Intervista a Amnon Barzel

Arte e VitaDL: La mostra “Israele: arte e vita” costituisce un’occasione davvero unica per ricordare i cento anni dell’arte israeliana, visto che a Palazzo Reale giungeranno oltre 150 opere degli artisti più significativi oltre alle installazioni create per l’occasione

AB: Certamente, ed è più unico che raro il fatto di poter festeggiare il centenario dell’arte di una nazione. Ma così è per Israele, perché al congresso sionista di Basilea del 1901, Achad Haam e Buber convinsero i delegati che per fondare uno stato bisognava prima creare delle istituzioni culturali. Così, Boris Schatz giunse in un sobborgo pressoché disabitato della Gerusalemme di allora, e impiantò dal nulla l’Accademia; invitò grandi artisti ebrei dall’Europa ad insegnare con l’intento dichiarato di creare uno stile israeliano, prima ancora che nascesse Israele. E così avvenne per altre città sviluppatesi attorno a poli culturali: basta guardare le prime foto di Tel Aviv, un insieme di piccole case bianche attorno a un grande edificio, il ginnasio Herzelia. E così pure a Haifa con il Technion. Il popolo ebraico, che era riuscito a sopravvivere per duemila anni grazie alla sua cultura, è partito proprio dalla cultura per ricreare un’entità nazionale.

DL: La mostra, che ripercorre questi cento anni di arte, si apre con le opere degli artisti contemporanei e poi via via ritorna all’inizio del ‘900, invece che partire alle origini, come molti si aspetterebbero

AB: Per conoscere la storia dell’arte israeliana bisogna partire da quello che viene creato oggi, anzi così bisognerebbe sempre insegnare la storia dell’arte, Grecia e Roma incluse. Perché l’arte è lo specchio dell’economia, della sociologia insomma della realtà, e noi comprendiamo meglio la realtà che abbiamo sotto i nostri occhi. Poi possiamo tornare indietro e scoprirne le radici.

DL: E gli artisti contemporanei israeliani come vedono l’Israele attuale?

Amnon BarzelAB: La mostra si apre con un’opera di un grande artista, Menashe Kadishman, forse la sua opera più intensa o comunque quella che riassume il suo messaggio. Si tratta di 25.000 piccole facce in metallo, tutte diverse fra loro, appena abbozzate, ma si intuisce che sono ragazzi in giovane età. E’ in onore ai soldati, al loro sacrificio, che permette a Israele di vivere, ma ha anche un riferimento più universale e legato alle serie delle sue sculture intitolate “Sacrificio di Isacco”. Anche qui vuole farci riflettere sul fatto che ai giorni nostri gli Isacco vengono sacrificati e non risparmiati, e gli Abramo (ossia chi ordina le guerre) non li salvano. Spesso ci si chiede perché Abramo stava per uccidere Isacco, ma in realtà Abramo non l’ha fatto, e Kadishman indica la necessità di imparare la lezione di Abramo e di comportarsi come lui. E’ un tema forte, legato a questioni di vita e di morte, non solo a livello di singoli. In genere definirei l’arte contemporanea israeliana, “esistenziale” (non “esistenzialista”) perché si occupa del rischio che lo Stato stesso sparisca con tutti i suoi cittadini. E’ estremamente influenzata dagli avvenimenti socio-politici interni, reagisce rapidamente e con forza a quello che avviene.

DL: Questo terribile timore per il futuro era così marcato anche in tempi meno recenti?

AB: Non è certo una novità , ma negli ultimi 15 anni si tratta di una sensazione particolarmente marcata, che ha avuto conseguenze in parte inaspettate come il nuovo approccio degli artisti verso la Shoà. Era un argomento tabù per molti anni, direi fino al 1990, perché quella tragedia era vissuta anche come una sconfitta, perché chi era stato trucidato non si era difeso. In Israele, si diceva, non accadrà la stessa cosa, combatteremo per ogni metro di terreno e non riusciranno a sterminarci. Ma oggi le frontiere sicure non sono una garanzia sufficiente di sopravvivenza, perché il pericolo può arrivare da lontano, con i missili. E allora si riscopre la Shoà, come ha fatto ad esempio Dani Karavan, un artista che si è sempre occupato del tema della pace e che invece ha creato un’installazione davvero impressionante: le rotaie di un treno che corrono verso una parete bianca su cui è scritto solo il numero dell’ultimo deportato di Auschwitz. Ma tornando a ritroso, alle radici, si scopre che un trauma profondo si era già prodotto nel 1929, ai tempi dei primi assalti degli arabi all’insediamento ebraico, a Hebron in particolare. Fino ad allora, uomini come lo Stesso fondatore dell’Accademia, Schatz, ma anche i suoi allievi più noti, come Guttman, dipingevano gli arabi in modo idealizzato, e li consideravano come un modello da seguire, con la loro forza fisica, la loro conoscenza dei luoghi, la loro storia. Poi accadde ciò che accadde e iniziarono a dire (come oggi) “non c’è nessuno con cui parlare dall’altra parte”. Allora abbandonarono l’idea di uno stile ebraico-orientale, e si sentirono piuttosto come l’avamposto della cultura europea occidentale in un mondo diverso, un sentimento oggi generalizzato in Israele.

DL: Il sogno dei fondatori di Bezalel si è poi realizzato?

AB: I sogni cambiano col tempo, ma se la loro volontà era di unire profondamente la cultura allo Stato, così è avvenuto. E per questo, la mostra è una testimonianza unica su Israele, della sua realtà, del suo popolo.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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