| Mordechai Ardon |
Un ricordo mai sterile
Le
grandi tensioni che attraversano Israele vengono spesso presentate attraverso
la dicotomia fra Tel Aviv e Gerusalemme: una laica - laltra ortodossa,
una culla di Israele laltra culla dellebraismo, una sempre
al passo con le ultime tendenze del mondo globalizzato laltra strettamente
ancorata ai suoi valori di sempre. Ma queste due anime di Israele hanno trovato
un punto di forte coesione nel rendere omaggio al pittore Mordechai Ardon (1898-1992),
organizzando due mostre che si tengono in contemporanea al Museo di Israele
a Gerusalemme e al Museo di Tel Aviv. Si potrebbe dire che Ardon riceva un riconoscimento
così trasversale a causa del grande impulso che dette allo sviluppo dellarte
israeliana sia in qualità di Direttore della scuola darte Betzalel
sia come consulente di vari ministri; o altrimenti potremmo spiegare questa
interessante convergenza per la sua fama di Ardon, per i numerosi premi che
gli erano stati attribuiti quandera ancora in vita (a partire dal Premio
Israele nel 1963), per avere più volte rappresentato Israele in manifestazioni
culturali internazionali come la Biennale di Venezia del 1968. Ma vogliamo invece
pensare che sia la sua storia, la sua opera, il suo messaggio che risulti stimolante
per tutti gli israeliani e, mi permetto di aggiungere, per tutti gli ebrei ovunque
essi vivano.
Ardon nacque in uno shtetl polacco e ricevette un insegnamento ebraico tradizionale, dal quale finì per allontanarsi divenendo comunista ed emigrando nella Berlino della Bauhaus. Là studiò con nomi del calibro di Klee o Feininger, divenendo quindi un uomo in cui la cultura ebraica si sposava con le tendenze più innovative dellarte del primo Novecento. Fece lalià già negli anni 30 lavorando fin dallinizio alla nascita dello Stato, mentre la sua famiglia rimase in Europa, in Polonia, in balia dei nazisti. E la tragedia sua personale e di tutti noi la espresse in una splendida tela in cui Sara piange sul corpo di Isacco ucciso sullaltare. Il tributo alla Shoà, il rapporto con i familiari trucidati è una chiave significativa per leggere tutto quanto il lavoro di Ardon, che continuò a dedicare intensi quadri al padre o alla nonna perfino quando aveva raggiunto la vecchiaia. Ma non cadde mai nel ricordo sterile, in un zachor che riempie una identità ebraica altrimenti vuota (e non sarebbe stato certo lunico): era già rimasto inebriato, rapito, affascinato dai colori e dalla terra di Israele.
Erano questi sentimenti che accomunavano molti degli artisti che vivevano allora in Israele, ma Ardon, con la sua formazione berlinese, assunse una posizione di rottura nei loro confronti. Quelli (come Lilion o in parte come Pann) ritraevano un paesaggio arcadico, perfetto, però irreale, come talvolta lo è il rapporto dellebreo diasporico nei confronti di Israele. Ardon invece fece suo ciò che vedeva e percepiva e lo ritrasse attraverso lo specchio dellanima. Il risultato furono dei capolavori di arte più astratta dei suoi predecessori, molto intensa e viva, in cui è chiaro lintento di presentare le realtà concrete di un paese. Le tinte sono quindi forti, i contrappunti di colore molto marcati e certamente ne emerge limmagine di una terra viva, pulsante, eppur difficile. Anche negli anni successivi alla nascita dello Stato, Ardon non cessò di restare in contatto con il mondo artistico internazionale e contemporaneamente rimase fortemente ancorato a Israele: basti guardare per questo alcuni suoi paesaggi israeliani degli anni 50 e 60 che molto sono legati allEspressionismo astratto americano (e a Gottlieb su tutti).
Ma
le opere di Ardon sono ancora più affascinanti di quanto possa finora
apparire, perché lartista non perse mai il contatto con i suoi
studi di Torah, e anzi li utilizzò ampiamente per dare origine a una
simbologia che può essere compresa solo in riferimento ai nostri testi.
Analizziamo ad esempio il trittico Alle porte di Gerusalemme esposto
al Museo di Israele a Gerusalemme e dipinto subito dopo la guerra dei Sei Giorni.
Sul pannello di sinistra unalef scritta con i caratteri dei nostri antichi
manoscritti ricorda tutta la valenza creativa che la cabbalà attribuisce
a questa lettera antichi, mentre sullo sfondo è riportato un verso di
Isaia in cui il Signore consola il nostro popolo per i tanti dolori che Gerusalemme
ha subito nel pagare i propri debiti. Al centro troviamo una serie di scale
intersecate, che dal sogno di Giacobbe in poi sono per i nostri saggi un simbolo
di rapporto fra mondo terreno e mondo spirituale. Sulla destra, invece, è
raffigurata una pietra, che è un riferimento allo Zohar per il quale
il Signore creò il mondo lanciando una roccia un frammento del quale
si distaccò per formare il centro del mondo Gerusalemme.
Ardon con la sua opera ci indica che si può essere legati al mondo esterno senza dimenticare lebraismo, che si può essere sionisti senza dimenticare la diaspora, e anzi che è dallunione di tutto ciò che può nascere una solida e originale arte ebraica nel 21esimo secolo. Tel Aviv e Gerusalemme (e Milano) sono più vicine di quanto non si creda.
Mordechai Ardon: Sito ufficiale
Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.
| I |
© Morashà 2003 - © Daniele Liberanome 2003