Anish Kapoor

La “sala delle turbine” dalla quale si accede alla Tate Modern Gallery di Londra è uno spazio di difficile lettura: altissimo, freddo, tanto ampio da quasi nascondere le grandi colonne che ricordano il passato industriale della costruzione (era la stazione elettrica della zona). Anish Kapoor, un artista ebreo indiano, ha raccolto la sfida di creare una sua installazione in questo difficile ambiente, e chiunque vada in questi giorni a Londra, potrà apprezzare l’originalità e il coinvolgente messaggio che trasmette la sua opera. L’ha chiamata “Myrsias”, a nome di un mitico musicista greco che aveva presuntuosamente sfidato lo stesso Apollo e ne era stato sconfitto.

Ma prima di soffermarci su questa installazione, ripercorriamo la biografia di Anish Kapoor, una delle figure di spicco nel mondo dell’arte contemporanea, con un’impressionante lista di mostre nei maggiori musei al mondo e al centro grande attenzione da parte dei collezionisti (non ultimo il primo ministro inglese, Tony Blair, che ha voluto le sue opere al 10 di Downing Street). Kapoor è nato in India nel 1954 da padre indiano e da madre ebrea di nome Hilda, un nome piuttosto strano vista la sua origine irachena. In casa Kapoor si respiravano valori ebraici tanto che il giovane Anish ebbe più volte a lamentarsi di essere l’unico ebreo nella sua scuola e ricorda ancora con quale emozione seguì l’alià degli ebrei dalla sua Bombay. In realtà, finiti i licei, andò anche lui in Israele e si dice che abbia fatto domanda di ammissione alla scuola di arte Bezalel e che sia stato respinto. In ogni caso, finì per trovarsi a Londra, dove scoprì con amarezza che i suoi correligionari, fra i quali immaginava che si sarebbe finalmente sentito a suo agio dopo le infelici esperienze del liceo, lo vedevano piuttosto come un indiano e lo trattavano con una certa alterigia (a Milano sarebbe andata diversamente?). Continuò i suoi studi e lentamente negli anni ’80 iniziò a costruire la sua carriera che ebbe una vera e propria esplosione nei primi ’90 con riconoscimenti di ogni genere, non ultime le mostre sia a Tel Aviv che a Gerusalemme.

Il suo lavoro parte, a mio parere, da un riflessione sulla creazione e la creatività, una questione che affronta con tutti i mezzi espressivi messigli a disposizione dalla sua multiforme formazione. Fra le sue opere più affascinanti rientrano senza dubbio le sculture di pietra grezza in cui scava con cura una sezione ben rifinita sulla quale pone del pigmento di colore. Al di là del forte effetto estetico ed emotivo dato dal contrasto di due materiali così diversi, difficile non percepire la bellezza ma anche la caducità della parte “creata” dall’artista (basta sfiorare il pigmento con un dito per distruggere l’armonia del colore) rispetto al blocco di pietra ancora allo stato di “pre-creazione” (direi quasi di tohu-vavohu). Allo stesso modo le sue grandi installazioni di metallo riflettente con forma appena abbozzata, danno il senso di una materia che inizia ad essere animata dalla forza di creatrice di chi la plasma, il quale deve così mettersi in causa, o, in altri termini, riflettersi nella sua opera. E da qui all’enorme “Myrsias” della Tate Modern il passaggio è breve anche se la resa estetica è decisamente diversa, con quei 3 grandi anelli di acciaio uniti e nascosti da una membrana in PVC rossa, vibrante, per una lunghezza complessiva di oltre 150 metri. La forma è decisamente enigmatica: può sembrare una tromba o forse un pistillo, con la peculiarità data dal suo colore vivo e dall’ondeggiare della struttura, che la fa apparire come la parte interna di un corpo, di una pianta. Potremmo dire di essere nelle viscere di Myrsias, di osservare l’organo che origina il suo enorme talento per la musica, che non si sente, ma che si intuisce. Potremmo però essere anche all’interno di una pianta carnivora, a riflettere che il solo e puro talento non è sufficiente a sé stesso e anzi finisce per essere un elemento distruttivo, perché il triste fato di Myrsias è dovuto alla sua incapacità di comprendere i propri limiti (e di non commettere hybris, direbbero i greci).

Dopo aver ammirato questa grande opera, non va persa l’occasione di ammirare la retrospettiva di un altro grande artista ebreo, quel Barnett Newman che tanto ha dato alla formazione della moderna pittura americana.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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