Artisti ebrei a Chicago |
Oltre ai gangster
Quando
si pensa alla comunità ebraica americana, e a maggior ragione agli artisti
ebrei americani, la mente va subito a New York, quasi che all’esterno
della Grande Mela esista poco o niente. Ebbene, visitando lo Spertus
Institute in questi mesi, non si può che cambiare idea: la mostra “Engaging
with the Present: the contribution of the American Jewish Artists Club to Modern
Art in Chicago 1928-2004”” che vi è allestita, non solo
dà conto del peso culturale della comunità artistica ebraica
di Chicago, ma anche del suo forte impatto sul tessuto sociale e ideale di
quella città. Si viene così ad apprezzare un gran numero di artisti
nostri correligionari che, non saranno stati o non saranno maestri del calibro
di uno Chagall o di un Soutine, ma che furono e sono personalità assai
interessanti.
Il legame fra artisti ebrei e Chicago si basa, secondo la direttrice dello Spertus, Rhoda Rosen, sulla particolare libertà di espressione e di stile che veniva e viene loro concessa in quella città, per cui la loro produzione è stata ed è varia e stimolante. E così “vi sono artisti che hanno messo assieme sia i caratteri ebraici che quelli tipici della libertà americana, in specie personalità come William Schwartz e Todros Geller”, come ci ha detto in un’intervista, David Sokol, curatore della mostra. “Nei loro murali, nei loro dipinti o, nel caso di Geller, nelle loro grafiche, dipingevano aspetti della religiosità ebraica e contemporaneamente celebravano gli Stati Uniti. Mostravano la vitalità della città, ritraevano persone in preghiera, mentre celebravano anche i grandi Americani”. Ecco quindi due nuove personalità di cui conviene ricordarsi: innanzitutto Schwartz (1896-1977), di origini russe ashkenazite e di formazione alla scuole d’arte di Vilnius, che si trasferì a Chicago dove rimase fino alla morte. Nelle sue sono opere si denota una chiara influenza espressionista, per i colori forti e contrastanti, mentre i suoi soggetti possono variare dal pienamente figurativo al puramente astratto (talvolta le emozioni create dalla musica, che sentiva vicina perché era un cantante d’opera o perché seguiva la maniera di Kandinsky, come vi ricorderete). Nei quadri figurativi tratta non di rado tematiche tratte dalla Torà o di ambientazione religiosa. Todros Geller (1889-1949) si concentrò invece soprattutto sull’incisione e sulla grafica d’arte. E tornava spesso col pensiero alla Vinnitza in cui era nato, tanto che pure i suoi paesaggi americani sembrano talvolta russi, e tanto che una delle sue principali fonti di ispirazione era il teatro yiddish. Ma per il curatore David Sokol non sono meno stimolanti “altri, come Leon Garland, che dipingeva la realtà urbana attorno a lui, ma anche immagini nostalgiche del suo shtetl europeo. Nelle vetrate di Luoise Yochim troviamo immagini religiose, ma anche le persone che vedeva per strada. A. Raymond Katz produsse oggettistica per sinagoghe e vetrate utilizzando lettere e altre simbologie ebraiche, ritraendo allo stesso tempo la realtà urbana”. Non voglio qui annoiare il lettore presentando il gran numero di artisti in mostra, ma desidero piuttosto, denotare la vastità e la qualità della produzione tipicamente ebraica che proviene da Chicago, e poi riflettere sul profondo interesse, tipico di diversi artisti in mostra, per la realtà sociale che li circondava.
Era un’attenzione che talvolta partiva dalla difficile situazione dei nuovi immigrati ebrei di inizio 20esimo secolo. E’ questo li caso dell’artista forse più celebre in mostra, Aaron Bohrod, le cui opere sono esposte in tutti i maggiori musei di oltreoceano (il Metropolitan di New York in testa). I suoi soggetti erano inizialmente presi dal West Side di Chicago, il quartiere in cui si dovettero trasferire i nostri correligionari dopo il grande incendio che alla fine del secolo 19esimo secolo distrusse le catapecchie in cui vivevano. E con questa particolare sensibilità verso la precarietà di certe situazioni sociali, Bohrod indirizzò la sua attenzione anche alla povera vita delle campagne circostanti la grande città, incluse le minoranze di colore, in un periodo in cui questa scelta artistica non era proprio politically correct. Tuttavia la sua tecnica veramente sopraffina gli permise di superare le barriere ideologiche e di ottenere importanti riconoscimenti. “Alcuni altri artisti”, ci dice Sokol, “erano piuttosto a sinistra non solo nel loro lavoro (ritraevano famiglie impoverite, lavoratori sfruttati etc.), ma anche nelle loro scelte politiche”. Fra questi Sokol ricorda anche Morris Topchevsky, un ashkenzita di origine polacca, che si trovò tanto affascinato dalle idee politiche comuniste da entrare in contatto con i muralisti rivoluzionari messicani, incluso Rivera e la moglie Frida Kahlo che ci è ormai nota.
Gli artisti ebrei di Chicago
di inizio secolo avevano quindi numerosi punti di contatto, ma non erano
ancora riusciti a formare un gruppo coeso, quello che, a detta di Sokol, avrebbe dato vita a un’era, a un’atmosfera
che sta poi alla base dello sviluppo artistico di tutta la città. Questo
fondamentale passaggio si deve in primis alla venuta a Chicago nel 1926 del
grande pittore Abel Pann, proveniente dalla Palestina mandataria. Fu la sua
passione, il suo spirito sionista, ad accendere gli animi e a spingere alla
formazione dell’American Jewish Artists Club che fu il vero catalizzatore
dell’attività culturale della città. “Molti di questi
artisti”, dice Sokol, “non erano tanto Sionisti, ma piuttosto dei
sostenitori di uno stato ebraico, e per questo molti di loro contribuirono
al Dono a Biro-Bidjan”. Il curatore fa qui riferimento al progetto di
creazione di uno stato ebraico inscenato da Stalin negli anni ’30, secondo
il quale una fetta di Siberia (!!) diventò regione autonoma ebraica.
Le condizioni di vita e di lavoro pressoché impossibili e lo scarsissimo
aiuto da parte di Mosca portò all’insuccesso del progetto, ma
l’idea affascinò non poco una parte della diaspora, specie se
di fede comunista. Così vi furono famiglie che dal Nord e dal Sud America
vennero indotte a trasferirsi in Siberia dalla forza dei loro ideali, mentre
gli artisti di Chicago prepararono un portafoglio di grafiche da vendere quale
dono per il nascente stato. Certo dopo la Seconda Guerra Mondiale, questi sentimenti
di identificazione presero tutti forma di una notevole passione sionista, che
rimane viva anche oggi, come sottolinea Sokol. Nella mostra troviamo infatti
opere contemporanee che chiaramente mostrano questi sentimenti come una grafica
di Rita Price che celebra gli accordi di Camp David, e i quadri di Jessica
Fine e di Fred Rapoport sulla vita e le strade della Israele moderna. Ed è grazie
a questi ideali comuni che gli artisti ebrei di Chicago hanno formato e formano
una comunità che tanto ha dato e dà alla città circostante;
come a dire che il sionismo può divenire un forte motore di identificazione
e di aggregazione per la nostra comunità, con benefici che si estendono
anche alla realtà circostante. Perché senza obiettivi in comune
questi artisti (e non solo loro) sarebbero stati solo degli individui singoli,
e come tali isole più o meno anonime nel grande mondo che ci circonda.
Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.
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© Morashà 2004 - © Daniele Liberanome 2004