Charlotte Solomon

I dipinti di una vita spezzata

Charlotte SolomonParigi: Charlotte Solomon da febbraio al Museo ebraico. Nell’immaginario collettivo, la figura simbolo della Shoah è senza dubbio Anna Frank, ma accanto a lei ben nota è anche Charlotte Solomon (1917-1943), le cui gouaches saranno in mostra in febbraio e in marzo al Museo ebraico di Parigi. Le due hanno diversi tratti in comune: vennero ambedue deportate in età ancora giovane (Charlotte aveva comunque già 26 anni), ambedue ci hanno lasciato un saggio delle loro notevoli capacità artistiche e intellettuali che è poi divenuto famoso dopo la guerra, ambedue provenivano dalla medio-alta borghesia ebraica dell’Europa occidentale con il quale il grande pubblico può ben identificarsi, e ambedue hanno avuto un padre deportato e sopravvissuto alla guerra che ha poi saputo tramandare il loro ricordo diffondendolo in occidente. Però le similarità finiscono qui, poiché è evidente che Charlotte era non solo una personalità più matura rispetto alla giovanissima Anna, ma aveva potuto conoscere da vicino il mondo intellettuale della medio-alta borghesia ebraica tedesca prima dell’ascesa dei nazisti: il salotto di casa era frequentato da figure del calibro di Einstein o del compositore Hindenmith. Ma in quell’ambiente, non solo crescevano geni assoluti a ripetizione, a un ritmo assolutamente stupefacente, ma il rapporto con la società circostante era vissuto in modo problematico e in genere il livello di nevrosi e di stress era oltre il limite di guardia.

Ecco quindi che nell’opera principale di Charlotte Solomon (quella che disse essere “tutta la sua vita” quando la affidò a un medico della resistenza francese prima di essere deportata), in quella serie di circa 1000 gouaches che lei stesso intitolò Vita? o Teatro?, e in cui attraverso una serie di pseudonimi ripercorse tutto l’arco della sua vita, vediamo una famiglia squassata dai difficili rapporti interpersonali e da una serie di suicidi. Fra l’altro la madre di Charlotte si uccise quando la figlia aveva solo 6 anni.

La decisione presa da Charlotte nel 1940 di dipingere la propria vita, è certo frutto della sensazione che la sua fine era prossima e che il suo rifugio in Francia meridionale era tutt’altro che sicuro. Ma la sua scelta è comunque tipica di una giovane donna della sua classe sociale, perché l’uso di scrivere autobiografie era quanto mai diffuso nella borghesia tedesca da ormai un centinaia di anni, specie fra le donne. E, se vogliamo, l’uso dello pseudonimo e della terza persona, e perfino l’idea della vita come di una grande commedia, ha ovvi riferimenti nell’ambiente culturalmente elevato in cui era cresciuta e del suo continuo doversi mostrare quello che non era, più tedesca dei tedeschi. Né va dimenticata la pressoché totale assenza di ogni riferimento all’ebraismo e al proprio essere ebrea, tipico di quel mondo del tutto assimilato. Inoltre, che Charlotte, ancora nel 1940-1943, fosse tanto legata alla sua educazione tedesca è dimostrato anche dal suo stile, che solo raramente si discosta dai modelli dell’espressionismo, in particolare di quello della sua terra natale. Eppure nei suoi lavori troviamo alcuni elementi della sua crescita artistica appena nascente, dell’inizio dell’elaborazione di un proprio messaggio e di un proprio approccio originale. Conviene innanzitutto soffermarsi sulla scelta del formato delle sue gouaches in Vita? o Teatro?, che misurano tutte all’incirca 25x32 cm., e sul loro notevole numero, quasi 1000.

Il Museo di Parigi, come altri prima, si è trovato in difficoltà a organizzare la mostra, perché da un lato le opere sono numerose, fanno parte di una serie e vanno viste in serie, dall’altro sono piccole, e devono essere osservate da vicino, perché ciascuna ha un suo valore di per sé. Più che opere su carta, sembrano pagine di libro illustrate, se non che il testo è quanto mai scarno. Charlotte evidentemente desiderava lavorare sulla contaminazione, sulla vicinanza e la differenza fra le diverse forme artistiche: la letteratura e la pittura innanzitutto e poi anche la musica. Nelle sue prime gouaches, molto accademiche, il testo di accompagnamento è a bordo pagina, mentre con il procedere del lavoro entra all’interno dell’opera stessa, talvolta in forma fumettistica.

Insomma, l’opera di Charlotte è un quasi-libro illustrato o forse un quasi-insieme di opere accompagnate da testo, seguendo un percorso che troviamo poi in grandi artisti del dopoguerra, da pittori come Roy Lichtenstein, a scrittori come Robe-Grillet. Ma proprio l’ambivalenza, l’essere una cosa e l’altra, è tipica dell’incredibile mondo della borghesia tedesca dell’epoca ed è responsabile del suo incredibile splendore culturale. Ed è poi interessante che Charlotte iniziò gradualmente a creare disegni in cui usava più di uno stile: mentre una parte della gouache appare dipinta in modo primitivo, quasi infantile, un’altra è molto più elaborata, molto più vicina all’espressionismo tedesco. Charlotte iniziava cioè a concepire disegni seguendo l’esempio di Wagner (ecco l’ulteriore contaminazione), compositore che attribuiva a ogni personaggio un suo particolare motivo, un tratto caratteristico. Una sorta di inedito disegno a più voci. Insomma Charlotte Solomon aveva appena iniziato ad esprimere la sua originalità, e tanto ci avrebbe potuto dare, se la sua vita non fosse stata spezzata come tante altre. Anche questo, è stato Auschwitz.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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