ControRiforma

  Botta e risposta Lev Chadash - Hakeillah

La Lettera di Lev Chadash
Un nuovo gruppo dell’ebraismo progressivo

L’associazione Lev Chadash esiste da più di due anni; da qualche mese abbiamo, a Milano, anche una sinagoga in cui assicuriamo i servizi religiosi per gli Shabbathot e le feste.Facciamo parte dell’Unione mondiale dell’ebraismo progressivo (World Union of Progressive Judaism, WUPJ), la più grande organizzazione ebraica del mondo, che unisce tutte le sinagoghe progressive, liberali, ricostruzioniste e reform, vale a dire quell’insieme di orientamenti che in Italia viene definito "ebraismo riformato".A noi questa traduzione non piace, perché sembra indicare qualcosa di nuovo e di estraneo; siamo convinti che invece l’ebraismo sia sempre stato capace di ri-formarsi, di darsi nuova forma sia seguendo l’evoluzione del pensiero rabbinico e secolare, sia accogliendo stimoli e sollecitazioni di varia natura, anche provenienti dal di fuori dell’osservanza halachika.

In questo senso, pure se la Torà parla della schiavitù, la schiavitù è stata abolita; pure se l’halachà per lungo tempo ha permesso la poligamia, da diversi secoli non è più praticata; anche se il levirato è stato addirittura codificato, si tratta di una pratica ormai in disuso. Anche se per lungo tempo l’ebraico è stata la lingua delle funzioni, ogni siddur comprende preghiere, come il Kaddish, in aramaico, ovvero in vernacolo; e molti siddurim comprendono preghiere nelle lingue parlate degli ebrei del luogo. Le nostre funzioni prevedono, per esempio, sia canti in ebraico, seguendo le belle melodie del rito bené Romi, sia preghiere in italiano, intelleggibili a tutti.

Pure se in molte sinagoghe uomini e donne pregano separati, esistono Congregazioni come la nostra che proclamano anche nel culto l’uguaglianza tra i sessi, certi che anche il movimento per l’emancipazione della donna, all’interno del quale così tante ebree hanno avuto un ruolo rilevante, sia affine ai valori ed ai principi dell’ebraismo, perché ha rappresentato un passo verso la realizzazione "di un mondo di verità e giustizia".

Tutte queste ri-forme, questi mutamenti nella forma, accaduti nel corso della millenaria storia dell’ebraismo, non ne hanno però modificato il contenuto, vale a dire il riferimento alla Rivelazione sul Sinai, al Patto di Abramo, alla fede dei nostri antenati, alla speranza messianica. Questo è un contenuto che non abbiamo alcuna intenzione di "riformare"; e per questa ragione il nostro movimento in Europa si definisce "progressivo" e non reformed, "riformato", come nelle Americhe.

Siamo ebrei italiani; facciamo parte a pieno titolo della storia degli ebrei italiani, una storia che ha conosciuto, come mostrano i lavori di studiosi di chiara fama, anche le sensibilità verso le istanze ed i temi dell’uguaglianza e del progresso. Questi temi sono stati fatti propri dall’ebraismo progressivo all’epoca dei suoi esordi ottocenteschi, nell’epoca dell’Emancipazione; e probabilmente anche prima: ogni storia dell’ebraismo progressivo si apre esponendo le posizioni di Leon da Modena sulla mistica. In quanto ebrei italiani, siamo orgogliosi della storia dell’ebraismo in Italia; dei valori di tolleranza, laicità, separazione tra Stato e Chiesa, lotta ad ogni razzismo, che hanno sempre caratterizzato la vita comunitaria e che sono stati il modo più nobile di reagire ai secoli bui della reclusione e l’orrore del Novecento, trasformando la sopravvivenza in vita. Non vogliamo abbandonare ai musei questo patrimonio spirituale, di immenso valore per l’ebraismo intero, per l’Italia e per l’Europa.

Ma in tempi in cui si parla, spesso a sproposito, di globalizzazione e di fondamentalismi, è impossibile nascondersi che questo patrimonio rischia di scomparire; non solo perché la già labile continuità "etnica" dell’ebraismo italiano è stata modificata da ondate migratorie di famiglie ebraiche che provenivano da altri contesti, che si misuravano con realtà differenti da quella della nostra penisola, che vivevano la propria identità in una maniera differente rispetto a quella dell’ebraismo italiano. Ma soprattutto perché, parrà banale notarlo, l’Italia è entrata in Europa e gradatamente gli italiani si troveranno a trasformarsi in europei. Ciò vale anche per gli ebrei italiani; occorrerà fare spazio, nelle sinagoghe delle nostre città, nelle varie occasioni della vita comunitaria, a inglesi, francesi, sud e nordamericani. È inutile nascondersi che le comunità di quei Paesi hanno, a grande maggioranza, scelto la strada della Riforma; che le sinagoghe e le congregazioni in cui questi nostri correligionari sono stati educati e sono cresciuti, e alle quali a volte ritornano, sono sinagoghe e congregazioni non ortodosse, ma iscritte alla WUPJ, esattamente come noi di Lev Chadash. Sono comunità che non seguono la strada del fondamentalismo, dell’irrigidimento dogmatico, della chiusura rispetto ai temi ed alle istanze del mondo moderno. Un irrigidimento che, a torto, è stato messo in relazione con le ondate migratorie di cui sopra e che invece riguarda tutto l’ebraismo, perché riguarda tutte le religioni. Ma l’ebraismo non è solo questo irrigidimento recente. Esistono in tutto il mondo, e sono anzi la maggioranza, sinagoghe dove si prega anche in lingua, funzioni in cui le donne vengono chiamate a Sefer (sarà per questo che quelle funzioni sono più affollate di quelle ortodosse?), comunità basate anche sulla parità di diritti tra uomini e donne.

Noi crediamo che questa sia la risposta alla crisi di identità che sta attraversando l’ebraismo italiano, e che ci fa temere un futuro a tinte fosche; come ebrei progressivi, riteniamo che sia una mizwà rendere possibile l’educazione ebraica anche dei figli di matrimonio misto. E siamo convinti di questo, perché siamo ebrei italiani, e questa è stata, fino ad anni recenti, la prassi seguita dal rabbinato italiano. Riteniamo che la contrapposizione al mondo moderno, la chiusura rispetto alle istanze di uguaglianza e progresso (chiusura simboleggiata da chi vuole ridurre la donna al solo ruolo di madre) sia estranea ai valori dell’ebraismo; riteniamo che determinati atteggiamenti fondamentalisti – per esempio imporre norme di abbigliamento alle fanciulle – siano estranei ai valori dell’ebraismo, e piuttosto importati dal fondamentalismo cristiano di matrice protestante, dove vige il culto della Parola non interpretata, non passata attraverso l’esegesi rabbinica.

Sappiamo benissimo che vi sono gruppi ebraici che hanno questo genere di approccio e coltivano questo genere di identità monolitica; sappiamo che il loro status di ebrei non viene messo in discussione dal rabbinato italiano, pure se all’interno di questi gruppi vi è chi ha già messo in discussione ed abbandonato non alcune forme, ma uno dei principali contenuti dell’ebraismo: l’aspettativa messianica, e proclama che il Messia è già tra noi, seppure non più fisicamente. Non abbiamo nulla contro questo ebraismo; riconosciamo solo che non è il nostro, né è conforme alla consuetudine e alla pratica che regolano la vita degli ebrei italiani; a quella consuetudine, a quella pratica, a quei valori, noi facciamo riferimento. Pertanto chiediamo che ci sia spazio anche per noi all’interno dell’organismo che regola la vita comunitaria degli ebrei in Italia. Siamo ebrei a tutti gli effetti, vogliamo essere riconosciuti come tali. Da tempo chiediamo all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, di cui abbiamo seguito con vivo interesse il dibattito congressuale: cosa mai è l’"atteggiamento inclusivo" di cui si parla nelle mozioni conclusive, se non quello che noi proponiamo e che presenta il non trascurabile vantaggio di contrastare efficacemente l’assimilazione?

Associazione Lev Chadosh-Milano

La risposta del giornale Hakeillah di Torino

Eppure ci sono molti Ebrei "non religiosi" che ricorderebbero come primi valori le ricette della nonna, l’allegria del Seder, la storia degli Ebrei. Cose basse, insomma.Qui solo cose alte, altissime: la rivelazione, il patto, la fede, la speranza. Come sono religiosi questi Ebrei "non religiosi"!

A noi piacciono sinagoghe per tutti, dove all’ingresso non sia chiesto a ciascuno di dichiarare cosa è forma e cosa è sostanza, cosa si ri-forma e cosa no. Perché crediamo che il popolo ebraico sia uno. A noi piacciono le tefilloth in ebraico perché siamo in Europa e nel mondo e vogliamo che ogni Ebreo possa entrare in una sinagoga in qualunque paese, ritrovare subito i suoi canti e le sue parole, essere immediatamente parte del minian. Perché crediamo che il popolo ebraico sia uno. Hanno preghiere in italiano intelleggibili a tutti? Si saranno accorti di quanto sono insopportabilmente noiose. Davvero credono che il valore storico-sociale delle tefilloth sia e sia stato intenderne sempre il testo?

Dicono: la già labile continuità "etnica" dell’ebraismo italiano sta per scomparire. Contraddizione in termini. L’ebraismo italiano è semplicemente, in ogni istante, l’ebraismo degli Ebrei che vivono in Italia. Non possiamo accettare nessuna altra definizione.

Dicono: non abbiamo nulla contro questo ebraismo, riconosciamo solo che non è il nostro. Un sapore un po’ padano. Coltivano la loro aiuola di rose politically correct e gli altri Ebrei baluba continuino pure le loro tefilloth con la sveglia al collo e l’anello al naso. Ma vi pare una cosa di sinistra? Volete la rivoluzione? Studiate le strutture del potere, suscitate il consenso, occupate i gangli vitali, sovvertite l’ordine marcio e corrotto. Ma dal di dentro. E per tutti. Perché per noi il popolo ebraico è uno.

Vogliono essere rappresentati nell’Unione? Ma lo sono già. L’Unione rappresenta tutti gli Ebrei viventi in Italia, nessuno escluso. Ma l’Unione non è una federazione di partiti, non media tra opinioni o ideologie precostituite. L’Unione rappresenta tutti gli Ebrei senza chiedere preventivamente a nessuno cosa ritiene antico e cosa moderno, cosa è valore e cosa orpello. L’Unione rappresenta tutti, con metodo democratico, purché si iscrivano alla Comunità di residenza. Perché l’Unione pensa che il popolo ebraico sia uno.

Il fatto è che l’ebraismo è una gran brutta bestia, di cui innamorarsi, ma con qualche punta sgradevole. Ogni Ebreo matura e cresce misurandosi con l’ebraismo. L’ebraismo matura e cresce misurandosi con ogni Ebreo. Ritagliarsi un ebraismo a misura, dire che l’ebraismo è questo e quello e non è invece quell’altro o quell’altro ancora, per legge o per assioma o per evidenza, dà a tutta questa lettera degli amici milanesi un sapore dolcissimo di maestosa caramella. Invece l’ebraismo è una pietanza robusta, è la vita vera. Ed è un’esaltante ed emozionante gioco.

H.K.

 
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