Anthony Caro

Sir Artist

Anthony CaroChe un artista inglese venga insignito dalla regina del titolo nobiliare di “sir” è un segno di notevole apprezzamento, che poi un grande museo ne celebri gli ottanta anni con una mostra è un gesto assai raro, se poi questo museo è addirittura la Tate Gallery di Londra siamo di fronte a una vera e propria consacrazione per le generazioni a venire. E questo è davvero l’intendimento del museo londinese nel dedicare una personale al lavoro di Anthony Caro, nato appunto nel 1924 e considerato come la figura di riferimento nella scultura inglese dopo Henry Moore. Di Henry Moore, in realtà, Caro, è stato appunto allievo e inizialmente anche fedele discepolo: basta guardare le sue sculture giovanili, imperniate su donne stilizzate dalle forme sviluppate, per vedere bene l’influenza del maestro. Infatti Moore oltre ai suoi bronzi a forma di vertebra che l’hanno reso celebre, creava anche lavori figurativi con figure umane appena abbozzate. La fine degli anni ’50 rappresentarono per Caro uno snodo fondamentale, in cui si avvicinò alle idee degli scultori minimalisti americani (quelli come David Smith o Sol Lewitt, per intendersi, in cui la forma è ridotta al minimo e ha il solo scopo di introdurre un concetto, appena accennandolo) e fece la conoscenza di espressionisti astratti del calibro di Helen Frankenthaler. Da allora, Caro prese a saldare dei semilavorati metalliche (piani o barre), per ottenere delle opere prive di caratteri figurativi ma ricche di contenuto ideale.

Certo, si può dire, cosa mai avranno di particolare delle strutture saldate, in cosa si distingue la mano dello scultore? Una prima caratteristica distintiva sta nel tipico rifiuto di Caro per ogni parvenza di continuità e di serialità in ciò che crea: al contrario di molti suoi coetanei, non ideò mai lavori che mettessero in relazione fra loro oggetti identici, o in cui tali oggetti venissero utilizzati più volte. Seguendo un approccio, sulle cui radici ebraiche e talmudiche abbiamo già parlato più volte, pone l’accento sulla discontinuità, sul confronto-scontro fra oggetti di natura diversa, convinto che la finta e superficiale armonia non dia vita a niente di significativo. Non solo, ma gli oggetti che compongono le sue sculture sono posti sullo stesso piano fra loro, in modo che non abbiamo mai uno sviluppo verticale: Caro non vuole in alcun modo dare la sensazione che il dialogo si sviluppa fra oggetti, fra idee, che sono di importanza e di dignità diversa. Al contrario il confronto è fra pari, è democratico appieno (e non dimentichiamo che anche il concetto di democrazia è ben presente nella nostra cultura e nel Talmud in particolare). L’originalità e l’ebraicità dell’approccio di Caro è fin da ora evidente, ed  è stato poi adottato da molti altri artisti, non ultimo l’israeliano Nahum Tevet di cui abbiamo parlato in passato.

Anthony CaroMa a guardare meglio, le sue opere hanno anche un’altra caratteristica a che ne hanno fatto il caposcuola osannato dalla Tate Gallery: la relatività, il loro apparire diverse a seconda del punto di vista dal quale vengono guardate. Prendiamo ad esempio “Early one morning” del 1962, posta nel giardino della Tate Gallery e inserita di diritto nel percorso espositivo. Vista da un lato sembra una sequenza di barre, chiodi e rettangoli, senza rapporto fra loro, una struttura molto leggera, innocua, senza un baricentro, quasi uno strano mobile da casa. Vista dal davanti assume invece una forma massiccia, vagamente umana, con un rettangolo al centro come fosse il petto di una persona a cui in alto sono unite due barre (due braccia?) e in basso altre forme che vagamente ricordano degli arti inferiori. Ma allora qual è l’angolo visuale “giusto”? Anthony Caro non ce lo dice e non celo vuol dire. Vuole alimentare il dibattito nel suo pubblico, perché le sue opere sono fatte proprio per creare discussione, per essere vissute da vicino, tanto che non vengono mai poste su un piedistallo o su un qualche tipo di supporto che dia loro un senso di superiorità rispetto agli astanti. Anche questa è stata una vera e propria rivoluzione, che alla Tate Gallery non mancano di sottolineare.

A chi tutto questo non bastasse, a chi cerca sempre e comunque un riferimento più esplicito alla cultura ebraica, si potrebbe facilmente rispondere che Anthony Caro è un artista astratto, e che solo a volte le sue opere hanno un titolo che attribuisca loro un significato preciso.

Ma in qualche caso, Caro un titolo l’ha dato come  per l’insieme di opere create per la Biennale di Venezia del 1999 e con le quali intendeva prendere una posizione decisa contro qualsiasi atrocità, guerra e terrorismo. E’ un ambiente (chiamato complessivamente “The last Judgement”) composto da una  sequenza di 25 piccole sculture in terracotta metallo, legno, cemento, che vanno osservate seguendo un ben preciso percorso, a partire da porta sovrastata da una campana fino a un’altra porta di uscita chiusa presso la quale si odono le trombe del giudizio divino. Fra queste sculture, ve ne sono alcune con un chiaro riferimento biblico, come una intitolata “Jacob’s ladder”. Anthony Caro immagina la scala di Giacobbe come un percorso difficile, incerto, un salire e uno scendere quanto mai accidentato fatto di scalini alti e scomodi. Ed è da notare come per Caro questa scala rappresenta un percorso tipicamente umano, poiché su ciascuno di questi gradini ha posto un piede e non un qualche simbolo che faccia pensare ad angeli o a creature non terrene. La scelta di soffermarsi su questo episodio della Torà, nasce in Caro dalla convinzione che la pace non è tanto questione di rapporti fra nazioni, quanto fra l’uomo con se stesso e fra un uomo e l’altro, e che questi rapporti sono segnati da discontinuità, da incertezze. Ma nonostante le difficoltà, ognuno deve fare la propria parte senza attendere l’aiuto divino: la pace va costruita con gli atti di ciascuno, così come la violenza è responsabilità di ogni individuo. In occasione della Biennale di Venezia, venne chiesto a Caro proprio perché solo in età avanzata si era deciso a occuparsi del tema della violenza, della brutalità , proprio lui che come ebreo aveva vissuto con grande intensità il dramma della Shoà. E la sua risposta fu che quel dolore era troppo grande per essere descritto, che ha sempre fatto parte del suo lavoro anche se non vi aveva mai fatto esplicito riferimento. Quindi molto contenuto molto sentimento vero e poche dichiarazioni: questo “sir” ha molto da insegnare.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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