Carlo Levi a Berlino

La natura umanizzata

Pochi non hanno letto Cristo si è fermato ad Eboli ma molti ignorano i quadri e i disegni di Carlo Levi (1902- 1975), seppure a questi dedicò tanto del suo impegno artistico. Eppure qualcosa di concreto si sta muovendo per valorizzare il Levi pittore: dopo le manifestazioni per il centenario della nascita, quest’anno si aprono ben due mostre permanenti in luoghi simbolo per Carlo, ad Alassio dove ha vissuto parte della sua vita, e a Matera, nel sud d’Italia più dimenticato al quale dedicò tanto dei suoi pensieri e delle sue opere. È poi in corso una mostra a Torino, un’altra si aprirà a Firenze a partire dal 5 luglio e anche l’ampio mondo della museografia ebraica gli dedica uno spazio. Non si tratta di un’iniziativa italiana, ma del Judisches Museum di Berlino, che inaugura il nuovo pianoterra dell’edificio di Liebeskind proprio esponendo 60 delle sue opere.

Certo il rapporto fra Carlo Levi e il mondo ebraico non fu dei più stretti, essendo già nato in un ambiente in cui evidente era l’impronta lasciata dall’emancipazione. La madre Annetta era una Treves, che proveniva da una famiglia già fortemente impegnata in politica fra i socialisti e con posizioni spesso critiche rispetto alla religione. Anche il padre Ercole era stato pronto a gettarsi alle spalle il mondo del ghetto, pur mantenendo un rapporto più intenso con le tradizioni, specie quelle di Pesach. È fin qui difficile fuggire da un parallelo biografico con Modigliani specie se si pensa che fu la madre a lasciare un’impronta più duratura su Carlo, così come era avvenuto per Amedeo. Ma qui il percorso dei due si divarica completamente: Carlo infatti si getta a capofitto nella realtà che lo circonda, abbracciando fin da giovane un credo politico che ne segnerà tutta quanta l’esistenza. In questo troverà fra i suoi compagni di lotta una piccola comunità formata dai fratelli Rosselli, da Leone Ginzburg, da Vittorio Foa e da un romeno di nome Daniel Sinnreich, la cui vita pare la metafora vivente dell’ebreo errante. Levi venne poi arrestato dai fascisti, finì al confino, oltre “Eboli”, per poi tornare come esponente di spicco di Giustizia e Libertà, e quindi divenire direttore di giornali, intellettuale di spicco della sinistra e perfino senatore col PCI.

Eppure questa vita intensa di impegno politico pare sfiorare appena la sua produzione artistica. In un periodo in cui alcuni fra i maggiori pittori italiani riprendevano consistentemente temi e stili dell’Unione Sovietica (basti pensare al “Funerale di Togliatti” di Guttuso), Carlo Levi continuò un percorso di ricerca del tutto particolare. La sua attenzione pare sempre rivolta al piccolo spezzone di realtà che lo circonda, cercando continuamente di coglierne i segreti, i contorni meno evidenti. Nei suoi quadri troviamo spesso la famiglia, gli amici, i volti della Basilicata in cui è stato confinato, tutti ritratti nati da un profondo legame psicologico, che fanno di ciascun soggetto un unicum. Perfino i ragazzi lucani hanno poco del realismo politico del tempo, sono privi di una coscienza di classe e non vengono dipinti nel compiere un qualche lavoro più o meno massacrante. La pennellata delle opere più significative scorre corposa, densa ma sicura: con alcuni passaggi di colore rimane fissata l’essenza di ciò che vuole ritrarre. L’effetto deve molto ai cambi di tono, al chiaroscuro ottenuto non sfumando lo stesso colore, ma mettendone accanto due diversi. Uno stile del genere non permette ripensamenti e necessita quindi di un profondo senso di compartecipazione con il soggetto, un idem sentire; è giocoforza che i pastori lucani, i paesaggi, risultino quindi intrinsecamente diversi gli uni dagli altri.

Ma, allora, dove si cela il Levi politico comunista? I paralleli con l’egocentrico Modigliani sembrerebbero ancora prevalere. Si potrebbe certo dire che a differenza dell’altro, Carlo Levi dipinge non solo volti ma anche paesaggi, prima della terra lucana e più tardi i carrubi di Alassio, ma pure qui l’interesse prevalente pare concentrarsi sulla resa dei colori, dei sapori, dei contrasti di una terra. L’interrogativo resta tale. Un primo tentativo di risposta, lo potremmo trovare nella particolarità dello stesso Levi politico, che certo non era fautore di centralismi di marca sovietica, ma piuttosto di una particolare attenzione alle realtà sociali locali (mi verrebbe da dire alle comunità) valorizzandone comunque le peculiarità. Quindi un comunista sui generis, più che altro un intellettuale ebreo di sinistra.

Ma è la sua stessa attività di artista che meglio ricompone l’apparente dicotomia fra il suo dipingere e il suo impegno politico. Nelle sue opere, Levi si sforzava infatti non solo di comprendere l’essenza di ciò che ritraeva, ma anche la propria posizione rispetto a esso. E parlava in modo simile del suo fare politica, in cui la prima fase cruciale è dedicata alla ricomposizione “dell’identità dell’uomo con il mondo”, per poi gettarsi nell’opera socialista del cambiamento. Sia nei quadri che in Senato mirava quindi innanzitutto a definire il suo rapporto problematico con la realtà circostante, con un sentire tipico dell’ebreo emancipato.

Nessuna dicotomia dunque, ma solo la cognizione che la ricchezza della società (e il mio pensiero corre nuovamente alla nostra Comunità) è data proprio da questi singoli, ognuno dei quali va capito di per sé e non come stereotipo.

Daniele Liberanome

Carlo Levi “Opere scelte” - Judisches Museum Berlin: 30 Aprile - 4 Agosto 2003
Centro Carlo Levi - Palazzo Lanfranchi - Matera
Pinacoteca Carlo Levi - Palazzo Morteo - Alassio

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano - Luglio-Agosto 2003.

I
Torna all'Indice di Arte ed ebrei

© Morashà 2003 - © Daniele Liberanome 2003