Alef Dac 18

Il rogo del Talmud (J.N. Pavoncello)

Il cimitero ebraico a Venezia (B. Canarutto)

Indice Alef Dac

Rosh ha-Shanà del 1553

Il rogo del Talmud

… Affinché sappiano le vostre generazioni… (Levitico 19, 42)

Il 9 settembre 1953 si compivano quattro secoli dal giorno in cui venne dato alle fiamme il Talmud pubblicamente in Piazza Campo di Fiori a Roma, dove alcuni anni dopo verrà arso vivo il marrano Josef Saralvo e dove dopo più di mezzo secolo subirà la stessa sorte il pensatore e filosofo Giordano Bruno (v. «dai Canti d'Israele in Italia» a cura di Sh. Bernstein, Gerusalemme 1939 (in ebraico), pp. 47-53).

In Italia quella data passò pressoché inosservata, né i giornali e le Riviste allora esistenti ne fecero parola. Non così avvenne in Erez Israel, dove la nefasta data non passò sotto silenzio. In quell'anno, infatti, lo studioso e bibliografico A. Ja'ari, dava alle stampe un volumetto, in lingua ebraica, dal titolo: «Il rogo del Talmud in Italia nel compiersi 400 anni dall'accaduto», nel quale raccoglieva tutto il materiale storico, liturgico e letterario sull'argomento. Questo volumetto mi è stato di guida e di grande aiuto nella compilazione del presente articolo, che altra pretesa non vuole che portare a conoscenza di un pubblico ignaro della lingua ebraica e che non ha la fortuna di leggere i testi nella sua forma originale, i fatti e l'accaduto.

La triste data del 9 settembre 1553 – giorno in cui fu dato alle fiamme il Talmud come vedremo più avanti – cadeva il 1° giorno di Rosh ha-Shanà o capo d'anno ebraico; quest'anno il 9 settembre 1983 – 430° anniversario della dolorosa data – cade il 2 giorno di Rosh ha-Shanà. Non abbiamo voluto lasciarla passare sotto silenzio, affinché le nuove generazioni che vivono in clima di libertà e di democrazia, sappiamo che cosa è stato fatto contro il popolo ebraico, allo scopo di allontanarlo dalla fede e dalla profonda cultura per la quale si è sempre distinto fra le genti. Quando non li attaccava direttamente nelle carni si tentava con ogni mezzo di avvilirlo e vilipenderlo, colpendolo nella parte più nobile, cioè nello studio del Talmud, retaggio di generazioni, che aveva mantenuto viva la fiaccola della fede, della speranza e di conseguenza dell'esistenza e sopravvivenza del popolo d'Israele, in mezzo alle genti. Il «popolo del libro» perdeva in quel lontano giorno del 9 settembre 1553 il più caro dei suoi libri, dopo la Bibbia, che – come dirà molto più tardi il poeta del risorgimento ebraico Ch. N. Bialik aveva salvato il popolo ebraico nei marosi della sua storia e del suo esilio:

«Se tu vuoi conoscere la fonte, alla quale hanno attinto i tuoi fratelli, che andavano sereni incontro alla morte, nei giorni del dolore… ed allegri incontro alla morte, da porgere il collo al coltello affilato ed alla mannaia tesa; da salire il patibolo o gettarsi sul rogo e morire da Santi, spirando nel nome dell'Unico… recati presso l'antico luogo dove si studia la Legge… e là vedrai Ebrei curvi, dai volti solcati dalle rughe, invecchiati innanzi tempo, Ebrei, figli dell'esilio, di cui portano il pesante giogo e che cercano di dimenticare tutti i loro affanni nelle pagine logore di un Talmud ed obliare la loro miseria, parlando delle antiche conversazioni dei Maestri o riversando i loro dolori nel libro dei Salmi…»

Tornando al volumetto pubblicato dallo Ja'ari, a ricordo del 400° anniversario del rogo del Talmud, diremo che esso consta di 64 pagine e si articola in otto capitoli: nel primo si parla della Bolla che della Bolla che ha determinato il rogo, non solo a Roma, ma anche in altre città d'Italia; i cronisti dell'epoca, primo fra tutti Josef ha-Cohen, lo storico delle persecuzioni ed autore dell'opera «La valle del pianto»; le testimonianze dei contemporanei; le elegie scritte per il dolorose avvenimento; gli sforzi fatti dalle varie Comunità italiane per salvare i rimanenti libri ebraici; le reazioni delle Comunità della Turchia e della Polonia per l'accaduto; le intercessioni delle Comunità italiane per la ristampa del Talmud durante il pontificato di Sisto V ed infine l'attuale studio del Talmud, particolarmente in Erez Israel, dopo più di quattrocento anni dalla persecuzione contro il libro ebraico.

Ai fini di questo articolo riporteremo soltanto i motivi, che hanno determinato la Bolla di Giulio III e quando riportato dagli storici e dai cronisti dell'epoca. Il decreto contro i libri ebraici – scrive lo Ja'ari – faceva parte ormai dei movimenti della «Controriforma», culminando nell'istituzione del Tribunale dell'Inquisizione a Roma (1542), dopo la sua fondazione in Spagna molti anni prima, la causa della Bolla di Giulio III contro i libri ebraici in generale ed il Talmud in particolare, ebbe luogo da una vivace disputa avvenuta, in quel tempo, tra le due maggiori case editrici di libri ebraici a Venezia; marcantonio Giustiniani e Aloise Bragadini. La disputa scoppiò violenta quando ambedue le tipografie stamparono, contemporaneamente, l'opera ritualistica del Maimonide: il «Mishnè Torà o Jad ha-Chazakà» (la ripetizione della Legge o la mano forte), corredato dai commenti nel 1550. I due tipografi si accusarono vicendevolmente, finché la disputa, con la complicità di alcuni apostati ebrei, fu portata davanti alla corte papale, sostenendo che i libri ebraici, stampati in quelle tipografie contenevano accuse ed attacchi contro la religione dominante. Le accuse si riversarono, in modo particolare, da parte degli apostati ebrei, contro il Talmud che aveva visto la luce qualche anno prima – tra il 1546 ed il 1551 – nella tipografia del Giustiniani. Gli apostati che dettero mano alla diffusione dell'accusa erano: Josef Moro Zarfatì, che all'atto dell'apostasia accolse il nome di Andrea dal Monte, Hananel da Foligno e Shelomò Romano, nipote del celebre grammatico Elia Levita. Le accuse, in particolar modo degli apostati, fecero presa sul nuovo Pontefice, che con la Bolla del 12 agosto 1553 (corrispondente al 2 di Elul 5313) diede ordine di dare alle fiamme ambedue i Talmudim, comandando agli Ebrei di consegnare tutti i loro beni. Al tempo stesso fu proibito ai non-ebrei di leggere il Talmud, di possederlo, averlo nelle loro biblioteche e di aiutare gli Ebrei alla ristampa o alla trascrizione di esso… Emanata la Bolla i capi della città ebbero l'ordine di fare la perquisizione in tutte le case ebraiche, portando via tutti i libri ebraici, che si trovassero in loro possesso; naturalmente essi non fecero distinzione nel portar via i libri ebraici e così, in quel fatidico giorno del 9 settembre 1553, nella pubblica Piazza di Campo di Fiori a Roma vennero dati alle fiamme sacchi e sacchi di libri ebraici, asportati dalle case ebraiche. In quello stesso periodo la Bolla venne estesa anche ad altre città italiane: Venezia, Ancona, Bologna, Ravenna, Ferrara, Mantova, Urbino, Firenze ed alcuni anni più tardi – nel 1559 – a Cremona, centro tipografico di libri ebraici molto importante [v. A. Ja'ari, op. cit. p. 8; A. Habermann, la storia del libro ebraico, Gerusalemme 1968, pp. 115-116 (in ebraico) ed i miei articoli sulla «Tipografia ebraica in Italia», apparsi nel Settimanale Israel degli anni 1963-65]. Non era certamente la prima volta che il Talmud veniva dato alle fiamme. Già nel 1236 l'apostata Nicola Donin aveva riferito al pontefice Gregorio IX che i Talmud conteneva espressioni blasfeme contro i fondatori della Chiesa, tanto che il pontefice – dopo aver ordinato di appurare quanto da quello affermato – inviò una lettera-circolare a tutti gli ecclesiastici di Francia, allo scopo di confiscare tutti i libri i loro possesso, per essere bruciati pubblicamente nella piazza di Parigi nel 1244. Il triste episodio ci è stato tramandato da R. Zidkijahu, figlio di Avraham della famiglia degli Anawim, nella sua opera ritualistica «Shibbolè ha-Leket» (edizione Biber , nel 1887 e ristampa del 1962), dove si tiene conto delle tradizioni e degli usi degli ebrei «di rito romano o dei figli di Roma». In quest'opera, nel capitolo che tratta dei «Digiuni» pubblici (capitolo 263, p. 252) così egli scrive: «dal momento che parliamo dei digiuni vogliamo qui ricordare un digiuno che si fa da lungo tempo nella Comunità di Roma, nella settimana in cui si legge la Parashaà di Chukkath (Levitico 19, 1-22,1), a ricordo dei 21 carri di libri ebraici, contenenti il Talmud ed altri libri, bruciati pubblicamente in Francia nel 1244…». La notizia è riportata anche nel «Sefer Tanjà» (edizione di Mantova del 1514), attribuita a R. Jechiel ben Jekutiel della famiglia degli Anawim (v. il capitolo sui «Digiuni»).

Tra i cronisti citeremo quanto è scritto nell'opera «la valle delle lacrime o del pianto» di Josef ha-Cohen (edizione M. Letteris, Vienna 1852, pp. 111-113):

«A Roma in quei giorni (del 1553) si convertì all'ebraismo un frate francescano, che si chiamava Cornelio da Montalcino. Dopo che si fu sottoposto alla circoncisione per poter servire il Signore nostro Dio, fu preso da sacro zelo e temerariamente si mise a predicare alla folla per le strade id Roma contro la religione cristiana ei l suo messia. Egli fu subito arrestato e mandato sul rogo. Fu in quel periodo che alcuni apostati del nostro popolo calunniarono il Talmud dinanzi a papa Giulio III, sostenendo che in esso abbondavano i passi contro la religione cristiana. Il pontefice inviò allora allora delle missive in tutte le regioni d'Italia, ordinando la distruzione mediante il fuoco di tutte le copie del Talmud. Le prime città in cui fu data esecuzione all'ordine pontificio furono Roma e Bologna.

Come scrivevo, degli individui malvagi, usciti dal nostro popolo, si diedero a diffondere menzogne d(ogni genere contro la Legge del Signore nostro Dio, Testardi e senza scrupoli, dopo aver rinnegato il patto stipulato da Dio con i nostri padri, si misero ad imitare la condotta dei cristiani, e di più, con le loro vanità e le colpe di cui si macchiarono, non si curarono di irritare il Signore. Dinanzi a papa Giulio III calunniarono il Talmud, sostenendo che quel libro, diffuso tra gli ebrei, era la causa degli usi e costumi che li differenziavano dagli altri popoli. Inoltre affermarono che il Talmud diffamava il messia dei cristiani e che il pontefice non avrebbe dovuto tollerare la sua diffusione. Giulio non poté trattenere tutta la sua ira e, subito, diede ordine che il Talmud fosse dato alle fiamme. Il desiderio del pontefice trovò pronta realizzazione negli sbirri che, senza frapporre indugi di sorta, si diedero a setacciare indugi di sorta, si diedero a setacciare le case degli ebrei, sequestrando i libri che vi trovavano custoditi, per gettarli poi nelle strade e nei vicoli di Roma. Il rogo del Talmud e degli altri libri ebraici avvenne pubblicamente nel giorno del Capo d'Anno ebraico, di sabato, dell'anno 5314 del nostro computo e 1553 del loro (a Campo de' Fiori). I figli di Israele piansero amaramente per il rogo acceso dai nemici del Signore. E questi sono i nomi dei calunniatori e dei delatori che vollero la nostra rovina: Hananel (Graziadio) da Foligno, Josef Moro (Andrea del Monte) e Salomone (Giovanbattista) Romano. Che il Signore non cancelli la loro colpa e contro di loro rivolga tutto il suo furore!

Il triste avvenimento è riportato anche nella «Catena della tradizione» di R. Ghedaljà ben Jacjjà, che fu testimone oculare del decreto papale (v. edizione di Venezia del 1586, p. 117), nella «Genealogia dell'umanità» di Shemuel Al-Ghazzì, dei Dotti di Candia (v. l'edizione di Venezia del 1600 e la ristampa a cura di A.Habermann del 1944), nel «Germoglio di Davide» di David Ganz (v. l'edizione di Praga del 1592) e «Nelle parole di Giuseppe) di Josef Sambari, vissuto in Alessandria d'Egitto nella seconda metà del XVIII secolo (v. il testo… a cura di A. Neubauer, Oxford 1888, volume I, p. 147). Anche alcune elegie furono scritte in quel periodo, per commemorare e per piangere il triste avvenimento. Da volumetto dello Ja'ari si rileva che ci sono pervenute «Cinque elegie», composte dagli autori dell'epoca: la prima da R. Immanuele, figlio di Jekutiel da Benevento; la seconda da R. Mordekhai, figlio di Jehudà da Balnes, da Pesaro, allievo di R. Izchak Jehoshuà de' Lattes; la terza da R. Shelomò Chazzan di Ancona; la quarta da un Maestro della Comunità di Venezia, autore di due poesie liturgiche sulla festività di Chanukkà e Purim in lingua giudeo-tedesca (Ijjdish), dove parla anche del rogo del Talmud, avvenuto a Roma nel 1553; la quinta da un poeta anonimo, del quale ci sono pervenute soltanto alcune strofe dell'intera poesia (v. A. Ja'ari op. cit. pp. 40-53).

L'effetto della Bolla del 1553 ha fatto sì che da allora, non stampandosi più nessun trattato del Talmud in Italia, lo studio di questa disciplina venisse meno fra gli studiosi e le masse ebraiche, i quali costituirono tale studio con i libri di ritualistica, che non erano stati sottoposti alla stessa disposizione, quali l'Al-Fassì o piccolo Talmud di R. Izchak da Fez, il Mishnè Torà o Jad ha-Chazakà del Maimonide e lo Shulchan 'Arukh di Josef Caro, che vide la luce, per la prima volta, in Italia a Venezia nel 1565, nella tipografia di Aloise Bragadini, che tanti dolori aveva procurato alcuni anni prima al popolo ebraico, calunniando il Talmud e provocando il suo rogo a Roma, nella Piazza di Campo di Fiori nel 1° giorno di Rosh ha-Shanà del 5314, corrispondente al 9 settembre 1553 (v. il mio articolo: «Nel IV centenario della prima edizione dello Sholchan 'Arukh» in Settimanale Israel del 27 maggio 1965).

Jehudà Nello Pavoncello


Una ricerca fotografica

Il cimitero ebraico a Venezia

L'istituzione dei cimiteri come luoghi di sepoltura comune presso gli Ebrei risale al periodo post-biblico, essendo fino ai tempi della redazione del Talmud usanza generale la sepoltura in sepolcri di famiglia nei luoghi di proprietà dei defunti. Le tombe erano in genere contrassegnate solo da una pietra bianca senza iscrizioni (Ziyyun le nefesh) di monito contro i predatori.

Con l'istituzione dei ghetti, in periodo medievale, i cimiteri ebraici erano posti a un'estremità del ghetto stesso, in una parte di terreno che includeva anche lo speciale edificio in cui avveniva l'abluzione dei morti e nel quale venivano recitate anche le preghiere per i defunti. A causa dell'esiguità dello spazio dato in concessione per i cimiteri ebraici, i morti venivano spesso sepolti uno sull'altro sotto diversi strati di terreno.

A Venezia, l'antico cimitero ebraico è situato sulla strada che, lungo la laguna, va da S. Elisabetta al monastero di S. Nicolò di Lido. Gli odierni limiti dell'area del cimitero non coprono che una parte dell'originaria antica necropoli, che si espandeva sul lato nord verso S. Nicolò, nella zona attualmente occupata dal poligono di tiro.

Quando nel 1929 il Comune di Venezia decise di espropriare una striscia di terreno antistante la laguna, di proprietà del cimitero, per costruire una strada, circa 300 tombe dovettero essere rimosse. Durante gli scavi si scoprì che al di sotto di queste lapidi esisteva un secondo strato di tombe. Mentre le tombe in superficie erano disposte disordinatamente ed appartenevano a varie epoche, quelle dello strato sottostante erano invece ordinate cronologicamente. È pertanto assai probabile che questo secondo strato sia il più antico, ma sarebbero necessari sistematici lavori di sterro in tutta la zona per poter avere la conferma di tale intuizione.

Sino ad oggi sono state catalogate circa mille tra lapidi e frammenti, appartenenti in maggioranza ai secoli XVI e XVII, all'epoca in cui, cioè, molte famiglie ebraiche sfuggite all'Inquisizione e provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, poterono stabilirsi a Venezia.

Malgrado le persecuzioni subite, molte di queste famiglie – alcune delle quali di origine nobiliare (hidalgos) – avevano potuto in parte mantenere le loro ricchezze; spesso le loro lapidi recano stemmi araldici e insegne nobiliari quali leoni, aquile, torri, corone ecc.

La maggioranza delle iscrizioni tombali è redatta in ebraico; soltanto alcune lapidi riportano iscrizioni bilingui (spagnolo o portoghese/ebraico oppure italiano/ebraico) e soltanto una, tra quelle riportate alla luce è interamente scritta in italiano. Per le iscrizioni sono impiegate tanto la prosa che la poesia, spesso frammiste tra di loro e la lingua ebraica usata è totalmente derivata dallo stile e dal linguaggio biblico.

Alcuni importanti personaggi furono sepolti nell'antico cimitero di Venezia; tra questi, famosi rabbini, il grammatico Elia Levita, la poetessa Sara Copia Sullam e Leon da Modena (poeta, letterato, poligrafo, filosofo e teologo – una delle più straordinarie figure dell'Ebraismo italiano del Rinascimento), autore tra l'altro di alcune tra le più belle e significative iscrizioni tombali.

Compaiono sulle lapidi i nomi i famiglia ancor oggi presenti a Venezia discendenti soprattutto dai Marrani spagnoli e portoghesi, che costituivano il ceppo più cospicuo tra gli Ebrei veneziani, quali gli Aboab, i Valensin, i Carvalho, i Pappo ecc.

B. Canarutto

La ricerca fotografica sul cimitero ebraico di S. Nicolò, curata da Canarutto, ha lo scopo di rendere attraverso l'immagine, la testimonianza della presenza ebraica in una delle città più importanti del mondo antico, a partire dagli ultimi decenni del Medio Evo fino alle soglie dell'epoca moderna; una città, Venezia, di particolare importanza in quanto «trait d'union» tra la civiltà occidentale e quella orientale, grazie ai suoi commerci, per la grandezza della quale anche i mercanti ebrei che vi giungevano da ogni angolo d'Europa e del bacino mediterraneo, sempre operarono, pur se limitati nelle loro azioni e confinati entro le mura del ghetto dalle autorità civili e religiose.

Il gruppo di fotografie presentate in questa mostra non è che una piccola parte della ricerca eseguita recentemente, che fa parte di una ben più vasta e completa monografia, attualmente in fase di avanzata redazione, che verrà prossimamente pubblicata.

La parte fotografica verrà inoltre presentata nei prossimi mesi nell'ambito di una mostra organizzata dal Museo della Diaspora di Tel Aviv.


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