Antisemitismo - Le analisi

L'Opinione

Le molte "notti dei cristalli" che non si trovano sui libri di storia

di Stefano Magni

È già molto nota la persecuzione subita dagli Ebrei nella Germania nazista, a partire da quel primo pogrom conosciuto come “notte dei cristalli”. Ci furono (e ci sono tuttora) tante altre “notti dei cristalli”, tanti altri pogrom nel Medio Oriente contemporaneo che rimangono nell’ombra, che, benché siano più vicini a noi temporalmente, rimangono esclusi dai libri di storia e dalle cronache.

Ne abbiamo parlato con tre cittadini milanesi, ex residenti di Tripoli. Una testimonianza di gente comune, vittima di discriminazioni religiose e razziali di cui non si parla mai.

“La comunità ebraica di Tripoli contava fra le 36 e le 37.000 anime. I primi hanno incominciato ad andar via dopo i pogrom del 1945, scatenati dagli Arabi contro di noi. - ci racconta David Saada - Io ho lasciato la Libia nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. In quel periodo sono rimasto chiuso in casa per un mese intero, cercando di sopravvivere ai limiti del possibile. Alcuni erano partiti già negli anni ‘50 e di questi molti erano andati in Israele e altrettanti in Italia. Ai tempi della Guerra dei Sei Giorni erano rimaste solo 6000 persone e gli ultimi hanno lasciato la Libia nel 1969 in seguito alla rivoluzione di Gheddafi”.

Al di là di periodi di conflitto e di pogrom, gli Ebrei in Libia sono sempre stati discriminati, come ci racconta Josef Nahum: “Con l’indipendenza della Libia, noi che siamo nati in Libia, come i nostri padri e nostri nonni, non abbiamo mai avuto cittadinanza libica. Non ce l’hanno mai concessa. Cittadinanza che gli Arabi che vivono in Israele, invece, hanno per diritto di nascita. Noi Ebrei eravamo discriminati in tutti i modi. Non potevamo acquistare alcun bene immobile, non potevamo fondare società, se non con altri soci arabi… non potevamo fare praticamente niente. L’unica cosa che ci lasciavano era la libertà di professare la nostra religione. E questo bisogna riconoscerlo. I rapporti con la popolazione araba erano un po’ strani. In alcuni periodi si andava d’amore e d’accordo, poi bastava qualcosa che avvenisse in Israele che i rapporti cambiavano improvvisamente. Persone che, magari, fino al giorno prima, venivano con te a bersi un caffè, il giorno dopo fingeva di non conoscerti nemmeno”.

I pogrom in Libia incominciarono, dunque, subito dopo la II Guerra Mondiale, quando la Libia era amministrata, provvisoriamente, dalla Gran Bretagna. Prima ancora della nascita dello Stato di Israele. Con la nascita dello Stato di Israele, le cose peggiorarono ulteriormente per gli Ebrei locali, come ci racconta un’altra ex cittadina tripolitana, Mirella Nemni: “Durante il pogrom del 1948 ogni Ebreo che usciva di casa veniva ammazzato. Non so nemmeno quanti Ebrei sono stati sgozzati. Intendo proprio: sgozzati. Poi, quando è salito al trono re Idris, è iniziato un periodo un po’ più tranquillo”.

La monarchia libica, evidentemente, non fu una garanzia sufficiente a salvare la comunità ebraica da un altro sanguinoso pogrom, scoppiato in concomitanza con la Guerra dei Sei Giorni. “Quando è scoppiata la guerra del ‘67, hanno iniziato la caccia all’Ebreo”. Ci racconta sempre Mirella Nemni.

“Da quel momento siamo stati chiusi in casa per due settimane. Per mangiare non abbiamo avuto molti problemi. Poi, devo dire, c’è stato qualche Arabo che ci ha aiutati, per quanto ha potuto e di nascosto. Forse perché avevano preventivato che quando ce ne saremmo andati loro si sarebbero impossessati di quanto avevamo lasciato. Noi avevamo un negozio di abbigliamento e il giorno prima che scoppiasse la guerra, sono venuti degli attacchini ad appendere dei manifesti sulle nostre vetrine. Io avevo intuito che si trattava di un segnale, anche se non so leggere l’arabo. Infatti, il giorno dello scoppio della guerra, il nostro è stato uno dei primi negozi ad essere incendiato. Mia sorella è viva per miracolo. Stava preparando l’esame di Stato, in ragioneria e un giorno andava a casa di una sua amica e il giorno dopo, era la sua amica a venire a casa nostra a studiare. Combinazione, quando avrebbe dovuto andare dalla sua amica, le abbiamo sconsigliato di andarci, perché il clima era molto teso. Quel giorno stesso, l’amica di mia sorella e tutti i suoi familiari, sono stati trovati dagli Arabi, portati in campagna e sgozzati tutti come maiali”.

Dal 1967 in poi, per gli Ebrei in Libia non vi fu più pace, come racconta Mirella Nemni: “Siamo riusciti a fuggire in Italia. Senonché poi, siccome io e mio marito avevamo lasciato tutto in Libia e non avevamo più una lira, siamo tornati per poter rivendere i nostri beni. E in quel periodo c’è stato il golpe di Gheddafi. L’indomani del colpo di Stato, mio marito è uscito normalmente per strada. Non sapevamo assolutamente niente. Vedevamo solo più polizia in giro. Riconosciuto come ebreo, perché Tripoli è piccola e ci si conosceva praticamente tutti, è stato portato in carcere. Appena vedevano un Ebreo lo portavano subito in carcere. E in carcere hanno picchiato mio marito, senza che io sapessi niente. Avevo tre bambini piccoli in casa. Ho chiamato l’ambasciata italiana che è riuscita a intervenire e a farlo rilasciare, assieme ad altri nostri amici.

Poi però siamo dovuti restare in Libia per un altro anno. Ho mandato in Italia, dai miei, solo mia figlia più grande, mentre io, mio marito e i due più piccoli siamo rimasti per quasi un altro anno, durante il quale siamo restati, praticamente barricati in casa. Quando alla fine ce ne siamo andati, siamo venuti via senza aver venduto niente, senza una lira”.

Interessante link (in inglese) sugli ebrei di Libia

 
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