| Adolph Gottlieb al Jewish Museum di New York |
In
questo inverno new-yorkese, in cui la città avverte i primi segnali di
una ripresa, il Jewish
Museum offre ai visitatori la prima mostra antologica di Adolph Gottlieb
(1903-1974), uno degli artisti che più hanno contribuito ad affermare
la supremazia culturale di New York nellimmediato dopoguerra. LEuropa
era allora non solo in bancarotta economica, ma anche culturalmente distrutta
dallaver preso coscienza della tremenda barbarie che si nascondeva dietro
alla sua civiltà, e abbandonata da numerosi uomini di cultura che, o
perché ebrei, o perché alla ricerca di nuovi orizzonti, si erano
trasferiti oltre oceano. Lincontro fra le idee sviluppate nel Vecchio
Continente con le energie di unAmerica divenuta gigante politico ma ancora
non calata appieno nel proprio ruolo di superpotenza mondiale, dette origine
a un movimento chiamato Espressionismo Astratto. Ne facevano parte artisti oggi
assai noti, come Pollock o De Kooning o Rothko, che oltre ad essere amici fra
loro, molto avevano condiviso, dai primi passi sulla scena artistica, allideologia
politica al credo artistico, ma si esprimevano in modo ben diverso fra loro
e originale.
Gottlieb, come altri suoi compagni, aveva iniziato negli anni 30 con il lavorare su committenza dello Stato, che investiva in opere pubbliche per risanare leconomia dalla Grande Depressione. Aveva dipinto murali per abbellire uffici delle poste ed edifici nelle città nella provincia americana, e si manteneva vicino a posizioni politicamente di sinistra. Ma alla fine degli anni 30, giunsero a lui come ad altri le notizie dei processi stalinisti e il suo atteggiamento nei confronti del marxismo mutò: da adesione convinta a forte volontà di riformare questa ideologia, o, secondo alcuni, a distacco. Approfondì le sue nozioni della teoria psicologica di Jung e, grazie anche al contatto con le idee surrealiste europee, si convinse che non le classi, ma il singolo individuo con la sua soggettività doveva essere al centro del divenire storico e artistico. Gottlieb, e gli altri espressionisti astratti, cercarono quindi di esprimere le proprie sensazioni e di provocare sensazioni nel singolo individuo che guardava le loro opere. Per questo motivo, il soggetto stesso divenne astratto, espressione della pura emozione dellartista e fonte di pura emozione per lo spettatore. Tutte le parti della tela dovevano giocare uno stesso importante ruolo per creare questo flusso di sensazioni, a differenza che nella pittura tradizionale (ancora in voga nellAmerica del tempo con i suoi paesaggi della frontiera) in cui la parte centrale dellopera è centrale anche per importanza. Lattenzione alla pennellata, al colore, al materiale utilizzato crebbe enormemente perché questi erano i veicoli per trasferire messaggi allinconscio. E le tele stesse, diventarono inusualmente grandi, anche se in Gottlieb meno che in altri espressionisti astratti.
La mostra del Jewish Museum, da vera antologica quale è, ripropone tutto intero il percorso artistico di Gottlieb. Dopo le opere giovanili, si apre unampia sezione dedicata alle sue pittografie degli anni 40, in cui le tele vengono divise per mezzo di griglie; ciascuna delle caselle così create ospita un tema, unimmagine che si trova in rapporto associativo con le altre ed è pensata per trasmettere un messaggio allo spettatore, indipendentemente dalla sua base culturale. Difatti lartista intendeva dialogare con quegli elementi dellinconscio che, secondo la teoria di Jung sono comuni a tutti, e non di rado utilizza riferimenti a culture non occidentali.
Le sale del museo ospitano quindi le sue Nature non morte, i suoi Paesaggi immaginari, i suoi Bursts (letteralmente scoppi) degli ultimi anni 40 e degli anni 50. I dipinti appaiono di consueto divisi da una linea in due sezioni del tutto diverse: in alto una parte ben ordinata (spesso figure regolari su uno sfondo uniforme) mentre in basso una massa esplosiva (solitamente una congerie di segni che si muovono in direzioni diverse); ed è facile vedere in queste opere leterna contrapposizione fra i due estremi (il bene e il male, il cielo e la terra, la luna e il pozzo). Nelle ultime sale troviamo infine le sue opere tarde in cui la tematica dei Bursts è ulteriormente approfondita, con contrapposizione forti ma con una divisione meno netta della tela.
Si potrebbe discutere sullopportunità che il Jewish Museum dedichi una mostra del genere a Gottlieb. Certo ebreo era come tanti altri espressionisti astratti (Rothko, Motherwell, Frankenthaler fra gli altri) e come i suoi maggiori critici e numi tutelari (Greenberg in specie), ma i suoi rapporti con il mondo ebraico e con la cultura ebraica in quanto tale erano assai limitati, se si eccettuano committenze ricevute da Sinagoghe (come quella di Millburn nel New Jersey, una perla artistica che ogni turista dovrebbe ammirare) o limpatto particolarmente significativo avuto su di lui dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale. Non è certo un argomento da sviscerare in questa sede: casomai sottolineiamo che in questa fase politica, può essere ritenuto utile ricordare il contributo degli ebrei alla creazione della superpotenza (anche culturale) americana.
Peraltro,
una retrospettiva come quella di Gottlieb non può che richiamare la critica
più politica allEspressionismo Astratto. Ebbe un impatto così
dirompente per il suo messaggio culturale o in quanto veicolo della propaganda
della nuova superpotenza? E un fatto casuale che un collezionista come
Rockefeller abbia acquistato migliaia di opere di espressionisti astratti, che
il MOMA da lui influenzato abbia loro dedicato tanto spazio? E tutte le loro
mostre nei musei di mezza Europa erano frutto di una scelta spontanea e autonoma
di quelle istituzioni? E addirittura, non è forse vero che la stessa
CIA seguisse qule gruppo di marxisti disillusi con occhio particolarmente consenziente?
La risposta rimarrà
sempre a livello individuale, un po come lavrebbe voluta lo stesso
Gottlieb, ma certo è che le sue tele provocano sempre emozioni in chi
le guarda. E alla
New York di oggi piace ritornare a rivivere i momenti in cui è divenuta
il polo culturale mondiale. Non è fatto casuale che recentemente si sia
raggiunto il record di aggiudicazione in asta di una tela di Gottlieb: un collezionista
ha pagato oltre mezzo milione di dollari per aggiudicarsi Dialogue II
del 1960. New York si vuole riprendere.
Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.
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