Manè Katz

Dallo shtetl alla metropoli

Settembre è un ottimo mese per visitare Israele, a maggior ragione in occasione delle feste: trascorrere uno Yom Kippur perfino a Tel Aviv (per non dire a Gerusalemme) è un’esperienza indimenticabile, che consiglio a tutti. Il clima più temperato invita poi  a conoscere meglio il paese e a visitare luoghi spesso dimenticati dalle grandi masse turistiche; così dopo un tour di Tel Aviv alla ricerca degli edifici in stile Bauhaus, sui quali mi sono soffermato nel precedente numero, si potrebbe raggiungere Haifa e visitare il museo di Mané Katz sulle pendici del Carmelo.

E’ una piccola costruzione, una volta l’abitazione di questo importante artista, che volle finire i propri giorni in Israele dopo aver tanto girovagato per il mondo. Da molti punti di vista il suo percorso artistico e personale si sviluppò parallelamente a quello del più noto Marc Chagall. Ohel Manè Katz nacque infatti anche lui in un piccolo shtetl, per la precisione a Krementchuk in Ucraina, nell’anno 1894, e anche lui rimase impregnato dalla cultura ashkenazita osservante che lo circondava. Anzi, a bene vedere, ebbe modo di farla propria più intimamente di Chagall, perché suo padre era impiegato nel Beth Hakkeneset e voleva che divenisse rabbino per cui lo portò sistematicamente alle funzioni religiose, e gli trasmise tutto il fervore verso la figura del rebbe così come era vissuta in quei villaggi. Non deve quindi stupire come il mondo ashkenazita emerga nei quadri di Mané Katz in modo assai più realistico di Chagall, il cui mondo fantastico parte da Vitebsk, ma se ne allontana presto, sorvola la cittadina per proseguire oltre. I rabbini, i talmidé chakahmim di Mané Katz sono invece persone in carne ed ossa, rappresentati in uno stile espressionista che ripropone le sensazioni che l’artista provava quando li vedeva passeggiare per strada o pregare al Beth Hakenneset.

Il talento di Manè Katz emerse già in gioventù, per cui presto si recò a Kiev a studiare all’Accademia delle Belle Arti per finire poi a Parigi, nel 1913 a 19 anni,  dove incontrò prima Soutine e poi lo stesso Chagall. Entrò così a far parte di quella strana congerie di artisti che oggi va sotto la denominazione di Ecole de Paris. Si tratta di un termine con cui non si definisce certo un gruppo coeso e unito da una scelta stilistica coerente ma piuttosto un  gran numero di artisti stranieri che giunsero sparpagliati nella Parigi di inizio secolo e ne fecero la capitale artistica mondiale. Fra loro non pochi erano ebrei e il modo in cui si posero gli uni rispetto agli altri, ci insegna molto del momento che viveva l’ebraismo in quei decenni. Troviamo così da un lato personaggi come Modigliani, che pur essendo legati alle proprie origini, provenivano dall’Europa Occidentale e si sentivano europei in primis; Modigliani fu quindi grande amico di Picasso e degli altri esuli spagnoli ed ebrei non di origine Est Europea. Questi facevano invece un gruppo abbastanza a sé, per cui Manè Katz non frequentò affatto Modigliani ma sviluppò un legame personale con Chagall. Condivise con lui anche l’attaccamento per l’ex URSS, ove pure lui tornò dopo la Rivoluzione con un incarico pubblico che abbandonò presto quando toccò con mano la realtà del regime di Lenin. La sua biografia continuò a ricalcare quella di Chagall, visto che pure lui si recò in Israele negli anni ’20, poi tornò a Parigi, e quindi trascorse negli USA la guerra. Insomma da Manè Katz e Chagall, dalle storie tanto simili, ci aspetteremmo opere quasi assimilabili, ma invece così non è.

Manè Katz, rispetto a Chagall, rimase molto più legato all’espressionismo che il suo illustre contemporaneo assaporò appena in gioventù. La differenza si spiega forse con il legame assai più profondo di Manè Katz con il mondo dello shtetl che aveva abbandonato, a cui sempre ritornò con la mente con un affetto e una nostalgia del tutto particolare. E’ per questo che nel lavoro di Mané Katz si percepiscono i sapori del mondo dello shtetl assai meglio che in Chagall. E’ per questo che nei primi anni lontano da casa la sua tavolozza fu molto più scura di quella di Chagall, perché quel mondo, al di là della fantasia, era fatto di una quotidianità niente affatto facile da affrontare, e quell’universo si rappresentava assai meglio con il grigio e il nero che con il blu o il rosso. Le sue figure assomigliano quindi molto al lattaio del Violinista sul Tetto di Sholem, tanto per intenderci.

Poi, verso la metà degli anni ’30, la pittura di Mané Katz diventò ancor più materica e i colori decisamente più vivi, tanto che dai suoi quadri iniziò a trasparire un’atmosfera gioiosa. I soggetti diventarono, appunto, meno riflessivi, e fecero la loro comparsa feste in Sinagoga musicanti, ballerini, spaccati di vita quotidiana dei villaggi ashkenaziti meno segnati dalle difficoltà di ogni giorno. I contorni meglio definiti delle figure le resero per assurdo meno concrete, senza per questo mai assomigliare a quelle di Chagall con il suo riflettere fantastico e surreale sul mondo dello shtetl. La vena espressionista rimase dominante in Mané Katz, pur esprimendosi, sulla scia dei suoi contemporanei, attraverso contrasti di colori forti. Ma il suo rapporto con il mondo della sua Krementchouk rimase tanto vero, reale così come lo sono i suoi rebbe, personaggi centrali nei suoi lavori così come nella realtà di quei villaggi. E se voleva dipingere qualcos’altro che non richiamasse le sue esperienze di infanzia, cambiava drasticamente il soggetto, sceglieva paesaggi o vasi di fiori che talvolta ritroviamo nelle sue tele a partire da quegli anni.

Il periodo della guerra toccò profondamente Manè Katz, anzi due volte profondamente, vista la tragedia del nostro popolo e della sua famiglia, unita al forzato distacco dall’amata Parigi e l’esilio a New York. In America dipinse poco e talvolta i temi scelti dimostrano il suo tormento interiore come l’impressionante “Sacrificio di Abramo” del 1944. Da allora abbracciò in modo convinto la causa sionista e la sua prima grande mostra personale si tenne proprio nel 1948 e proprio a Tel Aviv, e alcuni anni dopo fece l’alià e si trasferì nella sua abitazione di Haifa sulle pendici del Carmelo. Si sentì finalmente a casa, nel suo Stato, mentre la sua fama si accresceva di pari passo con le mostre che gli vennero dedicate in Europa e in America. Così lasciò in eredità a Israele la sua abitazione e i suoi ultimi lavori, che continuano a girare il mondo. E allora come oggi, chi osserva i suoi quadri, vede un’artista espressionista d’inizio secolo, che si sviluppò artisticamente tenendo ben salde le radici nel suo mondo ashkenaz, un mondo che mai idealizzò, un mondo scomparso che emerge vivo dalle sue tele.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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