Alef Dac 26-27 - Luglio - Agosto 1985

Gli inserti di Alef Dac
Ebraismo e ecologia

Itinerari ebraici/4 La Puglia (L. Fiorentino)

Al mare o in montagna ma sempre ebraicamente (M.E. Artom)

Il nove di Av: Il dolore e la gioia
E Dio creò l'uomo a Sua immagine
Il nove di Av: Il paradosso ebraico
Indice Alef Dac

La qualità della vita

Non solo il mondo è diventato un posto meno gradevole per vivervi, come risultato delle nostre attività; ma sta anche diventando ogni giorno meno adatto in assoluto come ambiente per la vita.

Da quando il problema ha sollevato la preoccupazione del mondo, qualche anno fa, vi è stata una grande abbondanza di letteratura, relazioni e conferenze sul soggetto. Pochi tuttavia hanno colto le implicazioni a lunga distanza di questa crisi e il potere che essa ha di rimettere in discussione i presupposti basilari della nostra civilizzazione.

L’uomo e l’albero

Verso la fine della Parascià di Shofetim (Deut. 20: 19-20), la Torà si rivolge all’esercito di Israele, che stia assediando una città nemica "per molto tempo", e sia tentato, o per odio o (secondo il Maimonide) come mossa tattica, di distruggere gli alberi da frutto intorno alla città. "Non dovrai tagliare questi alberi" dice l’Onnipotente; e come motivazione per questo comandamento, afferma "perché l’uomo è l(albero del campo", che può solo significare "perché la vita dell’uomo dipende dagli alberi della campagna", un’affermazione di vasta portata.

Una tradizione di rispetto

Non sfugge a nessuno l’importanza e l’attualità dei problemi della difesa dell’ambiente. L’argomento ormai è tanto dibattuto che si sono formate correnti e scuole differenti. Esiste persino, e non poteva mancare in una materia così nuova e controversa, un’ecologia tendenzialmente antisemita: perché vede alla base dell’aggressione portata dall’uomo al mondo un motivo centrale della Bibbia, l’obbligo dell’uomo di riempire la terra e conquistarla (Genesi 1:28). In realtà l’ebraismo è portatore fin dalle sue origini di una tradizione estremamente avanzata di rispetto radicale dell’ambiente ed è bene che almeno qualche elemento di un atteggiamento così ricco sia conosciuto e divulgato. Non può essere dimenticato, prima di tutto, il rapporto di amore e di rispetto che lega il popolo ebraico a una terra; l’importanza di questo rapporto è riaffermata in decine di atti rituali e liturgici, a cominciare dalle grandi feste annuali dove il sereno inserimento nell’ambiente naturale è il punto di partenza per un’intensa esperienza di elevazione religiosa e culturale.


Aryeh Carmell

"E Dio prese Adamo e lo collocò nel giardino dell’Eden, per lavorarlo e custodirlo" (Genesi, 2:15).

"Quando l’Onnipotente creò Adamo lo condusse a fare un giro nel giardino dell’Eden. Gli disse: ‘Guarda le mie opere, quanto sono belle e meravigliose! Le ho fatte tutte per voi. State bene attendi a non spogliare e distruggere il mio mondo; perché se lo farete, nessuno potrà porvi rimedio’". (Qohelet Rabbà 7).

Il profetico midrash posto all’inizio di questo articolo investe direttamente sull’uomo la responsabilità di preservare la purezza e l’integrità dell’ambiente che lo circonda. I risultati della nostra mancanza di rispetto di questa avvertenza stanno diventando sempre più ovvii.

Non solo il mondo è diventato un posto meno gradevole per vivervi, come risultato delle nostre attività; ma sta anche diventando ogni giorno meno adatto in assoluto come ambiente per la vita.

Da quando il problema ha sollevato la preoccupazione del mondo, qualche anno fa, vi è stata una grande abbondanza di letteratura, relazioni e conferenze sul soggetto. Pochi tuttavia hanno colto le implicazioni a lunga distanza di questa crisi e il potere che essa ha di rimettere in discussione i presupposti basilari della nostra civilizzazione. Nell’ultima parte di questo articolo ci proponiamo di considerare alcuni di questi temi fondamentali. Ma prima di far questo faremo una breve rassegna del materiale giuridico ebraico collegato a questo problema. Tenteremo di vedere i modi con cui la halakhà (la legge ebraica) ha trattato simili argomenti nel passato e il suo potenziale contributo alla soluzione delle nostre difficoltà presenti. Diventerà evidente che l’ebraismo si è sempre preoccupato di questi problemi e molte delle cose che ci preoccupano attualmente sono state l’oggetto della legislazione secondo la Torà per millenni.


INQUINAMENTO E HALAKHÀ

I problemi ambientali possono essere classificati in quattro principali capitoli.

1. Salute. Forse la nostra preoccupazione più grande riguarda l’inquinamento che colpisce direttamente la salute degli esseri umani. Ciò comprende l’inquinamento dell’atmosfera per gas, scarichi industriali e fall-out radioattivo; inquinamento dell’acqua per scarico di materiale non trattato e derivati industriali; inquinamento di cibi per sovradosaggio di pesticidi e additivi chimici di varia natura.

2. Amenità. Lo spirito umano non può fiorire in un ambiente completamente artificiale. Per rimanere in salute nella mente e nello spirito abbiamo bisogno di accedere regolarmente ad un ambiente naturale. I rumori meccanici, lo squallore e la spoliazione della campagna hanno tutti un effetto negativo sulla nostra salute, e gli esseri umani ne soffrono.

3. Ecologia. Tutti i tipi di vita animale e vegetale, dai batteri alle alghe fino ad includere l’uomo, sono strettamente e inestricabilmente legati e dipendenti l’uno dall’altro e dall’ambiente comune. Qualsiasi cosa che drasticamente interferisca con questo delicato bilancio naturale può avere effetti incalcolabili e a lunga distanza sull’intero sistema, di cui la vita umana è parte. Molti agenti di inquinamento minacciano l’ambiente in questo modo, distruggendo certe specie e così sbilanciando l’intero sistema. Qui il problema dell’inquinamento si sposta su un altro problema fondamentale: quello della conservazione.

4. Inquinamento culturale. Non possiamo confinare i problemi dell’ambiente soltanto nelle sfere della salute fisica e mentale. Ha con sé una certa ironia il fatto che mentre la pubblica attenzione si dirige sui pericoli dell’inquinamento fisico, vengono aperte le porte all’inquinamento culturale e morale. Sotto questo punto di vista il deterioramento dell’ambiente è stato molto più marcato negli ultimi anni. Come ebrei che seguono la Torà dobbiamo considerare questo sviluppo con la massima severità.


SALUTE

Controllo dell’ambiente fisico nella Halakhà

Malgrado le leggi dell’ebraismo siano state promulgate inizialmente in un’era molto differente dalla nostra, qualche problema era significativamente simile a quelli che noi incontriamo oggi. La popolazione totale era solo una piccola frazione di quella attuale, e la tecnologia era quella dell’era del Ferro, ma grandi concentrazioni di popolazione vivevano già nelle città e questioni di inquinamento ambientale erano molto frequentemente oggetto di preoccupazione dei rabbini. Alcune di queste sono codificate da Maimonide (Hilkhòt Shekhenim, Regole di relazioni tra vicini);

"Il diritto a commettere un’azione nociva può essere acquisito per hazaqà (prescrizione-usucapione), tranne che per quattro tipi di nocività discussi in questo capitolo: fumo, polvere, odori fastidiosi e vibrazioni. Questi sono così fastidiosi che l’obiezione deve essere sempre presunta", (capit. 11:4).

Nel mondo moderno questi sono tra i maggiori problemi con cui l’abitante di una città deve misurarsi.

Maimonide aggiunge che ognuno ha diritto alla quiete, senza il disturbo delle attività dei suoi vicini. Se, per esempio, il lavoro di qualcuno comporta che vengano attirati "uccelli che disturbano il vicino per il loro rumore… o il suo vicino è così delicato o malato che il rumore gli reca grave fastidio… deve interrompere il lavoro o allontanarlo a una distanza sufficiente per eliminare il fastidio" (ibid. 11:5). Questa regola è a sua volta derivata da un incidente raccontato nel Talmùd (B BB 23a), riguardante il cieco amorà Rav. Josef, di Pumpedita, Babilonia. Rav Josef aveva albero da frutta nel giardino della sua casa. Qualcuno cominciò un’attività commerciale nelle vicinanze e attirò un gran numero di volatili che contaminarono i frutti. Rav Josefe chiese al suo discepolo Abaje, di togliergli il fastidio; le parole che usò furono "toglimi questi ‘gracchianti’ via da me". Lo strano appellativo, insieme alla menzione nello stesso contesto dell’estrema sensibilità di Rav Josef, sembrano aver condotto Maimonide alla codificazione della regola sopra citata.

Un caso pratico di questo tipo si pose davanti a Rabbi Jitzchaq bar Sheshet (il Ribash, una delle grandi autorità ritualistiche in Spagna e poi in Nord Africa all’inizio del XIV secolo). Il caso riguardava un ebreo nella città di Castiglia (chiamiamolo Reuven) che si lamenta che il suo vicino (Shimon) lavorando alla tessitura dei panni faceva vibrare le mura della casa di Reuven. In aggiunta Reuven si lamentava che la moglie era malata e che il costante bussare le procurava mal di testa. A sua difesa Shimon sostenne che per lui il cambio di posto di lavoro sarebbe stato proibitivamente dispendioso e suggerì invece che Reuven gli comprasse la casa. Rabbi Jitzchaq decise in favore di Reuven, citando il brano di Talmùd sopra menzionato e la regola relativa di Maimonide, e così facendo, stabilì un principio importante, con grande rilievo per il nostro argomento. Cioè che, quale che sia il costo, "ad una persona non è consentito salvarsi da un danno causando danno al suo vicino".

Questo riconoscimento da parte dell’halakhà del diritto dell’individuo alla riservatezza e a un ambiente circostante tranquillo rende possibile ai membri di una unità di vicinato (Chatzér, cortile, nel linguaggio della Mishnà) di impedire ad ognuno della propria unità di impegnarsi in un lavoro o occupazione che potrebbe causare danno agli altri. L’unica eccezione è nel caso dell’apertura di una scuola di Torà, per l’importanza predominante che ha per l’ebraismo questo istituto.

Protezione della comunità

Fino ad ora abbiamo parlato dei diritti dell’individuo. Ma ovviamente i saggi del Talmùd erano sempre consci della necessità di proteggere globalmente la comunità contro l’inquinamento causato dall’individuo. Già ai tempi della Mishnà (prima della fine del secondo secolo dell’e.v.) i Rabbini avevano introdotto ciò che si può chiamare un "Regolamento di pianificazione urbana", che strettamente controllava la sede delle piantagioni, cimiteri e concerie in rapporto alla città (Mishnà, BB 2:8-9). A causa dell’odore fastidioso tutte queste strutture dovevano essere collocate ad oriente della città, e la discussione nel Talmùd spiega chiaramente che ciò dipende dai venti prevalenti, che in terra d’Israele soffiano dall’occidente.

Regolamento di questo tipo sono di origine molto antica, e in qualche forma possono persino essere antedatati alla Torà. Ho visto che è stato suggerito che la riluttanza, espressa in termini cortesi, dagli abitanti di Chevron a garantire ad Abramo il diritto di acquistare della terra per sepoltura (Gen. 23:6-18) era parzialmente basata su una legge cittadina che proibiva la collocazione di nuove sedi cimiteriali entro i limiti della città; per questa ragione l’acquisto da parte di Abramo della grotta di Makhpelà doveva essere ratificato dall’intera assemblea cittadina.

Comunque sia, è certamente vero che ai tempi della Torà il Bet Din (tribunale) della città era sempre estremamente sensibile ad argomenti di questo tipo, e rientrava nella sua responsabilità assicurare un ambiente sano e sicuro per tutti. Il principio che li guidava era che i diritti dell’individuo devono essere sempre subordinati al bene della comunità. I poteri eccezionali che li autorizzavano a far ciò derivavano dal fondamentale principio giuridico che in ebraico suona "hefger bet din hefger" (il tribunale ha potere di sottrarre la proprietà di un bene). Tutti gli ordini di Giosuè, di cui c’è rimasta memoria scritta, concernenti la proprietà della terra divisa tra le tribù di Israele, limitavano i diritti di proprietà in questo modo, restringendo i diritti dell’individuo per il beneficio della comunità.

Sappiamo anche che in Babilonia il rabbino della città, che era anche presidente del tribunale, spesso si assumeva personalmente la responsabilità di assicurare la sicurezza dell’ambiente, considerando ciò come un dovere religioso impostogli dalla Torà. Troviamo ad esempio che Rav Hunà, la maggiore autorità rabbinica della sua generazione, era solito ispezionare personalmente tutti i muri della sua città Sura prima che iniziassero le tempeste invernali.

Se ne trovava qualcuno che considerava insicuro ne ordinava l’immediata demolizione. Se il proprietario poteva permetterselo, la ricostruzione era a suo carico, altrimenti Rev Hunà pagava di sua tasca (TB Taan. 20b).

Vediamo dunque che i Rabbini consideravano la sicurezza dell’ambiente come un interesse difeso dalla Torà. Ciò era per loro così vitalmente importante che non veniva delegato ad alcuno di minore grado. La responsabilità veniva assunta proprio dalla personalità del Ghedòl ha-dòr, il principe della Torà in persona. Ciò in accordo con la loro visione della Torà come legge divina che governa l’uomo e il suo ambiente nel senso più ampio.

Della preoccupazione per la salute e l’igiene come parte integrale della Torà è data esplicita menzione in un episodio raccontato nel Talmùd, in cui Rav Hunà compare nuovamente. Rav Hunà chiede a suo figlio perché non segue le lezioni di Rav Chisda, un brillante giovane collega. Il figlio risponde: "Mi aspettavo della Torà, ma ho sentito solo cose mondane". "Ad esempio?" "Questioni di igiene personale", replicò il figlio, dando dettagli. "Sono questioni di vita e di morte e tu le chiami cose mondane?", gli disse Rav Hunà. Ne segue che qualsiasi cosa che tratti della salute e del benessere degli esseri umani è ipso facto di importanza spirituale e rientra nella sfera della Torà, il cui programma richiede ai suoi aderenti la più completa salute fisica e mentale. Quanto lontano è questo atteggiamento da quello che cerca di confinare la Torà a ciò che è chiamata la sfera ‘religiosa’!

Una fonte di pericolo frequentemente incontrata nelle città in via di sviluppo (e ciò in particolare in terra d’Israele) è il deposito di materiali da costruzione nella pubblica via durante i lavori di costruzione. Questa attività è rigorosamente regolata nella Mishnà. Ad esempio:

"Non è permesso sciogliere calce né verniciare mattoni nella pubblica via. Durante i lavori di costruzione le pietre e gli altri materiali da costruzione devono essere immediatamente depositati sul lato della costruzione (e non lasciati ad ammucchiarsi per la strada)". (BM 10:5)

Con una decisione dalle conseguenze a lunga distanza il Talmùd stabilisce che chi lascia un oggetto pericoloso in un luogo pubblico non può sottrarsi alle relative responsabilità rinunciando alla proprietà dell’oggetto: Ha-mafgir nezaqaw, chaiav (è comunque colpevole chi rinuncia alla proprietà di cose sue nocive).

Nel caso particolare discusso nel Talmùd questo si riferisce in prima istanza a qualcuno che rompe una bottiglia in luogo pubblico e se ne va via senza raccogliere i cocci. Ma il principio è suscettibile di ampie applicazioni. Potrebbe essere facilmente applicato all’inquinamento dei condotti d’acqua per l’emissione di scarichi industriali nocivi, uno dei più gravi problemi ambientali contemporanei. Secondo questa halakhà il proprietario dell’industria dovrebbe essere direttamente responsabile di ogni danno conseguente, e se necessario condannato dal tribunale.

Due aspetti dell’igiene

L’inquinamento dell’ambiente è discusso direttamente nella Torà e nelle sue leggi regolanti l’organizzazione dell’accampamento dell’esercito di Israele:

"Quando andrete ad accamparvi contro i vostri nemici, dovrete proteggervi da ogni cosa cattiva…" (Deut. 23:10).

Dai versi seguenti e la relativa interpretazione talmudica emerge che l’accampamento ha in qualche senso il grado di santità normalmente associato all’area del Tempio, e ogni soldato che è divenuto impuro per un’emissione accidentale di liquido seminale deve esserne escluso (ibid. v. 11-12). Sono precisati altri due requisiti: 1. Un luogo fuori dall’accampamento deve essere scelto come latrina. Ogni soldato è responsabile della copertura dei suoi escrementi e a questo scopo nel suo equipaggiamento deve esservi un apposito strumento (ibid. v. 13-14) (chiunque sia stato in campagna con un esercito moderno sa quanto questo particolare è importante persino oggi). I soldati devono essere opportunamente vestiti.

Ogni luogo dove si studia Torà o si prega è investito, dai Rabbini, della santità dell’accampamento d’Israele e la purezza dell’ambiente deve essere mantenuta in questi due ultimi sensi: vi deve essere libertà da agenti inquinanti e libertà da stimoli sessuali (Sh. A., O.C. 74-75).


AMENITÀ

Quando arriviamo a questioni più astratte, come il godimento di aria fresca e le bellezze di una campagna non contaminata dal lavoro umano, troviamo che anche questa è una materia trattata già nella Torà scritta.

La pianificazione urbana per l’estremità, secondo la Torà

In quello che è probabilmente il più antico esempio registrato di legislazione di pianificazione urbana, leggiamo nella Torà (Num. 32:2-5) che le quarantotto città riservate alla residenza dei Leviti devono avere uno spazio di terra di 1000 cubiti (un cubito = circa 50 cm) di larghezza tutto intorno alla città riservato come migrash (spazio aperto), e inoltre altri 2000 cubiti per uso agricolo. Qual è) la funzione del migrash? Secondo Ra. S.H.I. è "uno spazio aperto intorno alla città per bellezza (noi la’ir); non vi è autorizzata la costruzione di edifici, né la piantagione di vigne o alcun’altra attività agricola".

Secondo Maimonide queste regole non si riferiscono solo alle città dei Leviti ma, per analogia, a tutte le città d’Israele.

Vediamo dunque come la Torà anticipi di circa 3500 anni la legislazione moderna sull’"anello verde" (vedi disegno).

Pulizia, una necessità vitale

Lo stesso brano della Torà serve come base per un’importante regola che mostra fino a qual punto i nostri Rabbini apprezzavano le considerazioni ambientali come responsabili della salute mentale.

La Tosefta di Baba Metzia citata nel Talmùd (B Nedarim 80b) riporta la seguente halakhà: "Se una sorgente d’acqua fornisce due città, ma è insufficiente per i bisogni di entrambe, allora la città vicina alla fonte ha la precedenza per tutte le sue necessità, acqua da bere per l’uomo o per gli animali, o per lavare ecc. nella misura in cui i bisogni sono equivalenti. Se il problema è quello di scegliere tra il bere della città lontana e la lavanderia della città vicina, allora la necessità di approvvigionamento primario della città lontana ha la precedenza. Ma Rabbi Jossì dice: "Persino in questo caso la città più vicina ha la precedenza; anche se una lavanderia consuma acqua che altri bevono".

Per motivare questa regola sorprendente di Rabbi Jossì, la Ghemarà riferisce un principio dell’amorà Shemuel per il quale vestire costantemente con abiti non puliti può causare depressione e instabilità mentale.

La Ghemarà prosegue riferendo che il tannà Issi bar Jehuda una volta non si presentò alle lezioni di Rabbi Jossì per tre giorni successivi. Vardimos, il figlio di Rabbi Jossì, lo incontrò e gli chiese il motivo dell’assenza.

"Non comprendo i motivi che stanno alla base delle decisioni di tuo padre, e allora come potrei venire?", gli rispose. "Dimmi che cosa non comprendi", disse Vardimos, "forse ti posso aiutare". "Era la regola di Rabbi Jossì per cui i bisogni di una lavanderia hanno la precedenza sugli interessi vitali di un altro. Quali basi può avere nella Torà una posizione come questa?", gli disse. "Te lo dico io", disse Vardimos. "Il verso dice: ‘Gli spazi aperti saranno per i loro animali, la loro proprietà e lekhol chajatàm, tutti i loro bisogni vitali’. Che significa ‘i loro bisogni vitali’? Animali e proprietà sono già stati menzionati. Di bisogni vitali nel senso dell’aria, acqua ecc. è difficile che si parli in questa sede. Non resta quindi altro che il lavaggio dei vestiti, a causa del grande pericolo (per la salute mentale) che comporta il portare costantemente abiti sporchi".

È importante notare che Rav Achai Gaon nelle sue Sheeltòt stabilisce che la halakhà deve essere decisa secondo Rabbì Jossì.

Non vi può essere un’illustrazione più chiara dell’importanza che la halakhà attribuisce alla purezza dell’ambiente.

La halakhà dunque mostra coscienza degli effetti deprimenti dell’inquinamento atmosferico. Ciò è dimostrato dal bando delle fornaci dove si brucia calce entro i limiti della città di Gerusalemme (TB BQ 32b): il motivo che viene dato dal Talmùd è la necessità di evitare l’annerimento delle facciate in vista degli edifici.

Il valore della Amenità

I saggi della Torà sottolineano l’importanza della pulizia, bellezza e ‘naturalezza’ dell’ambiente per uno sviluppo bilanciato della personalità. Rabbi Avraham, il figlio di Maimonide, nel suo libro intitolato ‘Cosa serve per il servizio divino’, riconosce il godimento delle bellezze della natura, come la contemplazione di campi fioriti, montagne e fiumi che scorrono maestosamente come essenziale per lo sviluppo spirituale persino delle più alte categorie di esseri umani. In tempi recenti una delle maggiori figure del movimento Musar, Rabbi Josef Leib Bloch, il fondatore della Jeshiva Telz, ugualmente dava grande importanza allo sviluppo del senso estetico. Arrivò alla conclusione che:

"Un grand’uomo deve vivere con tutte le sue facoltà e deve essere attento e sensibile a ogni cosa. Quanto più grande egli è, tanto più svegli e vivi devono essere i suoi sensi. Il suo senso di bellezza sia sviluppato fortemente; sia pieno di meraviglia ed eccitazione alla vista delle glorie della natura e al suono di una musica piacevole. La vista di una creatura particolarmente bella lo solleverà all’estasi… e saprà come usare questi sentimenti per il sublime proposito di riconoscere il suo Creatore… e riflettere sul Suo potere e la Sua grandezza".


ECOLOGIA

Conservazione della vita di piante ed animali

Qui abbiamo un altro precedente storico; la Torà scritta contiene il primo esempio di una legge di conservazione. Verso la fine della Parascià di Shofetim (Deut. 20:10-20), la Torà si rivolge all’esercito di Israele, che stia assediando una città nemica "per molto tempo", e sia tentato, o per odio o (secondo il Maimonide) come mossa tattica, di distruggere gli alberi da frutto intorno alla città. "Non dovrai tagliare questi alberi" dice l’Onnipotente; e come motivazione per questo comandamento, afferma "perché l’uomo è albero del campo", che può solo significare ·"perché la vita dell’uomo dipende dagli alberi della campagna", un’affermazione di vasta portata, il cui pieno significato è stato forse difficilmente compreso fino ai giorni nostri. È solo recentemente che abbiamo iniziato a capire fino a quanto la vita umana dipenda in effetti dagli alberi ed a renderci conto dei benefici che un ambiente ricco di foreste conferisce al clima, al suolo, e in generale all’ecologia. La desolazione della terra di Israele durata 2000 anni (prevista nella Torà in Lev. 26:32) fu largamente dovuta, a livello naturale, alla distruzione gratuita dei suoi alberi da parte delle legioni romane. È interessante notare come la Ghemarà consideri il rimboschimento delle colline e delle montagne di Israele come il più ovvio segno dell’imminenza dell’era messianica (TB Sanhedrin, 98a, in base a Ezechiele, 36:8).

Come è noto, nonostante la Torà si riferisca solo ad alberi da frutto, la proibizione di bal tashchith ("non distruggere") si estende a tutti gli atti di distruzione gratuita di qualcosa di utile o di valore. È importante notare che questa mitzwà è rivolta in primo luogo ad un gruppo – in questo caso, l’esercito. La conservazione dell’ambiente naturale deve essere una responsabilità della comunità, e le necessità a breve termine dei singoli o dei gruppi devono essere subordinate alle necessità a lungo termine dell’intero genere umano.

Vogliamo citare due ulteriori esempi di problemi ecologici da parte dei nostri Rabbini.

Il fuoco dell’altare del Tempio doveva essere mantenuto da un costante rifornimento di legna. La Mishnà (Tamid, 2:3) ci dice che la legna di tutti gli alberi poteva essere usata per questo scopo, eccetto che quella della vite e dell’ulivo. Secondo la Ghemarà la ragione di questa eccezione era di conservare questi alberi, per la loro importanza per l’economia della terra di Israele (ibid. 29b).

Ancora, il Talmùd (Baba Metzi’a, 101a) discute il caso di qualcuno i cui ulivi per esempio) siano stati trascinati via da un’inondazione e si trovino adesso a mettere radici nel campo di un altro. Se gli alberi rimangono nella loro nuova posizione, la Ghemarà ammette che il secondo proprietario possa rivendicare parte del raccolto, dal momento che la fertilità del suo terreno contribuisce alla crescita. Sembrerebbe ragionevole, d’altra parte, che il proprietario originario possa dire "io mi riprenderò indietro i miei alberi e li ripianterò nel mio terreno". Ma egli non può fare ciò; e la ragione, secondo l’opinione autorevole di Rabbi Yochanan, il grande amorà palestinese del III secolo, è: "per l’economia della terra di Israele". Una volta che gli alberi stanno prosperando nel loro nuovo habitat, non sarebbe nel pubblico interesse il trapiantarli. Il proprietario riceverà piuttosto un compenso; egli pianterà nuovi alberi nel suo terreno e due alberi cresceranno nella terra di Israele, mentre prima ce n’era uno solo. Non c’è da meravigliarsi che Rabbi Yirmyià commenti così questa decisione: "bisogna essere un grande uomo per poter dire una cosa come questa!" (ibidem). Essere capaci di riconoscere l’importanza dell’ecologia contro i diritti di proprietà dei singoli – questa è grandezza.

Leggi naturali e leggi della Torà

Altri esempio di come la Torà si interessi della protezione della natura sono la proibizione del kil’ayim (incroci di piante ed animali, Lev. 19:19), e del sirus (castrazione, ibid., 22:24). La Torà introduce le leggi del kil’ayim nella parascià di Kedoshim con la frase: "e voi osserverete i miei statuti". Ciò è spiegato nel Sifrà come "gli statuti che io ho già imposto dall’antichità", cioè le leggi di natura che richiedono che le specie non vengano mescolate. Il fatto che lo shaatnez (la proibizione di mischiare lana e lino nei vestiti) sia incluso in questa categoria sembrerebbe appoggiare l’interpretazione che Rabbi Hirsch ha dato di esso come espressione simbolica di una stessa idea – rispetto per i confini che Dio ha posto nella Sua creazione nella sfera naturale come in quella morale (vedi S.R. Hirsch: Pentateuch, Trad. Inglese, Lev. parte II, pp. 534-537).

Più di un maestro della Mishnà in Sanhedrin (56b) include le due suddette proibizioni (incroci e castrazione) tra le mitzwoth che si applicano a tutto il genere umano. Nonostante questa non sembra essere la norma generalmente accettata, ciò nondimeno sottolinea il significato universale di tale legislazione.

Inoltre, secondo Rabbi Aharon Ha-Levi di Barcellona, l’Autore del Sefer ha-Chinukh, il divieto della Torà di pendere da un nido la madre con le uova (Deut. 22:6-7) è anche collegato con il desiderio del Creatore di conservare le specie esistenti nella Sua creazione (Mitzwà 545).

Conservazione del terreno

Un insolito provvedimento connesso con la legislazione della shemittà sottolinea la comprensione da parte dei nostri maestri della conservazione del suolo. La legislazione della shemittà (anno scolastico) è un complesso di leggi della Torà che proibisce, tra l’altro, la coltivazione della terra di Israele ogni sette anni (Esodo 23:11; Lev. 25:1-7). Una norma rabbinica (la data della quale è oscura, ma che fu certamente in vigore durante il periodo delle scuole di Hillel e Shammai, circa 70 anni prima della distruzione del Secondo Tempio) prevedeva che vari mesi prima dell’inizio dell’anno sabbatico si cessasse di arare e di svolgere diverse altre attività agricole. Nel caso di terra arabile la data fissata era Pesach del sesto anno, e nel caso di frutteti e vigneti, Shavuot del sesto anno (Mishnà, Shevi’ith, cap. 1-2). La ragione per questa estensione all’anno precedente era per evitare l’impressione che il terreno venisse preparato per la semina del settimo anno (vedi Talmùd Jerushalmì, Shevi’ith, 1:2).

Comunque noi troviamo che R. Gamliel (il figlio di Rabbi Jehuda Ha-Nassi) abrogò questa norma e permise l’aratura fino al capodanno (ibid., e Talmùd Babilonese, Mo’ed Qatan 3b). La Ghemarà si chiede come egli potesse avere l’autorità di fare ciò, dal momento che egli e il suo tribunale erano certamente di un livello inferiore a quello del tribunale che aveva imposto il decreto inizialmente. La risposta accettata è che la corte che originariamente promulgò il decreto aveva incorporato anche una clausola che dava l’autorità ad ogni corte successiva di revocarlo, se ne avessero visto la necessità. La ragione per questa assai insolita procedura è data dal commento di Tosafoth (Mo’ed Qatan, ibid., s.v. Qol). Infatti, un danno a lungo termine del suolo sarebbe potuto risultare se si fosse lasciata la terra non arata per 18 mesi di seguito. Una delle funzioni dell’aratura è di favorire la penetrazione dell’acqua durante la stagione delle piogge e così prevenire una dannosa deidratazione del suolo. È possibile che la necessità di arature più frequenti sia connessa con la variazione, nel tempo, del livello dell’acqua sotterranea. All’epoca in cui si decretò l’estensione del divieto può essere che il livello dell’acqua fosse soddisfacente, e non c’era da preoccuparsi per effetti a lungo termine. Comunque, nella legge fu inserita una certa flessibilità, poiché il Sinedrio doveva avere previsto la possibilità di un calo del livello nel futuro, quando il problema della conservazione dell’umidità sarebbe diventato rilevante.


INQUINAMENTO CULTURALE

È ironico il fatto che il recente risveglio dell’attenzione riguardo all’inquinamento fisico sia accompagnato da un sempre più rapido inquinamento morale e culturale del nostro intero ambiente. Non c’è bisogno di entrare nei dettagli; siamo tutti consapevoli di quanto la stampa, la letteratura, il cinema, e la televisione inondino il nostro ambiente con sesso, violenza, crimini e morbosità di ogni genere. Il continuo ritrarre la violenza, la morte e la distruzione, come anche una serie senza fine di tutti i tipi di comportamento dannoso e di intemperanza, sia quando siano sotto forma di documentari veritieri, che come genere letterario o di intrattenimento, rappresentano una delle più insidiose forme di inquinamento dell’ambiente. Dobbiamo considerare come materiale inquinante di primo ordine tutto ciò che tende a rendere volgare la nostra sensibilità, ad abbassare il livello morale e a diminuire la resistenza interna a ciò che è male.

Commissioni deliberano, conferenze vengono tenute, ricerche vengono intraprese da eminenti psicologi, e tutti ci rassicurano che non c’è alcun effetto rilevabile su bambini o adulti soggetti a questo diluvio di immagini. Ma noi, come ebrei di Torà, sappiamo bene come stanno le cose. Le ricerche degli psicologi raggiungono solo la superficie, la mente cosciente. Il pericolo insidioso di questa forma di inquinamento è che essa si insedia profondamente all’interno del subconscio, e da lì indirettamente infetta le molle delle nostre azioni. Ciò è l’equivalente morale dell’accumulo di DDT nel fegato fino a raggiungere livelli pericolosi.

Il Dr. Paul Ehrlich, uno dei più grandi ecologi del nostro tempo, così si è espresso a questo riguardo in un articolo pubblicato sul "Times" (Londra, 26 giugno 1972):

"Quali sono stati gli effetti dei programmi televisivi degli anni 50 e 60 sulla mentalità degli americani e degli inglesi? Non lo possiamo sapere fin quando i bambini educati in quel periodo comincino a raggiungere posizioni di potere negli anni 80 e 90 di questo secolo… (similmente) la prima generazione di esseri umani a venire esposti nell’utero agli effetti dei pesticidi clorati soltanto ora sta entrando nell’età fertile (e gli effetti a lungo termine sono egualmente imprevedibili)".

Qui parla uno scienziato vero che sa di non sapere.

Noi ebrei di Torà abbiamo altre fonti di informazione e la nostra esperienza di problemi morali risale più indietro della civiltà prevalente. Noi non abbiamo alcun dubbio che l’esposizione costante a stimoli di tal sorta dall’infanzia e dall’adolescenza lungo tutta la vita possa avere solo l’effetto debilitante della fibra morale. Dal momento che l’essere umano di basso livello morale è la maggiore fonte di inquinamento, gli effetti a lungo termine sul nostro ambiente totale non potranno che essere dannosi.

Il Talmùd (Mo’ed Qatan 18b) afferma che c’è più di una maniera di essere coinvolti nel peccato. Immaginare di compierlo è una di queste; e così pure il godere nel vedere altri compierlo. In effetti, la saggezza della Torà ci dice che "il pensiero del peccato è peggiore del peccato stesso" (TB, Yomà, 29a), poiché un peccato effettivo può preparare la strada, per reazione, al pentimento e alla purezza; mentre la continua immaginazione può avere effetti insidiosi sulla personalità intera. Sono dunque chiari i pericoli di questa forma di inquinamento.

Il tipo di ambiente morale che la Torà tenta di creare è all’estremo opposto dell’atmosfera insana che il mondo occidentale cerca di produrre.

L’ambiente di Torà

Come abbiamo visto, l’ebraismo si è sempre interessato della qualità dell’ambiente, nel senso fisico, e ancor più in quello morale e spirituale. In effetti, nel suo programma di Torà e mitzwoth, l’ebraismo ha disposto un ambiente in cui l’essere umano può crescere nella sua piena statura.

"Il Santo, Benedetto Egli sia, volle portare purezza al popolo di Israele, per questo Egli moltiplicò le loro opportunità di osservare la Torà e le mitzwoth" (Mishnà, fine di Maccoth).

Le mitzwoth rivestono la nostra vita e la nostra attività quotidiane di un significato spirituale; se diviene un programma osservato fedelmente e coscientemente, il loro effetto totale è di aumentare la qualità della nostra vita.

È ben noto che la Torà può essere osservata solo in una comunità. Contro la frammentazione del mondo attorno a noi, l’ebraismo pone il suo accento sull’unità: l’unità di Dio, l’unità di Israele, la totalità dell’uomo. Si sforza di creare un ambiente nella casa, nella comunità, e nella nazione, dove questa totalità possa venire realizzata.

Prendiamo un solo esempio – l’ambiente domestico. I nostri figli sono educati fin dalla culla a sapere che noi viviamo in un mondo di valori ben definiti: issur, hetter; qodesh, chol (vietato, permesso; sacro, non-sacro). Essi sono circondati da persone che riconoscono di vivere in una dimensione superiore a quella dei loro capricci e appetiti. Le loro menti sono nutrite dalle sacre parole della Torà. Le storie che essi ascoltano giorno dopo giorno non sono le fantasie malate del subconscio europeo, ma le storie degli eroi spirituali del nostro popolo – un popolo che ha camminato con Dio e Lo ha servito. L’ambiente di qedushà (santità) del bambino viene esteso ad abbracciare 4000 anni di passato-nel-presente ebraico. Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè… Samuele, David, Elia… Hillel, Rabbi Akiva, Abbaye, Rava, Rav Ashi… il Gaon di Vilna, il Chafetz Chayim e il Chazon Ish… i ghedolim (grandi) di tutte le età affollano l’infanzia del bambino ebreo. Egli li conosce tutti personalmente. Essi parlano a lui e camminano al suo lato. Queste sono le immagini con cui noi ci sforziamo di riempire il subconscio dei nostri figli.

E crescendo, essi crescono in un ambiente di Torà e di mitwoth, cioè di studio e di azioni; dove si cerca di conoscere la volontà di Dio e di metterla in pratica al meglio delle proprie capacità. Questo è un compito che assorbe tutta una vita, degno del più alto intelletto ma anche aperto al più basso. Non ci può essere un ambiente più felice, più stimolante per un essere umano.


LE RADICI DELL'INQUINAMENTO

L’ironia della situazione sta nel fatto che l’inquinamento è fondamentalmente un problema morale. Ogni atto di inquinamento significa che qualcuno, da qualche parte, ha detto: "Ciò a me conviene, e non mi preoccupo di quali effetti possa avere sulle altre persone". Rendendo immorale l’essere umano, noi incoraggiamo l’inquinamento nel senso più profondo e di più vasta portata.

La saggezza talmudica sottolinea che l’inquinamento dell’ambiente può essere superato solo quando colui che inquina si rende conto che è il suo proprio mondo che egli sta danneggiando. La parabola talmudica (Baba Qamma 50b) così afferma:

"Ci fu un caso in cui una certa persona stava togliendo pietre dal suo campo e le gettava in un sentiero di dominio pubblico. Un chassid lo trovò (mentre faceva ciò) e gli disse: "Sciocco! Perché togli le pietre da una terra che non è tua e le getti in una terra che è tua?". Egli (il proprietario del terreno) rise lui. Dopo qualche tempo, egli dovette vendere il suo campo e (più tardi) camminando lungo lo stesso sentiero cadde sopra quelle stesse pietre. Egli disse: quel chassid aveva ragione quando diceva: "Perché togli le pietre da una terra che non è tua e le getti in una terra che è tua?"".

Il fatto è che non esiste un diritto privato in opposizione al diritto pubblico. Il singolo è lui stesso un membro della collettività, ma riconoscere ciò richiede un fondamentale intuito morale. Per averlo fisso in mente uno deve essere un chassid – ossia essere consacrato alla ricerca di una sempre maggiore perfezione morale.

Controllo demografico

Spesso viene addotta l’opinione che la forte crescita della popolazione sia il fattore principale che contribuisca all’inquinamento. Voci potenti e rumorose vengono levate per dirci che se soltanto riuscissimo a stabilizzare la popolazione del mondo saremmo sulla via giusta per risolvere i nostri problemi di inquinamento, ma questa è un’illusione (vedi per esempio D.H. Meadows, I limiti dello sviluppo, Mondadori 1972, e G. Hawthorn, Population policy: a modern delusion, Fabian Press, London 1973). L’inquinamento e la congestione sono causati assai più da una crescente ricchezza che da una crescente natalità, come vedremo.

Ma assumiamo per il momento che sia stato provato definitivamente che un’ulteriore crescita incontrollata della popolazione conduca a un deterioramento marcato nelle condizioni globali di vita. In una tale situazione oserei suggerire che non ci sarebbero obiezioni halachiche, in linea di principio, a una limitazione volontaria della dimensione della famiglia da parte della popolazione non ebraica. Sottolineo le parole "popolazione non ebraica" poiché la halachà è fondamentalmente differente nella sua applicazione, rispettivamente, a ebrei e a non ebrei. Per gli ebrei c’è uno specifico comandamento positivo nella Torà a riprodursi, e la contraccezione è proibita eccetto che in circostanze eccezionali e solo tramite certi mezzi specifici (vedi M. Tendler, Population control: the Jewish view, Challenge, p. 467). Per i non ebrei la situazione è assai differente. Per loro non c’è nessun comandamento positivo a riprodursi. C’è semplicemente una generale "espressione di proposito" da parte dell’Onnipotente, con le parole del profeta Isaia (cap. 45:18):

Egli creò il mondo non come terra desolata;

Egli l’ha formata per essere abitata.

Da ciò noi impariamo che ogni essere umano ha il dovere morale, benché non si tratti (strettamente parlando) di una norma halachica, di contribuire a che il mondo non rimanga un deserto, ma sia pienamente popolato (TB, Bekhoroth 47a, e Ghittin 41b, Tosafoth s.v. 10). La parola tradotta con "per essere abitata può anche essere resa con "per essere colonizzata". Quindi si potrebbe dedurre che, una volta che il punto di saturazione sia stato raggiunto, ed ogni ulteriore aumento della popolazione si potrebbe rivelare come non essere un passo avanti verso la "colonizzazione", del mondo, ma piuttosto un passo indietro verso una "terra desolata", l’obiettivo espresso da Isaia sarebbe stato raggiunto e il dovere morale derivato da ciò non si applicherebbe alla popolazione non ebraica del mondo. Anche ammettendo ciò, sarebbe difficile in pratica determinare quando il punto di saturazione sia stato raggiunto.

Si potrebbe ritenere, per esempio, che piuttosto che aggregarsi in giganteschi complessi urbani, la razza umana adempierebbe meglio alla volontà divina disperdendosi nelle aree della terra relativamente non popolare. Ma teoricamente la possibilità esiste. Una volta che si sia stabilito che un tale punto di saturazione sia stato raggiunto, sarebbe allora in accordo con la volontà di Dio che la popolazione non ebraica prenda provvedimenti per ridurre la natalità.

Per quanto riguarda il Popolo della Torà, comunque, il dovere di riprodursi è assoluto, e non può essere influenzato affatto dalla statistica demografica. Ciò si basa non su considerazioni fisiche, come la "colonizzazione del mondo", ma sulla necessità spirituale che ci siano più persone nel mondo dedicate a una vita di Torà e di mitzwoth, con il risultato di una crescita generale del livello spirituale dell’uomo. Per questo non ci può essere nessun possibile sostituto.

Crescita industriale

Mentre si può concedere la possibilità di un controllo della popolazione, in certe circostanze, per la popolazione non ebraica, dobbiamo tuttavia mettere in evidenza che parlare del controllo della popolazione come l’unico, o anche solo come il principale, rimedio per i nostri mali, è completamente irresponsabile. Dopo tutto, non c’è dubbio che i problemi dell’inquinamento sono causati quasi esclusivamente dall’industria, e la produzione mondiale e il consumo dei beni di ogni genere sono in modo schiacciante nelle mani di una assai piccola proporzione della popolazione del mondo – quel 20% che noi chiamiamo "i paesi industrializzati". Il 40% della produzione di energia del mondo è consumata da soltanto il 6% della popolazione mondiale – gli Stati Uniti d’America.

Il circolo vizioso della produzione e del consumo di beni di lusso genera la loro stessa continua crescita, ed è chiaro che la causa dell’inquinamento risieda in questo fatto. La popolazione mondiale sta attualmente aumentando il ritmo di circa il 2% all’anno; mentre il prodotto industriale è cresciuto negli ultimi anni al ritmo del 7% all’anno. Con questo ritmo di crescita esponenziale, è stato valutato che l’inquinamento industriale sommergerà il pianeta entro 20 anni. È stato calcolato che anche se la crescita della popolazione venisse assestata ora, e anche se le misure anti-inquinamento riuscissero a ridurre l’inquinamento del 75% per unità, l’inquinamento finale dell’atmosfera del pianeta verrebbe ritardato solo di qualche decina d’anni se il ritmo di crescita industriale esponenziale continuerà al livello attuale.

Una rivoluzione copernicana della mente

A dispetto dell’interesse generale per il nostro ambiente che si va deteriorando, assai poche persone sono giunte ad avere una padronanza con i più profondi problemi che esso pone. Le implicazioni sono troppo rivoluzionarie. Esse vanno contro a radicati modi di pensiero che hanno dominato il mondo occidentale per gli ultimi due secoli.

La verità è che l’obiettivo di una crescita fisica illimitata non è più a lungo sostenibile. Si richiede un cambiamento completo e radicale, non dei metodi, ma degli obiettivi. L’essenza dell’essere umano è che egli è capace di porsi i propri obiettivi, e di cambiarli quando si rende necessario. Producendo i suoi propri obiettivi, egli diventa il padrone di se stesso (vedi A. Carmell, Freedom, Providence and the Scientific Outlook, Challenge, p. 326). C’è un solo modo per evitare il disastro che minaccia di schiacciare il genere umano. Gli obiettivi materiali devono essere sostituiti con obiettivi spirituali.

Come abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, la Torà è assai lontana dall’ignorare le faccende di questo mondo. Al contrario, come Rav Huna disse a suo figlio (vedi sopra), il raggiungimento di un ambiente fisicamente sano è esso stesso un valore spirituale ed è all’interno della sfera della Torà. La Torà dà un valore assai grande alla vita su questo mondo, perché esso è l’unico veicolo che noi abbiamo per il conseguimento di valori spirituali (così la spiegazione talmudica per l’ordine di profanare il sabato con lo scopo di salvare una vita e: "profana un sabato per lui, affinché egli sia in grado di osservare molti sabati", Jomà 85a).

D’altra parte, la saggezza della Torà si è sempre sforzata di render chiaro che i fini materiali perseguiti per il proprio interesse possono solo portare alla rovina e alla auto-frustrazione. Così i detti: "Chi è ricco? – Colui che si accontenta della sua parte" (Pirqe Avoth 4:1); "l’invidia, il desiderio sfrenato e la ricerca del prestigio guidano l’uomo al di fuori del mondo" (ibid., 4:21); "più si hanno beni materiali, più si hanno preoccupazioni" (ibid., 2:7); "nessun uomo muore con metà dei suoi desideri esauditi" (Qoheleth Rabba 1:34, 3:12); tutte queste citazioni dimostrano abbastanza chiaramente quale sia l’attitudine della Torà verso tale problema.

La differenza oggi è questa. Ciò che i moralisti sono andati dicendo per migliaia di anni (con assai pochi successi) è ora diventato un problema di urgente necessità; una semplice questione di sopravvivenza. A meno che noi non riusciamo a frenare la nostra insaziabile brama di sempre maggiori standard di vita ci troveremo di fronte a un disastro da inquinamento industriale che inevitabilmente seguirà. L’ideale di una crescita economica illimitata, dal quale l’attuale economia dipende, si è rivelato un’illusione. Ora sappiamo che una volta che un certo livello critico è stato raggiunto, un’ulteriore crescita è controproducente in termini di profitto netto.

Ma questa conoscenza da sola non riuscirà mai a modificare il modello letale di consumo, produzione e inquinamento. Che cosa può riuscire in questo intento? Soltanto un movimento mondiale che sia capace di afferrare l’immaginazione del genere umano; un movimento il cui scopo dovrebbe essere di liberare l’enorme potenziale spirituale attualmente rinchiuso nel cuore e nella mente dell’uomo. Questo movimento rappresenterebbe una sorta di rivoluzione copernicana della mente, e mostrerebbe al genere umano almeno come sostituire obiettivi materiali con obiettivi spirituali. Un modo che avesse compiuto ciò sarebbe finalmente liberato dall’incubo della crescita industriale illimitata. La crescita spirituale non produce inquinamento. Al contrario, la riduce al minimo; poiché, come abbiamo visto, l’inquinamento è essenzialmente un problema morale.

Crescita spirituale significa sviluppo del potenziale umano verso il chesed (amore e benevolenza), la qedushà (santità) e l’emeth (perseguimento della verità e devozione ad essa). Quando la crescita spirituale diventa un proibitivo, la sovrapproduzione dovuta alle necessità del consumatore artificialmente pubblicizzate verrà automaticamente interrotta. L’industria si occuperà soltanto di soddisfare le reali necessità di tutto il genere umano, piuttosto che le necessità illusorie dei pochi ricchi. L’aumento di tempo libero non sarà visto con paura; ricreare noi stessi in una forma spirituale è un’attività che richiederà tutto il nostro tempo e i nostri sforzi. La vera unità e l’uguaglianza di tutto il genere umano verranno realizzate. Differenze di razza, ricchezza e intelletto diverranno irrilevanti, poiché nel suo potenziale spirituale tutto il genere umano è in definitiva uguale.

Non c’è bisogno di dire che i mass-media e tutti i più sofisticati mezzi di educazione e propaganda staranno a disposizione del movimento nel pubblicizzare i suoi scopi rivoluzionari. L’onda della creatività umana che verrà a causa di ciò liberata è inimmaginabile per noi oggi, che viviamo ancora nell’era ottenebrata e retrograda degli obiettivi materiali.

Una visione messianica

Un sogno messianico? Son d’accordo. Ma come ebrei ortodossi noi crediamo nell’avvento di una tale era; e come scienziati ebrei ortodossi noi crediamo di poter scorgere ora le tendenze storiche che possono portare alla sua nascita. È detto che l’era messianica verrà tramite mezzi naturali (Maimonide, Holkhoth Melakhim 12:1), ed è solo nel nostro tempo, con la plasticità di idee che si estende a tutto il mondo, e con l’immediatezza elettronica delle comunicazioni, che una tale universale rivoluzione spirituale possa essere immaginata.

Il movimento richiede una personalità. Nei tempi moderni molte delle rivoluzioni di più vasta portata nel pensiero sono emerse dall’opera di ebrei: Einstein, Freud, Marx; benché tutti questi fossero lontani dalla tradizione della Torà. Sarebbe forse così impensabile che la prossima rivoluzione dello spirito possa essere guidata da una personalità dinamica, immersa, questa volta, nelle verità spirituali della Torà, con una visione liberatoria assai più profonda di quella di Freud, con ideali rivoluzionari assai più radicali di quelli di Marx, e con i mezzi a sua disposizione per far ruotare il mondo dal nero incubo di un pianeta inquinato a un più brillante futuro di creatività spirituale?

Forse solo oggi noi possiamo apprezzare il significato di quella meravigliosa visione del profeta Ezechiele (cap. 47), nella quale egli vide, 2500 anni fa, come "alla fine dei giorni" il mare stesso sarà inquinato e tutti i pesci e gli organismi viventi in esso si ammaleranno e saranno prossimi alla morte. Egli vide anche un flusso di acqua pura proveniente da sotto l’entrata del Tempio di Gerusalemme – acqua che veniva dallo stesso Santo dei Santi (vedi TB, Jomà, 77b). Un semplice filo di acqua, all’inizio, ma che presto cresce in volume e si gonfia fino a divenire un imponente fiume in piena che si abbatte sul mare inquinato (ha-mutzaim, che secondo la mia opinione deriva dalla parola tzoà, escrementi; cfr. Le-motzaoth, II Re, 10:27), "guarendo" le acque e portando la vita ai pesci morenti in esse: portando altresì la vita al deserto, quando un vasto frutteto di fertili alberi nascerà lungo le sue rive.

Nessuna generazione se non la nostra può meglio apprezzare il significato di questa visione; sia la parabola del mare inquinato – qualcosa di cui solo nella nostra era siamo stati testimoni – che i significati interiori; il potere delle acque della Torà e della purezza che rivoluzioneranno la vita su questo pianeta, e che restituiranno al genere umano il suo vero obiettivo, la vita creativa dello spirito.

Non c’è maniera migliore di finire questo articolo se non lasciando parlare Ezechiele stesso,di quella antica visione tuttora così rilevante per le necessità dei nostri giorni. È una visione, inoltre, che ci dà una speranza che i numerosi problemi del nostro mondo inquieto e tormentato dall’inquietudine troveranno, con l’aiuto di Dio, la loro ultima soluzione nel potere curativo della Torà.

Mi ricondusse alla porta del Tempio ed ecco che di sotto la soglia del tempio scaturivano delle acque in direzione d’oriente giacché appunto verso oriente era rivolta la facciata del Tempio. Le acque scendevano di sotto al lato meridionale della facciata del Tempio e scorrevano a sud dell’altare. Mi fece poi uscire dalla porta settentrionale e mi fece girare di fuori verso la porta esterna che guarda a oriente ed ecco le acque sgorgavano dal lato destro. Quando l’uomo uscì verso oriente aveva in mano una cordicella e misurò mille cubiti: mi fece attraversare l’acqua che mi giungeva alle calcagna. Misurò altre mille cubiti e mi fece attraversare le acque che mi giungevano alle ginocchia. Misurò altri mille cubiti, mi fece attraversare, e le acque mi giungevano ai fianchi. Misurò altri mille cubiti e le acque si erano tanto ingrossate da formare un torrente che non si poteva attraversare se non a nuoto: un torrente che non si poteva guardare. Mi disse: "Hai visto, figlio d’uomo?". Mi ricondusse poi lungo la riva del torrente. Nel ritorno ecco che presso le sponde del torrente, di qua e di là, c’erano alberi in grande quantità. Mi disse: "Queste acque scorrono verso la regione orientale, scenderanno poi nella piana e si getteranno nel mare; quando saranno giunte fino al mare ne risaneranno le sue acque. Ed ogni essere guizzante nell’acqua ovunque giungerà il torrente potrà vivere cosicché ci sarà nel mare una grande quantità di pesce; queste acque, giungendo colà, faranno risanare anche quelle del mare; tutto vivrà ovunque arriverà il torrente. Dei pescatori saranno sulle rive: da ‘En Ghèdi fino a ‘En Eglàim vi sarà una distesa di reti. Vi si troverà pesce di varie specie come quello del mare grande e in grande quantità. Però i suoi stagni ed i suoi acquitrini non saranno risanati ma resteranno abbandonati al sale. Presso al torrente, da una parte e dall’altra, sulle sue rive, crescerà ogni sorta di alberi fruttiferi le cui foglie non appassiranno mai e il cui frutto non verrà mai meno. Ogni mese daranno frutti novelli quelle acque escono dal santuario. Il loro frutto servirà di cibo e le loro foglie di medicamento"

(da Challenge, Torah views on science and its problems, edited by A. Carmell e C. Domb, Association of Orthodox Jewish Scientists Feldheim Publishers, Jerusalem – New York, 1978).

Menorà: dalla terra allo spirito

"Farai un candelabro d’oro puro fatto tutto di un pezzo: il piedistallo e il fusto, e i suoi calici, i suoi boccioli e i suoi fiori formeranno un solo corpo con esso. Sei rami usciranno dai suoi lati, tre da una parte e tre dall’altra. Su ogni ramo vi saranno tre calici a figura di fiore di mandorlo con il suo bocciolo e un fiore…".

(Esodo 25:31-33)

Dopo la "stella di Davide", la figura a sei punte che si è diffusa tra li ebrei solo cento anni fa – il più noto simbolo ebraico è la Menorà, il candelabro a sette braccia.

La Menorà inizialmente era posta nel tabernacolo nel deserto del Sinai; più tardi nel Santuario di Gerusalemme. La sua descrizione nel libro dell’Esodo (25: 31-36) è formata quasi completamente da termini botanici: rami, calici, petali e coppe. Antiche fonti ebraiche, come il Talmùd babilonese, stabiliscono uno stretto rapporto tra la Menorà e una pianta specifica. In effetti vi è una pianta nativa di Erez Israel che ha una notevole somiglianza con la Menorà, anche se non è sempre a sette braccia. È un tipo di salvia, chiamata in ebraico Morià. Varietà di questa pianta crescono in tutto il mondo ma qualcuna delle specie che cresce allo stato selvaggio in Israele assomiglia molto direttamente alla Menorà.

Il gran sacerdote aveva l’ordine di tenere la Menorà nel Santuario piena di puro olio di oliva e di accenderla ogni giorno (Esodo 27:30). L’olio di oliva brucia con la fiamma più chiara e brillante di tutti gli altri olii vegetali. Ma non solo l’olio di oliva è speciale. Il fogliame dell’olivo stesso sembra illuminarsi quando il vento agita i suoi rami. Il lato inferiore di ogni foglia di olivo è di color argenteo e così l’intero albero acquista questi riflessi.

Quando la brezza "porta" queste onde di luce da un olivo all’altro l’intera piantagione sembra illuminarsi. L’albero di olivo era stato un simbolo di luce già nella storia dell’arca di Noè quando la colomba tornò indietro con una foglia di olivo nel becco (Genesi 8:11). Un antico commento spiega che la foglia di olivo fu "una luce per il mondo". La luce è stata sempre associata con la pace, così come il buio lo è stato con la guerra e la distruzione.

La Menorà e l’albero di olivo come simboli di pace sono presenti nella visione del profeta Zaccaria. Questi vide una Menorà con a lato due alberi di olivo che versavano il loro olio nelle sette lampade della Menorà. Nelle sette fiamme della Menorà. Nelle sette fiamme della Menorà sette parole che un angelo aiutò a leggere: "Lo bechail velo bekoach ki im beruchi: Non con l’esercito né con la forza, ma con il Mio spirito" (Zacc. 4:6).

Dopo la distruzione del secondo Tempio il generale romano Tito portò via la Menorà a Roma come il simbolo supremo della sua conquista militare della Giudea e della distruzione del Tempio. Ma il popolo d’Israele portò l’immagine della Menorà ai quattro angoli della terra come un simbolo della sua fede nella futura conquista della forza da parte dello spirito. La visione di Zaccaria fu ricreata quando la Menorà, con un ramo di olivo da ogni lato, divenne l’emblema ufficiale dello Stato di Israele, un simbolo di pace e la fine della dispersione forzata.

(da Ecology in the Bible, di Nogah Hareuveni e H. Frenkley, Neot Kedumim, 1974)

Per saperne di più

È imminente la diffusione in italiano del n. 111 di Torath Chajim, che contiene l’articolo "Ecologia ed esistenza ebraica", di A. Markovitch e E. Rothenberg. Nel Novembre del 1974 la Rassegna Mensile di Israel ha pubblicato un articolo di Elio Toaff dal titolo "I rapporti uomo-natura nella filosofia e nella tradizione ebraiche" (vol. XL, n. 11, p. 462-476).

Hanno curato questo inserto Riccardo Di Segni e Gianfranco Di Segni.


Itinerari ebraici/4

Sannicandro Garganico, Venosa, Trani, Oria, S. Cesarea Terme. Percorrenza totale: 420 km.

Gli itinerari suggeriti nei numeri precedenti di Alef-Dac erano concepiti come percorsi locali, da coprire in una, massimo due giornate. Il presente giro della Puglia si snoda invece su un itinerario di 420 km circa ed è certamente un giro da effettuarsi nel contesto di una più completa visita turistica della regione. L’intero percorso può pertanto essere coperto in più giorni.

La presenza ebraica nella regione ha antichissime origini, in quanto la Puglia fu luogo di transito di mercanti e dei loro traffici già più di duemila anni fa. Da qui passavano persone e merci provenienti dal Medio Oriente e dirette a Roma. Molti porti, primo fra tutti quello di Brindisi, servivano alle navi in arrivo dal bacino del Mediterraneo, mentre la via Appia consentiva ai viaggiatori di raggiungere Roma, evitando il periplo della penisola. Lo stanziamento ebraico in questa regione seguì pertanto le sorti di quei traffici, tanto che tra i centri dove fu più intensa la vita ebraica si annoverano molti dei porti affacciati sull’Adriatico. Nei primi dieci secoli dell’era Volgare l’attività ebraica nella zona fu particolarmente intensa, tanto che moltissimi centri anche dell’interno furono sede di comunità ebraiche.

Dotti ebrei venivano visitati qui da altri ebrei provenienti da comunità del nord-Africa.

Ancora nei primi secoli del nostro millennio, pur se con alterne vicende, gli ebrei rappresentarono una presenza cospicua in tutto il meridione d’Italia.

Di quel periodo le notizie più esaurienti si hanno dagli appunti di viaggio del mercante ebreo spagnolo Benjamin da Tudela, che nella seconda metà del secolo XII viaggiò dalla Spagna verso l’estremo Oriente attraverso l’Europa e il Medio Oriente. Le notizie che ha lasciato sono pertanto del periodo della dominazione normanna, e riguardano numerose comunità tra cui Melfi, abitata allora da 200 famiglie di ebrei, lo stesso numero di Trani, la cui comunità era cresciuta con l’apporto di ebrei e cripto-ebrei provenienti dalla Spagna meridionale, che era stata invasa dai musulmani almoadi. Visitò poi Bari e le altre città che si affacciano sull’Adriatico. Quelle terre passarono poi nel 1198 a Federico II di Svevia, che aveva solo 4 anni e che, finché fu sotto la tutela papale, per ragioni di età accondiscese a seguire le disposizioni politiche del papato. Una volta autonomo Federico si dimostrò particolarmente benevolo nei confronti delle comunità ebraiche dei suoi possedimenti, togliendo tra l’altro ai vescovi il controllo fiscale sulle giudecche e lasciando ad ebrei il monopolio della seta e della tintoria delle stoffe.

Alla fine del XIII secolo, morti Manfredi e Corradino di Svevia i territori pugliesi passarono sotto la monarchia angioina, che con Carlo I e Carlo II, nuovamente legati strettamente al papa, riprese a vessare fiscalmente le comunità ebraiche, ad imporre agli ebrei di portare il segno di riconoscimento, mentre proteggeva, contradditoriamente, alcuni saggi e medici ebrei della corte reale.

Verso la fine del ‘200 si abbatté su quella comunità una violenta ondata conversionistica voluta dai frati domenicani e non ostacolata dal re, con accuse di omicidio rituale e i tratti caratteristici della campagna antisemita.

Il ‘300 si presentò invece come un periodo di maggiore respiro, sebbene vari episodi ricordarono agli ebrei che le sofferenze non erano finite (vessazioni fiscali a Trani e trasformazione in chiese di lacune sinagoghe. Così fu per l’inizio del XV secolo, mentre nel 1442 gli Aragonesi sostituivano gli Angioini al potere. La nuova monarchia accordò agli ebrei un’amnistia e abolì l’obbligo di portare il segno distintivo, mentre episodi isolati di violenza si verificarono a Bari e Lecce nel 1463, e ancora a Lecce, Brindisi e Trani alla fine del secolo. Mentre il 1492 aveva segnato la cacciata degli ebrei dalla Spagna e dalla Sicilia, sembrava che nel resto del Meridione le nubi non si addensassero così minacciose. Determinante fu, per la cacciata finale dal Meridione, la spartizione delle terre del regno di Napoli tra i re di Francia e Spagna. Quest’ultimo, Ferdinando il Cattolico, ottenne da principio Puglia e Calabria, riunendo poi nel 1505 tutti i territori sotto la propria corona, decretando un lento ma definitivo esodo ebraico dalle proprie terre.

Scomparvero nel giro di pochi anni comunità antichissime, mentre molti ebrei evitarono il trasferimento forzato con la conversione, che spesso lo fu solo di facciata, in quanto venivano conservati nel segreto delle case i riti e gli usi della tradizione ebraica.

Di quell’esodo fece parte anche il dotto esegeta, mistico Isaac Abravanel, fuggito dalla Spagna (e divenuto consulente economico del re di Napoli Ferrante, poi del re Alfonso d’Aragona) che abitò gli ultimi anni prima della fuga a Monopoli, abbandonata nel 1503 con destinazione Venezia, dove ebbe ancora incarichi di prestigio.

Le località che si consiglia di visitare hanno in comune le vicende storiche descritte, ma a causa del tempo trascorso dalla data di estinzione di quegli antichi insediamenti è possibile trovare oggi scarse vestigia.

Sannicandro Garganico viene consigliato solo per la storia particolare di cui sono stati protagonisti alcuni abitanti del paese. Nel 1930 Donato Manduzio, dopo aver studiato da autodidatta la Torah, fece proseliti nel paese e chiese alle autorità rabbiniche di potersi convertire con i proseliti. Dopo una certa riluttanza la conversione fu accettata nel 1944. Quasi tutte le 70 persone convertite dopo il passaggio all’ebraismo scelsero di andare a vivere in Israele. Attualmente risiede in paese un piccolo nucleo di ebrei. Passando per Foggia, Candela e Melfi che, come si è detto, ospitò una delle più fiorenti comunità del Meridione, si giunge a Venosa, dove si arriva passando dalla Puglia all’alta Basilicata. Due epigrafi sepolcrali ricordano che a Venosa già nel V secolo alcuni ebrei facevano parte del consiglio municipale; di altre cariche pubbliche parlano due epigrafi più tarde. Vi furono rinvenuti due cimiteri ebraici, uno esterno del nono secolo, un altro sotterraneo di tipo catacombale utilizzato tra il quarto e il settimo secolo. Quest’ultima dovrebbe essere visitabile in futuro, mentre oggi non è accessibile in quanto sono in corso lavori di restauro statico. Da Venosa, per Canosa e Andria, si arriva sulla costa a Trani. Qui, come a Venosa e a Bari, sono state rinvenute iscrizioni sepolcrali in ebraico all’incirca dell’ottavo secolo. Benjamin da Tudela segnala, come si è detto, circa dell’ottavo secolo. Benjamin da Tudela segnala, come si è detto, circa 200 famiglie ebraiche, mentre il traffico di ebrei era molto fitto, perché qui avvenivano più di frequente gli imbarchi per la Palestina.

Per la visita all’antica giudecca, un quartiere di notevoli proporzioni nella parte vecchia, è sufficiente addentrarsi nei vicoli dando le spalle all’insenatura del porticciolo e chiedendo della "via la Giudea". È una strada stretta e lunga, che passa davanti alla chiesa di Sant’Anna, che sorge sui resti di un’antica sinagoga, del tipo raccolto che architettonicamente è tipica delle comunità della diaspora. Piegando a destra dopo la chiesa si arriva, per vicoli tortuosi, alla chiesa "scolanova", che nel nome inconfondibile ricorda la vecchia sinagoga che era qui ospitata. La struttura della costruzione, ad una sola navata, con un piccolo abside rivolto ad oriente, ricorda quella di una sinagoga (si chiama anche via sinagoga la stradina che parte proprio da piazza Scolanova). Da Trani, per Bari, Alberobello, Martina Franca, Ceglie Messapico, Francavilla Fontana, si arriva a Oria. Sia la città che la comunità ebraica che fu ospitata ad Oria per molti secoli ebbero un’importanza che ora il piccolo centro dell’interno non ha più. Qui fiorì nell’alto medioevo una rinomata accademia di studi ebraici. Eminenti furono le figure di Shabbatai ben Abraham Donnolo (farmacologo, medico, scienziato, del sec. X) e Achimaaz (poeta del sec. XI), che affermava che il nucleo ebraico di Oria discendeva dai prigionieri che l’imperatore Tito aveva condotto da Gerusalemme.

L’attuale rione Giudea, che ha per simbolo la menorah (che si trova realmente all’ingresso del paese), occupa l’antica giudecca e due colli ad esso adiacenti. Al limite della zona della vecchia giudecca si trova la "porta degli ebrei".

Da Oria si torna verso Brindisi, in una zona che fu fittamente popolata da ebrei. Si passa per Otranto, fino ad arrivare, quasi al termine della costa adriatica della penisola salentina, a S. Cesarea Terme, dove non è segnalata un’antica presenza ebraica, ma dove si trova una scritta in ebraico su un palazzo della via principale.

La scritta, celeste su parete bianca, ha a fianco una cartina della Palestina prima della formazione dello stato d’Israele. La presenza ebraica qui, che a prima vista sembra esserci ancora (il Comune restaura la scritta di frequente), è stata in realtà temporanea e occasionale. A S. Cesarea rimasero per poco tempo, durante la seconda guerra mondiale, i soldati ebrei della brigata palestinese dell’ottava armata inglese (a quanto si racconta in paese) durante il cammino che, risalendo la penisola con gli eserciti alleati, li avrebbe portati via via verso nord.

Si può completare il giro risalendo la penisola salentina lungo la costa ionica, attraversando altri centri che ospitarono ebrei ma che oggi non conservano nulla di quel passaggio, se non la storia della fioritura anche culturale di quella presenza.

Luca Fiorentino


La "shemirath mizvoth" durante le vacanze

Il periodo di vacanza, che quasi tutti noi usiamo trascorrere nei mesi estivi, è un momento di rilassamento, di abbandono delle fatiche, delle preoccupazioni e delle abitudini quotidiane, destinato a rinnovare le nostre forze fisiche e intellettuali in vista degli sforzi, delle tensioni, dei problemi che dovremo nuovamente affrontare dopo la parentesi estiva.

Non credo si possa trovare nelle nostre fonti classiche un esempio di vacanza nel senso moderno della parola, in quanto esse riflettono tempi e condizioni di vita assai diversi da quelli attuali; però mi sembra che, l’idea che tutti dobbiamo avere delle pause dalle nostre occupazioni normali e che dobbiamo avere il modo di ritemprare le nostre forze, sia uno degli aspetti delle ricorrenze stabilite dalla Torà; non si tratta di vacanze scaglionate, ma invece l’idea è che tutto il popolo abbia questi momenti di pausa negli stessi giorni. L’interruzione settimanale delle attività, oltre che nei sette giorni dell’anno di festa solenne stabiliti dalla Torà, è un primo elemento di tal genere; i rigorosi divieti di compiere ogni sorta di lavori in quei giorni facilitano senza dubbio l’arricchimento spirituale di ogni individuo e della collettività, ma di fatto legano tutti al loro luogo abituale di residenza, o, al limite, al luogo in cui ci si sia recati prima dell’inizio del giorno festivo: eliminano cioè la possibilità di far godere corpo e spirito delle bellezze naturali, della visione di luoghi nuovi, di ambienti diversi da quelli soliti. Ma mi sembra che anche a questo abbia provvisto la saggezza della nostra legislazione: pensiamo ai giorni di Rosh Chodesh (capo-mese), a cui nel periodo postesilico non si dà quasi nessuna importanza (ed esula dal tema di questo scritto ricercare le cause di questo fenomeno), ma che nel periodo biblico erano giornate festive, in cui però non vigevano le proibizioni di compiere lavori; pensiamo al Chol Ha-Mo’ed, anch’esso oggi molto trascurato, ma in cui la Halakhà proibisce di fare ogni lavoro, la cui sospensione non porti danni economici irreparabili, ma in cui permette ogni attività che contribuisca alla simchat ha-reghel, al senso di gioia, di godimento della festa. Si pensi infine ai tre pellegrinaggi annuali al Santuario – avvenimenti che, a parte il loro significato di partecipazione al culto festivo, costituivano anche una possibilità, anzi un dovere di muoversi, di passare attraverso luoghi diversi da quelli soliti, di venire a contatto con gente diversa; e se si pensa a quello che si faceva per facilitare i pellegrini – sistemazione di pozzi, piantagione di alberi lungo le strade ecc. – possiamo renderci conto di quanto ci si preoccupasse anche nell’antichità di quello che si potrebbe chiamare "il comfort del turismo di massa". Mi sembra perciò che sia senz’altro lecito dire che l’abitudine di passare una parte dell’anno, specialmente nell’estate, in località diversa da quella abituale, o di dedicarla a viaggi o crociere, costituisca in una forma moderna la realizzazione di un concetto che troviamo tra gli elementi costitutivi delle feste volute dalla Torà; non voglio con ciò dire, naturalmente, che se possiamo godere delle ferie, non abbiamo più il dovere di celebrare scrupolosamente le nostre festività, ma solo che, visto che nelle condizioni attuali tali festività non ci danno tutto quello che dovrebbero elargirci, si può in un certo modo compensare quello che ci manca in esse attraverso un buon uso delle vacanze.

Non solo riposo e divertimento

Occorre però guardarsi bene da un pericolo: si corre il rischio che, con l’abbandono delle occupazioni usuali, si faccia delle vacanze un periodo di ozio insensato, in cui si pensi solo a dormire, a riposare, a divertirsi, magari a mangiar bene, e non si dia ad esse nessun contenuto spirituale e culturale, un periodo cioè in cui si pensi solo a ritemprare le forze fisiche senza dare niente all’anima, che pure ha bisogno di rinnovare e rafforzare le proprie energie in vista delle prove che l’individuo deve superare nella sua lotta quotidiana per la vita.

In primo luogo quindi l’ebreo deve, nel programmare le proprie ferie, avere il fermo proposito che anche in quel periodo non ci sia nessun rilassamento nell’adempimento delle Mizvoth – ed anzi direi che nella situazione in cui si trova purtroppo gran parte dell’ebraismo moderno, che trascura molti dei suoi doveri ebraici perché ritiene (a torto, ma soggettivamente sembra a ragione) che nella civiltà in cui viviamo sia impossibile osservarli, sarebbe bene mettersi come programma che nel periodo delle vacanze, in cui si è liberi dalle occupazioni normali, se non si osserva lo Shabbat tutto l’anno, lo si osservi scrupolosamente e via dicendo. Il programma delle vacanze dovrebbe cioè esser tale da assicurare che non si facciano viaggi di Shabbat, che si abbia in tutto il periodo la possibilità di mangiare Kasher (se in certi luoghi è difficile aver carne Kasher, si può anche decidere di far delle vacanze vegetariane o a base di latticini, sempre Kasher, cosa che, del resto, a detta di molti igienisti, aiuta anche la salute del corpo).

Un altro elemento dell’ebraismo, che è assai trascurato nei nostri ambienti è quello dello studio, ed anche qui spesso si trova come motivo di questa deficienza il ritmo incalzante della vita dinamica moderna; ebbene, un salutare cambiamento delle fatiche cerebrali ed intellettuali, può essere quello di dedicare una certa parte delle ore delle giornate di vacanza allo studio ed all’approfondimento dei valori ebraici – per esempio con adeguate letture, da scegliersi a secondo del livello di preparazione individuale di ciascuno: quasi ogni persona include nel suo bagaglio delle vacanze riviste più o meno stupide, fascicoli a fumetti, romanzi, per "non annoiarsi nelle ore morte"; sarebbe consigliabile invece includere, nel bagaglio delle vacanze, materiale di lettura che possa arricchire il nostro patrimonio culturale ebraico e servire di elemento di meditazione e di azione durante la nostra vita. Se poi c’è la possibilità di organizzarsi le vacanze in località dove si possano frequentare corsi di studi o dibattiti in campo ebraico tanto meglio.

In Erez Israel va sempre più diffondendosi l’organizzazione dei così detti Jarché Kallà: si organizzano con sistemazione alberghiera dei periodi di soggiorno in località turistiche (al mare o in montagna), durante i quali si hanno quotidianamente attività culturali di argomento ebraico, a cura quasi sempre di personalità di altissimo livello, quali capi di Jeshivoth, professori universitari ecc.: i partecipanti a questi Jarché Kallà hanno così tutto il riposo e le comodità necessari per rinnovare le forze fisiche ed al tempo stesso ritornano a casa con un notevole arricchimento del loro bagaglio culturale e spirituale.Mi sembra che qualcosa di analogo, seppure in misura più modesta, si abbia anche nei Campeggi per famiglie, che il DAC organizza in Italia – e non vi è dubbio che la partecipazione ad essi sia per chi vi si reca un ottimo modo di avere delle vere vacanze ebraiche; forse si dovrebbe in tali Campeggi intensificare l’attività culturale, ma in complesso si tratta di una iniziativa ottima sotto tutti gli aspetti.

Se abbiamo detto che il periodo di non abbandono, e meglio di rafforzamento, della Shemirat Mizvot, non sembra inopportuno mettere qui in rilievo alcuni particolari, in gran parte relativi allo Shabbat, che assumono speciale importanza nelle attività tipiche dei periodi di ferie.

Al mare

Chi trascorre le ferie al mare dedica, come è naturale, molto tempo ai bagni, al nuoto, ai giuochi di spiaggia. Attività di questo genere sono di fatto quasi del tutto proibite di Shabbat. Cerchiamo qui di spiegare i punti essenziali. Una delle attività esplicitamente proibite di sabato è appunto il nuoto, come del resto ogni forma di ginnastica: quindi questa attività va cancellata da ogni programma per lo Shabbat. L’immergersi nel mare, senza nuotare, di per se stesso non è proibito, ma esso si accompagna a vari elementi accessori per cui praticamente resta quasi impossibile: 1) in primo luogo, occorre che chi vuol entrare in mare si rechi già in costume sulla spiaggia, senza portare con sé né asciugamano né nessun altro indumento, per la regola generale del divieto di trasporto di oggetti in luoghi aperti; 2) al momento in cui l’individuo sta per uscire dal mare e si prepara a metter piede sulla spiaggia deve fermarsi ed attendere che tutte le gocce d’acqua che abbia sul corpo e sul costume siano cadute e che non ne gocciolino più, perché è proibito anche il trasporto di qualsiasi cosa (nella fattispecie – le gocce) dal mare alla terraferma; 3) giusto poi nello spogliatoio, è assolutamente proibito strizzare il costume per toglierne l’acqua marina che vi sia rimasta assorbita, lavare o sciacquare il costume stesso fino a dopo finito lo Shabbat, ed asciugandosi si deve solo passare l’asciugamano leggermente sul corpo, mai premendo né strizzando: tutto questo perché il lavare oggetti e spremere liquidi da un solido che li contenga o li abbia assorbiti fanno parte dei lavori proibiti dalla Torà. Chi creda con sicurezza di poter sottostare a tutte queste limitazioni (si intende che il costume da bagno deve esser depositato nello spogliatoio dal venerdì e non può esser portato né dall’abitazione allo spogliatoio né viceversa durante lo Shabbat) può entrare in mare.

Chi voglia entrare in una piscina, che si trovi in luogo cintato, è sottoposto a tutte le limitazioni che valgono per il bagno di mare, escluso quella di dover attendere che tutte le gocce siano cadute dal corpo, ma è proibito entrare di Shabbat in una piscina riscaldata, anche se fosse stata riscaldata dal venerdì, perché non è permesso di Shabbat prendere un bagno di tutta la persona in acqua calda. È perciò anche proibito di fare di Shabbat una doccia calda, anche se l’acqua è stata riscaldata dal venerdì o se è stata riscaldata con impianti solari; è permesso fare una doccia fredda o lavare solo parti del corpo con acqua calda il cui uso sia permesso di sabato, ferme restando le limitazioni al mondo di asciugarsi. Per il bagno in fiumi, laghi ecc. valgono le stesse regole che per il mare.

I giuochi di spiaggia con palle, racchette ecc. sono tutti proibiti di Shabbat, in quanto è proibito smuovere tali oggetti, compresi il lancio con le mani, con le racchette o in qualsiasi modo, per una distanza superiore alle 4 braccia (circa 2 metri).

Un problema che si pone soprattutto per quanto riguarda la spiaggia, ma anche i laghi o presso le piscine, è quello della decenza o meno dell’abbigliamento per i bagni, per prendere il sole, con un duplice aspetto: come debba abbigliarsi l’ebreo e se e quali limitazioni ci siano per la frequenza di luoghi in cui presumibilmente non tutte le persone che li frequentano siano abbigliate decentemente.

Non vi è dubbio che, attenendosi alla regola formale più stretta in questo campo, non c’è che da escludere la frequenza di tutti i luoghi suindicati: nelle nostre fonti si possono trovare divieti per la donna di avere abiti che scoprano le braccia al di sopra del gomito, le gambe, che abbiano ampie scollature anteriori e posteriori – e se sono sposate o vedove o divorziate è vietato loro tener scoperta la capigliatura, e non occorre dire che a tutte è vietato aver scoperti non solo il seno o i genitali, ma anche parti della schiena, del ventre ecc. Tali divieti sono in vigore dall’età di tre anni. Agli uomini sembra sia proibito solo aver scoperti i genitali e i capelli. Agli appartenenti ad entrambi i sessi è proibito guardare gente dell’altro sesso che contravvenga alle norme suddette. Sappiamo bene che nelle cerchie dette "ortodosse" si cerca di osservare rigorosamente tutti questi particolari, e non occorre dire che tali persone si astengono rigorosamente dal frequentare spiagge, piscine ecc., a meno che non ci siano zone chiuse e separate per i due sessi.

Molti però pensano che le norme riguardanti la castigatezza dell’abbigliamento siano da considerarsi più esemplificative che tassative, cioè che possano essere interpretate diversamente a seconda delle circostanze e delle abitudini di vita dell’ambiente. Notiamo che chi prende alla lettera le norme non dovrebbe solo astenersi dal frequentare spiagge ecc., ma non dovrebbe uscire di casa, se non in "ghetti ortodossi", perché con l’abbigliamento moderno quasi ogni donna, anche la più onesta e riservata, contravviene a qualcuna delle norme suddette. In ogni caso, chi pensa che le norme si possano interpretare con una certa larghezza, può riassumere la sua posizione nel senso che l’ebreo debba abbigliarsi in una maniera che sia tra le più castigate usate nell’ambiente in cui si trova ed escluda qualunque capo di vestiario che possa ragionevolmente costituire una provocazione sessuale – ciò per quel che riguarda il proprio abbigliamento; per ciò che riguarda il frequentare luoghi pubblici di bagnatura e simili, ognuno deve evitare di andare in posti in cui le abitudini e il modo di vestirsi siano tali da produrgli un serio eccitamento sessuale.

Praticamente, a mio modesto parere, che però non va interpretato in nessuna maniera come una decisione di halakhà, direi che in nessun caso una donna dovrebbe presentarsi in mono-kini e neppure in bikini e in genere dovrebbe scegliersi un costume castigato, che metta in rilievo al minimo le proprie particolarità anatomiche che possano suscitare impulsi sessuali presso un uomo normale; altrettanto l’uomo dovrebbe scegliere costumi che non accentuino certe particolarità anatomiche.

La frequentazione di località miste dovrebbe esser deciso soggettivamente da ognuno: chi sa di poter passare presso individui dell’altro sesso, in costumi più o meno indecenti, senza aver fondato timore di giungere ad un’eccitazione sessuale, non sarebbe tenuto ad astenersi dal frequentare spiagge miste; chi invece pensa di non aver tale forza, dovrebbe astenersene. Questa è del resto la soluzione pratica adottata dai Kibbuzim "religiosi" per le proprie piscine: in essi ogni giorno ci sono ore in cui la piscina è aperta ai due sessi insieme ad altre in cui è aperta ad un solo sesso: in questo modo ognuno può regolarsi secondo la propria coscienza e il proprio carattere.

úel periodo delle vacanze cade spesso il periodo delle settimane di lutto culminanti con il Tish’à be-Av. In genere le manifestazioni di tristezza tradizionali in tale periodo non riguardano le attività tipiche delle vacanze; va però tenuto presente che molti usano astenersi da "bagni di piacere" (cioè non aventi per scopo la pulizia personale) dal 1° al 9 di Av (quest’anno dal 19 al 28 luglio) e quindi non fanno bagni di mare né in piscina; però se i bagni di mare vengono fatti per indicazione medica sono senz’altro permessi dal 1° all’8 di Av; il giorno di Tish’à be-Av è tassativamente proibito ogni bagno, ed anche allo scopo di pulizia personale è permesso lavarsi solo parti del corpo chiaramente sporche e in nessun caso tutto il corpo insieme.

In montagna

Le attività tipiche dello sport di montagna sono proibite di Shabbat. Non solo è proibito portare con sé attrezzi tipici della montagna (piccozze, ramponi ecc.) o viveri, borracce ecc., come si suol fare durante le gite, per il divieto sempre in vigore di portare oggetti da luogo chiuso a luogo aperto e lungo luoghi aperti, ma anche la lunghezza delle gite a piedi è limitatissima. Le disposizioni in questo campo quasi non hanno applicazione nei grandi centri metropolitani in cui oggi viviamo quasi tutti, perché anche di Shabbat si può camminare illimitatamente entro l’abitato.

È assai difficile spiegare in poche righe tutti i particolari dello spazio in cui si può camminare di Shabbat fuori dell’abitato; in maniera generale si può dire che si può procedere in ogni direzione fino a una distanza di 2.000 braccia (circa 1 km) in linea d’aria da dove finisce l’abitato; l’abitato si considera finito da ogni parte dal punto in cui la distanza tra una casa e l’altra (ivi compreso un eventuale giardino cintato ad essa annesso) è superiore alle 70 braccia (circa 35 m). Praticamente chi si trova in una località di campagna o di montagna può muoversi nello spazio di un rettangolo i cui lati a Nord, a Est, a Sud e Ovest siano distanti in linea d’aria circa 1 km dall’ultima casa distante meno di 35 m dalla precedente.

Il giorno di Tish’à be-Av è proibito passeggiare, cioè si può uscire e viaggiare illimitatamente per necessità, ma non si possono fare gite di piacere, neppure brevissime.

Gli sports di alta montagna (sci, pattinaggio, bob ecc.) sono proibiti di Shabbat per motivi analoghi a quanto detto a proposito del mare, ossia da una parte il divieto di trasportare oggetti e dall’altra quello di compiere attività ginniche; per alcuni di essi si aggiunge anche il divieto di rigare la neve o il ghiaccio, e quindi, per es. , è vietato il pattinaggio anche in una pista chiusa. L’attività sportiva è proibita anche di Tish’à be-Av, come le gite, in quanto costituisce un godimento non consono alla giornata di lutto.

È superfluo dire che quanto detto a proposito del mare per ciò che riguarda abbigliamento ecc. vale anche per la montagna a proposito di bagni di sole, piscine ecc.; non vi è però nessuna limitazione nel prendere bagni di sole, in abbigliamento decente, in luogo chiuso o anche aperto al quale e dal quale non si portino oggetti. È però proibito ungersi con pomate e simili.

Come passare lo Shabbat?

Che cosa si deve fare nello Shabbat in periodo di ferie, se di fatto quasi tutte le attività tipiche di quel periodo sono escluse? Prima di tutto, se nella località (caso raro in Italia) c’è un Beth Ha-Keneset, frequentarlo in tutte le Tefillot: anche chi non lo fa di regola in città, può provvedere a questo suo arricchimento spirituale nel periodo in cui è libero dalle occupazioni normali. Se anche il Bet Ha-Keneset non c’è, cercare, se ci sono altri villeggianti ebrei, di ritrovarsi insieme per recitare le Tefillot, leggere la Parashà ecc., con Minian se non c’è, o anche senza; e magari, al di fuori della cornice formalistica e arida dei Bathé Kenesijoth cittadini, soffermarsi a capire, commentare e approfondire passi della Tefillà, della Parashà, della Haftarà ecc.

E poi – riposo dalle attività solite delle vacanze, che pure richiedono sforzi fisici, e dedicarsi a brevi, calme passeggiate, a conversazioni con i familiari e gli amici, alla lettura, allo studio – di una parola assaggiare nel pieno senso della parola il vero ‘Onegh Shabbat, la delizia dello Shabbat, che è costituita dal riposo fisico, dall’assenza di preoccupazioni e di sforzi, dal dedicarsi alla cura dello spirito dell’anima; Sabati di questo tipo almeno nel periodo delle ferie avranno certamente un influsso benefico e duraturo sui Sabati ed in genere sulla vita di tutto l’anno.

Menachem Emanuel Artom.


Per il nove di Av

"Nel giorno in cui è stato distrutto il Santuario è nato il liberatore". (Ekhà Rabbà 1).

Vi è uno stretto legame tra distruzione e liberazione. La rovina non è mai definitiva, e il punto più basso della caduta è anche l’inizio della risalita. L’affermazione interpretata letteralmente ha dato origine alla credenza della nascita del Messia nel nove di Av. Shabbetài Zevi, il noto falso messia del 1600, sosteneva di essere nato in quel giorno.

"R. Aqivà dice: Chiunque lavora il nove di Av non vede mai un segno di benedizione’. I maestri dicono: Chiunque lavora il nove di Av e non fa lutto per Gerusalemme non ne vedrà la gioia, come è detto Gioite per Gerusalemme… tutti coloro che per lei sono in lutto’ (Is 66:10). Di qui dedussero: Chi fa lutto per Gerusalemme avrà il merito di vederne la gioia, e chi non fa lutto per Gerusalemme non ne vedrà la gioia’". (Taanit 20b)

La gioia di Gerusalemme è quella della sua ricostruzione e ripopolazione. I Maestri vogliono tra l’altro sottolineare che questo obiettivo è possibile solo se si mantiene la memoria storia della distruzione e la partecipazione affettiva e pratica a questo avvenimento.

"Rabban Shimòn ben Gamlièl dice a nome di R. Jehoshùa: Da quando è stato distrutto il Santuario non c’è un giorno senza una maledizione".

Ravà aggiunge:E ogni giorno la maledizione è peggiore del giorno prima’". (Sotà 49)

"‘Chi ha appiccato l’incendio dovrà pagare’ (Esodo 22:5). Il signore benedetto disse: Sono Io che devo pagare per l’incendio che ho appiccato; Io ho acceso il fuoco a Sion, come è detto in Lamentazioni 4:11, e Io in futuro la ricostruirò con il fuoco, come è detto: E Io sarò per lei dice il Signore come un muro di fuoco intorno, e in gloria sarò entro a lei’ (Zaccaria 10:9)".

(Bavà Kamà 60a)

La forza che sostiene Israele mentre le sciagure si abbattono di continuo e sempre più gravi è la certezza che non si interromperà mai il legame di amore con il Signore che continuerà sempre a proteggere il suo popolo.


L’unicità della creazione dell’uomo

La creazione dell’uomo presenta una stranezza rispetto a tutto ciò che fu creato prima di lui sulla terra. Solo per l’uomo è detto che l’intenzione di crearlo precedette la creazione stessa.

1, 26 E Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza.

I commentatori hanno da tempo considerato la parola "facciamo", che anticipa la creazione dell’uomo, come un segno del superiore livello di questo in confronto a tutte le altre creature. Così si esprime infatti il Ramban:

"E Dio disse: facciamo l’uomo", Un "maamor" (comando, lett. Detto) è stato dedicato alla creazione dell’uomo, in virtù della sua superiorità, poiché la sua natura non è uguale a quella delle bestie e degli animali che furono creati con il maamor precedente.

Questa idea è stata ampliata, pur se in un’altra direzione, da Rabbi Yehudà Leib Shapira, autore del libro Ha-rechasim le-biq’à ("E i monti vennero spianati", vedi Isaia 40, 4):

"Facciamo l’uomo". Viene data un’anticipazione della creazione dell’uomo, e ciò accade anche riguardo alla creazione della donna, cove è detto (2, 18): "non è bene che l’uomo resti solo, gli farò un aiuto". Questo non avviene per le altre creature… In ciò si rivela la giustizia del Creatore agli occhi di tutti gli esseri, affinché questi siano preparati alla venuta di un dominatore (l’uomo) su di loro, e non abbiano a temere per la sua improvvisa comparsa. Perciò disse loro "facciamo l’uomo" allo stesso modo in cui un re, volendo imporre una tassa sul suo popolo, dice a questo "orsù, poniamo una tassa sul paese, perché ciò è per il vostro bene"1.

La superiorità dell’uomo sulle altre creature è evidenziata anche dal fatto che egli venne creato per ultimo. Il Radaq così afferma:

Per il proprio onore l’uomo fu creato per ultimo, per render chiaro che tutti gli esseri della terra furono creati per lui, ed a lui sarebbero stati sottoposti.

In maniera più ampia si è espresso Rabbi Shelomò Dubna, nel Beur ("Spiegazione"):

… per indicare la maggiore gloria e l’onore con cui (l’uomo) fu circondato rispetto a tutti gli altri esseri viventi, per renderlo solo di poco inferiore a Dio (vedi Salmi 8), per porre in esso un’anima intelligente che riconosca il suo creatore e non inciampi negli ostacoli, e per far sì che egli domini su tutta l’opera della creazione con la forza della sua intelligenza, (Dio) disse accingendosi a crearlo, "facciamo l’uomo"… dopo aver creato tutto ciò per le necessità dell’uomo, per il suo uso e il suo godimento, entri ora il padrone nel suo palazzo.

E in effetti, questa posizione dell’uomo, come scopo ultimo della creazione e come la parte migliore di questa, viene messa in risalto con questi festosi versi:

1, 27 E Dio creò l’uomo a Sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò.

Il tono del verso è poetico ed elevato. Tre volte il verso torna sul fatto che l’uomo fu creato. Per due volte si ripete la differenza fra l’uomo e tutte le altre creature: l’essere stato creato "a immagine di Dio". Da questo fatto derivano conseguenze gravi e importanti. Da ciò tutto l’onore e la gloria che l’uomo ha, ma anche tutti i suoi obblighi e le sue responsabilità.

Il prof. Guttman, nel suo libro "Religione e Scienza" (Gerusalemme 1966, p. 265), parlando del concetto l’"immagine di Dio", fa notare:

Si può parlare di immagine solo se vi è un rapporto intimo fra "personalità". La personalità dell’uomo si trova di fronte alla personalità di Dio. C’è in vero un approccio religioso (non ebraico) che vede nell’annullamento della personalità l’ideale della religione; la personalità dell’uomo viene considerata (secondo questo punto di vista) come una barriera fra lui e la realtà… ma per la religione morale non è così. Solo fin tanto che l’uomo si pone come una personalità, può egli stare in rapporto con Dio. L’uomo rappresenta un mondo a sé stante, e non deve farsi inglobare dalla natura.

Da ciò deriva il valore assoluto dell’uomo, di ogni uomo, poiché ogni uomo è stato creato a immagine di Dio. Come è scritto nella Mishnà (Sanhedrin):

Per questo fu creato un solo uomo (ossia, una sola coppia umana): per insegnarci che chiunque uccida anche una sola persona, viene considerato come se abbia ucciso un mondo intero; e viceversa, sostenere una sola persona, equivale a sostenere il mondo intero.

E questa unicità dell’uomo, di ogni uomo, questa irriproducibilità che rende ogni essere umano un mondo a sé stante e un mondo intero, diverso da chi l’ha preceduto e da chi lo seguirà, emerge anche in queste parole dello stesso brano della Mishnà:

… e per sottolineare la grandezza di Dio, perché a differenza dell’uomo, che quando conia le monete in un unico stampo le produce tutte uguali, il Re dei re, il Santo Benedetto coniò tutti gli uomini secondo l’impronta del primo uomo, ma non ve n’è uno uguale all’altro.

Subito dopo la sua apparizione nel mondo, viene conferita una benedizione a questo uomo creato a immagine di Dio, e gli viene imposto un incarico. Ma egli non è la prima creatura a essere benedetta da Dio. L’hanno preceduto i pesci; anche il contenuto della benedizione è simile, ma con una notevole differenza.

Per i pesci è detto:

1, 22 e Dio li benedisse dicendo "prolificate e moltiplicatevi".

Per l’uomo si dice:

1, 28 e Dio li benedisse e Dio disse loro "prolificate e moltiplicatevi".

Ai pesci non viene rivolta la parola direttamente; viene data loro la forza per prolificare e moltiplicarsi, e questa è la loro benedizione. Per l’uomo è differente, perché non solo egli ha in sé la forza di prolificare e moltiplicarsi, ma gli viene detto che prolifichi e si moltiplichi, ed egli sa di avere questa capacità. Ciò che per gli altri esseri è un fatto esistente, per l’uomo è anche un fatto di cui è consapevole.

In modo simile leggiamo nei Pirké Avoth (3, 19):

Caro è l’uomo perché fu creato a immagine di Dio, ma un affetto maggiore gli fu dimostrato facendogli conoscere che fu creato a immagine divina.

Questo uomo che fu creato a immagine di Dio ricevette un incarico nei riguardi del mondo e degli altri esseri così sostanzialmente diversi da lui:

1, 28 e Dio li benedisse e Dio disse loro: prolificate e moltiplicatevi, riempite la terra e conquistatela governate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su tutte le bestie che si muovono sulla terra.

La parola "conquistatela" può sorprendere. Questo è un termine legato alla guerra, e invece l’uomo – la prima coppia umana – fu creato unico (e non furono create più coppie) proprio con l’intenzione di evitare guerre fra di loro. Come è detto nella Toseftà (Sanhedrin 88):

L’uomo fu creato unico nel mondo affinché non ci fossero rivalità fra le famiglie. E se adesso, pur essendo stato creato unico, le famiglie combattono l’una contro l’altra, a maggior ragione rivaleggerebbero se più di un uomo fosse stato creato.

E con ancora maggiore chiarezza i nostri maestri hanno sottolineato il concetto della fratellanza umana, contro ogni tentativo di dividere l’umanità in "razze" e di distruggere l’amore fra gli uomini.

In Sanhedrin 37a si dice:

Per questo l’uomo fu creato unico… perché vi sia la pace fra gli uomini, e uno non dica al suo compagno: mio padre è più importante del tuo.

Come va inteso, dunque il termine "conquistatela"? Che senso ha questo comando, e la terra di chi dovrà l’uomo conquistare, se fu creato unico?

Bene ha commentato il Ramban:

Diede loro il potere e il dominio sulla terra, perché disponessero secondo la loro volontà di ogni specie e delle piante, estraessero minerali dalle montagne e così via…

La conquista di cui si parla non è quindi una conquista di qualcosa appartenente a un altro uomo, non implica far guerra contro un altro uomo, ma si tratta di combattere contro la desolazione della natura: non un’opera di distruzione e di annientamento, ma di restauro e di costruzione, un’opera civilizzatrice, l’asservimento delle forze della natura, l’addomesticamento degli animali, la coltivazione del "non per farne un deserto l’ha creata, perché sia terreno, lo sfruttamento dei beni naturali, poiché abitata Egli l’ha formata" (Isaia 45, 18; cfr. Gittin 41b). Il diritto a ergersi come dominatore su tutta la creazione e su tutti gli esseri viene conferito all’uomo dal suo creatore che è anche il loro creatore.

1, 28 e dominerete sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutte le bestie che si muovono sulla terra.

L’ordine degli esseri viventi seguito in questo verso corrisponde all’ordine nel quale furono creati, i pesci e gli uccelli nel quinto giorno, i quadrupedi e i rettili nel sesto. Tutti furono sottoposti al dominio dell’uomo creato per ultimo – scopo finale di tutta la creazione. Il prof. Guttman, nel libro citato, vede in questo verso l’indicazione della posizione dell’uomo rispetto al mondo.

Da un punto di vista religioso, la posizione dell’uomo non è di sottomissione al mondo. Le forze della natura non sono potenze divine a lui superiori. Egli si trova piuttosto dalla stessa parte di Dio di fronte alla natura.

Quello che viene detto nella benedizione di Dio all’uomo – dall’alto in basso – rivolgendosi in seconda persona all’uomo, viene ripetuto dal divino salmista quando si pone di fronte al cielo e alle sue schiere, e si sente piccolo e umile, ma anche onorato della gloria di chi domina – e si rivolge in seconda persona a Dio dal basso all’alto:

Salmi 8, 4-9 Quando io vedo i Tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che Tu vi hai disposto, esclamò: Che cosa è l’uomo, che Tu lo ricordi, e l’essere umano perché Tu ne tenga conto? Eppure lo hai reso solo di poco inferiore agli esseri divini e lo hai circondato di onore e di gloria; lo fai dominare sulle opere delle Tue mani, tutto hai messo ai suoi piedi: il bestiame minuto e quello grosso, tutti, e anche le fiere della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie del mare.

NOTA

1 La questione del plurale in "facciamo", oggetto di dibattito dal tempo degli antichi maestri fino ai commentatori contemporanei, non è rilevante per il nostro argomento che riguarda piuttosto la differenza fra l’uomo e le altre creature. Ricorderemo qui per inciso soltanto l’opinione di Rav Sa’adia Gaon, che ci sembra la migliore espressa finora su questo problema; egli afferma, in Emunoth ve-de’oth "Credenze e opinioni"): "la lingua degli ebrei permette a chi è superiore, anche se è un singolo,di dire "agiamo, facciamo". Come disse Balak (Numeri 22, 6): "colpiamolo", e come disse Daniele (2, 36: "Questo è il sogno. Ora daremo al re la spiegazione."


Tishà be-av

Nella tradizione ebraica la vita e la morte, la gioia e il dolore non sono vissuti necessariamente come due momenti separati; è anzi tipico della mentalità ebraica, anche nel momento in cui la morte e la distruzione sembrano prevalere, indicare la strada per fare riemergere la vita. È questo atteggiamento che spiega il paradosso di Tishà be-av: il digiuno del nove di Av se da una parte è un giorno di lutto che riassume in sé la memoria di tutte le esperienze più tragiche della nostra storia, le più antiche assieme alle più recenti, dall’altra è considerato moèd, giorno di festa: è questo infatti il motivo per cui non si possono recitare le techinnot, le preghiere di supplica dei giorni feriali. Stabilendo questo uso, la tradizione ha voluto esprimere non solo la speranza, ma la certezza che così come le profezie di dispersione e distruzione si erano realizzate, così pure quelle di consolazione e redenzione non avrebbero tardato a manifestarsi. Nessuna generazione meglio della nostra ha avuto la prova di come Israele sia rinato proprio dalle ceneri.

Dopo la fondazione dello Stato d’Israele, molti hanno ritenuto che, nonostante le sue implicazioni di sofferenza e resistenza, Tishà be-av dovesse essere cancellato dall’anno ebraico: invece è proprio alla luce di questa resistenza e sofferenza che va riletta e costruita la storia ebraica.

La tradizione ebraica non si limita alle affermazioni, ma riveste le idee con modi di comportamento precisi e significativi. Infatti, è antico uso in Israele conservare la candela alla cui luce, il giorno del nove di Av, si è letto il libro delle Lamentazioni per accendervi i lumi di Chanukkà. Questo accostamento paradossale tra Chanukkà, la festa che celebra la riconsacrazione del Tempio, e Tishà be-av, il giorno che ne ricorda la distruzione può essere capito ricordando quando affermano i Maestri, e cioè che proprio il giorno in cui fu distrutto il Santuario, nacque il Messia, simbolo della liberazione di Israele dalle leggi della storia che lo vorrebbero già scomparso e della consacrazione di Israele alla sua funzione.

Ebbene: proprio nel momento in cui la luce sembrava oscurarsi la presenza divina si stava manifestando attraverso nuove e misteriose vie.

Non dimentichiamo però che questa certezza di redenzione dipende anche da noi: sta infatti a noi conservare intatto questo debole lume per riaccendere la luce della speranza messianica.


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