“American Pop Icons” – Guggenheim Hermitage Museum Las Vegas

Roy Lichtenstein - Un pittore da fumetto

American Pop IconsGli Stati Uniti sono sempre una delle mete turistiche preferite, a maggior ragione adesso con l’euro forte. Ma molti si fermano a New York, affascinati dalla Grande Mela, o casomai si spingono al mare della Florida o arrivano fino alle grandi città californiane. Per questo ultimo periodo estivo, proponiamo invece di includere un tour a Las Vegas e non per giocare al casinò: il museo Guggenheim della città offre infatti una mostra di grande interesse dedicata alle “Great Pop Icons”. Sarà un’occasione per conoscere meglio questo movimento artistico che è uno dei più universalmente noti, e scoprire quanto l’ebraismo americano vi abbia contribuito, con l’apporto di personaggi del calibro di George Segal, di Jim Dine e, soprattutto, di Roy Lichtenstein. Ma va detto che soprattutto la storia personale di quest’ultimo, un vero mostro sacro dell’arte del ventesimo secolo, è specialmente interessante perché paradigmatica del rapporto che certi ebrei, negli Stati Uniti ma non solo, hanno con la propria cultura e la propria religione.

Ma procediamo per gradi. Lichtenstein non appartiene alla schiera dei nuovi immigrati scappati da qualche shtetl est-europeo, ma nasce nel 1923 già a Manhattan, figlio di una famiglia della media borghesia ebraica americana, con un padre agente immobiliare e una madre casalinga. Lui stesso insisteva sul fatto che per almeno un ventennio (ma a dir la verità anche di più) trascorse una vita ordinaria e senza particolari sussulti, studiando in scuole e poi in colleges non particolarmente noti. Un primo scatto si verificò nei primi anni ’50, quando la sua vena poliedrica e le sue notevoli capacità intellettuali cominciarono a dare i primi frutti: nominato docente universitario a Cleveland, lavorava anche come designer pubblicitario e vetrinista, mentre iniziava a esporre qua e là a New York. Restava però un illustre sconosciuto, che come molti altri era alla ricerca di un proprio stile distintivo in quel gran fervere artistico che era la Manhattan di quei tempi. La vera svolta nella sua carriera arrivò molto più tardi, nel 1962, anno della sua prima grande personale alla galleria di Leo Castelli, altro ebreo americano che ebbe un ruolo veramente decisivo nello sviluppo della scena artistica americana. Fu in quella occasione che presentò per la prima volta le tele che ritraevano immagini pubblicitarie ingrandite e soprattutto quelle che ispirate direttamente ai fumetti. Da allora divenne uno degli esponenti di spicco della Pop Art americana forse l’ultimo movimento che ha gettato radici in quasi tutti i paesi europei e non solo. Persino in Italia, gli Schifano e i Rotella, pur essendo dei veri epigoni di Lichtenstein e compagni e pur essendo caduti in mano a mercanti senza scrupoli, rimangono figure importanti nella scena artistica locale.

In Lichtenstein la tipica attenzione della Pop Art all’ambiente circostante e all’influenza che su di esso esercitano i mass media e le attività commerciali, si unisce a una interessante e approfondita analisi sul rapporto fra arte e linguaggio, fra arte e oggetto.

A un primo livello di analisi, le tipiche tele di Lichtenstein appaiono come un atto di accusa verso la banalizzazione che affligge la vita di ciascuno di noi. Il linguaggio e la tecnica dei mass media rende ogni cosa terribilmente uniforme, privandola dei suoi contenuti reali, appiattendola e quindi falsandola. Così le opere di Lichtenstein, con i colori sempre tenui, con le figure ritratte con patinata accuratezza, con l’utilizzo di termini e di grafiche tipiche dei fumetti, ci paiono riportare una realtà lontana dalla nostra, che non va temuta e soprattutto che non va analizzata perché utilizza un linguaggi, quello dei mass media, che passivamente seguiamo. L’uomo medio è ormai schiavo più della tecnica che del contenuto, guarda più alla prima che al secondo. Nell’affrontare questi temi Lichtenstein dimostra così una profonda sensibilità verso i sentimenti e i pensieri dell’uomo borghese medio quale lui comunque sempre rimase. Anzi da uomo qualsiasi morì nel 1997, a causa di una malattia mal diagnosticata e mal curata.

Ma a meglio guardare, i fumetti di Lichtenstein non sono affatto simili a quelli in cui ci imbattiamo a ogni crocevia: per cominciare, le figure prima di essere riportate sulla tela vengono prima dilatate a dismisura e deformate con l’ausilio di un proiettore. L’artista usa spesso gli oggetti in modo improprio, o le parole che mette in bocca ai suoi personaggi dimostrano la loro notevole carica di violenza e di aggressività. Ma la rassicurante tecnica pittorica, figlia dal mondo pubblicitario, tende a porre tutto ciò in secondo piano. Per chiare meglio il proprio messaggio, Lichtenstein giunse perfino a ritrarre in forma di fumetto la sola parola “Art”, dimostrando al pubblico che perfino la parola a lui più cara e simbolo dei più elevati valori estetici, può essere ridotta a slogan e banalizzata.

Riaffermare la preminenza del contenuto sulla forma, rifiutare le apparenze, lottare contro gli stereotipi: tutti argomenti interni all’ebraismo e certamente molto vicini a chi aveva appena conosciuto le orribili conseguenze della peggior propaganda antisemita. Ma non voglio certo arrampicarmi sugli specchi, perché Lichtenstein a questo non pensò molto. Forse aveva un inconscio ebraico ma non molto di più, e come lui così molti altri.

Il suo attaccamento alle proprie radici lo dimostrò soprattutto attraverso il suo rapporto con Israele. Il museo di Tel Aviv ospitò ancora negli anni ’80 una delle sue retrospettive più importanti, che ben mi ricordo per la sua ricchezza e il notevole livello. E nel 1989 realizzò sempre per il museo di Tel Aviv uno splendido murale, un’opera veramente notevole che è poi quasi un compendio dell’intero suo lavoro. Suggerisce che una stessa, vera, fonte di ispirazione può essere analizzata sotto una miriade di punti di vista diversi, ma che la realtà banalizzata e gli slogan rimangono in un mondo piatto e uniformato.

Ma il legame con Israele è altra cosa dall’utilizzare un vocabolario ebraico e a propria volta svilupparlo, come certamente Lichtenstein era in grado di fare. Converrà iniziare a riflettere su questi temi per sfruttare almeno così la lezione di questo artista, grande figura ed ebreo qualunque.

Daniele Liberanome

CALENDARIO
“American Pop Icons” – Guggenheim Hermitage Museum Las Vegas – fino al 2 Novembre 2003

Guggenheim Hermitage Museum - Las Vegas

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano - Settembre 2003.

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