Chagall e la Bibbia al Museo Ebraico di Genova

Simbologia problematica

ChagallChagall è per il grande pubblico l’artista ebreo per antonomasia, per cui bene hanno fatto la Comunità di Genova ad aprire gli spazi del nuovo Museo Ebraico con una mostra a lui dedicata. E tuttavia il curatore, Gianni Martini, si è trovato di fronte al problema della proliferazione di personali di Chagall: se solo si pensa all’Italia e alle sue immediate vicinanze, difficile dimenticare le recenti e grandi esposizioni di Lugano e di Parigi, senza contare che proprio in questi giorni se ne  è aperta una (e molto interessante) anche alla GAM di Torino. Insomma bisognava differenziarsi rispetto a tale e tanta offerta e Martini ha deciso di concentrarsi su un ben determinato e centrale aspetto del lavoro del grande maestro, ossia il suo legame con la Torà. Così facendo ha articolato l’esposizione in 4 sezioni, che in una certa misura permettono di leggere l’opera di Chagall da un punto di vista cronologico: vengono infatti inizialmente presentate alcune tele giovanili, che mostrano l’intensità del legame fra l’ambiente familiare di Chagall e la  Torà; si passa quindi alle 40 tempere realizzate fra il 1930 e il 1932 (e per la prima volta riunite assieme) servite ad illustrare un’edizione della Torà edita in Francia e dipinte sotto il forte effetto della prima visita di Chagall nella futura Palestina; la sezione successiva è dedicata ai grandi profeti, e qui l’ordine cronologico salta, in quanto si vedono accanto un “Mosè che riceve le Tavole” del 1950-1952 e un Giobbe del 1975; l’ultima parte,infine,  è dedicata ai bozzetti a olio e ai pastelli preparatori del grande ciclo del “Message Biblique” che si trovano al museo di Nizza e che risalgono al periodo 1955-1966.

La mostra è quindi certamente interessante anche perché induce a riflettere sull’evoluzione del rapporto fra Chagall e la Torà, o meglio sul rapporto fra la Torà e la simbologia utilizzata da Chagall nelle sue opere. Poiché si può notare in questo una parabola evolutiva dal maestro, che col tempo tende ad attribuire ad alcuni nostri simboli valori che originariamente non hanno, a vuotarne altri di ogni valore, ad aggiungerne altri ancora che sono del tutto esterni al nostro mondo, finendo per creare un dizionario simbologico che ha poco a che fare con la Torà pur essendone quella il presupposto.

Ma procediamo con ordine. Nella prima sezione opere giovanili, il riferimento ai nostri simboli non è esplicito; potremmo dire che si tratta la presenza della Torà è talmente ovvia che non è necessario soffermarvisi  e la relativa simbologia costituisce un dato acquisito. Si pensi ad esempio alla “Volture d’enfant” (1916/1917) in cui a destra una ragazza ritrae su un foglio uno degli agnelli che poi popoleranno l’universo di Chagall; ma è quello un soggetto naturale per il disegno di quella ragazza, e perfino il gallo che già troviamo in quest’opera è un essere reale che si aggira per casa come un qualsiasi membro della famiglia.

Ma già nelle illustrazioni alla Torà dei primi anni ’30 ci troviamo di fronte a un’evoluzione: come dice Foray, direttore del Museo di Chagall a Nizza, quelle opere sono evocazioni precise del testo, senza fantasia, contenenti i motivi forniti da quanto è scritto. Anche gli sfondi, le costruzioni, la natura, appaiono del tutto verosimili, ed in effetti vennero dipinti sotto l’impressione del viaggio nella futura Israele.  Ci troviamo così di fronte a opere dalla intensa spiritualità, come ad esempio in “Abramo” in cui in fondo al quadro si scorge di nuovo l’agnello, ma qui nel contesto religioso corretto del sacrificio di Isacco. E pure gli angeli che pure popolano queste opere sono qui  poco definiti e poco variopinti, e quindi sostanzialmente diversi dal modo in cui vengono presentati nella iconografia cristiana (si veda per questo anche un bel “Noè” del 1931).

Ma da questi presupposti, Chagall finisce per allontanarsi in modo considerevole. Innanzitutto comincia a introdurre nella sua simbologia anche il crocefisso. Va detto che il suo primo quadro del genere “Cristo ebreo” in cui Gesù Cristo appare sulla croce e coperto da un tallit, ha un significato forte di contestazione e di trasgressione. Venne infatti dipinto mentre cominciavano a giungere le notizie della Shoà anche in America dove allora abitava e quindi era quello in modo estremamente intenso per trasmettere tutto il dolore del nostro popolo; ma da qui Chagall adottò quella icona come generico richiamo alla sofferenza (come se avessimo bisogno di prendere a prestito un motivo del genere da altre culture). E parallelamente anche gli sposi, che inizialmente assumono il valore originario del popolo di Israele e del Signore, finiscono per divenire un segno generico di unione di caratteri contrapposti. Per poi tacere degli agnelli, dei galli e dei pesci, che perso ogni rapporto con i loro valori iniziali, spuntano qua e là in queste tele, finendo per essere posti fuori contesto; rimane come eccezione, forse, la Stella di Davide (che comunque è un simbolo ebraico molto sui generis, in quanto molto utilizzati dagli altri) e in parte la menorà. Ne vengano fuori opere come “Giobbe” dipinto nel 1975, ormai a 88 anni e quindi in piena maturità., in cui troviamo una serie di agnelli e poi un crocefisso e perfino a  Giobbe vengono attribuite vaghe sembianze cristologiche, mentre un improbabile angelo con lo shofar esce da un rotolo della Bibbia. E che dire del “Noè” in mostra al Museo di Nizza, lontano anni luce dallo stesso “Noè” degli anni ’30 che è rappresentato solo di fronte a Dio, mentre quello a Nizza è inserito in un universo popolato di uomini e da qualche animale fra i quali diversi, immancabili agnelli? Sono opere dal legame molto flebile con la Torà, costruite come una specie di mosaico in cui le tessere ad incastro sono i simboli ormai divenuti tipici di Chagall, simboli che vengono inseriti o tolti a seconda dei casi. Certo vi sono opere tarde in cui la spiritualità sembra più pura come in una “Pasqua” del 1968 o un “Mosè” del 1960, ma in genere si respira un’atmosfera molto diversa. Non conviene guardare superficialmente neppure un quadro di Chagall.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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