Amedeo Modigliani

"Maledetto" ma grandissimo

La mostra più significativa che ospiterà Palazzo Reale nell’anno in corso sarà dedicata a Amedeo Modigliani, uno dei maggiori artisti italiani del Ventesimo secolo e certamente il più importante mai espresso dall’ebraismo di questo Paese. L’inaugurazione si è tenuta il 20 marzo e il successo dell’esposizione è largamente atteso, viste le folle che l’hanno visitata durante la sua tappa parigina, al Senato dei Giardini di Lussemburgo.

Tanto successo è dovuto certo all’immagine di artista “maledetto” che Modigliani si conquistò attraverso il suo abuso plateale di droghe e di alcool (Picasso diceva di lui che si ubriacava sempre al crocicchio di Montparnasse), per la sua morte prematura e per le sue numerose amanti, l’ultima delle quali si suicidò all’indomani della sua scomparsa. Ma la mostra riscatta appieno il profilo di grande artista di Modigliani, che ben regge il confronto con i quella dei suoi grandi amici (Picasso, Soutine, Utrillo).

Modigliani nacque a Livorno nel 1884, da una famiglia ricca di contraddizioni, anche da un punto di vista ebraico: il padre era un italiano osservante, la madre una sefardita che trovava in Spinosa e Mendelssohn i suoi riferimenti spirituali. Amedeo si trovò in grande sintonia con la madre, che ne apprezzò subito le sue doti artistiche, ma lo seguì anche negli studi ebraici in particolare quelli precedenti il bar-mizvà. Da lei ereditò tanto una fiera consapevolezza ebraica - che esternava a modo suo, con provocazioni contro gli antisemiti ai quali urlava la propria religione, - quanto un rapporto prioritario con la cultura che lo circondava. Per questo pochi sono i solidi, reali riferimenti ebraici nell’arte di Modigliani, limitati spesso all’aggiunta del simbolo del Maghen David a qualche disegno.

Modigliani era e si sentiva diverso anche per la sua debolezza fisica, soprattutto polmonare che lo resero cagionevole fin dall’infanzia per condurlo poi alla tubercolosi e alla morte a 36 anni. Certo è che questa diversità rimane un tratto caratteristico della sua arte, con uno stile interamente originale, che unisce i volti delicati delle sue figure alla ricerca spaziale e concettuale del cubismo, il tratto lieve che ne hanno fatto una sorta di Botticelli del Novecento con la riscoperta delle arti primitive delle maschere africane. Il tema della donna dal profilo tanto allungato che il collo pare sproporzionato, è interamente suo, così come del tutto inconsueto per il periodo fu il suo pressoché unico e ossessivo concentrarsi sul ritratto.

Tutto ciò ben emergerà nella mostra, che con le sue oltre 110 opere riporta una porzione notevole dell’intera produzione di Modigliani (fatta eccezione per gli innumerevoli disegni fatti e venduti per pagarsi da bere). Il percorso sarà solidamente antologico, a partire dall’infanzia di Amedeo, con i viaggi in Italia alla scoperta delle bellezze rinascimentali e barocche italiane e l’apprendimento presso l’altro illustre livornese, Fattori. Sarà assai ben documentato il suo periodo parigino (dal 1906 alla morte, nel 1920), suddiviso in tre periodi dai rapporti di amicizia e collaborazione che sviluppò prima con il suo primo mecenate, Paul Alexandre, poi con il mercante e collezionista Paul Guillaume, e quindi con l’altro mercante Léopold Zborowski, che tanto contribuì alla definizione del suo stile “maturo”. Sono soprattutto di quegli anni (1919-1920) quei ritratti con le donne dagli occhi inquietanti, tutti iride, dalla plasticità particolare in cui la prospettiva è totalmente dimenticata, ma non la lezione rinascimentale con le sue forme delicate. Un grande artista, e non solo un artista “maledetto”.

Anteprima Mostra Sapere.it

Palazzo Reale

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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