Comicità in Moni Ovadia

Paolo Puppa
"Ridere in yiddish"
Milano - LA RIVISTA DEI LIBRI - Giugno 1999 - pagine: 38-39

È tempo di Moni Ovadia e dell’attore performer, ossia dell’interprete isolato in scena che dal palcoscenico parla alla nostra solitudine e la socializza e la riscatta in qualche modo. Sarebbe forse proficuo tracciare una storia recente del teatro al singolare, del monologo comico o grottesco di questi anni, dall’oratoria aulica e nobilmente senescente di Gassman alla gola computerizzata di Carmelo Bene, dalle canzoncine sconsolate e ciniche di Gaber ai deliri tardosurreali di Bergonzoni, dalle nevrosi premenopausa di Lella Costa dalle sbeffeggianti goliardate di Bisio alle megalomanie sniffanti di Paolo Rossi, dalle smargiassate ecologiche di Beppe Grillo al tribunale bellunese di Marco Paolini. E su tutti incombe il finto carnevalesco, il suono grammelot che Dario Fo ha saputo liberare dai tanti orifizi del suo gran corpo alla Tati con tale grinta che ad agire in scena pare sia una tumultuosa e gioiosa piazza polifonica. Costoro, oltre che a svelare la superfluità delle ditte primarie, dimostrano che recitare da soli rende di più, costa meno e seleziona in maniera tragica le potenzialità narcisistiche. Per reggere il dialogo con una sala numerosa, bisogna in effetti possedere il mana, ossia la forza. Si può tuttavia obiettare che Moni, come del resto alcuni dei suoi colleghi, non agisce da solo ma vi tuffa nei gorghi sonori dei suoi bravissimi concertisti. Però a parlare è lui solo, e gli snodi narrativi dell’entertainer, negli intervalli del canto, appartengono solo a lui.

Ovadia deve starti vicino per funzionare al meglio, deve esserti contiguo e. dal vivo, o al massimo allontanarsi in un CD da dove risbuca per sedurti col fascino dei suoi suoni. Se invece s’infila nello schermo televisivo, si fa opaco e mamerato, troppo educato, al limite falso. Così è stato quando s’è provato a clonarsi in una serata di RAI-2, sequestrato in uno studiolo finto bistrot yiddish, con effetti modesti. Sembrava tradotto, o in play back. Anzi, in quel caso si respirava persino un clima, o meglio un tanfo, da sceneggiato anni ‘60 all’Anton Giulio Maiano. Stavolta il video allegato al volume Einaudi ci distilla con più prudenza scampoli di spettacoli degli ultimi tempi, legati tra di loro da una garbata intervista di Moni ripreso dalla telecamera nella sua dimora, fasciato da libri e da un bon ton borghese di fresca adozione. Qui, le sue parole agiscono da titoli brechtiani per introdurre le lezioncine sull’umorismo, tenute in precedenza all’Ateneo padovano, e godibili alla lettura del testo stesso.- Meglio insomma stargli vicino quando parla. Perché il consenso che si sprigiona intorno alla sua sagoma ingombrante e dimessa, al suo zucchetto, la kippà portata "per evitare che il lezzo dei pensieri salga fino all’Eterno", e alla sua logora redingote, esala una dolcezza contagiosa e democratica. Ti trovi davanti un volto pallido, incorniciato dai capelli presto sudaticci e colanti sugli occhialini da studentello – un’immagine rimbalzata da pièces cecoviane o da qualche Dybbuk cabalistico, un’icona cristologica incerta tra ghigno becero e smorfia malinconica, perfetto correlativo oggettivo della sarabanda sonora che gli crepita ai bordi – e ti assale il buffo desiderio di inginocchiarti con lui e di partecipare alla sua parodia sacra, alla sua umoristica nostalgia del cerimoniale religioso, non importa se musulmano, ebraico, cattolico o altro ancora. E il lato religioso, qui recuperato, funziona magicamente perché riprende l’etimo più puro della parola, nel senso di invito alla tolleranza e all’accettazione del diverso, di ogni diversità. Qui sta forse il segreto di Ovadia, maturato al momento più conveniente per lui, cotto in carriera al punto giusto.

A leggere la prima anta del dittico editoriale, oggi proposto dall’attore cantante, appunto Speriamo che tenga, si ricostruisce il faticoso percorso dell’interprete alla scoperta del proprio valore. Prima, Ovadia si esibiva un po’ di qua e un po’ di là, solcando zone ideologiche controverse, come il movimento sessantottesco e l’animazione dei quartieri, in una disponibilità febbrile e dissipata, senza mai trovare un centro. E le pagine di questo diario pubblico, di questo apprendistato ricostruiscono il viaggio travagliato, dispersivo, un alternarsi snervante tra crolli depressivi e la voglia tenace di successo. Poi, a quasi ciquant’anni, la meta agognata è stata raggiunta, grazie alla mitica risonanza dello spettacolo Oylem Golem nel ‘93, cabaret yiddish in musica klezmer. Oggi Ovadia non solo ha successo, e questo senza utilizzare il battage promozionale mediatico, ma s’è installato saldamente nel suo proprio habitat. Insomma carisma, o griffa di riconoscimento nell’universo caotico dello spettacolo, e moralità personale vengono a coincidere. Identità ed estetica si incrociano felicemente, nella misura in cui l’attore trova temi e motivazioni radicali, nel senso di legati alle proprie radici. Qui, il performer solitario coincide con una propensione irresistibile a pronunciare parole sensate, vale a dire personali o rese tali dalla necessità. Non il comédien che recita di tutto, purché pagato o convinto dalla bellezza (lunghezza) della parte, dalla prospettiva di ruoli protagonisti, ma l’attore sospinto da impulsi autobiografici, da orizzonti generazionali. Testimonianza di un’etnia scampata ai forni, la drammaturgia di Moni dà voce alla perdita dello shtetl, del villaggio lontano, e finisce per riconciliare col teatro un mondo, come quello ebraico, da sempre in sospetto verso la figuratività antropocentrica del palcoscenico.

Storia di un’infanzia non garantita, questo Speriamo che tenga racconta d’un bimbo cresciuto nella piccola borghesia di ebrei askenaziti, ossia dell’Europa orientale, emigratidalla Bulgaria. Nel suo sangue sono impastati debordanti incroci tra il greco-turco e l’austro-slvo, un po’ come il premio Nobel Elias Canetti, con il bulgaro mescolato in accostamenti vertiginosi al giudaico sefardita (la famiglia del padre originaria dell’altra grande corrente erratica, quella spagnola). E le voci ascoltate nella casa della prima età costituiscono una babele rapinosa, un meticciato comportamentale ed espressivo di segno iniziatico. Sullo sfondo linguistico, l’yiddish metabolizza ogni koinè, tra storpiature e adattamenti, vocabolario pastiche che aggancia tedesco antico ed ebraico biblico a un povero esperanto, tracimato via via dalla geografia in cui la costante peregrina.zione dei tanti esodi ha costretto la razza giudea. E ancora, gli odori misti di una cucina rusticana e povera, come la zuppa di fagioli, aleggiano sopra la propensione affabulatrice, il jazz e la scuola ebraica, sopra l’utopia di sinistra e la forzata rinuncia al mancinismo, i capelli lunghi per la contestazione e la promiscuità delirante, la bohème dostoevskiana e l’ossessione della morte, le prime tournées col gruppo Folk, sgangherato carro di Tespi sonoro, e le scorribande amorose, Marx coniugato ai fratelli Marx, follie recitate e sfiorate davvero durante il servizio militare, laurea in scienze politiche, l’incontro con Kantor e la scoperta abbacinante di Pina Bausch alla Scala, l’esperienza prolungata dell’analisi e i lutti traumatici parentali, la lezione di Roberto Leydi e l’attenzione verso ogni tradizione canora popolare. Questo è l’apprendistato alla vita e all’affermazione di sé che si dispiega in Speriamo che tenga. Dappertutto vi circola una precarietà ansiosa. La casa, la giovane e bella seconda moglie-segretaria, la TheaterOrchestra di virtuosi musicisti amici scatenati e adoranti, cui nelle ultime pagine innalza un’agiografia riconoscente, concludono in modo a prima vista felice cinquantotto capitoletti di peripezie ideologiche, sentimentali e professionali. Ma il titolo allude all’insicurezza metafisica del Dio della Genesi, nella tradizione talmudica, davanti al mondo da Lui creato, e allo stesso tempo all’instabilità che la coscienza laica del performer deriva forse dalla tradizione ebraica ai bordi dell’Ironia di Vladimir Jankélévitch, saggio datato 1936 ma che potrebbe fungere da perfetto prologo a questa scrittura. Perché il misto di humour e di pietas verso il reale, la consapevolezza assillante della caducità di ogni creatura, di ogni possesso nel tempo, il riso a scoppio ritardato, l’insofferenza verso la recita o menzogna sociale, il culto dell’esprit de finesse si ritrovano nell’intero dittico in questione.

Ora, quali rapporti questa "autobiografia vanagloriosa, ma non troppo" intrattiene con la seconda anta, con L’ebreo che ride? Le ultime battute del diario pubblico, dove si accenna a un amica ebrea che grazie al successo di Moni non si vergogna più del modo di parlare di sua madre, potrebbero siglare idealmente il passaggio verso il libro umoristico, verso la carrellata di witz, all’insegna d’una strategia smobilitante da parte del goffo cencioso, dello shlemiel gaffeur e un po’ Zeno proletarizzato. Qui, scorrono barzellette da scompartimento ferroviario trasformate in sciocchi sapienziari prelevati da Singer, da Bellow, da Malamud, così come sincopate gags di Woody Allen nella tradizione mitteleuropea degli Schulz e dei Kafka. Un eroe bastonato, Moni, che srotola con furioso accanimento un dictionnaire des idées reçues, i pregiudizi sull’antisemitismo, snocciolato direttamente dall’ebreo che prende in giro se stesso per disarmare l’avversario, secondo l’atteggiamento studiato da Freud nei motti di spirito femminili. Sfilano così madri castranti e padri deboli, rabbini trasformati in analisti e pizzicagnoli ossessionati dalla roba, falloforie gaglioffe all’insegna di circoncisioni contraffatte in un clima antiquaresimale, epopea di eccessi contaminati solo in rari e turbati passaggi dai sinistri refoli che soffiano dagli incubi di Treblinka e Auschwitz. In più, rispetto al primo volume, la pagina einaudiana nei suoi frequenti solecismi grafici tenta di riprodurre il tono teatrale di Moni, i barbarismi fonici dell’emigrante alle prese con una lingua non materna, e che la cassetta audiovisiva ogni tanto s’incarica di riprodurre fisicamente. Perché, sulla scena, Ovadia narratore si sdoppia tra l’io epico straniante e il buffone al centro dell’episodio, cui assegna le cadenze pusillanimi, cantilenanti e tenerelle d’un Govi redivivo, a conferma dei tanti succhi dialettali che insaporano la polpa della filastrocca. Otto capitoletti, preceduti da un opportuno glossario, scandiscono dunque questo viaggio nel territorio ilarotragico dell’ebreo ebbro di paura e nondimeno disperatamente desideroso di essere felice, del piccolo borghese sospeso tra i deliri sillogistici, le mises en abime argomentative dell’interpretazione e la sicurezza della Tohrah, del Libro sapienziale e immobile, dell’eroico antieroe dissociato tra la nostalgia di una patria specifica e la coscienza dell’inevitabilità della diaspora quale ferita e insieme privilegio cosmopolita. Un "umorismo divino" apre la prima tappa – vale a dire la capacità niciana di sporgersi sull’abisso nichilistico mondano, su una sorta di Titanic che potrebbe in qualche modo ripresentarsi sia pure in condizioni mutate, e di sorridere –; mentre l’ultima analizza lo Stato di Israele, la casa nuova un po’ troppo americamzzata per non suscitare nell’autore sospetti e diffidenze verso il fondamentalismo ortodosso. [D’altra parte il capitolo finale su Israele viene inserito dopo quello sulla Russia tradita dallo stalinismo e prima della postfazione plaudente alla Svizzera, in quanto "l’ultimo possibile rifugio dell’ebreo diasporico è... la Svizzera".] Ebbene, tale drammaturgia con maschere fisse e sceneggiature codificato, questo autentico copione spesso articolato su coppie a puntate – come quella formata dai due amici dal sapore circense Moishele e Yankele, o quella lessinghiana del prete e del rabbino – viene introdotta nel primo capitolo dall’episodio fondante, cioè l’Annunciazione mistica dell’Arcangelo che comunica alla vecchia e sterile Sara la nascita di Isacco (nell’etimo ebraico "Colui che rise"), suscitando intorno un irrefrenabile e irriverente risus. Qui si coglie immediatamente il valore di imprinting blasfemo, sotteso nella parusia ebraica, da confrontarsi in tutta la sua portata simbolica a quella sublimante e sacralizzata dell’Immacolata concezione nel versante cattolico. E questo ossimoro ontologico, secondo l’attore-autore, detta puntualmente le modalità della scrittura semita, che per li rami giunge alla smorfia novecentesca di Kraus e di Kafka tanto amato da Ovadia.

In anni di revisionismo storico occidentale, e di rimozione forzata del senso di colpa rispetto all’Olocausto, tutto il teatro di Moni Ovadia obbliga dunque a fare i conti, sia pure tra lazzi e cachinni, con la frettolosità della coscienza e con le tentazioni escapistiche della memoria collettiva. In tal modo, questo accumulo nervoso, questa coincidentia oppositorum, trattiene il processo, e ne impedisce l’esito affrettato. Utilizza, per certi versi, e dalla parte della vittima, ma con ben maggiori ambiguità e provocazioni, il medesimo registro tentato dal bel film di Benigni La vita è bella. Il quale Benigni, del resto, gli avrebbe anagrammato il nome in Ama-o-Divino, o Animavo-Dio, o Amavo-in-Dio. Perché il suo destino, Moni Ovadia lo porta inciso nel nome, formula arcana, sospesa tra un’imprecazione e una preghiera.

Ma è la voce che ti resta dentro, dopo. Moni sa cantare, oltre che narrare e scrivere. E come sa cantare! Un respiro, appannato da rauchi gorgoglii, altera all’improvviso i limpidi accenti dell’intrattenitore, la dizione bene impostata da una padanìa sciacquata in Arno, dove Ovadia ha stemperato il metecismo delle origini. Jekill e Hyde della lingua, insomma, non appena le corde vocali attingono a paurose oscurità, a caverne di catarro, mentre il suono risale arrampicandosi sopra pareti di carta vetrata. Questa la phonè di Moni quando inizia a cantare, danzando nei labirinti di un’etnia favolosa. Subito, l’aria s’incendia, anche perché il performer è circondato, come detto, da un quintetto yiddish di chitarre e fisarmoniche, di clarinetti, violini e percussioni a scatenare un sabba gitano, la musica klezmer, crocicchio di nenie strazianti e di souk gioiosi, di singulti da sinagoga e di valzer rapinosi. E intanto ti pare di assistere all’incarnazione del rabbino chagalliano, contornato da eccentriche mucche e onirici suonatori che lievitano sui tetti della vecchia Russia sotto un cielo trapunto di stelle. Il corpo gonfio di vita e di lavoro dell’omino dondola altresì a mo’ di orso addomesticato, sculetta e gira su se stesso in piena estasi, le mani portate alle orecchie per garantire al tarantolato l’evocazione di spiriti e sirene. Avviene, anzi, un prodigio, una vera transustanziazione, in quanto il soma robusto di Moni smagra a vista, e l’orso si fa ben presto cerbiatto, pantera e aquila. Qui, la koinè multipla e lontana, raffiorata nella bocca di Ovadia da steppe e villaggi perduti, a sfogare diaspore e sradicamenti, trova il suo riscatto, la sua giustificazione. Ma proprio attraverso l’alternanza tra canto e parola, che muta altresì i tempi della comunicazione, questo febbrile concerto, risucchiato dalla musica e dalla danza del passato, entra in frizione con i ponti discorsivi lanciati alla sala del presente. Così, nella scansione tra prosa e melopea, la voce dello storyteller virato in folksinger si fa notturna, cambia indirizzi e destinatari, lascia la terra e la logica della storia quotidiana e/o ideologica, la rete ammiccante dei filò aneddotici, il recitativo sull’ebreo nostalgico e omologato alla metropoli occidentale, e bolle nell’aura millenaria, volando in alto a sfiorar minareti e obelischi, e più su, verso i sogni e le voglie di pace dell’umanità antica. E una simile polarità tra barzelletta e nenia supporta i momenti migliori negli spettacoli successivi a Oylem Golem, dalla Ballata di fine millennio del ‘96 al Caso Kafka del ‘97. Se volesse, se solo le forze lo sorreggessero, Moni potrebbe proseguire per ore e ore senza che nessuno in platea si azzardi a controllare l’orologio. Perché il suo pubblico, per quanto allargato, è costituito pur sempre da spettatori alternativi, universitari e frequentatori di cartelloni off, gente in gran parte giovane che si è procurata il biglietto grazie al tam tam verbale, circuito un po’ misterico attraverso cui scorre l’energia di Ovadia. In questi milieux, Moni costituisce ormai un mito. Ora, quand’è che un attore, non passato quasi .mai per lo schermo piccolo e solo di rado in quello grande, quindi cresciuto tramite sudate epifanie in palcoscenico, non protesi massmediali, si trasforma in mito? Non è facile rispondere. Ma è certo che entrando in scena Moni accende ogni volta la luce e i cuori di chi lo sta aspettando, in una sorta di collettivo appuntamento d’autore. O meglio, nella smania occidentale, laica e disincantata, da parte della sala, di mettere a nudo i propri tradimenti, i propri disagi.

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© Morashà 2001

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