Art Spiegelman, pensieri sparsi

Io non condivido certo l’idea che l’unica persona che ha diritto di parlare sia quella direttamente coinvolta. Sarebbe come dire: "Argomento ermeticamente chiuso: non ascoltate, non fateci caso. Riservato agli addetti ai lavori". Non si può ragionare così. Invece, tutto dipende da quanto è sensibile e intelligente il commentatore. La vita è bella mi ha fatto girare le scatole non perché Benigni non è ebreo, ma perché in fin dei conti è un film piuttosto stupido. E Schindler’s List mi ha fatto girare le scatole perché anche Spielberg è stato abbastanza stupido. Una specie di pari opportunità della stupidità, solo che uno è ebreo e l’altro no. […]

Ho usato metafore per cercare di capire il genocidio, ma non ho trasformato il genocidio in una metafora. Per me Maus è un romanzo della diaspora e non un romanzo sionista. Parla di un destino che esiste, ma in cui Israele quasi non figura. Al contrario, in gran parte della cultura popolare americana sul tema dell’Olocausto Israele viene proposto quasi come una specie di lieto fine. Per esempio Schindler’s List, nel quale i sopravvissuti concludono laggiù la loro storia. Come dire che il focolare nazionale è il premio per aver subito l’Olocausto. Per me, questo premio è un trabocchetto. Una volta dimostrato che il nazionalismo è una malattia assolutamente tremenda, la soluzione non può essere quella di dare una nazione a chi ha preso tanti calci. Deve per forza essere di natura diversa. […]

Nel secolo scorso abbiamo vissuto questa cosa che ha fatto crollare tutti i capisaldi della nostra civiltà. Viviamo come se l’Illuminismo stesse ancora in piedi, e invece al centro c’è questo buco spalancato, dimostrabile, che dice: "In realtà siamo molto più vicini alle caverne che alla Luna". Chiaramente corriamo il rischio di tornarci, nelle caverne. Solo che stavolta, forse, al posto degli ebrei ci saranno i musulmani di Bosnia. L’Olocausto è stato un fallimento della civiltà su scala talmente vasta che non c’è niente da fare: è e rimarrà sempre un trauma.

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© Morashà 2001

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