Israele alla Biennale di Venezia 2003

Un minimalismo diverso

Se si cercava ancora una consacrazione di Israele come una terra produttrice di grandi talenti artistici, la prossima Biennale di Venezia fornisce proprio la risposta attesa: dal 15 giugno saranno in mostra fra i Giardini, la Stazione di S. Lucia, l’Arsenale e altri luoghi ben otto artisti israeliani, un numero che non ha precedenti nella manifestazione. E questo notevole apprezzamento giunge proprio in un’edizione in cui il direttore Francesco Bonami pare non avere dato peso eccessivo a certe tendenze modaiole del mondo dell’arte (difficile interpretare diversamente il particolare interesse che il precedente direttore della Biennale di Venezia, Szeeman, riservava ad artisti cinesi e a coloro che utilizzano il video quale forma espressiva preminente) né desiderare di presentare in modo asettico tutto ciò che accade sulla scena artistica mondiale (era questo il fine, discutibile, dell’ultima Documenta di Kassel).

Bonami ha invece adottato una linea curatoriale chiara e rigorosa selezionando in primo luogo artisti che propongono allo spettatore una loro interpretazione della realtà che li circonda, trasferendo loro un messaggio originale e ricco di contenuti con il quale confrontarsi. Per realizzare il suo progetto, Bonami si è spostato molto in giro per il mondo e non ha avuto paura di recarsi direttamente in Israele in un viaggio di città in città, di atelier in atelier, e già questo è di per sé una notevole nota di merito, visti i tempi che corrono. Alla fine sul suo taccuino sono rimasti questi otto nomi, Nahum Tevet, Etti Abargel, Carmit Gil, Avner Ben-Gal, Michael Heffman, Efrat Shvili, Doron Solomons e Amit che meriterebbero ciascuno una presentazione approfondita.

Del gruppo l’artista forse più affermato sulla scena mondiale è Nahum Tevet, con un lungo curriculum di mostre collettive e personali in svariati musei in Israele, in Europa, in America. Il particolare interesse che il suo lavoro suscita è legato alla sua storia personale, già di per sé esemplare di un certo tipo di Israele e di un suo evolversi nel tempo: nato e cresciuto in quel modello sociale particolare che è il kibbutz, che in molti sensi estremizza quanto di positivo e di negativo esiste nel rapporto fra vicini, fra appartenenti ad una stessa comunità. Ha assistito alla sua progressiva crisi, rimanendovi legato, così come profondo è il suo legame con Israele, in cui come ben sappiamo le complessità di una realtà sociale poliedrica eppure unita da forti legami ci è ben nota. Nel contempo è uomo che è stato a contatto con la scena artistica mondiale, del quale ha assorbito profondamente principi e tecniche che sentiva particolarmente vicini.

Le sue opere, frutto di questo particolare incontro di esperienze e principi, sono così composte per lo più da una serie di oggetti, di per sé irrilevanti e triviali, che si trovano a interagire fra di loro. Se allo spettatore può apparire in prima analisi che si tratti di una raccolta casuale di oggetti sistemati poi in modo altrettanto casuale, la realtà del lavoro di Tevet è solitamente proprio all’opposto. Ognuno dei pezzi del suo “lego” (assi, secchi, parallelepipedi, forme in plexiglass e tanto altro ancora) vengono creati uno per uno dall’artista a dimostrazione della sua abilità e attitudine al lavoro manuale. La loro sistemazione nello spazio è poi frutto di un attento studio preparatorio, combinato con la sensazioni che prova Tevet durante il suo processo creativo nel luogo in cui si trova ad operare. Alcuni degli oggetti sono collocati quasi a sé stante, altri sono uniti fra loro da un legami più o meno instabili, fatti da assi, di sovrapposizioni, di confronti.

A prima vista i lavori sono strettamente legati a certo minimalismo americano piuttosto che a un importante filone artistico mitteleuropeo dagli anni sessanta in poi, formato da seguaci di Beuys. Eppure a ben guardare le differenze sono significative: in Tevet non troviamo né la fiducia quasi utopica in un mondo migliore degli americani (basti pensare alle linee precise delle strutture di Sol Lewitt, che trasmettono sensazioni di precisione e di perfezione) né la volontà di capire e di preservare la realtà esistente dei mitteleuropei (un artista come Mucha cerca oggetti, con una propria storia specifica che spesso non è facile per lo spettatore conoscere, e li mette poi sotto bacheca). Tevet guarda recupera pezzi della realtà, diversi fra loro e li combina, li avvicina, li mette in rapporto in modo sempre problematico: riflette sulla realtà che lo circonda con disincanto, invitando lo spettatore a riflettere. Il suo lavoro è particolarmente interessante proprio perché i pezzi che formano il suo “lego” sono diversi, spesso molto diversi, fra loro, e pure interagiscono fra loro, pur con difficoltà. Anzi quanto più l’opera è difficile tanto più è interessante: e nessuna comunità in Italia come quella di Milano ha tanti “pezzi” fra loro diversi per comporre una scultura complessa e affascinante.

Daniele Liberanome

In alto: Nahum Tevet (sito dell'artista)

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano - Luglio-Agosto 2003.

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