Alef Dac 9 - Dicembre 1981 - Febbraio 1982

Il nodo al fazzoletto (R. Di Segni)

Il filologo del terremoto (G. Limentani)

L'orologio dello Shabbath (M.E. Artom)

Indice Alef Dac

La storia e il significato del Tallèth; come e perché il rito è sopravvissuto a millenni di cambiamenti di moda

Quando un uso diventa abituale, è naturale che non desti più curiosità nel pubblico, e che non ci sia un interesse a capirne le origini e le motivazioni. Nell'ebraismo questa tendenza naturale è vista con diffidenza e ostilità, quando l'uso che non suscita più la curiosità intellettuale, il desiderio di capire, è una norma tradizionale. La regola, anche se messa in pratica, è come se perdesse l'anima, se non c'è un continuo dibattito, uno studio approfondito; diventa una "regola appresa" e basta, non vissuta, secondo un'antica e severa definizione profetica. Si pensa comunemente che le critiche della tradizione si rivolgano a chi osserva senza sentimento, o fede, o entusiasmo; forse è più corretto dire che la critica è invece diretta a chi osserva senza pensare, senza fare attenzione, senza sforzarsi di capire.

Per questo conviene almeno ogni tanto rimettere in discussione non le stranezze e le minuzie che sollevano l'istintiva curiosità, ma i riti maggiori diffusi e abituali. Un esempio può essere il tallèth, sul quale proponiamo qualche spunto iniziale di riflessione. L'oggetto rituale che chiamiamo oggi, piuttosto impropriamente, tallèth, diventa rituale solo per le appendici ai suoi quattro angoli, le frange, o tzitziòth. Senza queste frange rimarrebbe comunque, in ebraico, un tallèth, cioè un panno, ma non sarebbe più un oggetto rituale con specifici attributi. Già questa stranezza è un segno evidente dell'antichità della norma, che viene ormai da secoli osservata in modi piuttosto differenti da quelli iniziali. È infatti noto che in tempi biblici (le fonti della regola sono i Numeri 15:37-41 e Deuteronomio 22:12) gli abiti avevano degli angoli, e quindi la regola veniva a imporre un segno specifico ad abiti comuni. La moda è poi cambiata, e nelle società occidentali questi abiti non esistono più, salvo le eccezioni del tutto particolari degli scapolari in uso presso alcuni ordini monastici cattolici e delle sporadiche e pittoresche imitazioni dei ponchos messicani. Il cambio della moda ha quindi imposto alla tradizione ebraica una revisione del rito, e in pratica l'adozione di un oggetto rituale specifico, distinto dal normale abbigliamento. Il cambio più notevole, tuttavia, che ha comportato una sostanziale modificazione della forma del rito, riguarda il colore dell'oggetto. Come specifica la Bibbia, la frangia doveva essere di colore azzurro; per la tradizione orale, qui indispensabile per la comprensione del testo, il colorante era di natura particolare e preziosa, e arrivò il momento in cui non fu più possibile usarlo; per cui da allora le frange diventarono tutte bianche. È stata una variazione legittima? A distanza di secoli possiamo serenamente dire che nel momento in cui la decisione fu presa le possibilità erano due: o lasciar perdere, in difesa del più ferreo formalismo, un rito tipico ed essenziale, o continuare, sia pure informa diversa, un'osservanza portatrice di contenuti positivi. Inevitabilmente la scelta è caduta sulla seconda ipotesi. Così in proposito ragionavano i maestri del Talmùd (Bab. Menachòth 43b); la cosa somiglia alla storia di un re che aveva ordinato a due suoi servitori di procurargli dei sigilli; uno doveva essere fatto di argilla, e uno d'oro. Nessuno dei due servitori obbedì all'ordine ricevuto. Entrambi, è chiaro, sono colpevoli; ma la colpa è molto minore nel servo che doveva procurare un sigillo d'oro, e che evidentemente doveva faticare molto di più. Il senso della parabola è evidente; non ci si può sottrarre a un dovere con la scusa di raggiungere la perfezione; anche in una forma molto dimessa, ma concettualmente dello stesso significato, si può adempiere al proprio dovere e non ci sono scuse per sottrarvisi.

Se la forma del rito, come si è visto, ha subito notevoli variazioni, non altrettanto può dirsi del suo significato. C'è uno strano paradosso nella tradizione ebraica, ed è l'inspiegabilità di gran parte delle sue regole. In proposito la reticenza della Bibbia è esemplare. È molto difficile, praticamente una rarità, che la Toràth giustifichi in dettaglio i suoi numerosi comandamenti. Ebbene tra le rare eccezioni c'è appunto l'obbligo delle frange. Circostanza tanto più eccezionale se si considera che quelle che nella Bibbia sono "spiegazioni" di precetti sono in realtà delle proposizioni che, almeno per i lettori di oggi, pongono problemi di comprensione, ancora più difficili della norma stessa. Invece nel caso degli tzitziòth la chiarezza è esemplare. Il brano, che è notissimo perché fa parte dello Shemà, è di una struttura schematica e stilistica non casuale. Tre verbi indicano l'ordine: farsi delle frange, porvi la frangia celeste, e che questa divenga la frangia dell'abito; quindi le motivazioni, in una successione di cinque nette proposizioni: vedrete le frange, ricorderete i precetti, li metterete in pratica, non devierete dietro vista e sensi che vi fanno sbagliare. Subito dopo, con un'interazione atipica nel succinto stile biblico, compare la ripetizione al positivo dello stesso concetto: ricorderete, isserverete, e sarete santi; e questo per ribadire la sostanziale affinità del divenire santi con il rifiuto di seguire le tentazioni dei sensi. Dunque un messaggio chiaro: le frange sono un segnale che va portato come memoriale, come ricordo della propria posizione; un segnale che in ogni istante deve spezzare la catena condizionante del riflesso ed innastare una reazione razionale che domina il riflesso con la consapevolezza di far parte di una comunità sottoposta ad obblighi particolari. Il segno tramite di questo meccanismo è una frangia con dei nodi. Il nodo in ogni cultura porta ed evoca dei significati complessi, spesso antitetici: dall'uso nella magia nera per bloccare i parti, a quello protettivo, fino a quello, anche tra noi comunissimo, di segnale di ricordo (si pensi al nodo al fazzoletto). Nella Bibbia tutto questo è evitato e superato senza dubbi e con grande chiarezza. Ma non c'è solo il superamento di implicazioni banali o pericolose per l'ortodossia; c'è l'introduzione della dimensione storica; è quanto dice la fine del brano nei Numeri, quando, con un riferimento solo a prima vista fuori luogo, si ricorda l'uscita dall'Egitto. In termini un po' duri il rinascimentale ebreo romano Sforno così sintetizzava il senso delle frange: ricordatevi che siete miei schiavi. Ma è una schiavitù del tutto particolare, perché nasce dalla libertà da due vere schiavitù, citare nello stesso brano: quella delle pulsioni istintive ("l'occhio" e "il cuore"), e quella imposta da altri uomini. Quindi di un invito continuo ad esercitare una scelta tra diversi sistemi di valori. L'ebreo osservante evidentemente accetta il sistema di valori che gli propone la tradizione. È questo ragionamento l'implicazione sostanziale del tallèth; per questo Shim'on bar Jochài leggeva l'espressione "lo vedrete" (uritèm otò) non come un riferimento materiale alla frangia rituale, ma come un'indiretta citazione della stessa presenza divina: "Lo vedrete", più che "lo vedrete". Entrate in un ordine diverso, o perlomeno della scelta; ecco il senso mai cambiato di questa antichissima azione rituale.

Riccardo Di Segni

Parlando di tallèth non si può omettere una constatazione che in Italia è oggi d'obbligo. Se c'è una cosa che ancora distingue l'ebraismo italiano nella comunità l'Israele, è la tradizione d'arte, e l'eleganza con cui ha cercato di osservare il suo impegno ebraico. Proprio il tallèd, per dirlo nella comune pronuncia locale (mai venuta meno con questo termine) è sempre stato un oggetto pregevole, e fino a pochi anni fa, in ossequio ad una tradizione secolare, esisteva in Italia una produzione artigianale di questi oggetti, in seta. Basta entrare in una Sinagoga in un giorno festivo per vedere spuntare fuori da ogni gruppo familiare questi tallèdòd di seta, che contrastano con altri di seta importanti e di produzione ormai industriale, e con quelli più comuni, non meno belli, ma di un altro stile, di lana. La produzione di questi oggetti si è fermata; e con questo sta finendo anche una tradizione. Secondo stime approssimative, ma non tanto lontane dalla realtà, solo per il materiale un tallèth di quella seta berrebbe oggi a costare anche mezzo milione; è una cifra che da sola scoraggia la ripresa di un'iniziativa di produzione. Ma parlarne non è certo inutile; attendiamo in proposito il contributo di idee dei nostri lettori.


Nella Mantova della fine del Cinquecento un ebreo italiano applicò dei metodi di studio dell'ebraismo ancora oggi giudicati rivoluzionari

Chi avesse detto anche a una delle più eccelse, vaste e duttili menti ebraiche del Rinascimento, (chi usava) la filologia anche per studiare la nostra antica storia, si sarebbe trovato ad affrontare una reazione di sconcertata meraviglia. La filologia infatti, insieme con il terremoto che ha portato negli studi storici e nelle datazioni degli eventi del passato, era per i sapienti ebrei del tempo, lettera morta. Eppure, proprio durante il Rinascimento, e in Italia, nacque, visse e operò un uomo che potrebbe venir definito il primo storico-filologo della nostra storia e, da bravo filologo, scatenò un piccolo terremoto nel mondo ebraico. La cosa più strana è che il desiderio di affrontare gli antichi eventi con un metodo nuovo e filologico, nacque in lui proprio in un giorno di terremoto.

Si chiamava Azarià de' Rossi e nacque a Mantova nel 1511 da una delle più illustri famiglie dell'ebraismo italiano, il cui capostipite, come vuole la leggenda, era stato portato in Italia e a Roma dallo stesso imperatore Tito dopo la distruzione del Secondo Tempio. Da allora in poi e fino al 1500, epoca in cui risiedeva a Mantova sotto la protezione dei principi Gonzaga, la famiglia de' Rossi si rese famosa per aver dato alla cultura ebraica e italiana una lunga serie di studiosi, polemisti, rabbini e artisti di notevole levatura. Azarià non fu né il primo né l'ultimo dei de' Rossi che si rese famoso, ma la sua fama ha la qualità speciale che sempre accompagna coloro che con la loro opera creano una rottura nelle opinioni e nel sistema di studio e di lavoro noti e accettati nell'epoca in cui vivono.

Venendo da una famiglia di alta cultura, Azarià de' Rossi ebbe una solidissima educazione ebraica ed umanistica che continuò ad approfondire per tutta la vita, e uscì nel mondo per guadagnarsi il pane quotidiano con l'esercizio della medicina. Pare fosse un buon medico, ma non riuscì a procurarsi di che vivere largamente con questa professione né a Ferrara né ad Ancona né a Sabbioneta né negli Stati Pontifici, luoghi tutti dove risiedette più o meno a lungo. Quando nel 1569 il Papa espulse gli ebrei dalle sue terre, tornò a Ferrara dove una catastrofe naturale lo decise a fissare per scritto i risultati dei suoi studi e delle sue riflessioni.

La catastrofe fu appunto il terremoto che nel 1571 scosse Ferrara per dieci giorni consecutivi. Tutti, ebrei e non ebrei, abbandonarono la città per cercare rifugio nei campi, e qui Azarià incontrò uno studioso cristiano che in quel periodo si stava occupando degli scritti pseudoepigrafi greci. Conoscendo la fama di grande erudito del de' Rossi e pensando che egli conoscesse a fondo questa letteratura nei suoi testi originali ebraici, lo studioso lo interrogò sull'effettivo significato di alcuni passi e rimase molto sorpreso sentendosi rispondere che gli originali ebraici non esistono e che quel genere di letteratura era sconosciuto agli ebrei.

Se lo studioso rimase meravigliato, Azarià si rese conto subito dell'importanza che queti scritti, e in specie la lettera di Aristea dove si parla diffusamente della traduzione in greco dell'Antico Testamento, potevano avere per una ricerca approfondita sull'evoluzione della letteratura e della cultura ebraica post-biblica. Appena la terra smise di tremare, decise di mettersi al lavoro, non solo traducendo la "lettera" in questione, ma anche studiando e raffrontando gli altri testi fra loro e con gli scritti ebraici accettati dalla tradizione rabbinica, come ad esempio il Talmùd.

Nacque così la sua grande opera intitolata Meòr einàim (L'illuminazione degli occhi), che inizia con un'accurata e vivida descrizione del terremoto, accompagnata descrizione del terremoto, accompagnata da un dotto discorso sulle ragioni e sui significati attribuiti a questo fenomeno dagli studiosi medievali non ebrei e dai maestri del Talmùd. Segue la tradizione della lettera di Aristea che sfocia nella terza, più lunga e più importante parte del libro, intitolata Imrè Binà (parole di saggezza) e divisa a sua volta in sessanta capitoli. Fu questa parte, dedicata allo studio dello sviluppo della Bibbia e della cronologia, poesia e cultura ebraiche, a scatenare il terremoto.

Confrontando e paragonando le opere dei filosofi e degli storici latini e perfino dei Padri della Chiesa con gli scritti dei Grandi maestri ebrei, e usando una tecnica assolutamente nuova per gli studiosi del suo tempo, Azarià de' Rossi vi giunse, soprattutto nel campo della cronologia storica, a conclusioni sbalorditive che oggi sappiamo per la maggior parte esatte, ma che allora suscitarono scalpore e scandalo nell'ebraismo tradizionale. Si arrivò addirittura a un decreto di scomunica, non contro di lui personalmente data la limpidezza, il rigore e l'integrità della sua vita, ma contro chiunque leggesse o fosse trovato in possesso del suo libro. Anche nella lontana Safed il decreto fu controfirmato, e il grande Rabbi Löw di Praga dedicò buona parte del suo lavoro ad attaccare il de' Rossi e i suoi insegnamenti.

Perfino a Mantova, dove egli era ben noto e dove il suo libro era stato stampato, se ne proibì lo studio ai minori di venticinque anni, tanto che Azarià, amareggiato, prima di morire nel 1578, riprese la penna per scrivere il Matzref ha-kesef (la purificazione dell'argento), una risposta ai suoi critici, che tratta in special modo la questione del calendario e della cronologia.

Il bando contro l'opera di Azarià de' Rossi durò fino al XVIII secolo, quando i maskilim vi trovarono idee rispondenti alle loro. Oggi sappiamo con certezza che egli aveva in massima parte ragione e possiamo con rispetto considerarlo tra i primi filologi della storia della cultura ebraica.

Giacoma Limentani


A che serve e come si usa uno strumento indispensabile in una casa osservante

È ben oto che, tra i vari divieti vigenti nello Shabbath, vi è quello di accendere e spegnere fuochi e lumi. Al tempo stesso, la tradizione ebraica-rabbinica (a differenza di quella samaritana e di quella caraitica) dà grande importanza al fatto che le case siano illuminate di Shabbath, meglio e con maggiore festività che non nei giorni feriali, tanto che l'accensione dei lumi sabbatici è considerata una Mitzwà la cui esecuzione è accompagnata da una speciale formula di ringraziamento (Berakhà).

Come in altri campi, la tecnica moderna viene incontro all'usanza di avere la casa bene illuminata di sabato: resta naturalmente fermo che sono esclusi la diretta accensione dei lumi elettrici ed il diretto spengimento degli stessi in quel giorno. Non solo: nonostante un'opinione popolare contraria, queste operazioni sui lumi elettrici sono vietate anche nei giorni di festa solenne (Jom Tov). i è però uno strumento che permette di godere delle luci elettriche, durante lo Shabbath ed i giorni festivi, nelle ore notturne, od in altre ore in cui siano necessarie, di interrompere il funzionamento nelle ore in cui servono, e di riavere le luci nuovamente accese prima della fine dello Shabbath. Si tratta del così detto orologio dello Shabbath ("Timer") che opportunamente regolato può dare tutti questi risultati.

L'uso dell'orologio dello Shabbath è estremamente semplice. Chi vuole usarlo deve solo avere l'avvertenza di inserire il funzionamento nel circuito elettrico dei locali che intende illuminare, disporre gli indicatori a vite di cui è dotato sulle ore in cui desidera l'accensione e lo spengimento delle luci e, ovviamente, aprire gli interruttori delle luci desiderate. L'orologio provvede poi da sé a far passare e bloccare la corrente nei momenti desiderati.

Qualcuno potrà obiettare: che differenza c'è tra accendere e spengere direttamente le luci e servirsi di questa via indiretta, di questo strumento meccanico? La differenza c'è ed è assai notevole: basti pensare a quelle che sono le caratteristiche dello Shabbath. Quel che in quel giorno non è lecito, non è un certo atto materiale: una simile proibizione porterebbe ad un'interpretazione magica dell'istituto, ben lontana dall'idea ebraica. Non è permesso che l'uomo ebreo compia certi atti e la sua astensione personale dagli atti in questione può avere vari significati. Nel caso particolare possiamo sottolineare che, astenendosi da certe azioni, l'uomo si abitua alla disciplina che la Torà vuole sia norma costante nella sua vita. Astenendosi dal compiere certe azioni di Sabato, l'ebreo riconosce con i fatti di non essere padrone assoluto delle forze della natura: il dominio di esse gli è stato concesso dal Signore, e nel giorno a Lui sacro ci si astiene dall'usare tali forze, senza però escludere che se ne possa godere senza avere compiuto durante il Sabato nessun atto volontario e diretto per influire su di esso. Le cose di cui si ha bisogno per il Sabato vanno preparate da prima. È nel giorno feriale che si deve predisporre tutto ciò che è necessario perché il giorno del riposo sia piacevole al massimo.

È superfluo dire che l'orologio dello Shabbath può essere utile non solo per le luci, ma anche per altri scopi che rendano lo Shabbath più piacevole, come la messa in azione (o l'interruzione dell'azione) di stufe e condizionatori d'aria. È invece proibito servirsene per gli scaldabagni, in quanto di Sabato è proibito usare acqua che sia stata scaldata in quel giorno con qualsiasi mezzo che non sia il calore del sole. Né va usato per far funzionare elettrodomestici (lavatrici, lavavivande) in quanto l'uso di tali mezzi, sia pure indiretto, equivale all'occuparsi durante il Sabato delle necessità dei giorni di lavoro.

Se si ha una serie di giorni consecutivi in cui è proibito accendere lumi elettrici (nella Diaspora ciò avviene in tutte le feste), naturalmente l'orologio deve essere predisposto prima dell'inizio del primo giorno della serie, per tutti giorni della serie stessa. È preferibile che non si facciano mutamenti nelle ore di accensione e spengimento dopo l'inizio del Sabato o della festa; comunque, in caso di necessità, si considera permesso spostare le viti per ritardarne l'azione, ma mai per anticiparla. L'anticipo è permesso solo se ha per scopo la facilitazione dell'adempimento di una Mitzwà (per esempio tenere una riunione di studio di Torà che non era stata programmata) o per la necessità di un malato (non in pericolo di vita, perché per chi sia in pericolo di vita è Mitwà compiere tutte le azioni normalmente proibite di Shabbath, in quanto servono ad aumentare la possibilità di sopravvivenza del malato stesso).

Per ciò che riguarda l'uso dell'orologio dello Shabbath in relazione con la "plata", vanno tenute in conto le limitazioni dell'uso della stessa indicate nello scritto pubblicato sul numero precedente.

Menachem Emanuel Artom


© Morashà 2002

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