Alfred Stieglitz

L'occhio ebraico

Fotografia ed ebrei, un binomio apparentemente inscindibile, tanto stretto da essere oggetto di analisi da parte di critici, artisti e adesso perfino curatori. Così è nata la mostra "New York Capital of Photography", attualmente esposta al Museo Ebraico di Amsterdam dopo avere compiuto diverse tappe negli Stati Uniti. Passando da una sala all'altra, si scopre che una parte realmente rilevante dei grandi fotografi del ventesimo secolo erano ebrei (da Alfred Stieglitz, a Robert Capa, a Garry Winograd fra molti altri), e che molto abbiamo contribuito allo stesso sviluppo tecnico dello strumento (i primi esperimenti sono frutto di Levi ben Gershom astronomo a cavallo fra il 14esimo e il 15esimo secolo, che utilizzò una scatola antenata delle macchine fotografiche per misurare la dimensione dei corpi celesti). Per comprendere così l'origine di questo binomio, alcuni hanno parlato di un "occhio ebraico" particolarmente adatto alla fotografia, secondo un'impostazione dai vaghi toni razziali e dai contenuti decisamente poco tangibili. Si è scritto poi che gli ebrei fotografi si erano tanto appassionati alla nuova tecnica come rifiuto o superamento del 2° comandamento che vieterebbe di riprodurre ogni immagine, ma qui i teorici non hanno approfondito a sufficienza la problematica halakhica.

Se vogliamo farci un'idea dei motivi di questo particolare nostro legame con la fotografia, conviene iniziare a studiare l'opera di alcuni grandi artisti ebrei, a partire da Alfred Stieglitz (1864-1946) considerato universalmente, e quindi anche dai curatori della mostra di Amsterdam, come uno dei padri di questa nuova forma artistica. Alfred nacque già negli Stati Uniti, non lontano da New York, da una famiglia ebraica tedesca benestante e fortemente assimilata, che aveva scelto di trasferirsi nel Nuovo Mondo non certo a causa dell'antisemitismo. Non deve quindi stupire che Stieglitz non provava alcuna forma di rifiuto nei confronti dell'Europa e della Germania, tanto da frequentare un'università tedesca. Era invece attratto dagli Stati Uniti per quello che erano e non per quello che non erano, perché era una terra in cui tutto andava costruito dal nulla, tutto era effervescente e vitale. Così dedicò la sua vita a promuovere e sviluppare nel Nuovo Mondo la fotografia che aveva imparato a conoscere nel corso dei suoi studi in Germania. Ebbe a dire "La fotografia è la mia passione. La ricerca della verità è la mia ossessione", con un atteggiamento che alcuni (non il sottoscritto) hanno visto imparentato con un approccio kabbalistico.

Fin dal suo ritorno negli Stati Uniti nel 1890, Stieglitz si fece primo interprete extra-europeo del "Pittorialismo", un movimento che mirava ad avvicinare la fotografia alla pittura, facendone propri i principi e cercando di riprodurne gli effetti. Stieglitz riprendeva infatti i temi estetici tipici dei pittori europei a lui contemporanei, ricercando i colori pacati, la luce lieve e intrigante, e giungendo per questo a ritoccare le lastre a pennello. Ma se pareva comportarsi come un europeo d'oltremare, in realtà in lui si muoveva qualcosa di nuovo. All'inizio del secolo decise di non manipolare più le lastre e per ottenere gli effetti che desiderava iniziò a sperimentare la fotografia nel buio, nella pioggia, nella neve. Essendo in questo un assoluto precursore, dovette inventare tecnicamente alcuni congegni, e, ad esempio, fu il primo ad utilizzare piccole macchine fotografiche o particolari miscele chimiche.

La notevole fama che presto raggiunse non lo appagò, e iniziò a dedicarsi alla divulgazione della fotografia negli Stati Uniti.. Nel 1902 creò un gruppo chiamato Photo-Secession e formato dai migliori fotografi americani del tempo, nel 1903 dette alle stampe la prima copia di un magazine interamente dedicato alla fotografia ("Camera Work"), e nel 1908 giunse ad aprire "291", una galleria in cui esporre le opere soprattutto dei membri di Photo-Secession e che rimase a lungo un punto di riferimento della vita culturale newyorkese. Tutto ciò finanziato in prima persona, in quanto il mercato non era ancora abbastanza ricettivo.

Nel frattempo continuava la sua attività di artista che raggiunse un culmine nel 1907 quando scattò la famosa "Steerage" dedicata agli immigranti (anche ebrei) che giungevano in gran numero a Ellis Island e che erano tanto poveri da dovere viaggiare sui ponti inferiori. Costituisce l'apice del Pittorialismo, molto apprezzata a suo tempi dallo stesso Picasso per la ripetizione armonica delle forme e delle ombre, per le linee dinamiche rotte da spigoli.

Da quel momento, Stieglitz cambiò la sua vena artistica staccandosi più decisamente dal suo retaggio europeo e dedicandosi alla fotografia in quanto tale, senza riferimenti alla pittura. Nacque allora la serie delle "Equivalence" che costituisce forse il suo lavoro più interessante. Si tratta di una serie di immagini di natura (nuvole, laghi) che mirano a trasmettere idee e principi attraverso un meccanismo associativo. Non sono dei simboli, sono dei motori di riflessione, che invitano a guardare al di là dell'oggetto, affermando il primato dell'idea sulla forma apparente. Ecco, qui trovo effettivamente dei principi più vicini alla nostra cultura, molto più che in qualsiasi altra attività di Stieglitz, incluse le sue numerose fotografie di New York, con i suoi grattacieli e la sua vitalità. Lì dimostra infatti una passione per il luogo in cui vive, per l'America, in cui trovo poco di ebraico. E lo stesso dicasi per le molte fotografie dedicate alla grande artista Georgia O'Keeffe, sua moglie, notissima negli Stati Uniti e con la quale visse un rapporto intenso, che lo rese, se possibile, ancor più celebre e chiacchierato.

Stieglitz fu quindi un ebreo per origine e per certi principi e approcci filosofici, ma non di più: è l'orgoglio della comunità ebraica riformata americana, forse perché ne rispecchia l'attitudine.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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