Ebraismo in Woody Allen

John Baxter
"Woody Allen - la biografia"
Torino - LINDAU - 2001 - pagine: varie

Fin dal suo primo film, Prendi i soldi e scappa, tutti i riferimenti alla sua "ebraicità" sono derisori. In prigione, il personaggio di Allen, Virgil Starkwell, accetta di fare da cavia per una nuova medicina. Si trasforma così in un rabbino, e viene visto seduto in cella con tanto di barba, cappello e riccioli rabbinici, mentre disserta sul Talmud. Successivamente, quando si incontra con altri detenuti nella cappella della prigione per progettare l’evasione, fa un goffo e scombinato segno della croce davanti all’altare, quindi si inginocchia in un banco e, per far finta di pregare, inizia a oscillare avanti e indietro, proprio come fanno gli anziani ebrei in sinagoga. Fino ad arrivare a Broadway Danny Rose, e anche in opere particolari quali Zelig e Ombre e nebbia, in cui Allen ritorna alla cultura yiddish per strappare risate e fare dei rabbini khassidici figure comiche. È un escamotage per prendere le distanze da tali stereotipi, allo stesso modo in cui la sua mancanza di attrattiva lo rende un oggetto sessuale. Forse pensa che la sua dichiarata ebraicità lo trasformerà, nella mente del pubblico, in un gentile onorario.

Il rabbino con i ricci di Io e Annie, Zelig e altri film, i termini yiddish, i ripetuti riferimenti al nazismo, tutto rimanda al comico bianco che recita truccato da nero. Né S. J. Perelman né i fratelli Marx, gli umoristi che Allen più ha ammirato, hanno mai fatto un dramma del loro essere ebrei. Chico Marx depista argutamente il pubblico adottando un modo di fare e un accento da italiano. Allen usa l’umorismo ebraico nello stesso modo in cui usa Kierkegaard, Dostoevskiy e Flaubert nei suoi pezzi umoristici sul "New Yorker": non come mezzi per far ridere, ma come soggetti di una parodia.

Le contraddizioni del suo pensiero vennero fuori quando Allen entrò nella mezza età: nel 1983 realizzò Zelig, storia del figlio di un attore yiddish che, indeciso sulla propria identità, diventa una sorta di "camaleonte umano" in grado di trasformarsi in qualsiasi cosa: ebreo, cristiano, persino un nazista. Alcuni ebrei ortodossi giudicano l’opera di Allen inopportuna. Se ne è inimicati molti grazie alla sua predilezione per le shiksa, sia nella sua vita reale sia nei suoi film – quasi tutte le tensioni che i personaggi di Woody hanno nei film sono con donne gentili – alla sua presa di posizione contro la politica antipalestinese di Israele e, naturalmente, allo scandalo con Mia Farrow e i loro figli. A molti quest’ultimo episodio è sembrato solo l’apice del continuo attacco sferrato da Allen all’istituzione della famiglia ebrea, che egli dipinge abitualmente come lacerata dal disaccordo. In Crimini e misfatti Judah, rivisitando la sua vecchia casa, rivive un sedèr della sua infanzia, in cui i suoi parenti discutono animatamente di etica e di Dio, e rispondono in modi opposti alle angoscianti domande di Judah circa la colpa e il castigo. Le parti gioiose di Hannah e le sue sorelle e di Tutti dicono I love you non sono incentrate su festività ebraiche bensì sul giorno del Ringraziamento, e spesso la presenza di un ebreo a queste feste è il segnale di un prossimo disastro. Quando va a pranzo dalla famiglia di Annie in Io e Annie, il personaggio di Allen, Alvy Singer, trasforma l’episodio in una drammatizzazione del loro – per come la vede lui – dissimulato antisemitismo, immaginando se stesso come pensa che loro lo immaginino, cioè un khassidico con tanto di riccioli. In Hannah e le sue sorelle e Tutti dicono I love you, Allen recita il ruolo dell’ex marito ebreo infelice i cui problemi disturbano l’equilibrio dei suoi parenti wasp acquisiti. E in Interiors, il cuneo che divide la famiglia di E. G. Marshall è Pearl, la vivace vedova ebrea alla quale lui si rivolge in cerca del calore che non ha mai avuto dalla moglie arredatrice e dalle figlie emotivamente bloccate.

Le famiglie in film come Radio Days e Crimini e misfatti suonano false alla maggior parte degli ebrei quanto i preti e le suore di film hollywoodiani – come Le campane di Santa Maria – ai cattolici. Non c’è bisogno di cercare lontano per trovare i modelli reali. Jerry Epstein sottolinea "[io e Allen] siamo cresciuti in un quartiere per lo più ebreo e un po’ italiano. C’era una linea di confine oltre la quale vivevano gli italiani, sulla Avenue L, mentre gli ebrei vivevano sulla I, J e K". La prima comunità religiosa che Allen ricorda di aver visto non è quella del tempio ebraico, ma quella di un monastero cattolico fuori Washington. "Era silenzioso e tranquillo" dice. "C’erano pochissime persone. Il solo pensiero che i monaci si svegliassero al mattino e camminassero su quei sentieri, e che non avessero paura della morte, e che non volessero nulla… l’ho trovato meraviglioso. Era una vita stoica. "

La nostalgia per la vita della cultura cristiana è un tema comune nell’arte ebraica, e non lo è di meno nei film di Allen.

Anche se Allen ripete spesso che il suo vero eroe cinematografico e ispiratore artistico è l’austero svedese Ingmar Bergman, solo tre dei suoi film – Interiors, Una commedia sexy in una notte di mezza estate e Harry a pezzi ispirati rispettivamente a L’immagine allo specchio, Sinfonia d’autunno, Sorrisi di una notte d’estate, Il posto delle fragole – mostrano un’influenza bergmaniana. Meno facilmente ammette l’influenza di Fellini, anche se Io e Annie e Stardust Memories derivano in qualche modo da 8 1/2, Radio Days da Amarcord e Alice da Giulietta degli spiriti.

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