Lucian Freud

Il peso dello zio

Lucian FreudC’è chi ritiene che per Lucian Freud sia stata una sfortuna nascere nipote dell’immenso Sigmund, uomo secondo a nessuno nel Novecento per fama, per contributo all’umanità, per creatività. Ed in effetti, Lucian, pur essendo divenuto artista di primissimo livello (per gli amanti delle statistiche, il “maggior pittore inglese vivente”) continua a rimanere il “nipote di”, anche se lo zio l’ha conosciuto appena. Ma fra i due esiste un patrimonio comune importante, e quindi un legame quanto meno indiretto, come si potrà scoprire visitando la grande personale che gli dedica il Museo Correr di Venezia, con ben 75 grandi tele e soprattutto buona parte delle opere più significative, incluso il celebre ritratto della Regina Elisabetta. Lucian Freud è nato a Berlino nel 1922, da una famiglia tanto ricca quanto assimilata, che aveva sostituito i moadim con feste simil-cristiane (a Pesach, ad esempio, mangiavano le uova), che era totalmente impregnata della culturale ebraico-tedesca dell’età d’oro, prima della Shoà. Così i primi anni della formazione, da buon Freud, li trascorse tutti all’interno di quell’incredibile atmosfera che descrive magistralmente Stefan Zweig nel suo “Il mondo di ieri” quando Marc e Schonberg andavano in vacanza da Kandinsky e dalla Muenter, quando alla Bauhaus insegnavano Albers o Schlemmer o Breuer, quando Doeblin o Werfel o Fuechtwanger erano considerati come i principali scrittori tedeschi, quando la politica di sinistra era guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, quando, quando, quando. Il padre di Lucian capì comunque già nel 1933 che l’ascesa di Hitler significava la fine di un’era, e fuggì subito a Londra, seguito molto più tardi, solo nel 1938 dal grande Sigmund. Nessuno dai Freud sopportò facilmente l’abbandono della madre Germania, tanto che Sigmund finì per morire un anno dopo essersi messo al sicuro, mentre Lucian iniziò il suo strano percorso di vita sempre ai margini della società inglese. Prima pessimo studente, poi cattivo soldato, quindi ignoto e poi notissimo pittore, vivendo molto a lungo nel quartiere di Paddington, assolutamente “out”, e progressivamente abbandonato da gran parte dei suoi abitanti. Si è sempre tenuto ai margini del mondo dei lustrini, quasi non scrive, raramente partecipa a galà, come se si trovasse fuori dal suo ambiente naturale. E osservate anche i suoi quadri, ad esempio, il suo “John Deakin”, il ritratto di un ladruncolo di Paddington dal viso contorto, o “Sera nello Studio” dove accanto a un cane (che spesso troviamo nelle sue opere) ritrae una delle sue modelle preferite, Sue Tilley, una anonima impiegata pubblica decisamente sgraziata. Perfino quando sceglie un VIP, come ad esempio Kate Moss (il quadro è stato appena aggiudicato in asta per circa 5 milioni di Euro), scegli delle pose e delle situazioni insolite e infatti la famosa modella non appare né bella né in forma per via della gravidanza e per via della postura innaturale..

Lucian FreudLo stesso percorso pittorico di Freud denota la sua sostanziale solitudine nel panorama inglese: certo era legato affettivamente ai grandi Bacon e Hopper che influenzò e dai quali venne influenzato, ma scelse comunque di rimanere in ambito spiccatamente figurativo, senza nessuna inclinazione per l’astrazione che è assolutamente imperante (“il pittore che si limita alla pura astrazione, si priva della possibilità di provocare qualcosa in più di un’emozione estetica” ebbe a scriveew). I suoi punti di riferimento, da buon figlio della Germania che fu, sono i grandi pittori del passato, a partire dai ritrattisti olandesi come Frans Hals e poi giù fino a Watteau, Corot e Cezanne; e proprio per conoscere a fondo i lavori di questi maestri, si recava in visita nei musei di mezza Europa e vi trascorreva lunghe giornate, un po’ come era uso nella Germania ottocentesca e novecentesca. Come quei grandi del passato, produce quadri con una lentezza che diventa quasi esasperante per i suoi modelli, tanto è vero che per dipingere lo splendido “Grande Interno” ha impiegato più di due anni. E sempre con una tecnica davvero sopraffina, che colpirà anche coloro che non amano l’arte contemporanea, e che lo pone casomai vicino ad altri due mostri sacri viventi dell’arte tedesca del secondo novecento, Gerhard Richter e Anselm Kiefer.

Lucian FreudMa le radici mittel-europee di Lucian, il suo essere un Freud a tutti gli effetti, le percepiamo appieno nella sua “ossessione per il soggetto… [che] deve rivelare tutto se stesso in modo che si possa selezionare cosa ritrarne”. Così nei suoi quadri (specie dai primi anni ’60 fino ad oggi) trasferisce tutta la personalità dei suoi soggetti, dopo averla studiata a lungo, seguendo un approccio molto vicino ai filosofi esistenzialisti e ai pittori espressionisti tedeschi poi caduti vittima dei nazisti. Osservate il suo ritratto di Elisabetta II che tanto scandalo creò in Inghilterra e che invece trasmette tutte le ansie e le incertezze della regina, che ha prima assistito allo sgretolamento del suo impero e che adesso vede persino a rischio il futuro della monarchia. O, per rimanere nello stesso, ambito, guardate “The Brigadier”in cui Parker Bowles è sì ritratto nella posa di grande uomo d’arme d’altri tempi, ma con un’espressione che trasmette tutto l’amarezza di quest’uomo che appare adesso come un intralcio nella sfolgorante storia d’amore della sua ex-moglie con il principe Carlo, mentre ne è stato vittima fin dall’inizio, che neppure se la poteva prendere con il cornificatore di Buckingham Palace. Ecco perché i quadri di Freud vanno osservati attentamente e lentamente, senza cercare la scarica di adrenalina tipica dell’arte contemporanea, ma gustandoli piuttosto come un buon bicchiere di vino, e così entrare nell’anima di quei soggetti e, attraverso di loro, nella nostra. La mostra al Museo Correr è insomma un’esperienza da cui alla fine si può però uscire con i pensieri più cupi: ma cosa sarebbe stato se il nazismo non avesse distrutto la grande cultura ebraico-tedesca? Quanti Lucian Freud l’umanità ha perso?

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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