Il comico, la storia e la cultura

Giorgio Cremonini
"Playtime — Viaggio non organizzato nel cinema comico"
Torino - LINDAU - 2000 - pagine: 37-38 (e 45)

Gran parte della comicità americana ha, per esempio, radici e coincidenze nella comicità ebraica ed è in un certo senso figlia della diaspora e del desiderio di inserirsi nel nuovo mondo facendosi accettare grazie innanzitutto al connubio, molto popolare, fra ilarità e autocritica: ridiamo di noi stessi perché gli altri ci accettino meglio (l’esempio più chiaro, sicuramente il più insistito, sembra essere quello di Woody Allen). Tuttavia i contorni di questa connotazione si fanno spesso sfuggenti e non è sempre facile scoprire una sorta di esclusività ebraica nei fratelli Marx, in Danny Kaye, in Jerry Lewis o nello stesso Allen, che pure è quello che ne parla più direttamente, con una sorta di ostentazione distanziatrice; allo stesso modo non è facile distinguere da questa comicità quella di Buster Keaton, di Stan Laurel, per non parlare di Chaplin, sulle cui radici ebraiche non è mai stata detta la parola definitiva ed è lecito nutrire forti dubbi. E invece, sottolineando la fondamentale "ambiguità dell’essere contemporaneamente insiders e outsiders", "lo sviluppo di un’ottica disincantata, scettica, sulla società" e la frequente adozione della "tragicommedia", Berger cita come "modello esemplare" della condizione ebraica della diaspora – e conseguentemente dell’umorismo ebraico – proprio Charles Chaplin. Viene più logico pensare solo a una felice congiunzione culturale, grazie alla quale l’umorismo ebraico non fa che trovare nel comico alcune strutture fondamentali di cui rivestirsi: l’equivoco, per esempio, oppure il disadattamento, l’idea stessa di espulsione (da un mondo vecchio) e immissione (in un mondo nuovo). Ma queste sono appunto figure proprie del comico in generale, non connotano in modo esclusivo una cultura che, per evidenti ragioni di affinità, se ne serve.

Le diverse strutture sociali e culturali attingono all’emporio generale del comico le forme che di volta in volta funzionano meglio per la loro autorappresentazione – o, meglio, per la messa in scena di una identità in crisi su più di un versante e dopo la quale non c’è che l’integrazione in un principio di realtà che assume a sua volta forme diverse, storicamente e culturalmente.

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