Diane Arbus

Diverso e bizzarro

Diane ArbusL’ebreo è stato per secoli il diverso per eccellenza della società europea, quello che usciva fuori dei dogmi, fuori dal percorso tracciato dai benpensanti. E’ quindi evidente che uno dei connotati primi dell’arte ebraica di questo secolo è proprio il soffermarsi sui temi della diversità, così come ha fatto fra il’50 e il ’70 Diane Arbus (1923-1971). Le sue fotografie così fuori dagli schemi, così contro gli schemi sono ormai talmente apprezzate, che addirittura il Metropolitan Museum of Arts di New York ha deciso di dedicare all’artista una apposita mostra, che peraltro era già stata in visione a San Francisco e passerà poi anche in Australia. Grande fama postuma , quindi, per Diane Arbus nonostante che abbia iniziato la sua carriera artistica quasi quarantenne e abbia seguito un percorso di vita accidentato. Infatti nonostante fosse nata dalla una ricca famiglia ebraica newyorkese dei Nemerov, ben presto decise di rompere con i propri parenti (accusati anche di preferirle il fratello maggiore, divenuto poi poeta di buon livello), legandosi sentimentalmente già a 14 anni ad Allen Arbus, un oscuro impiegato della ditta del padre. Sposatasi appena maggiorenne, scoprì presto che la sua scelta non era stata delle più felice, in quanto Allen, pur coinvolgendola nel suo lavoro di fotografo di moda la teneva ai margini della sua attività e non le concedeva mai alcuna autonomia. Ma il ruolo di madre e di moglie stava stretto a Diane, che a metà degli anni ’50 ruppe di fatto il matrimonio (il divorzio giunse dolo un decennio dopo) e iniziò una fulminante carriera basate su immagini del tutto fuori dal comune. E questa suo muoversi ai confini della realtà e del mondo circostante, fu legato e a sua volta influì sul suo stato mentale: prima passò un lungo periodo di depressione e poi addirittura finì per suicidarsi.

Ma la sua arte ha dei tratti talmente peculiari da sopravvivere alla sua morte: anzi, fatto assai inconsueto negli ultimi decenni, Diane Airbus è divenuta più celebre dopo la sua scomparsa. Certo a partire da metà degli anni ’60, prima ricevette l’appoggio dei Guggenheim e si aggiudicò diversi premi da loro indetti, poi ottenne uno spazio al MOMA, ma niente di paragonabile alle importanti retrospettive che negli ultimi anni Le hanno organizzato, niente a che vedere con una personale al Met e in genere alla fama di cui attualmente gode. Non entrò mai in vita nelle cerchie “giuste”, rimase casomai legata a un ambiente ebraico assimilato e di frontiera, a cui apparteneva anche l’uomo a cui fu legata sentimentalmente dopo il matrimonio, Marvin Israel, o la sua insegnante-amica, Limette Model.

Insomma, nella sua arte c’è poca auto-promozione e molta sostanza, soprattutto molta capacità di andare oltre le scelte più consuete, soprattutto nella scelta dei suoi soggetti, con i quali interagiva, forzava fino a portarli in uno stato in cui ormai la presenza della macchina fotografica diviene per loro indifferente, e sono in grado di esprimere i loro stati d’animo più estremi, ossia proprio ciò che interessava alla Arbus riprendere.

Prendiamo ad esempio il noto “Ragazzo con bomba a mano giocattolo nel Central Park” del 1962, in mostra al Metropolitan Museum. Il bambino non ha niente di rassicurante, appare piuttosto uscito da un film dell’orrore; il suo braccio destro irrigidito, la mano a forma di artiglio, l’altra che stringe la granata-giocattolo che sembra del tutto realistica, il viso mutato in un ghigno terribile. Niente può esprimere meglio l’estrema aggressività di certi bambini, casomai influenzati dai giochi di guerra o dalla guerra in cui vivono, assai diversi dai patinati visi paffuti e sorridenti di certe pubblicità. Qui la diversità viene espressa attraverso lo stato d’animo di una persona qualsiasi che si trova in un luogo anonimo come il Central Park. Si dice che la Arbus sia riuscita ad ottenere quell’effetto dopo avere innervosito il bambino girandogli a lungo attorno, fino a che la sua vera indole è emersa.

E che dire del suo celebre “Gigante Ebreo”, anch’esso, immancabilmente, al Met? Qui la deformazione fisica mentale, si assomma a quella fisica e ambientale. Il ragazzo è altissimo, ma anche malformato, gobbo, sembra perché il soffitto della sua casa è troppo basso, l’ambiente in cui vive non è neppure fisicamente adatto a lui. Il Signor e la Signora Carmel, il padre e la madre, due persone assolutamente anonime, lo guardano con stupore e quasi con stizza, e specie la madre sembra riprenderlo perché non è fisicamente e mentalmente quello che lei avrebbe voluto. E’ per certo una persona fuori dagli schemi: un gigante, non atletico, e per giunta ebreo.

Eppure sono proprio le persone “diverse” fuori dagli schemi, che hanno fatto la storia.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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