Larry Kagan

L'ombra dell'artista

“Ma l’opera d’arte è l’immagine proiettata sul telo o quell’intreccio di cavi che la crea?” si chiederanno i visitatori della mostra di Larry Kagan “Object-shadow”, in tour in Italia, dopo aver toccato in novembre la Triennale di Milano. Una specie di viaggio alla ricerca delle origini dell’arte, che ben si addice a un artista le cui radici sono quanto mai intricate, non appartengono a nessun mondo in specifico e a tanti assieme. Kagan nacque in Germania nell’immediato dopoguerra in un campo profughi di ebrei provenienti da qualche shtetl galiziano. Possiamo solo immaginare l’enorme emozione che la nascita di una nuova vita deve avere creato in quella famiglia che aveva visto tanto orrore e morte, e che si trovava in un limbo, lontana dal suo mondo distrutto e in una situazione di passaggio verso un luogo indefinito. All’età di cinque anni i Kagan si trasferirono in Israele, ma fu per loro quella solo una tappa verso New York dove arrivarono due anni dopo. È lì che Larry completò i suoi studi, addirittura in ingegneria aeronautica, prima di decidere di dedicarsi a tempo pieno all’arte e a iscriversi al Pratt Institute di New York. Riscoprì poco dopo il desiderio di vivere nella Israele in cui era appena transitato da bambino e lavorò alcuni anni alla scuola d’arte Bezalel, prima di tornare (per ora) a New York. La sua biografia è quindi una continua ricerca, la scelta di un percorso e poi il suo abbandono: Kagan, può sembrare uno sbandato, ma è più propriamente un ebreo senza radici in un territorio specifico, ma non per questo privo di punti di riferimento intellettuali. E questi punti di riferimento uniti al suo eclettismo che sono all’origine dell’intero suo lavoro, di quella che alcuni hanno definito “shadow-art”. Intendiamoci, è questa una delle etichette che i critici tendono ad attribuire ai movimenti artistici e agli artisti, e che gli artisti contemporanei stessi odiano. Loro si vogliono sentire unici e indescrivibili e gli altri invece li categorizzano qualche volta a forza.

Nel caso specifico, “shadow-art” è una definizione che in qualche modo introduce le installazioni di Kagan, che ne illustra uno degli aspetti salienti, ma non cogliendoli tutti ne dimentica la complessità e quindi fa loro un torto notevole. Infatti è vero che le opere di Kagan si giocano sul gioco fra gli oggetti e la loro ombra. Prendiamo ad esempio l’opera “@”: un insieme aggrovigliato di cavi apparentemente privo di forma, ma in realtà predisposto con un’accuratezza da ingegnere. Infatti quell’intreccio, una volta posto sotto la luce di un piccolo riflettore, traccia su un telo un segmo ben definito, ossia una @, la lettera simbolo di Internet (foto sopra). Una lettera che in molte lingue non ha neppure un nome credibile (si pensi che in ebraico viene chiamata “strudel” come se avesse qualche cosa a che fare con un dolce, o in italiano la definiamo “chiocciola” per una dubbia somiglianza con l’animale) a dimostrazione del fatto che non è stata ancora del tutto digerita dalla nostra cultura; d’altra parte fa parte della vita dei nostri giorni ed è sinonimo del nuovo che avanza. Ma andiamo al di là dell’immagine, al di là dell’ombra tracciata sul telo, al di là del “shadow”: l’origine di questo simbolo, ci dice Kagan, è un groviglio insulso, che assume un senso solo attraverso la luce della mente degli utilizzatori; è una falsa icona, che assume importanza solo perché posta sotto i riflettori. Quello che interessa qui è che l’opera nasce da un contrasto profondo fra l’oggetto e la sua ombra, fra il disordine apparente dei cavi e la precisione dell’orientamento della luce: nasce quindi dalla disarmonia, dalla tensione fra il materiale (l’oggetto) e l’immateriale (la luce) e per questo ha tanto di ebraico.

Lo stesso commento vale anche per altre opere di Kagan come “Cowboy” (foto sotto), in cui sul telo appare l’ombra di un tipico eroe dei film western americani, o anche, dice l’artista,  l’immagine mitica sulla quale si basa l’appeal del texano Bush; potremmo di nuovo dire che il mito è un riflesso, di oggetto, dei cavi, che al solito appare contorto e privo di reale sostanza.

E l’efficacia del messaggio-denuncia di Kagan contro i valori dominanti negli USA è proprio legata a questa disarmonia tutta ebraica.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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