100 Artists see God

Vedere Dio

ShekinahL’arte sacra ebraica ha sempre avuto un ambito di sviluppo molto limitato, per via del noto divieto di rappresentazione di Dio contenuto nel 2° comandamento, che tuttavia viene superato attraverso l’astrattismo e l’ampio e personale uso della simbologia che ormai caratterizza l’arte contemporanea. Un gruppo di curatori indipendenti americani (ICA) ha quindi provato a lanciare il guanto della sfida e a riprendere questo soggetto, con un’iniziativa che ha riscosso l’interesse anche del Jewish Contemporary Art Museum di San Francisco: è stata così allestita una mostra dal titolo “100 Artists see God” in cui sono stati posti fianco a fianco artisti ebrei e non, con l’indicazione di confrontarsi con la tematica del sacro. Alcuni hanno voluto fornire il loro modo di vivere Dio, altri hanno ricostruito situazione e ambienti adatti all’incontro con Dio, altri hanno voluto rappresentare il nostro mondo visto agli occhi della religione. Ne sono scaturite delle opere che in parte non sono particolarmente stimolanti, ma in altra parte aprono delle prospettive interessanti e permettono di approfondire pensieri e sensazioni diffusi.

Dal punto di vista del confronto culturale, va notato che al di là di un caso (quello di Nimoy, di cui parleremo più avanti) nessun artista ebreo ha pensato a raffigurare il Signore o creature soprannaturali, mentre l’esatto contrario avviene fra i cristiani, nelle cui opere spesso campeggia la figura di Gesù Cristo. Questo a dimostrazione che il diverso retaggio culturale ha un suo peso anche su persone certo non vicine alla religione come sono gran parte dei 100 artisti in mostra.

Se poi analizziamo la produzione dei nostri correligionari, alcuni di loro si sono concentrati sui meri concetti che il rapporto con Dio ispira loro, evitando ogni rappresentazione. Lawrence Weiner ad esempio ha presentato una tela su cui si è limitato a scrivere “Until the moon comes over the mountain”, proprio con l’intenzione di eliminare ogni fisicità dalla sua opera. Risente in questo certamente della lezione di Ben Vautier, ma in ogni caso si pone ben in scia con un’impostazione tradizionale ebraica dell’arte, e dell’ebraismo in genere, visto che presenta quella frase perché venga interpretata liberamente dal pubblico e venga associata ad ogni pensiero o immagine.

Altri hanno scelto di rappresentare la “Mano di Dio” ossia, il mondo creato così come apparirebbe agli occhi del Signore. Fra questi può far discutere l’approccio di Hirsch Perlman il quale rappresenta l’uomo come verrebbe visto dal Signore. Ha scattato una foto a un ammasso di computer scarsamente o affatto funzionanti e li ha sistemati in una posizione che in modo assai vago ricorda quella di un corpo. E’ così che l’artista vuole rappresentare la pochezza dell’uomo rispetto al Signore, il suo essere privo di testa e in genere una creatura degna di scarsa considerazione. Umiltà all’ennesima potenza, quella di Hirsch, diremmo. Ma il messaggio è anche un altro: la distanza percepita fra il Signore e quest’uomo così incompleto è molto ampia, per cui mentre da un lato l’uomo di Hirsch si sente solo il Signore Dio, così come l’artista lo percepisce, è sostanzialmente disinteressato a ciò che accade a questa sua creatura imperfetta. Se si vuole, si odono qui gli echi della critica hegeliana alla nostra religione, accusata di credere in un Dio lontano e distaccato. Ma più probabilmente siamo di fronte alla crisi di ideali e di identità di questo nostro periodo storico, in cui sono profondamente calati buona parte dei nostri correligionari in mostra, senza che trovino nell’ebraismo e nelle sue istituzioni alcun punto di riferimento.

Problematica simile è al centro del lavoro di Eleanore Antin, intitolato “The Last Day from “The Last Days of Pompeii,”; si tratta di una fotografia in cui vengono ricostruite le scene di vita di alcuni sopravvissuti nella città vesuviana dopo la celebre eruzione vulcanica. E’ un mondo distrutto, in cui poveri e ricchi, pur nelle loro differenze, piangono per la catastrofe della quale non sanno capacitarsi, frutto di una forza apparentemente cieca che uccide tutto e tutti, che l’artista non riesce a comprendere. Ecco di nuovo la distanza con Dio che esprime Hirsch, ma con un accento comunque diverso. Antin sostiene di aver scelto di riferirsi Pompei per esprimere un messaggio antimperialista (contro Roma, ma anche contro gli USA, la Roma di oggi), ma non si sarà certo dimenticata che le nostre fonti vedono in quell’eruzione un atto del Signore, un atto di punizione a danno dei romani per la distruzione del Tempio. Per Antin quindi, il Signore si interessa al mondo ma lo fa con atti che l’artista considera inaccettabili, perché non riesce a comprenderli. Personalmente temo molto chi pretende di capire il Signore attraverso eventi della nostra quotidianità, a cui quindi tendiamo ad attribuire valori che possono non avere; e da qui alla ricerca del miracolo come segno di fede il passo è breve, e di pretesi facitori di miracoli sono piene le televisioni e le rubriche dei settimanali. Si tratta comunque di un’attitudine che andrebbe analizzata e compresa, perché non è facile pensare a Dio in forma del tutto astratta, e spesso si vorrebbe vederLo nei Suoi atti, specie in un’era tanto materialista come la nostra.

Ma se la Antin cerca la concretezza, altri e soprattutto Nimoy (un attore prestato all’arte) sentono la loro religiosità in una sfera del tutto spirituale. Ma muovendosi al di fuori di ogni schema, portano avanti una spiritualità fai-da-te. E così nasce l’opera “Shekhinà” forse la più dubbia di tutta la mostra, in cui Nimoy ritrae la shekhinà appunto come una donna sensuale che indossa i tefillin. Certo ci sarà in tutto questo della pura voglia di contestazione e la ricerca dello scandalo come motore pubblicitario fine a se stesso, ma è chiaro che Nimoy appiccica una definizione (shekhinà) a un simbolo che con la shekhinà non ha niente a che fare. Ecco l’uso distorto di un simbolo che in realtà è parente stretto dell’idolatria.

Per contro l’opera forse più affascinante di Jorge Pardo, nato a Cuba e residente ora a Los Angeles, che espone una scultura attraverso la quale intende avvicinarsi a Dio cogliere la Sua essenza. Ha così creato un tavolo grezzo poggiato su una sua punta, un oggetto ordinario, cioè, perché a suo dire Dio va ricercato nella vita di ogni giorno, e qualsiasi atto che si svolga su quel tavolo può portarci più vicino a Lui (siamo anni luce di distanza dalla Antin). Non solo, ma Pardo aggiunge che “se stai cercando Dio, è preferibile farlo laddove c’è asimmetria e non nella simmetria, nell’instabile e non nello stabile”. Non esiste ricetta facile per ricercare Dio, e solo la difficoltà e il confronto ci può fare crescere in questo senso: un inno, insomma, alla discussione talmudica.

In alto: Shekhina (2004) di Leonard Nimoy. In basso: Deliverance (2002) di Angela Bulloch

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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