Teatro Habima di Tel Aviv

Sette Giorni - Sheva

Habima Tel AvivIl teatro Habima di Tel Aviv, fondato prima in Polonia nel 1912 e quindi trasferitosi in blocco in Israele con l’intenzione di far rivivere e rinvigorire la tradizione ebraica sulla scena, è giunto a Milano con uno spettacolo che ben si addice alle sue radici ideali. Difatti il dramma teatrale che viene rappresentato (“Sette giorni”)  parte appunto dalla Torah, in specie dai capitoli della Creazione, da cui riprende simboli e metafore per rileggere la vita difficile e penosa di una qualsiasi famiglia in crisi in Israele. Nel corso di uno dei recenti incontri del progetto Kesher, Rav Carucci sottolineava come la famiglia ebraica di questo secolo non si distingue dalle altre quanto a capacità di affrontare la sua progressiva disgregazione nel mondo occidentale. Anzi, Carucci citava delle cifre assolutamente allarmanti parlando di 120.000 divorzi all’anno in Israele, un paese in cui le famiglie immagino che non debbano essere più di 1,5 milioni circa: come a dire che il rischio che un matrimonio non duri più di 12 anni è estremamente concreto, quasi una certezza. E con Carucci si diceva che forse  questa enorme crisi dipende anche dal fatto che la società israeliana ha dimenticato buona parte delle sue radici, che non legge la realtà basandosi sulla propria tradizione specifica.

Questo è in realtà ciò che vorrebbe iniziare a fare l’autore dell’opera teatrale, Shlomi Moshkovitz. Dal suo punto di vista la vita della coppia in stato comatoso che presenta sulla scena è in qualche modo assimilabile ai primi giorni della Creazione, a un fase in cui le contrapposizione sono le più estreme: giorno-notte, luce-ombra, terra-mare. Fra la madre, scrittrice delusa, e il padre, dottore che non trova più stimoli veri nella propria professione, si pone una figlia adolescente che ovviamente si trova in mezzo fra questi due esseri alla deriva fra loro e in loro. Ma ecco giungere un amore giovanile della madre, una specie di deus-ex machina ripreso dalla tradizione classica, che entra in modo dirompente nella vita della famiglia alla deriva, apparentemente la porta ancora più fuori rotta, per poi invece abbatterne le barriere ed essere il propulsore di una nuova vita per tutti i protagonisti. Il settimo giorno, lo Shabbath, è quindi il giorno di una ritrovata pace per questo nucleo, un giorno in cui si rivive il senso di vicinanza che bisognerebbe veramente provare in questo nostro sacro giorno.

Certo il testo è duro, le parole qualche volta forti, i rapporti che si vengono a creare non sempre facilmente digeribili: ma resta da capire se sia preferibile invece fermarsi alla realtà sclerotizzata ma perbenista che vediamo all’inizio dell’opera. E il grande successo riscosso in Israele dimostra che il messaggio va diritto al cuore dei problemi di quella società, forse anche della nostra.

E’ bene che lo spettacolo di Habima si inserisca nel “Festival del Mediterraneo”  organizzato dal Teatro Piccolo di Milano, con un cartellone ricco di oltre 30 spettacoli (fra i quali non poteva mancare, né manca, quello di Moni Ovadia). Non dovremmo dimenticare che la morte del Mediterraneo come spazio unitario di culture che parlano fra loro è legato in questo secolo all’affermarsi dei nazionalismi arabi, mentre far rivivere un Mediterraneo unitario significherebbe ricreare quel clima di tolleranza in cui hanno prosperato per secoli le nostre comunità sefardite.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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