Micol Assael

Combattere l'apatia

Lucian FreudSpesso accade di apprezzare proprio quello che più ci è vicino: una delle più promettenti giovani artisti italiane fa parte della Comunità di Roma, ma fra noi quasi non se ne parla. Eppure Micol Assael, 26 anni già ricchi di traguardi, è presente alla Biennale di Venezia, e aveva era esposto anche alla precedente edizione di questo evento clou dell’arte contemporanea, e nell’anno passato aveva meritato una personale all’importante Fondazione Sandretto dopo essere stata chiamata per una collettiva. Un brillante curriculum il suo, con molte altre tappe nel passato e altre già pianificate per il l futuro (fra cui una mostra a Torino in Novembre) che si è sviluppato grazie alla incisività delle sue installazioni basate su una visione forte e drammatica della nostra realtà e del modo in cui la affrontiamo.

A Venezia ha presentato una sua creazione dal forte portato mistico: un uomo che ha subito sulla propria pelle una lunga serie di delusioni e che è giunto a sentirsi vicino alla morte, occupa uno spazio che pare un appartamento e lì legge una lunga serie di testi che affrontano il tema della morte e della  resurrezione; sono passi complessi, tratti sia dalla Torà, sia da libri sacri ad altre religioni, sia da scritti di filosofia (lei stessa studia questa materia all’Università La Sapienza). Il senso dell’opera lo troviamo nel titolo “The brightness of the morning after” (“La chiarezza del giorno dopo”): quell’uomo, non necessariamente colto, riesce a cogliere la profondità dei testi perché ha vissuto un trauma che ha amplificato la sua sensibilità, e l’ha poi superato; nella sua attuale apparente tranquillità è riuscito a recuperare tutta la sua capacità raziocinante senza rientrare in una routine che appanna sensibilità e ragione.

E’ l’apatia, è l’indifferenza che impedisce di calarsi realmente nelle problematiche, che non permette di leggere e capire fino in fondo un testo; per Micol Assael è quindi preferibile che a parlare di un tema difficile come la morte sia una persona qualsiasi piuttosto che un grande erudito, in un luogo anonimo e non in qualche aula che trasuda scienza. Almeno in lui c’è un connubio di sensibilità e ragione, che gli permette di affrontare il tema con ciò che mi verrebbe di chiamare kavvanà. Perché è l’apatia, anche del dotto erudito, la malattia che Micol Assael vuole combattere. In una precedente opera, in qualche modo un prologo a quella della Biennale, l’artista si era soffermata su un giovane vulcano che si trova a Eldfell in Islanda e che rischia da un momento all’altro di risvegliarsi con eruzioni drammatiche. E’ una situazione di paura, di attesa, che ottenebra la mente, ma che moltiplica la sensibilità di chi vive là vicino; sono sensazioni che lei ha voluto amplificare sia installando delle telecamere che monitorizzano in continuo la montagna, sia preparando del materiale esplosivo che dia l’idea del potenziale effetto distruttivo del vulcano.

L’importante è innanzitutto aumentare la sensibilità, spesso connessa alla paura e alla sofferenza, perfino se in quella prima fase la ragione non funziona a dovere e quindi l’analisi della realtà è zoppicante (e qui mi viene non poco da pensare sulla situazione in Israele, dove il pericolo è pane quotidiano e non è sempre facile ragionare). E prima dell’installazione in Islanda, Micol Assael ne aveva create altre in cui inseriva in un tranquillo ambiente urbano o industriale dei macchinari pensati per mettere in risalto i pericoli insiti nella calma vita di ciascuno o in un ambiente di lavoro apparentemente sicuro. Il lavoro di Micol Assael, certamente nella sua fase di avvio, è già ricco di spunti su cui converrebbe riflettere, specie fra i più giovani tutti SMS e griffe, e non sarebbe male farlo direttamente con lei, prima che, come tanti altri, si trasferisca a Berlino.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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