Frida Kahlo

La forza di un corpo debole

E' proprio l'anno di Frida Kahlo: libri a ripetizione, un film da grandi sale cinematografiche e adesso una serie di personali, fra cui quella del Museo della Permanente qui a Milano e quella del Jewish Museum di New York. Ma, è bene dirlo, la Kahlo (1907-1954) è da tempo un punto di riferimento per tutta l'arte contemporanea del Sud America, un continente che ha ormai conquistato uno spazio di rilievo nel panorama culturale internazionale con esposizioni del calibro della Biennale di San Paulo e con un fiorente mercato. Non deve quindi stupire che la casa della Kahlo, in un quartiere che una volta era alla periferia di Città del Messico, sia divenuta una specie di meta di pellegrinaggio, e che si moltiplichino i suoi ammiratori che talvolta finiscono per diventare dei veri e propri adepti.

Durante la sua vita, poco faceva presupporre tanta fama postuma. Frida era infatti nata da una unione assai singolare fra un ebreo ungherese finito in Messico contro la sua volontà, e una mezquita, una meticcia locale. All'instabilità del quadro familiare, si aggiunse molto presto una drammatica serie di sofferenze fisiche e personali. Da giovane rimase vittime di un incidente che le frantumò la spina dorsale (peraltro bifida dalla nascita) e la obbligò a una infinita degenza all'ospedale: subì non meno di 25 interventi chirurgici che si protrassero per quasi tutta la sua esistenza. Volle poi con caparbietà conoscere Diego Rivera, noto artista del tempo, e lo affascinò al punto tale che i due si sposarono e vissero un intenso rapporto fatto per lo più di dissidi e di tradimenti, in cui lei visse spesso all'ombra del compagno. Le sofferenze fisiche di Frida giunsero a un altro culmine in occasione dei suoi numerosi tentativi di rimanere incinta che si chiudevano regolarmente in aborti e in ulteriori degenze in ospedali americani. Ciò non bloccò certo la sua attività politica, vissuta tutta sul fronte della sinistra comunista, durante la quale ebbe anche modo di conoscere Leon Trotskij in esilio in Messico, e creò una prima coscienza femminista in quel paese. Insomma un animo di rara forza in un corpo debole che finì per spezzarsi quando non aveva ancora 50 anni.

In Frida, dolore e arte costituiscono un binomio inscindibile, in cui è il primo a fungere da motore propulsore: lei stessa confessò di avere iniziato a dipingere durante una delle sue prime lunghe degenze ospedaliere. Lo fece con vergogna, di soppiatto, sottraendo i pennelli e gli oli al padre, ossia al genitore che certamente ebbe maggior impatto sulla sua vita spirituale. E visto che lui era un ebreo ungherese, nato e vissuto come tale fino al suo forzato   trasferimento in Messico, ci potremmo aspettare una influenza significativa del retroterra ideale ebraico nel lavoro di Frida. In realtà, Wilhelm (Guillermo) Kahlo trasmise alla figlia l'eredità tipica dell'ebreo ateo e emancipato: il desiderio di apparire più simile possibili agli abitanti del luogo, e casomai esprimere l'attaccamento alle proprie origini attraverso l'attività pubblica o politica.

In questo senso non deve stupire che Frida, nonostante le sue origini, si volle ergere a simbolo della "messicanità": era solita vestirsi con costumi tradizionali centro-americani che attiravano l'attenzione quasi ilare degli astanti quando si trovava negli Stati Uniti o comunque lontana dal suo paese. E il suo atteggiamento da "Mexicana" non veniva certo intaccato dalle poche parole in yiddish che raramente scambiava. Perfino il suo ateismo si colorò di un sapore locale, quando si affezionò a degli idoli locali semi-sconosciuti, retaggio dell'antica cultura india.

Se devo quindi convenire con i curatori del Jewish Museum quanto al peso del ramo Kahlo sulla vita di Frida, non vedo quanto questo debba interessare un museo ebraico, se non a rimarcare che certa emancipazione priva di radici nella nostra cultura costituisce una strada senza ritorno verso l'omologazione con la realtà circostante.

Peraltro l'assenza di simbologia ebraica è significativa in un artista che tanto ha dipinto se stessa e il suo universo mentale: un terzo circa delle opere della Kahlo sono autoritratti. Questo elemento caratteristico della sua arte è sintomatico del suo modo di intender la pittura, ossia innanzitutto come mezzo per comunicare con se stessa e per superare le proprie angoscie. Basti pensare all'impressionante tela "La colonna spezzata" o a "Qualche Piccola Punzecchiatura" ambedue in mostra alla Permanente, in cui si può cogliere tutto il dolore fisico dell'artista, tutta la precarietà del suo corpo. E non meno potente è "Ospedale Henry Ford" in cui il non ultimo dolore per l'aborto è acuito in Frida dalla percezione della propria incapacità fisica ad essere pienamente donna; è un'opera in cui la realtà pare un incubo e con l'incubo si confonde. Impossibile rimanere indifferenti al messaggio, impossibile non cogliere la forza d'animo di Frida e la sua capacità di tradurre in positività tanta negatività accadutagli. E tutto ciò con una notevole capacità tecnica, e con colori particolarmente vivi e brillanti che non lasciano indifferenti anche il visitatore disattento.

Né può sfuggire negli autoritratti della Kahlo, la volontà di dipingersi senza pietà, con il naso fin troppo grosso e con la peluria incipiente sul viso. Sembra quasi volesse creare una sorta di contro-manifesto della donna tutta testa, in un periodo in cui le strade erano già invase dalla bellezza patinata di ragazze dal corpo perfetto (e chissà che ne pensiamo pure noi, che ormai a questo siamo assuefatti tanto che perfino per vendere della cioccolata bisogna mostrare una splendida donna con fare seducente). E' per questo che si rimane poco convinti dall'analisi che il film "Frida" fa della vita dell'artista, come fosse stata un tourbillon di avventure romantiche, con lei nel ruolo di seduttrice. Certo va dato atto al regista che presenta comunque la sua eroina come una bellezza particolare e sui generis, ma sono evidenti la parentela con film sulle avventure galanti di un Byron o di un Goya mentre la realtà era del tutto diversa.

Meno interessanti e più dogmatiche sono invece le opere a chiaro contenuto politico a cominciare da "Il defunto Dimas Rosas (all'età di tre anni)", ritratto di un povero bambino rimasto vittima troppo giovane di movimenti di piazza di sinistra, che viene però stucchevolmente ripreso in una postura quasi da novello bambin Gesù. Ma è giusto che almeno una tela del genere si trovi in mostra alla Permanente perché riprende un filone che attraversò tutta quanta la vita di Frida e si mischiò con gli altri. La politica e l'amore (per Trotzkij e per Rivera), la politica e l'arte (si veda la vicinanza, mai del tutto convinta, con il movimento surrealista). Ma questa è un'altra eredità del ramo Kahlo della famiglia, ci dice il curatore del Jewish Museum, mettendo grande enfasi su uno scritto di Frida in cui ricordava il grande impegno antinazista del padre. Come a dire, almeno aveva gli stessi nostri nemici: neanche questo mi pare molto come spirito ebraico.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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