Laszlo Moholy-Nagy

L'ungherese sperimentatore

Laszlo Moholy-NagyLondra: in mostra le opere di Laszlo Moholy-Nagy Quanto è davvero innovativa l’arte contemporanea? Quanto è invece debitrice alle idee delle grandi figure del primo Novecento? Sono domande che si pongono sia i critici sia il grande pubblico nel vedere artisti-meteore del nostro tempo che spesso sfruttano la trovata ad effetto, ma poi lasciano un segno impercettibile sulla storia dell’arte, dove invece regnano i mostri sacri dei primi cinquanta - sessanta anni del secolo passato. È probabile che riflessioni del genere abbiano ispirato i curatori della mostra Albers and Moholy-Nagy: From the Bauhaus to the New World (Tate Britain, Londra, aperta fino al 4 giugno), che sottolineano proprio il considerevole apporto dato da queste due figure all’arte dei nostri giorni. Nelle righe che seguono ci concentreremo su Laszlo Moholy-Nagy (ma potremmo anche parlare di Albers), una personalità affascinante, poliedrica, che nell’arco dei suoi 51 anni ci ha lasciato sia opere decisamente attuali, create con ogni genere di tecnica, sia saggi teorici ancor oggi illuminanti.

Laszlo Moholy-NagyEra nato nel 1895 in un villaggio dell’Ungheria meridionale, da una famiglia ebrea di buon livello economico e sociale, non particolarmente religiosa, ma di impostazione tradizionale. Il padre era il classico fattore ebreo che curava gli interessi del padrone austriaco nei confronti dei contadini locali; dopo la sua morte, la madre con Laszlo si trasferì in Serbia dal fratello, che era invece un dottore in legge come tanti altri ebrei emancipati del tempo. Sta di fatto che il giovane Moholy-Nagy seguì un classico percorso educativo, che doveva sfociare in una laurea in legge, fino alla scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando la trincea e i massacri collettivi lo cambiarono profondamente. Decise allora di dedicarsi all’arte, si avvicinò decisamente a idee socialiste di rivoluzione sociale e si trasferì a Berlino. Ben presto rimase attratto dal nascente costruttivismo, tanto da dipingere quadri chiaramente imparentati con quelli di Malevitch, con figure geometriche ben definite, talvolta quadrati concentrici con colori diversi, talvolta addirittura tele monocrome. Moholy-Nagy voleva così esprimere il suo rifiuto a ritrarre qualsiasi aspetto della società che lo circondava e che non accettava, preferendo piuttosto pensare a un mondo perfetto, utopico, che lui stesso voleva contribuire a creare. La sua inclinazione per la sperimentazione lo portò a prediligere un’arte in cui sia evidente che è l’idea, l’intuizione, l’aspetto centrale dell’opera e non la modalità tecnica con cui viene realizzata. Già nei primi anni Venti creò i “quadri telefonici”, realizzati da un artigiano a cui forniva via telefono le sue indicazioni, anticipando così le scelte di artisti come Warhol e di un buon numero di contemporanei. Altrettanto attuale è la sua scelta di non dare alcun titolo alle proprie opere se non lettere e numeri seriali privi di senso, come se si trattasse di prodotti di una catena di montaggio.

Fin dal 1922 rimase poi profondamente affascinato dalla fotografia, alla quale finì per dedicare buona parte delle sue energie: era interessato alla capacità di riprodurre con assoluta esattezza la realtà, con un occhio più preciso e obiettivo dell’uomo. In questo modo, voleva invitare poi lo spettatore a discutere di quanto aveva fotografato, ad analizzarlo, a metterlo in crisi, seguendo un approccio che dovremmo sentire molto nostro: non bisogna infatti creare un testo nuovo, o un’immagine diversa della realtà per poterne discutere da nuovi punti di vista; basta piuttosto soffermarsi in profondità sul testo, sull’immagine e cercare di andare a fondo, sempre più a fondo, facendo tesoro dell’esperienza quotidiana. In qualche altro caso, come nei suoi scatti dedicati alla Tour Eiffel, dimostrò come anche una struttura apparentemente perfetta, poteva apparire pericolante se vista con un occhio diverso dal solito. Parallelamente iniziò questo nuovo approccio riprendendo, riassumendo e sviluppando le idee a lui più vicine. La sua notevole creatività non sfuggì a Walter Gropius che lo chiamò ad insegnare alla Bauhaus. I principi fondamentali di quella scuola, come l’eliminazione di qualsiasi gerarchia anche nel rapporto docenti-studenti, l’interdisciplinarietà, il nuovo utilizzo dei materiali, la ricerca di un rapporto fra arte e tecnologia spinsero ancor più Moholy-Nagy sulla strada dell’innovazione. È a quegli anni che risalgono i suoi primi esperimenti dell’arte cinetica, a cui si ispirò poi un intero movimento con artisti del calibro di Vasarely o Agam. Fu allora che infatti creò i primi “Modulatori di spazio-luce”, sculture/macchine in metallo, legno e vetro illuminati in modo tale da creare forme sui muri antistanti e da apparire in modo sempre diverso. Che enorme differenza di approccio rispetto ai futuristi come Marinetti, affascinati dalla nuova tecnologia, ma incapaci di utilizzarla per perseguire dei propri ideali!

Nel frattempo, Moholy - Nagy continuò a pubblicare saggi sul rapporto spazio-tempo-luce e a formare nuovi artisti alla Bauhaus, finché si dimise nel 1928 per cercare ancora nuove vie. E presto ebbe altre intuizioni, nell’ottica di coinvolgere sempre più attivamente lo spettatore: nel 1935 creò un “Modulatore di spazio-luce” formato da una superficie in zinco perforata in cui i buchi erano otturati da spilli che gli stessi spettatori potevano spostare creando nuovi effetti da loro stessi scelti. Anche questo è un approccio quanto mai attuale ripreso, ad esempio, dagli artisti ambientali che creano spazi/opere che devono essere percorsi dal pubblico per prendere piena vita. Moholy-Nagy si avvicinò poi anche al teatro e inevitabilmente al cinema, ma con l’affermarsi del nazismo, lui, che era sia ebreo sia “bolscevico”, si trovò costretto ad emigrare prima ad Amsterdam, poi a Londra e infine negli Stati Uniti.

Continuò a sperimentare, iniziando ad esempio a dipingere sulla plastica con una tecnica tanto poco diffusa che molte sue opere si sono definitivamente deteriorate, e utilizzando nuove tecniche fotografiche fra cui il Kodachrome. Giunto a Chicago provò ad aprire senza successo una nuova Bauhaus, e poi fondò la sua Scuola di Design (quante nostre lampade da tavolo sono nate lì!) e diede un impulso significativo alla nascita dell’Espressionismo astratto americano. Morì di leucemia nel 1946, quando ormai però la sua vena creativa appariva appannata. Una volta di più l’abbandono forzato della Germania e dell’Europa a causa del nazismo, fu difficile da metabolizzare per un grande ebreo-europeo che tanto aveva dato all’arte. E fa pensare come nonostante tutto fosse rimasto solo, in minoranza, anche dopo la sua morte, tacciato da alcuni di essere troppo comunista e dai comunisti di essere dogmatico e schiavo del capitalismo. Insomma un destino da ebreo fino in fondo.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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