Alef Dac 10 - Marzo - Maggio 1982

L’onor del mento (R. Di Segni)

Di sabato non porto (M.E. Artom)
Indice Alef Dac

Barba sì, barba no, barba come: una disputa tra le varie scuole su una disposizione del levitico

Nel 1720 un gruppo di ebrei italiani si recò a Salonicco per affari. Tra gli ebrei della comunità locale e i nuovi venuti risaltava una speciale differenza: gli italiani no avevano la barba, perché se la tagliavano nei modi consentiti dalla tradizione; i loro confratelli, invece, erano, almeno in questo, più rigorosi, per cui la differenza era troppo evidente, e i rabbini locali poco disposti a tollerarla. Dai rabbini partì l’ordine di farsi crescere la barba; gli italiani protestarono e ricorsero ai maestri del luogo d’origine, che si divisero in merito alla questione; alla fine valse il principio che i nuovi venuti dovessero rispettare le consuetudini locali.

L’episodio è un esempio evidente dell’articolazione di opinioni che si è verificata nel corso della storia in merito alle modalità di osservanza di una norma biblica, le cui origini e significati sono ancora oggi per molti aspetti discussi. Sono solo due versi biblici a sollevare il vespaio di opinioni; ma poiché coinvolgono la parte più importante dell’aspetto fisico dell’uomo, è logico che la questione sia tanto dibattuta.

La fonte legale della disposizione è al verso 27 del capitolo 19 del Levitico: "non tagliate in tondo l’estremità della vostra capigliatura e non radere gli angoli della tua barba"; il verso è inserito in un contesto di disposizioni contro comportamenti genericamente definibili come idolatrici: è preceduto dal divieto di stregonerie, e seguito dal divieto di farsi delle incisioni nel corpo in caso di lutto. La norma viene ripetuta due capitoli più avanti, con due differenze importanti: la rasatura è indicata con un termine diverso (galach), e la regola riguarda in particolare i sacerdoti (Lev. 21:5). A questo punto sono due i problemi che da sempre la critica si è posta in proposito: il senso generale della disposizione, e le implicazioni della ripetizione della norma per i sacerdoti. Le opinioni espresse sono tante che è impossibile riassumerle in poco spazio. Ma almeno bisogna ricordare i termini principali. Il primo dato è che una grande corrente di interpreti è convinta che la norma ha un preciso significato antiidolatrico. Maimonide è tra i più autorevoli sostenitori di questa opinione; egli sostiene che la rasatura è proibita perché è un segno di appartenenza a un sacerdozio pagano. Molti altri dissentono, sottolineando come la regola deve essere inquadrata nell’ambito vasto delle norme bibliche inspiegabili, le cosiddette "decisioni del Re" (ghezeròth Mélekh), che vanno osservate in quanto tali, e non perché hanno una motivazione razionale.

La discussione in questo caso non è un puro esercizio esegetico, ma ha dei riflessi pratici: se infatti si ammette che la regola vuole impedire una pratica pagana, possono essere ammesse delle deroghe in casi particolari nei quali questo rischio non si pone, mentre c’è la necessità di adeguarsi a una moda; il caso classico è quello di come si deve comportare un ebreo quando è uno stretto collaboratore delle più alte autorità civili. Emerge in questa discussione l’elemento nascosto di tutto il problema, che condiziona in ogni momento storico, più o meno consciamente, i termini. La barba e la capigliatura non sono solo un fatto religioso; sono, soprattutto, una questione di costume e di moda; ancora oggi si è giudicati per il taglio dei capelli e della barba, e l’aspetto fisico diventa portatore di segnali di conformismo o di contestazione, o di appartenenza a gruppi e classi sociali particolari. Nell’ambito più specificatamente religioso, le tradizioni in proposito hanno origini lontane nel tempo. Il simbolo connesso con un tipo di taglio particolare è quello dell’appartenenza a un servizio; per cui i sacerdoti di alcuni culti, (quello di Iside per esempio), si sottoponevano a tosatura, ed era anche diffusa la consuetudine di radere la testa agli schiavi; da qui, secondo alcuni sarebbe derivato l’uso cristiano della tonsura, che un tempo, in alcuni riti, veniva fatto a tutti insieme al battesimo, e non riservata, come in seguito, a categorie speciali. Maimonide aveva quindi ragione a richiamarsi agli usi non ebraici per inquadrare la norma; ma il discorso va forse più allargato, in questo senso: la Toràh impone sistematicamente delle scelte all’uomo, in ogni suo comportamento; è quindi coerente con questa logica una norma che disciplini semplicemente e in modo univoco il taglio di barba e capelli, vista l’importanza che ciò può avere nel costume umano.

Qui risalta il contributo della legge orale, della halackàh, il cui compito è quello di dare una spiegazione di quanto nel testo biblico è poco chiaro, insieme ad un indirizzo preciso e costante nel tempo. Così la regola rabbinica risolve la possibile contraddizione tra norme per la comunità e norme per i sacerdoti emergente nei due versi sopra citati del Levitico; storicamente e criticamente si potrebbe supporre una originaria limitazione del divieto ai soli sacerdoti, poi estesa a tutta la comunità; oppure un maggior rigore nel divieto riguardante i sacerdoti, che si esprime con un verbo differente. Ma l’interpretazione rabbinica vuole dare una regola univoca, e in questo probabilmente riflette una situazione consolidata ormai da secoli; per cui conclude che le due regole si integrano e spiegano a vicenda: il radersi (ghillùach) del pelo, come avviene con la lama del rasoio (vedi riquadro).

La regola ha avuto comunque delle profonde evoluzioni per influssi di vario tipo, come si è prima accennato. È soprattutto da ricordare l’importanza che ha avuto nella tradizione l’atteggiamento dei cabalisti seguaci di Luria, a cui si attribuisce l’avvertenza a non toccare la barba neppure con le forbici. Si pensi a quanto è cambiato il costume ebraico: all’epoca talmudica risale un’ampia normativa sull’obbligo di riordinarsi la barba alla vigilia delle ricorrenze festive, o sul divieto di tagliarsi la barba nei giorni di lutto stretto (segno che altrimenti la barba veniva riordinata). Comunque, in coerenza con l’insegnamento di Luria, in vaste comunità la barba intonsa è diventata un segno immediato di appartenenza all’ebraismo, e come tale un valore da difendere in assoluto; all’inizio di questo secolo, ci informa la Jewish Encyclopedia (alla voce Beard, cui si rimanda il lettore per molti particolari interessanti) "in tutta l’Europa Orientale la completa rimozione della barba" era "considerata come un segno evidente di rottura formale con il giudaismo rabbinico". Questa posizione oggi si è attenuata, ma in molti ambienti tradizionali ancora la pensano così, tuttavia neppure tutti i cabalisti erano d’accordo; dall’Italia, che in passato sembra essere stata il centro dei difensori del mento rasato (secondo le regole), deriva una dimostrazione cabalistica del concetto che la proibizione della rasatura vale solo nella terra d’Israele. Insomma, il problema ha sollevato sempre grandi discussioni, e l’unico punto di riferimento restano le fonti della halakhàh consolidata. Come per i non ebrei "l’abito non fa il monaco", così tra gli ebrei molti sono opposti al "culto della barba"; nella Jewish Encyclopedia è citato questo epigramma di Josef del Medigo, che in traduzione libera suona così: "se gli uomini dovessero esser giudicati saggi dalle loro barbe allora le capre sarebbero le più sagge creature della terra".

Riccardo Di Segni

Aspetti pratici dell’osservanza

• Il divieto biblico è nell’interpretazione rabbinica riferito ai capelli che crescono sulle tempie (dalle orecchie alla fronte) e a cinque punti della barba; poiché vi sono diverse opinioni sulla localizzazione precisa di questi punti, il divieto è esteso a tutta la barba.

• Sono esenti dall’osservanza solo le done; comunque, secondo l’opinione prevalente, alle donne è proibito radere gli uomini nei punti sopra citati.

• Il taglio è proibito con il rasoio ed è permesso generalmente con le forbici. È consentito anche l’uso di pinze e sostanze depilatorie. Il rasoio elettrico è consentito in quanto la lama non aderisce strettamente alla pelle.

• Le regole sono codificate in Shulchàn Arùkh, Jorèh De’ah, § 181; per dettagli ulteriori v. Talmudic Encyclopedia, vol X (alla voce haqqafàth haròsh) e vol. XI (alla voce hashchatàth zaqàn).


Lavori permessi o proibiti

Durante il Sabato il trasporto di oggetti è vietato. Questo pone grossi problemi in casa e fuori. In quale modo vengono risolti.

Una delle norme meno note nell’osservanza dello Shabbath e, diciamolo pure, di quelle più difficilmente comprensibili, è quella riguardante il "tiltul", letteralmente "smovimento" e che ha come argomento lo spostare oggetti da luogo non aperto al pubblico ‘"reshuth ha-jachid") a luogo aperto al pubblico ("reshuth ha-rabbim") o ad esso assimilato, o all’interno di uno di questi ultimi. Le regole su questo argomento sono estremamente complesse e minuziose ed in un breve articolo come questo non possono esservi che note sommarie ed indicative, ben lungi dall’essere complete ed esaurienti.

I principi fondamentali sono che è proibito portare qualsiasi oggetto dal "reshuth ha-jachid" al "reshuth ha-rabbim" e viceversa, che è proibito smuovere per un tratto superiore alle 4 braccia (poco più di 2 m) qualsiasi oggetto che si trovi entro il "reshuth ha-rabbim", mentre non vi è nessuna limitazione allo spostamento di oggetti entro il "reshuth ha-jachid".

Significato dei lavori permessi o proibiti

Questa proibizione è una di quelle che provano nel modo più palese che ciò che distingue i lavori permessi da quelli proibiti di sabato non è la fatica eventualmente connessa con l’esecuzione del lavoro, in quanto il trasporto anche solo di uno spillo dalla casa alla strada costituisce infrazione del divieto, mentre trasportare anche mobili pesantissimi da una stanza all’altra in una stessa casa non costituisce infrazione ad alcun divieto sabatico. In genere si può dire che sono proibiti di sabato i lavori che importino una trasformazione di elementi naturali o di materie che abbiamo a disposizione, ossia una creazione tangibile e si può supporre che il significato profondo di tali proibizioni sia il riconoscere che ciò che si trova a nostra disposizione ci viene dato solo in usufrutto dal vero Padrone di tutto, da Dio creatore; rinunciando un giorno alla settimana a dominare la materia a nostra disposizione trasformandola, riconosciamo tangibilmente che non ne siamo padroni assoluti. Il divieto di trasportare oggetti dalla proprietà privata a quella pubblica, o entro quest’ultima, può avere un significato analogo: anche lo spostare oggetti, senza far subire loro trasformazioni, al di là della nostra casa, ci fa sentire che vi è Chi domina anche sullo spazio, che il nostro potere di servirci delle aree pubbliche è limitato dalla signoria di Dio.

Come sempre, il cercare di capire il significato e lo scopo di un certo divieto costituisce uno sforzo mentale, che può aiutarci a renderci conto del significato delle nostre azioni ed avvicinarci a sentirne il valore; ma si tratta sempre solo di un’ipotesi; il fatto che tale ipotesi non ci soddisfi o che risulti infondata, non ci esime dall’obbedire alla Mizvà, in quanto atto doveroso di disciplina ebraica.

Le strade e le città

Tornando alla normativa del nostro argomento, occorre mettere in chiaro che, secondo la Torà scritta, è "reshuth ha-rabbim" solo una strada pubblica, che sia larga almeno 16 braccia (circa 8-9 m) e da cui passino almeno 600.000 persone al giorno, ma per disposizione rabbinica è considerata come tale anche ogni altra strada pubblica che non abbia tali caratteristiche; più avanti vedremo perché sia necessario aver presente questo punto, per quanto anticamente non faccia differenza il fatto che una proibizione sia stabilita dalla Torà o dai Maestri.

Si ha un’altra categoria, detta Karmelith, che è costituita da campi o da eree sgombre da costruzioni che non siano strade; per disposizione rabbinica si applicano alla Karmelith le stesse norme che al "reshuth ha-rabbim" ed è proibito il trasporto di oggetti dall’uno all’altra di queste categorie di terreni, e naturalmente pure dal "reshuth ha-jachid" alla Karmelith e viceversa. Sempre per disposizione rabbinica è proibito il trasporto di oggetti dal vero e proprio "reshuth ha-jachid", cioè abitazione privata o gruppo di abitazioni private di proprietà unica, a ciò che è detto "chazer", cioè zona chiusa, di proprietà privata, che però serve al passaggio di proprietari o abitanti di abitazioni diverse; nelle case di tipo moderno esempio classico di "chazer" sono le scale ed i passaggi comuni di un condominio; essendo il "chazer" in realtà un tipo particolare di "reshuth ha-jachid" è proibito il trasporto di oggetti anche da esso alla Karmelith o al "reshuth ha-rabbim" e viceversa.

Il trasporto di oggetti

"Trasporto di oggetti" significa farli passare da un posto a un altro in qualsiasi forma, cioè tenendoli in mano o in tasca o gettandoli o trascinandoli. Non è considerato trasporto di oggetti il portare su l proprio corpo abiti, copricapi ed ornamenti, purché tali oggetti abbiano normalmente quella caratteristica e siano indossati nel modo normale; così, per es., è permesso portare un cappello sopra la kippà, indossare quanti abiti o soprabiti uno sull’altro si vuole, andare con le mani calzate da guanti, portare — specialmente le donne — collane ed orecchini, e sia uomini che donne possono portare anelli ed orologi, questi ultimi però solo di metallo pregiato (oro, platino, incrostati di pietre preziose"; è invece proibito, per esempio portare un cappello e dei guanti in mano, un soprabito sul braccio, o tenere al braccio o alla catena un orologio di semplice metallo.

Il trasportare esseri viventi capaci di camminare da soli non è considerato trasporto proibito, quindi non è proibito portare un bambino di età di camminare che si sia stancato, ma è proibito portare in braccio un infante che non sappia ancora camminare; è sottinteso che sia proibito portare chiunque in carrozzina, perché in questo caso infrange anche il divieto di "portare" la carrozzina.

L’infrazione al divieto di trasportare oggetti vale anche se il trasporto ha come scopo l’adempimento di una Mizvà, per esempio portarsi il Talleth o il Siddur al Beth ha-Kenèseth per seguire la Tefillà. È altrettanto proibito seguire l’abuso invalso in alcune Comunità italiane di dare a chi va a Sèfer un modulo da riempirsi a fine di Shabbath, presupponendo che venga portato via di sabato, per indicarvi l’importo di eventuali offerte, o la richiesta di alcune Comunità che il Bar-Mizvà porti il sabato mattina un documento o altre carte, o il fare la Milà di sabato al Beth Ha-Kenèseth quando la cosa richieda che vengano trasportati di sabato il bambino o gli strumenti del Mohel, ed almeno per il primo la cosa è inevitabile. i sono sì dei ritualisti che sostengono a scopo di Mizvà, a far compiere il trasporto da non ebrei, e quindi secondo questa opinione, si potrebbe fare la Milà al Beth Ha-Kenèseth, purché il bambino sia portato e ricondotto, ovviamente a piedi, esclusivamente ad opera di non ebrei; ma anche questa soluzione è dubbia, di non facile realizzazione pratica e non raccomandabile; è invece preferibile che la Milà venga eseguita nell’abitazione o nella clinica in cui il bambino si trova da prima di Shabbath e che gli strumenti vi vengano portati prima dell’inizio dello Shabbath.

Il divieto di trasportare oggetti fuori di casa pone dei problemi pratici per degli oggetti di prima necessità come il fazzoletto e le chiavi di casa. Si può risolvere il problema portando il fazzoletto al collo o legato ad un braccio, come se si trattasse di una sciarpa o di un copripolso, quindi come capi di vestiario; per le chiavi, si possono fissare ad un elastico o a una fettuccia, che assuma la forma e la funzione di cintura per i fianchi, ed in cui le chiavi servano da fibbia.

Gli "‘Eruv"

Allo stesso tempo in cui i Maestri hanno stabilito dei rigori nei divieti di trasporto di oggetti, hanno pure dato disposizioni per il loro alleviamento subordinatamente al compimento di una formalità, detta "‘Eruv" (letteralmente; mescolanza), in grazia della quale più di un chazer, delle zone di Karmelith e delle zone considerate come "reshuth ha-rabbim" per decisione rabbinica assumono il carattere di "reshut ha-jachid" per tutti gli interessati. Uno di questi modi è il "‘eruv chazeroth": mettendo un pane, di proprietà di tutti gli usufruenti di uno stesso "chazer" in una delle abitazioni che si aprono su di esso, e recitando una speciale formula, accompagnata dalla Berakhà sul ‘Eruv, tutte le abitazioni che si aprono su quel chazer ed il chazer stesso vengono considerate come un unico "reshuth ha-jachid" e quindi è permesso il trasporto di oggetti dalle abitazioni al chazer e viceversa e da un’abitazione all’altra.

Un altro tipo di ‘Eruv permette di considerare come un unico "reshuth ha-jachid" tutte le case, le strade e le parti di Karmelith comprese tra esse, che facciano parte di una stessa città o di parte di essa; per poter addivenire a questa sistemazione, oltre alle formalità necessarie per il "‘Eruv chazeroth", occorre che si verifichino tutte le condizioni seguenti: 1) nessuna via della città o della zona sia percorsa quotidianamente da più di 600.000 persone; 2) tutta la zona interessata sia cinta da mura o da fossati o delimitata dal mare o da un fiume o sia circondata da fili che passino per la larghezza di tutti gli spazi aperti alle sue estremità; 3) la città o la zona siano, almeno formalmente, proprietà ebraica; 4) se la città o la zona sono abitate prevalentemente da non ebrei, una via almeno sia esclusa dalla sistemazione, come luogo di passaggio riservato alla maggioranza.

Sotto queste condizioni, si può trasportare liberamente oggetti da case a vie della zona in questione e viceversa. Nelle condizioni attuali è estremamente difficile mettere in atto questa sistemazione fuori di Erez Israel; là invece è stata messa in atto nella stragrande maggioranza dei centri abitati, ivi comprese tutte le città. In Italia (e, a quanto ci risulta, in tutta Europa) questa sistemazione è in atto solo nella zona del Ghetto Vecchio e del Ghetto Nuovo di Venezia.

Le restrizioni e le norme suesposte relative ai trasporti di oggetti valgono anche per il giorno di Kippur, mentre nelle altre feste solenni il "Tiltul" non è, a parere della stragrande maggioranza dei Maestri, sottoposto a nessuna limitazione.

Menachem Emanuel Artom


© Morashà 2002

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