Sigalit Landau

Soluzione infinita

Sigalit LandauMa cosa provano gli israeliani di fronte alla morte, alla violenza con cui convivono da anni? Come l’intifada e i kamikaze hanno cambiato il cuore di Israele? Sono in tanti di noi a chiederselo con preoccupazione e partecipazione, sentendo che le parole dei politici non riflettono sempre gli umori profondi di un popolo. Allora conviene non solo andare in Israele ma seguire l’evoluzione dei suoi artisti, perché pochi come loro sono in grado di trasmettere sensazioni. E un buon punto di partenza è una delle mostre ora aperte al Museo di Tel Aviv, ossia “Soluzione infinita” di Sigalit Landau, che fin dai suoi primi lavori ha centrato il suo interesse sui drammi di Israele. Sigalit è nata a Gerusalemme nel 1969 e non appena terminati i suoi studi ha iniziato a creare (e con notevole successo internazionale) delle installazioni, che non di rado hanno per tema la complessità della realtà che la circonda. Per raggiungere i suoi intenti usa tecniche e media diversi combinandoli assieme: al riutilizzo (spesso in modo paradossale) di oggetti trovati e non creati da lei secondo la migliore tradizione di Duchamp, associa la produzione di sculture e di ambienti, la proiezione di video da lei girati e talvolta l’organizzazione di performance di cui è lei stessa protagonista.

L’installazione del Museo di Tel Aviv in particolare è centrata attorno a 2 video girati sul Mar Morto. Nel primo, ripreso dall’alto con la camera posta su un elicottero, si vede come un cerchio formato da angurie unite da un fioche le passa da parte a parte; mentre il succo dolce dei frutti si mischia con le acque salatissime, qualcosa o qualcuno tira inesorabilmente quel filo per cui il cerchio diminuisce sempre più di dimensione fino a che tutte le angurie scompaiono dallo schermo. In mezzo ai frutti galleggia, quasi immobile, l’artista stessa. La metafora è di quelle che fanno rabbrividire: è possibile che l’ambiente così ostile che circonda Israele, finisca per cancellarla o per eliminarne ogni specificità? Potrà mai avvenire che quei sogni che hanno dato origine al nostro stato scompaiono goccia dopo goccia, che vengono sacrificati sull’altare della sopravvivenza quotidiana, senza che Israele stessa abbia uno scatto di orgoglio, che si renda conto di ciò che sta avvenendo? E certo la realtà è difficile da affrontare, proprio perché sembra ribaltare i principi cardine che sono alla base del nostro stato. Ma la sopravvivenza di Israele, ci trasmette la Landau, dipende propria dalla capacità di non farsi travolgere in questa situazione assurda in cui diviene normale che si sacrifichi la propria vita per dare più morte possibile agli altri. E’ questo un tema che l’artista aveva già toccato nello scioccante “Filo spinato”, un video in cui una ragazza su una spiaggia (proprio per togliere ogni dubbio sul fatto che si parla di Medio Oriente) esegue una spaventosa hola-hoop hawaiana usando il filo spinato invece del classico cerchio avvolto di fiori, producendosi così ferite sempre più profonde. Qui non solo troviamo gli echi dei campi di concentramento, dell’Olocausto, che peraltro si trovano anche nello stesso titolo della “Soluzione Infinita” del museo di Tel Aviv. Infatti a ben vedere, quel filo ha le spine rivolte verso l’esterno eppure fa scorrere sangue lo stesso: essere obbligati a crearsi un proprio ghetto, di cui siamo i padroni e che difendiamo con la più munita delle difese non basta, Perché la nostra società, il nostro modo di essere ne può uscire ferito profondamente.

Sigalit LandauE cosa dire poi di quell’altra installazione del 2003, cha ha intitolato “Il Paese”? Anche quella colpisce e fors’anche in modo più duro, profondo. Il visitatore entra inizialmente in un ambiente stretto e scuro in cui le radici di un albero sfondano il tetto e non il pavimento. L’assurdità della situazione è rafforzata dal fatto che quelle radici producono anche frutti, in parte di forma rotonda, normale in apparenza, altri dichiaratamente assurdi strani come oggetti di metallo, di legno. La natura pare impazzita. Uno dei rami però penetra attraverso uno dei muri dell’ambiente ed esce all’esterno così come può fare il visitatore, trovandosi così su una specie di terrazzo-tetto, di quelli così diffusi in Israele e nel Medio Oriente in genere. Non si capisce bene dove ci si trovi esattamente se a Haifa o a Gaza, ma poco conta. Lì vediamo delle sculture impressionanti, fatte di carta bagnata, compressa e lasciata asciugare, che la Landau usa con tale perizia da riprodurre ogni singolo muscolo di quelle strane figure. Una coglie i frutti della radice, che sono rossi, altre li portano via in grandi sacchi, ma vi sono altre sculture sventrate, fatte a pezzi, con gli arti sparsi un po’ dovunque, così come un po’ dappertutto si vede del colore rosso per terra. E’ sangue, è  succo? E un’iscrizione spiega poi che in realtà quei frutti sono delle “ciliegie”, proprio come ciliegie viene chiamata una delle unità segrete che operano in Cisgiordania e Gaza con il compito di dare la caccia ai terroristi più pericolosi. Il cerchio si chiude: nella situazione tragica in cui vive Israele si rischia di perdere la bussola e perfino uno dei frutti più prelibati diviene sinonimo di morte, e ciò che alla fine si rischia di raccogliere fra mille tragedie, è solo la violenza che ci viene imposta. Però va detto che quella installazione risale a più di un anno fa ed è stata concepita nel momento più terribile dell’intifada, che adesso speriamo in Dio sia alle nostre spalle. Nell’installazione al Museo di Tel Aviv si coglie infatti qualche segno di maggior ottimismo: in un altro video, ripreso stavolta da sotto il pelo dell’acqua nel Mar Morto, la Landau nuota appoggiata ad un’anguria vicino a una figura che pare martirizzata. I morti di ieri, di oggi e di domani permettono a tutti noi di vivere e di mantenere integro il sogno di Israele. Non dimentichiamoci di loro, mai.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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