Menashe Kadishman

L'artista che nasce pastore

Menashe KadishmanFinalmente, la grande retrospettiva, inaugurata il 1° di dicembre al Museo di Tel Aviv, mi dà l’occasione di presentare il lavoro di uno dei maggiori scultori israeliani, Menashé Kadishman, un artista che meriterebbe anche su queste pagine un’analisi assai approfondita quanto meno per il suo legame con i messaggi biblici, a cui attribuisce nuovi significati e che rappresenta con una poetica davvero impressionante. Kadishman è nato (nel 1932) e quasi sempre vissuto in Israele: ha un rapporto con lo Terra e con Stato che è molto diretto, senza fronzoli, formatosi quando era ancora in kibbutz e faceva il pastore. Le sue sensazioni hanno quindi quella concretezza che spesso manca negli artisti della generazione precedente, quella nata all’inizio del secolo e che aveva un rapporto molto idealizzato con Israele o che era talmente presa dal proprio impeto ideologico da non accorgersi della realtà circostante. Kadishman rappresenta invece un fondamentale anello di congiunzione fra quei grandi artisti e i nuovi artisti israeliani, in cui il legame (spesso difficile) con la propria terra appare spesso privo di motivi ideali e di richiami alla tradizione. Dopo avere iniziato gli studi in Israele, Kadishman ha completato la sua formazione artistica alla St. Martin’s School of Art e alla Slade School, ambedue a Londra, dove è rimasto influenzato dal minimalismo.

Menashe KadishmanIn alcune delle sue opere, specie più giovanili, puntò a mettere in crisi i presupposti che ci guidano nell’analisi della realtà, creando segmenti di materiali in apparenza sospesi in aria, o cerchi di metallo ancorati a terra anche se paiono sul punto di cadere. Ma presto recuperò appieno le simbologie della sua terra e della sua infanzia, ritraendo e utilizzando animali secondo un nuovo indirizzo creativo che ebbe un primo culmine alla Biennale di Venezia del 1978, quando creò anche un notevole scompiglio nei saloni espositivi. Portò infatti un gregge di pecore, su ciascuna delle quali aveva disegnato una macchia (un marchio classico, un bersaglio), che doveva seguire un particolare percorso di saliscendi sotto la guida di un pastore. Erano gli anni successivi alla guerra del Kippur in cui la sensazione di abbandono e di perdita dei riferimenti era molto evidente nella società israeliana: era vivo in tutti il ricordo di quei primi durissimi giorni di guerra in cui i ragazzi erano stati mal comandati e in tanti avevano trovato la morte. E nell’osservare quell’opera, il pensiero correva anche al salmo 23 (Hashem roi lo echsar, “Il Signore è il mio pastore, niente mi manca”), perché con un pastore diverso, il risultato era stato opposto. Né va dimenticato il richiamo dell’artista alla terra, alla natura, ai valori fondanti, in un momento di sbandamento, di saliscendi. Il tema delle pecore in sé si è poi sviluppato in modo vivo e talvolta inaspettato.

Ma ecco che presto Kadishman iniziò a produrre una serie dall’impatto emotivo e visivo quasi folgorante. Per apprezzarlo appieno, vi consiglio di prendere la macchina, partire per la Toscana e visitare la grande collezione Gori a Celle (nelle vicinanze di Pistoia), una delle più vaste e importanti d’Italia. Dopo avere varcato il cancello d’ingresso, dovrete seguire un vialetto ricco di curve e lì, dietro una svolta, improvvisamente, vi troverete di fronte a un Sacrificio di Isacco e non potrete rimanere indifferenti. La scultura è fatta da una spessa lastra di metallo, corroso, direi sofferente, di forma vagamente ovoidale; in alto si nota la testa di un ariete, per cui l’artista usa in modo esplicito il riferimento biblico, se non che dalla parte opposta della stessa lastra, come dire, dalla parte opposta dello stesso animale, vediamo la faccia di un fanciullo, di Isacco. L’ariete e Isacco, non sono più per l’artista due entità distinte, dove una viene sacrificata al posto dell’altra. Pare invece che non ci sia scampo alla morte del figlio, di Isacco, che viene condotto dal padre per il sacrificio e non più salvato. Una prima lettura, politica, lega strettamente questo nuovo filone creativo di Kadishman alla guerra del Libano, alla lunga scia di morti che Zahal ha dovuto subire nel corso degli anni Ottanta e buona parte degli anni Novanta. Israele porta i propri figli al sacrificio, sperando in un miracolo per salvare loro la vita, che non si verifica. Ma certo il forte impatto visivo ed emotivo dell’opera, allude anche a un completo ribaltamento dei valori biblici, perché qui la posizione più alta, preminente è quella dell’ariete e non di Isacco: si può dire insomma che gli uomini sono diventati animali o il contrario. E non si fatica a capire che per Kadishman in una situazione di tale distacco della via ideale, il miracolo non possa verificarsi: Abramo se lo è meritato, noi no, perché chi guida l’Isacco israeliano al sacrificio non ha niente in comune con Abramo, dal punto di vista dell’integrità, della moralità, della consapevolezza, per non dire della fede. Mi accorgo che è davvero impossibile scrivere di Kadishman in così poco spazio, perché le sue opere simbolo da ricordare sono ancora numerosissime.

Mi soffermo allora solo sul notevole Foglie cadute da osservare al Museo ebraico di Berlino. In una stanza abbastanza ampia, a forma rettangolare, si trova una distesa a più strati di oggetti ovoidali di metallo. Si direbbero foglie, pensando al titolo, ma a guardare bene sono facce, tutte diverse, tutte terrorizzate, tutte cadute e morte. Una lettura poetica con mille sfaccettatura della nostra grande tragedia, in cui sono morte un numero indicibile di persone, tutte diverse, tutte degne di una vita e indegne della fine che hanno fatto. L’albero del popolo ebraico è rimasto comunque vivo, e dopo l’autunno della Shoah e l’inverno del dopo Shoah, si è aperta e ancor più si aprirà una nuova stagione, in cui nuove foglie ricresceranno, diverse da quelle cadute, ma piene di vitalità e di energia. Forse converrebbe organizzare un charter e volare a Tel Aviv a vedere tutti assieme la mostra.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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