituisce il popolo a Dio

In tutta questa seconda parte del passo, il popolo ebraico viene chiamato il Tuo popolo e cioè il popolo di Dio, mentre nella prima parte viene intenzionalmente specificato che esso appartiene a Mosè. Si è corrotto il tuo popolo, ha detto Dio a Mosè nel verso 7, e Mosè ora ribatte affermando che, pure se ha peccato, il popolo ebraico è e deve continuare a essere il popolo di Dio, Il Tuo popolo.

Leggendo la Torah è necessario soffermandosi con occhio critico su ogni minimo particolare e tener conto di ogni variazione delle parole del testo, ed esaminando il nostro passo abbiamo visto quanti insegnamenti si possono ricavare da una sola parola cambiata. A proposito della parola Tuo come qui viene usata, il midrash dice:

«Poiché il tuo popolo si è corrotto. Rabbi Berachiah dice a nome di Rabbì Levì: “Un re aveva una vigna che aveva affidata a un mezzadro. Quando la vigna dava buon vino il re diceva: Quant'è buono il vino della mia vigna! E quando invece dava vino cattivo diceva: Quant'è cattivo il vino del mezzadro! Gli disse il mezzadro: Mio signore e re, quando la vigna dà buon vino dici: Quant'è buono il vino della mia vigna, e quando dà vino cattivo dici: Quant'è cattivo il vino del mezzadro. Buono o cattivo, il vino è sempre tuo”.

Così all'inizio Dio disse a Mosè: “E ora va', Io ti mando dal Faraone e tu fa' sì che il Mio popolo d'Israele esca dall'Egitto” (Esodo XXX – 10). Quando invece hanno costruito il vitello d'oro è scritto: “Va', scendi perché il tuo popolo si è corrotto”. Dice Mosè a Dio: “Signore del mondo, quando peccano sono miei e quando non peccano sono Tuoi? Colpevoli o innocenti, sono sempre Tuoi, come è scritto: Ed essi sono il Tuo popolo e il Tuo possesso (Deuteronomio IX – 29)”»

Il midrash tende qui chiaramente a mettere in evidenza il fatto che Mosè si aggrappa a ogni appiglio pur di salvare il popolo, e Mosè desidera far presente a Dio che, anche se ora ha commesso una grave trasgressione, in passato però il popolo ha compiuto anche delle buone azioni.

Un'obiezione fuori luogo

L'obiezione di Mosè sembra a prima vista fuori luogo. Dopo il grave errore commesso dal popolo, sembrerebbe logico che egli rivolgesse a Dio parole di supplica, per indurlo al perdono. Mosè invece risponde a Dio come se non fosse successo nulla di grave e, anzi, si meraviglia della Sua ira. Il popolo ebraico ha commesso una grave trasgressione e Dio non dovrebbe adirarsi?

Più avanti, poi, Mosè parla della grande potenza di cui Dio Si è servito per condurre il popolo in libertà, quindi, se le cose stanno così, a tanto maggior ragione dio ha il diritto di adirarsi. L'argomento Egitto, di cui Mosè si serve, sembra quindi togliere efficacia alle sue parole invece di renderle più convincenti.

L'Egitto, la chiave del problema

Il midrash si serve proprio dell'argomento Egitto per chiarire il discorso di Mosè: il popolo va compreso, difeso e salvato proprio perché ha vissuto in Egitto. Vediamo che cosa dice esattamente il midrash.

«Che hai tratto dalla terra d'Egitto. Perché parla dell'uscita dall'Egitto proprio qui? Disse Mosè: “Signore dell'universo, da dove li hai tratti? Non forse dalla terra d'Egitto dove tutti adorano la costellazione dell'ariete?”. Disse Rabbì Unnà: “Il caso si può paragonare a quello di un saggio che apre per il figlio un negozio di profumi nelle vicinanze di un mercato di prostitute. Il mercato influenza il figlio, il suo mestiere pure e lo spirito giovanile anche, e il ragazzo prende una cattiva strada. Un giorno il padre lo coglie in flagrante con una prostituta e lo rimprovera tanto acerbamente da volerlo uccidere. C'è però vicino un amico (del padre) che dice: Sei stato tu la causa della perdizione di questo giovane, e ora lo rimproveri? Fra tutti i mestieri gli hai insegnato proprio quello del profumiere e fra tutti i luoghi, gli hai aperto un negozio proprio in un mercato di prostitute.

Così Mosè disse: Signore dell'universo! Hai escluso tutti i luoghi della terra e li hai dati in schiavitù proprio agli egiziani che adorano la costellazione dell'ariete. Costruendo il vitello d'oro i Tuoi figli Ti hanno dimostrato di aver imparato proprio da loro… Tieni dunque presente da dove li hai fatti uscire!».

L'Egitto: un'attenuante

Il midrash trova nelle parole di Mosè un'attenuante capace di diminuire la gravità del sacrilegio. Il popolo ebraico è ancora giovane, inesperto, e non trova facile liberarsi dall'atmosfera inquinata nella quale Dio lo ha fatto vivere. Le parole con grande potenza e con mano forte, che sembrano indebolire l'arringa di Mosè, le danno invece forza, in quanto servono a sottolineare che Dio ha dovuto usare tutto il Suo potere per sottrarre il popolo all'ambiente in cui lo aveva condannato a vivere e che esso ha assorbito.

Il popolo va giustificato

Secondo altre fonti, Mosè parla dell'Egitto non per giustificare il popolo, ma per sottolineare la grandezza di Dio. Come Dio ha mostrato la Sua grandezza colpendo gli oppressori con la potenza della Sua mano, ora Mosè vuole che dimostri questa grandezza anche attraverso la misericordia. La mano forte deve essere quindi capace di compiere anche azioni non più rivolte contro i potenti, ma verso i deboli e gli smarriti, per aiutarli a rialzarsi dal fosso in cui sono caduti.

Ha importanza quel che pensano gli altri?

Esaminiamo ora la seconda obiezione di Mosè. «Perché gli Egiziani dovrebbero poter dire: “È per far loro del male che li ha fatti uscire dall'Egitto, per farli finire fra le montagne e cancellarli dalla superficie della terra?”» (verso 12). Anche qui le parole di Mosè sembrano poco chiare. Quel che pensano gli altri popoli avrebbe dunque tanta importanza da essere d'intralcio al compimento della giustizia divina?

Ha importanza perché…

Anche qui, per spiegare le parole di Mosè occorre fare una premessa. Dio ha scelto il popolo ebraico e lo ha lasciato liberato dalla schiavitù perché sia d'esempio all'umanità e trasmetta la Torah agli altri popoli. Se quindi distruggesse il popolo ebraico, tutto quello che Dio ha fatto fin'ora diverrebbe inutile: chi infatti rimarrebbe per portare il Suo messaggio agli altri popoli? E ancora: la giusta punizione divina nei confronti del popolo ebraico potrebbe venire intesa in modo errato: invece di considerarla un atto di giustizia applicato in seguito a una grave violazione, gli altri popoli potrebbero scambiarla per una vendetta divina. A un Dio che si interessa della sorte degli uomini e che non è insensibile ai loro problemi, vale invece la pena di strappare un decreto di perdono, perché come conseguenza di questo decreto il Suo nome potrà essere divulgato fra le genti. Da qui l'invito di Mosè: «Trattieni dunque l'acceso Tuo sdegno e revoca la condanna minacciata al Tuo popolo» (verso 12).

Sarà anche interessante notare che, quando Si propone di distruggere il popolo, Dio dice a Mosè: «… li distruggerò e farò di te un grande popolo», e che Mosè ribatte ricordandogli la promessa fatta più volte ai singoli Patriarchi: «Farò di te un grande popolo» (Vedi ad es. Genesi XII – 2).

Quando Mosè finisce di parlare, Dio perdona al popolo: «E il Signore revocò la condanna che aveva minacciato di infliggere al Suo popolo», e il popolo ebraico, che all'inizio del passo Egli non riconosceva più come Suo, torna a essere il Suo popolo. La parabola si conclude così come un cerchio perfetto, e noi chiudiamo questo articolo trascrivendo qui sotto le parole di Mosè accanto a quelle di Dio, in modo che tutto il dialogo nel suo insieme appaia più chiaro e comprensibile.

E Dio disse a Mosè Allora Mosè supplicò il Signore suo Dio dicendo

Ho constatato che questo popolo è di dura cervice. Perché si accende la Tua ira contro il Tuo popolo…?

Or dunque lascia che la Mia ira si accenda contro di loro e che Io li distrugga, e farò di te un grande popolo. Ricordati di Abramo, Isacco e Israele Tuoi servi, ai quali giurasti… Io renderò la vostra discendenza numerosa come le stelle del cielo.

Domande

1) Nella nostra lezione abbiamo visto che una delle caratteristiche del testo biblico è la ripetizione della formula «E disse» anche quando l'interlocutore di un dialogo non cambia. Questa caratteristica è reperibile anche nel Cap. III dell'Esodo. Sapresti indicare in che punto? E sapresti dire qual'è il motivo di queste ripetizioni?

2) Nel nostro passo Mosè è paragonabile ad Abramo, in quanto si prodiga per salvare il popolo ebraico come Abramo si prodigò per tentar di salvare le città di Sodoma e Gomorra. Sono dunque entrambi due giusti, però, secondo lo «Zohar», se si volesse fare un confronto fra di loro, risulterebbe che Mosè è più meritevole di Abramo. Sapresti dire perché. (Vedi Esodo, Cap. XXXII vv. 31-32).

Risposte alle domande del numero precedente

1) Secondo il midrash, non erano le acque a essere amare, ma il popolo, che assumendo un atteggiamento ribelle capovolgeva una situazione obiettiva. La tesi del midrash, molto attuale, viene tuttavia contraddetta dal testo stesso, dove si afferma chiaramente che Mosè addolcì le acque amare (vedi Esodo XV – 25).

2) Nel midrash i simboli di padre, figlio e cane corrispondono rispettivamente a Dio, popolo ebraico e Amalek. Il discorso del midrash è il seguente: Nonostante tutti i benefici e i miracoli operati da Dio a favore del popolo ebraico, questo popolo si rivela un figlio irriconoscente che dimentica con facilità suo padre, quindi Dio lo punisce inviandogli contro Amalek.

 


La tefillà e l'uomo moderno

La preghiera influenza le decisioni di Dio?

Nel nostro primo articolo (vedi Alef-Dac n. 3) abbiamo appena sfiorato una questione che potrebbe venire così enunciata: quale influenza esercita la preghiera sulle decisioni divine?

Proviamo a rileggere la preghiera di Chonì Ha-me'aghel e insieme ad essa leggiamo la preghiera che Mosè rivolge a Dio dopo che gli ebrei si sono costruiti il vitello d'oro (1). Vedremo che il Signore, non solo ascolta le preghiere, ma in alcuni casi arriva a revocare le Sue condanne.

Per convincere Dio a revocare la condanna minacciata contro gli ebrei, nella sua preghiera Mosè si serve di ben tre argomenti che però Dio conosce già (2). Viene quindi spontaneo chiedersi quali siano i ruoli di Mosè e della sua preghiera in questa particolare vicenda.

Il giusto comanda e Dio esegue

Il Talmud (3) dà una prima risposta a questa domanda.

Disse Rabbi Izchaq: «Come mai la preghiera dei giusti è stata paragonata al tridente (4)? Perché, come il tridente rimuove il prodotto del campo e lo porta da un luogo all'altro, così la preghiera dei giusti sposta gli attributi del Santo, benedetto sia, e l'attributo di misericordia sostituisce così quello di giustizia».

Seguendo il pensiero di Rabbi Izhaq, possiamo formulare la seguente ipotesi: il Signore, in cui sono presenti giustizia e misericordia, giudica in base a criteri di assoluta equità, ma prima di emettere una condanna desidera ascoltare dai Giusti tutte le giustificazioni che essi possono addurre in difesa degli individui o dei popoli che hanno peccato. Pregado Mosè, che è il giusto per eccellenza, rinuncia al suo ruolo di portavoce di Dio, si fa avvocato difensore e arriva ad assumere il ruolo che dovrebbe spettare al divino attributo di misericordia. Come conseguenza, le decisioni di Dio non subiscono alcuna modifica, ma il ruolo dell'uomo assume un'importanza determinante nella deliberazione dei decreti divini.

Il Talmud (5) interpreta e descrive tutta la vicenda in modo pittoresco e quasi blasfemo: «Or dunque, lascia che la mia ira si accenda contro di loro e che io li distrugga, e farò di te una grande nazione» (6). Dice Rabbi Abahu: Se non si trattasse di un passo biblico, non sarebbe possibile affermare una cosa simile. Il testo infatti insegna che Mosè agguantò il Santo, benedetto sia, come farebbe un uomo afferrando il compagno per i vestiti, e gli disse: «Padrone del mondo non ti lascerò andar via finché non avrai condonato la loro colpa e non li avrai perdonati».

Sempre Rabbi Abahu, sostiene poi in maniera anche più categorica l'importanza delle preghiere del Giusto (7). È scritto: «Il Dio d'Israele mi ha detto, mi ha parlato la Rocca d'Israele: Quando un giusto regna sugli uomini, il timore di Dio predomina» (7b). Qual'è il significato del testo? Dice Rabbi Abahu: Il verso va inteso così: «Il Dio d'Israele disse… io comando sull'uomo. Chi comanda su di me? Il Giusto!»

Di tutt'altra opinione è invece Ramban (8). Egli sostiene infatti che la preghiera e il suo eventuale esaudimento fanno parte dei grandi miracoli divini non manifesti. «… Anche se non determinano un cambiamento evidente nella natura del mondo, le nostre preghiere comportano meravigliosi prodigi (9)».

La preghiera ha quindi la possibilità di modificare il naturale processo della storia, anche quando ciò non appare evidente. La posizione di Ramban contiene anche una venatura di polemica contro quanti sostengono che Dio si disinteressa delle vicende umane.

Se l'uomo cambia se stesso…

La questione dell'influenza della preghiera sulle decisioni di Dio, trova ampio spazio nel «Sefer ha-'iqqarìm» di Josef Albo (10). Albo sostiene che i dubbi dell'uomo sulla potenza della preghiera sono in fondo equivalenti all'incertezza che lo portano a mettere in discussione l'esistenza di Dio: Se Dio ha già preso una decisione, come potrebbe una preghiera modificare la Sua volontà? Albo risolve la questione asserendo che la modifica delle decisioni divine è strettamente collegata alla misura in cui l'uomo è disposto a cambiare il proprio atteggiamento (11): «… la volontà di Dio è stata la stessa fin dall'inizio. Il decreto divino si realizza, cioè, solo se in una data situazione l'uomo mantiene un certo atteggiamento e di conseguenza una modifica nell'atteggiamento dell'uomo determina il mutamento della decisione divina». Secondo Albo quindi, la preghiera può modificare la situazione solo se chi prega è disposto a cambiare se stesso.

Sulla questione sono state recentemente espresse due opinioni diverse.

Dio non è un mezzo

Jeshajahu Leibowitz (12) considera la tefillà come una forma di servizio ('avodà), che l'uomo ha l'obbligo di compiere non tanto per soddisfare i propri bisogni psicologici ed esistenziali, quanto per adempiere a una mizwà. In questa ottica la tefillà spontanea ha un valore religioso decisamente inferiore perché, anche se consentita, fa parte di comportamenti che non sono stati comandati: chi prega in questa condizione, fa dell'uomo un fine e di Dio un mezzo per soddisfare i suoi bisogni. Scrive Leibowitz (13): «… l'obbligo religioso di “dire la preghiera con intenzione” non ha significato né valore, se non lo si intende nel senso che l'uomo, quando prega e si serve delle formule stabilite della preghiera codificata, deve avere l'intenzione di compiere un atto di 'avodat hashem (servizio del Signore). Non è possibile obbligare l'uomo – cioè ogni uomo e in ognuno dei mutevoli frangenti della vita – a porre sempre la medesima intenzione nel pronunciare le stesse lodi e le stesse richieste che, in alcune condizioni, non si confanno ai suoi bisogni e ai suoi sentimenti. Perciò proprio la preghiera che l'uomo dice in quanto obbligatoria e non perché mossa dai suoi sentimenti e dai suoi bisogni – proprio quella e soltanto quella – ha il significato di un atto religioso di accettazione del gioco del Regno Celeste, della Torà e dei precetti…». Per Leibowitz, quindi, la vera tefillà è quella che l'uomo fa nel momento in cui non avrebbe alcuna «voglia» di pregare e proprio quando lo risente come un obbligo. È ovvio allora che non si può parlare di tefillà spontanea ma di tefillà d'obbligo, codificata nella liturgia.

La tefillà come mezzo per completare l'uomo

Di diverso avviso è invece Rabbi Avraham Itzchaq ha-kohen Kuk (14). Egli non pensa che la preghiera possa modificare le decisioni divine, ma vede in essa il mezzo più efficace a disposizione dell'anima umana per riavvicinarsi a Dio. Secondo Rav Kuk c'è una differenza sostanziale tra l'essenza divina, non suscettibile di mutamenti, e l'immagine di Dio visto come padre e come re. Solo nei casi in cui Dio si presenta come padre o come re si può parlare di cambiamenti prodotti dalla preghiera. Quindi, sempre secondo Rav Kuk, la preghiera trasforma l'uomo e serve a innalzarlo purificandolo (15): «… chiunque prega deve capire che la preghiera è una legge meravigliosa stabilita da Dio nel Suo mondo, affinché le Sue creature si completino seguendo tutte le vie che portano all'integrità, e realizzino in particolare quel completamento morale di sé da cui la preghiera fiorisce…». La tefillà ha quindi un valore intrinseco, anche se non arriva a modificare le decisioni di Dio e il destino dell'uomo. L'uomo è l'unico essere dotato della possibilità cosciente di elevarsi con la preghiera e di purificarsi per arrivare fino a Dio.

Shalom Bahbout

(1) Esodo, cap. 32°, vv. 7-14.

(2) Vedi l'articolo «La forza della preghiera», di J. Zegdun in questo numero di Alef-Dac.

(3) Jevamot 64b.

(4) 'Eter in ebraico significa preghiera e tridente.

(5) Berachot 32a.

(6) Esodo, cap. 32°, 10.

(7) Berachot 33b.

(7b) 2° Samuele 23°, 3.

(8) Rabbi Moshè ben Nachman, detto anche Nachmanide (1194-1270). Noto per il suo commento alla Torà e per la controversia svoltasi a Barcellona nel 1263, in cui difese l'Ebraismo di fronte alle accuse della Chiesa.

(9) Commento a Genesi 46°, 15.

(10) Josef Albo, filosofo spagnolo (morto nel 1444). Nel «sefer ha-'iqqarim» dimostra che tutto l'ebraismo si fonda su tre principi ('iqqarim).

(11) Sefer ha-'iqqarim, IV Maamar, 18.

(12) Biologo e pubblicista, vivente. Ha pubblicato numerosi libri di argomento ebraico. Sarà pubblicata nella collana Alef-Dac la traduzione italiana della raccolta di saggi: «Jahadut, 'Am Israel, medinat Israel» (Ebraismo, popolo d'Israele, Stato d'Israele).

(13) «Ze u-lmad» -Tefillà, pag. 5-6. Ghiljonot le'ijum 'azmi ba-tefillà, pubblicati da «Ghesher», 1974.

(14) Rabbino Capo Ashkenazita di Erez Israel, morto nel 1937, noto per il tentativo di creare un ponte tra «religiosi» e «laici». Ha scritto vari libri di tendenza mistica, tra cui un commento (incompiuto) alla Tefillà.

(15) 'Olat Reajà, vol. I, pag. 14.

DIDA

Tjsh'à Be-Av al muro occidentale (Kòtel).

Bambini in preghiera all'Hechal Shlomò di Gerusalemme, cetnro del Rabbinato in Israele.


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