Robert Motherwell

Un talento ebraicamente sprecato

MotherwellModena non è lontana: 200 km circa che quest’inverno andrebbero percorsi e non solo per ammirare le bellezze della città (fra cui una sinagoga a pianta circolare da non perdere). Fino al 6 marzo è infatti allestita la mostra “Action Painting, arte americana 1940-1970”, ricca di oltre 100 opere di autori che in parte sono già conosciuti a chi legge questa rubrica fra i quali Gottlieb, Rothko e  Guston. Ma molti altri fra loro meritano un’analisi approfondita, come Robert Motherwell (1915-1991, forse il più fine intellettuale fra tutti gli esponenti dell’Espressionismo Astratto: si laureò a Harvard e a Stanford e nel corso della sua vita scrisse libri e saggi oltre a produrre un buon numero di opere. Era un fine conoscitore delle mondo artistico europeo, dove creò un profondo legame soprattutto con il gruppo dei surrealisti e con Echaurren Matta in particolare. Non deve quindi stupire il suo legame con la Spagna, né il suo almeno iniziale propendere per tesi politiche decisamente di sinistra. suo abbracciare tesi il cui impatto sul suo percorso fu tutt’altro che trascurabile. Già a metà degli anni ’40 aveva completamente abbandonato uno stile figurativo per avvicinarsi con prepotenza all’astrazione, anzi a quel tipo di astrazione dai connotati tanto ebraici che abbiamo ammirato anche in altri espressionisti astratti. Trovo in particolare un accostamento forte fra le sue opere e quelle di Gottlieb e di Kline (sul quale mi propongo di soffermarmi in futuro); infatti come loro, traccia con foga sulla tela dei segni, delle forme dalla forte, precisa identità che si contrappongono fra di loro in modo  del tutto evidente. E questa contrapposizione è vissuta talmudicamente come un processo necessario per comprendere la realtà in modo più chiaro e netto, per approfondire ulteriormente determinate tematiche. Basta osservare una delle sue “Elegia Spagnola” che si possono ammirare anche a Modena; le linee verticali, tozze, larghe schiacciano o vengono schiacciate da altre forme rotondeggianti, con le quali appaiono in perenne dibattito. I segni sono tracciati sulla tela secondo il miglior stile espressionista astratto, ossia riportando direttamente le sensazioni più profonde dell’artista con l’intento di colpire i sensi e l’intelletto di chi la osserva. L’uso ricorrente del bianco e del nero non fanno che acuire il senso di dramma di queste opere, create per ripercorrere la terribile storia della guerra civile spagnola degli anni ’30.

Two figuresMa Motherwell è considerato un grande innovatore anche per aver dato piena dignità al collage come forma di arte. Altri artisti avevano usato questa tecnica (Picasso, Matisse, fra gli altri) ma nessuno vi si era appassionato: lui, invece, la trovò adattissima per vedere il mondo come piaceva a lui, ossia attraverso le sue contrapposizioni. Sceglieva strisce di colore assai diverso (ad esempio, un rosso o un giallo ocra), e le poneva uno sopra l’altro, creando un effetto di duro confronto. Le sue opere  ebbero tale effetto sulla scena mondiale, che artisti assai noti come Rauschenberg, presero anche loro a creare spesso dei collage e anzi legarono la loro fama a questa tecnica.

Con tutto ciò, spiace che questo fine intelletto, questo grande talento sia stato così raramente utilizzato per produrre arte esplicitamente ebraica. E dire che ve ne erano tutti i presupposti, visto che Motherwell aveva sposata una donna ebrea per di più grande artista e come se non bastasse anche lei esponente del suo stesso movimento artsitico, ossia Helen Frankenthaler. Eppure scarseggiano le sue opere che si rifanno chiaramente al nostro patrimonio culturale, e sono quasi esclusivamente legate alla decorazione della sinagoga di Millburn nel New Jersey. Là si trova un suo grande murale, in cui fra l’altro è rappresentata “La scala di Giacobbe e il roveto ardente”, un soggetto del tutto originale. Perché mai trattare assieme questi due momenti così diversi e lontani della nostra storia, viene da chiedersi. Eppure è un modo assai efficace per rappresentare i dubbi di Mosè di fronte al roveto ardente. A Motherwell non bastava solo mostrare la contrapposizione, quasi lo scontro fra il segno che si riferisce a Mosè (che ha un colore) e quello che richiama il roveto ardente (che è nero, spento, privo del senso di divino che Mosè pare non attribuirgli). E’ attraverso il confronto con Giacobbe, che emergono tutte le preoccupazioni materiali di Mosè: il segno che rappresenta Giacobbe è infatti assai più staccato dalla terra, assai più pronto a lanciarsi verso la scala che scende e sale dal Cielo mentre i “piedi” di Mosè appaiono ben piantati in terra. Allo stesso tempo vediamo come quel Mosè è in grado, dalla sua posizione terrena, di slanciarsi vero l’alto, fino a raggiungere quel rapporto con Dio così unico. Troviamo insomma qui tutta la grandezza di Motherwell: la capacità con pochi segni di trasmettere una serie di contenuti, di punti di domanda. Gli stessi che sorgono osservando un’altra parte di quel murale, una Menerà stranamente asimmetrica, non armonica, come tutto ciò che è al centro di un continuo dibattito. E allora non resta che il rammarico per il poco che Motherwell si è dedicato consapevolmente e direttamente al nostro mondo e dalla nostra cultura.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

I
Torna all'Indice di Arte ed ebrei

© Morashà 2004 - © Daniele Liberanome 2004