Boris Schatz

L'idealista

Boris SchatzIl 2006 non è certo una data qualsiasi per il sionismo e per chiunque vi si senta legato (ossia, mi auguro, chiunque mi stia leggendo): ricorre il centenario della istituzione dell’Accademia Bezalel a Gerusalemme. Sono quindi previsti una serie di eventi commemorativi, fra i quali cito in particolar modo la grande mostra che si terrà in autunno a Palazzo Reale qui a Milano sui 100 anni dell’arte israeliana. Ma certo il Museo di Israele a Gerusalemme non ha lasciato passare la ricorrenza sotto silenzio e ha organizzato un’ampia mostra dal titolo “Boris Schatz: Padre dell’arte israeliana” . Si tratta di una personale, ricca di opere e di documenti, interamente dedicata a Schatz (1867-1932), per sottolineare il suo fondamentale ruolo di fondatore della scuola d’arte Bezalel a Gerusalemme, da cui è nata l’arte del paese.

E’ un tributo doveroso a un vero idealista, che fin dai suoi primi anni aveva mostrato di non temere certo i cambiamenti, e anzi di volerli promuovere alla propria maniera. La sua infanzia trascorse tutta in un ambiente decisamente ortodosso e tradizionale, da buon figlio di insegnante in una yeshivà di Kaunas in Lituania. Doveva essere uno studente di notevole bravura perché venne inviato ad apprendere Torah dai grandi rabbanim di Vilna, ma lì ben presto decise di cambiare strada, e nel 1889 fece le valigie e si spostò niente meno che a Parigi. La capitale francese, era in quagli anni il centro mondiale dell’arte, con i suoi Salons affollatissimi, in cui venivano esposte opere di arte accademica non ancora messa del tutto in crisi dai venti dell’impressionismo. E di quell’arte tradizionale Schatz divenne un tipico esponente, con ritratti, anche in stile orientaleggiante, in cui appaiono uomini in turbante e donne in lunghe tuniche tutti con carnagione scura, oppure paesaggi con la Senna o foreste della banlieu.

BetzalelMentre si trovava appunto nell’illuminata Parigi, scoppiò lo scandalo Dreyfus che lo impressionò profondamente, e lo richiamò con forza ai valori ebraici mai dimenticati. Nel 1895 non ebbe difficoltà ad accettare l’invito del re Ferdinando di Bulgaria per trasferirsi a Sofia e lasciare la Francia così avvolta nell’antisemitismo, ma anche la sua permanenza nei Balcani non fu di lunga durata. Già nel 1903 conobbe Herzl e diventò un fervente sionista, tanto che nel famoso congresso del 1905 si fece promotore di una proposta di grande importanza, non solo per i suoi effetti, ma anche per l’idea da cui trae origine. Era infatti convinto che una nuova patria per il nostro popolo non poteva nascere senza una nuova cultura, un nuovo approccio ideale all’arte: in questo senso si rifaceva a i concetti cari ad Ahad-Haam, secondo cui l’assimilazione derivava essenzialmente dalla decadenza culturale del nostro popolo legata della religione, e li applicava al mondo dell’arte.

Se si voleva costruire un ebreo nuovo, sosteneva Schatz, non bisognava soltanto capovolgere la piramide sociale come diceva Borochov e creare tanti proletari dove invece esistevano tanti borghesi, ma piuttosto definire dei nuovi punti di riferimento culturali nel nuovo paese per gli ebrei venuti a popolare il nuovo stato. Non lasciò la sua idea sulla carta, anche se Herzl, pur entusiasta della proposta, era più preoccupato da aspetti fondamentali ma materiali come la fondazione di una banca o l’acquisto di terre. Così Schatz lasciò la reggia bulgara e si trasferì nella disagiata Gerusalemme di allora, dove acquistò dei locali e vi fondò l’accademia d’arte. La chiamò non a caso Bezalel, in onore dell’artista citato tanto spesso nella Torah, creatore (esecutore direttamente la volontà di Dio) del Tabernacolo e dei relativi arredi.

Certo l’approccio di Schatz all’arte, anche all’arte ebraica era profondamente tradizionalista: a Bezalel si produceva soprattutto oggettistica, certo con iconografie diverse, ma con richiami molto forti ai rimmonim, chanukkiot, bicchieri d’argento etc, prodotti in Europa. Tipica è una sua opera in cui alcune figure, ammantate nel talled e con il capo coperto, pregano per il defunto Herzl, unico ad esser vestito in abiti occidentali. Insomma non provò a utilizzare gli ideali ebraici per creare un’arte diversa e innovativa, e neppure rimase tanto impressionato dalla nuova terra per staccarsi decisamente dalle immagini e dai paesaggi europei. Ma continuò a combattere per la sua Bezalel, per il suo centro culturale in Israele, e quando la situazione finanziaria precipitò, si mise a viaggiare per il mondo per raccogliere offerte per la sua iniziativa, fino a Purim del 1932, quando la morte lo colpì addirittura a Denver nel Colorado. E dobbiamo ancora ringraziare lui, se Israele è oggi un luogo di sperimentazione, in cui le difficoltà della vita, le differenze sociali, i contrasti politici, gli ideali ebraici producono assieme opere d’arte di valore mondiale. Errata Corridge Nell’articolo dedicato alle sinagoghe in Egitto, ho scritto che quella di Alessandria si chiamava “Prophet Elijah”, che però è evidentemente solo la traduzione inglese del nome originale “Eliahu Hanavi” a dimostrazione del profondo legame con l’ebraismo di chi l’ha fondata e frequentata.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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