Stanley Tomshinsky

Stanley Tomshinsky alla Permanente

Stanley TomshinskyMilano. Non so davvero quanti di noi conoscessero Stanley Tomshinsky, nato nel 1935 a New York da una famiglia di origine ortodossa lituana e morto qui a Milano nel 2004, dopo aver vissuto in città quasi quarant’anni. Converrà a tutti, e specie a chi non ne aveva mai sentito parlare, di visitare la personale che il Museo della Permanente gli dedica per tutta la prima metà di febbraio. Si scoprirà che fu un artista che credeva nella ricchezza del confronto fra i contenuti e le idee più diverse: le sue opere possono apparire allo stesso tempo del tutto irrazionali, forme che esprimono le sue più profonde sensazioni (seguendo insomma l’Espressionismo astratto di matrice newyorchese), e invece estremamente razionali, frutto dei calcoli più precisi e legate a sequenze matematiche.

Lui stesso si definiva addirittura un ricercatore scientifico-artistico, ma sosteneva anche che le motivazione del suo lavoro fossero del tutto inconscie. Nelle sue opere, vediamo talvolta quasi un sovrapporsi di strati di pittura, uno che esprime il caos più assoluto e l’altro perfettamente ordinato, differenze che risaltano ancor più con l’utilizzo di colori decisamente forti. Non desiderava la sintesi, non voleva trovare nessun punto di equilibrio, perché il tema portante della sua arte era il rapporto fra Dio, l’uomo e l’universo che ovviamente non possono che appartenere a sfere del tutto diverse. È quindi ovvio che Tomshinsky e il suo stile fossero perennemente instabili e alla continua ricerca di qualcosa di nuovo per esprimere il proprio messaggio: non deve quindi stupire che fu tra i primi a creare opere al computer, e addirittura a utilizzare Internet e le sue potenzialità, ma che prima era stato scultore e pittore. Insomma un moto perpetuo che solo la morte ha fermato.

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

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