Tel Aviv

La città bianca del Bauhaus

BauhausTrascorrere le vacanze estive in Israele è di questi tempi un piacere e un dovere, vista la difficile situazione economica del nostro Stato e che solo recentemente sembra migliorare. Nel pianificare un viaggio del genere non tralascerei una visita a Tel Aviv, e non per il mare ma per gli splendidi edifici degli anni’ 30 e ’40 che le hanno fatto meritare la fama di capitale mondiale dell’architettura in stile Bauhaus (o in stile Internazionale, così come viene definito il Bauhaus realizzato all’esterno della Germania). Inizierei il tour dalla mostra “Tel Aviv’s Modern Movement” allestita al Museo Tel Aviv, che traccia la storia di quel gruppo di una decina di architetti formatisi alla celebre scuola del Bauhaus, un istituto sorto a Weimar nel 1919, per essere poi trasferito a Dessau e a Berlino, ed essere infine chiuso dai nazisti a causa dei suoi dettami in forte odore di sinistra.

BauhausI giovani studenti ebrei fecero tutti alià a Tel Aviv, già allora il centro più dinamico dell’insediamento ebraico. Ma questa prima città a popolazione completamente ebraica, questo sogno sionista che si realizzava e che cresceva in continuazione grazie all’apporto degli olim europei, era allora per lo più un gruppo di casupole senza anima. I giovani architetti tedeschi (fra i quali citiamo Sharon, Rechter, Carmi) trovarono quindi un terreno particolarmente propizio per realizzare gli insegnamenti ricevuti; così edificarono via via ciò che tuttora costituisce il centro vecchio della città, seguendo lo schema  messo a punto da Sir Geddes e in visione al Museo di Tel Aviv. Certo Sharon (niente a vedere con l’Ariel primo ministro) e compagni dovettero adattare gli insegnamenti ricevuti alla situazione climatica che avevano trovato. Così dovettero abbandonare le grandi finestre, elemento Bauhaus tipico che mal si accordava con il caldo di Israele, a favore di lucernari o comunque di piccole vetrature.

BauhausE la lontananza dai maestri suggerì loro anche di introdurre qualche linea curva come quella dell’edificio d’angolo fra Nahalat Beniamin e Rehov ben Yehuda, oltre ai tipici spigoli usati in Germania. Ma per il resto nei loro edifici è rimasta integra la lezione Bauhaus: ritroviamo l’idea di poggiare le case su pilastri che favorissero la circolazione dell’aria e creassero spazi per verande e giardini, o la tipica grande attenzione agli aspetti funzionali dell’edificio, o i tetti piatti (senza tegole) cari a Le Corbusier o il diffuso utilizzo del cemento (che si contrapponeva già allora alla pietra tipica di Gerusalemme e fece acquisire a Tel Aviv il nomignolo di “Ir Levana” – città bianca). E soprattutto emerge con forza la ricerca dell’estetica dell’edificio attraverso l’asimmetria: l’architetto Bauhaus, specie israeliano, usa forme geometriche regolari (cubi, cilindri etc.) che favoriscono l’uso dello spazio da parte dell’inquilino, e le fa dialogare fra loro contrapponendole ed è questo che caratterizza ogni edificio e lo rende interessante.

Una visione talmudica dell’architettura? Conviene farsene un’idea diretta passeggiando per Sderot Rotshild, Rechov Maze, Rechov Ben Ami, Nahalat Baniamin, e in altre vie adiacenti, dove gli edifici Bauhaus (in totale oltre 14.000!) vengono ormai spesso preservati con cura, e fatti oggetto di studio come testimonia la stessa mostra del Museo di Tel Aviv. Ma non è sempre stato così: alcuni splendidi esempi della capitale del Bauhaus sono andati distrutti dalla volontà di rimpiazzare il vecchio con il nuovo, il passato più umile con il nuovo benessere. E’ andata così scomparsa l’originale Kikar (Piazza) Dizengoff, tuttora centro della città, ma allora splendido, mentre oggi è un luogo quasi antiestetico infarcito di una tarda e decadente ’opera tarda di Agam; è andato distrutto lo storico Ginnasio “Herzelia”, la prima scuola superiore della città, per far posto alla poco più che orribile Migdal (Torre) Shalom. Ma già negli anni ’80 lo spirito di conservare si era già rinvigorito, e non certo grazie alla seconda generazione di architetti Bauhaus che pure tuttora vanno per la maggiore in Israele. E’ stato necessaria la denuncia di Dani Caravan, artista formatosi in Italia, e ancora l’apporto di architetti che hanno studiato all’estero e spesso in università italiane, come la curatrice della mostra del Museo di Tel Aviv, Nitza Metzger Szmuk, che ho conosciuto a Firenze: sono loro che hanno riscoperto un patrimonio che Israele stava buttando la vento. Il rapporto Israele - diaspora è imprescindibile per tutti.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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