La Chiesa e gli Ebrei

La matrice cristiana dell’antisemitismo

Mai più deve potersi ripetere la “vergogna del genere umano”.

Gli Ebrei hanno l’obbligo morale, nei confronti di chi l’ha “dovuta” subire, di adoperarsi in ogni modo perché ciò non accada. Hanno, anche, tutto il diritto di reclamare il giusto rispetto.

Pochi dubbi possono sussistere sul fatto che la matrice dell’antisemitismo sia da ascriversi ad un carattere religioso, nella fattispecie cristiano. Troppe, purtroppo, sono le prove a dimostrazione della veridicità di questa asserzione.

Con ciò non si intende in alcun modo asserire che quella “religiosa” sia l’unica causa di promozione dell’antisemitismo. E neppure che non sia esistito un antigiudaismo precristiano né, tantomeno, che esistano di questo sentimento obbrobrioso innesti di tipo nazionalista, ancora più crudeli e preoccupanti.

Tutte queste manifestazioni contro il popolo ebraico sono, purtroppo, già esistite ed esistono tuttora. Nel prosieguo si avrà modo di approfondire meglio tutti questi aspetti (si veda il capitolo “La diaspora ebraica”).

Ciò che si vuole semplicemente sostenere è il fatto che sia addebitabile al “cristianesimo” la radice di questo sentimento, sulla quale si sono poi innestate “sovrastrutture” di ogni tipo utili solo ad “elevare il tono” (come se ce ne fosse stato il bisogno!) di questo odio sfrenato contro gli ebrei in quanto tali. Chi scrive considera queste “aggiunte” alla stregua di pretesti per motivare una “montatura” sempre più spinta dell’antisemitismo.

Dicendo questo non si intende certamente confondere il “seme” con la “pianta”. Che cosa, tuttavia, permette alla stessa di nascere e crescere, è un “seme”, per piccolo che sia. E’ solo questo che, immesso in un terreno “fertile”, darà luogo ad un albero rigoglioso, dal quale (sempre grazie a quel minuscolo “innesto”) si dipartiranno rami e foglie.

Per analogia, a mio personale vedere, il “seme” dell’antisemitismo è quello religioso. Esso ha potuto svilupparsi in un terreno molto fertile, dando luogo a tronchi, rami, foglie varie, e sviluppandosi sempre più.

A sostenere la validità di questa tesi, è Gerard Messadiè [2] che pur ritiene non esserci uno solo, bensì tre antisemitismi . Ne riporto testualmente due riflessioni.

Il motore dell’antisemitismo fu, a partire dal IV secolo, l’istituzione della religione cristiana.

La persecuzione degli ebrei sotto l’impero romano (quello che l’Auore definisce antisemitismo precristiano) è stata essenzialmente culturale e politica, non corrispondente alla nozione contemporanea di antisemitismo.

C’è chi fa anche una netta distinzione tra antisemitismo e antigiudaismo. Per il primo, l’ebreo è una pianta da estirpare, per il secondo è un uomo da convertire.

Riandando ai fatti, a mio avviso i due termini tendono, invece, a coincidere. Ciò in quanto la “conversione” cui farebbe riferimento l’antigiudaismo, non è mai stata intesa in termini di convincimento religioso, bensì attuata in modo cruento. L’ebreo “doveva” essere convertito a tutti i costi: volente o nolente, pena la morte, anche sul rogo, come si vedrà nel prosieguo. Come è possibile, allora, non far coincidere, nella sostanza, antigiudaismo con antisemitismo? Sarebbe una pura sottigliezza linguistica.

Prima di dare inizio allo studio, a me sembra opportuna un’altra precisazione.

L’analisi che si andrà ad affrontare non ha come tema principale la “storia” dell’antisemitismo, bensì la dimostrazione che una delle sue colonne portanti (l’accusa di deicidio) è insussistente sotto tutti i punti di vista. A chi, invece, volesse proprio documentarsi sotto il profilo storico dell’antigiudaismo, si raccomanda la lettura del libro, completo e molto dettagliato, di Gerald Messadiè [2]. Ma molti altri autorevoli ve ne sono in proposito.

Una riflessione a margine. Se per ogni essere umano la vita rappresenta ii bene supremo, si dovrebbe arguire che per circa duemila anni il “nascere ebreo” rappresentasse una autentica disgrazia. Un tale evento doveva costituire, infatti, una condizione tremenda: l’essere coscienti che, nel momento in cui si concepiva un figlio, quasi certamente lo si condannava a morte. Nella migliore delle ipotesi, questo bimbo avrebbe avuto un futuro di tribolazioni. Si tratta di un concetto analogo a quello espresso da Imre Kertesz, premio Nobel nel 2002 per la letteratura, nel titolo di uno dei suoi libri “Essere senza destino”.[3]

Basta scorrere libri come quello, ad esempio, di Messadiè [2], per rendersi conto che, in quasi ogni parte del mondo allora conosciuto, l’ebreo aveva assai poche possibilità di sopravvivere, molte invece di rimanere ucciso prima di diventare adulto (eccidi, pogroms, crociate, assassinii di massa, e chi più ne ha ne metta). L’incredibile è che, pur a seguito di questi stermini, gli ebrei continuassero ad esistere. Questo potrebbe apparire un vero mistero, tenuto conto della crudeltà manifestata da folle fanatiche, sempre assetate di sangue.

Secondo [2], ciò è invece spiegabile con il rifiuto caparbio degli ebrei di sottomettersi a culture straniere e rinunciare alla propria “ebraicità” in cambio dei benefici dell’assimilazione (leggasi perdita totale della propria identità. N.d.r). Si tratta di un caso unico nella storia e va ad onore e merito del popolo ebraico.

In un libro di Sergio Romano[4] si può leggere “ (gli Ebrei) sono colpevoli (!) della tenacia con cui si ostinano (!) a negare l’esistenza di una nuova alleanza….ma sono indispensabili come documento storico (!) per il cristianesimo”. Si avrà modo di ritornare sul contenuto di questo libro [gli esclamativi sono miei].

Veniamo dunque alle argomentazioni a sostegno della radice religiosa dell’antisemitismo.

Il 3 aprile 1985, alla Radio Vaticana fu letto il seguente testo (desunto da un articolo del Times) “La religione cristiana stessa deve stare alle porte di Auschwitz, a esaminare la propria colpevolezza…..E’ la cristianità che ha coniato la vergognosa parola “deicidio”….Lo sterminio degli ebrei nel XX secolo è stato il risultato finale di una tradizione di denigrazione e di rigetto degli ebrei e dell’ebraismo, che risale molto indietro”. [5]

Così scriveva Julien Green nel suo “Diario” (Revue de Paris, giugno 1949) [6]. “E’ inutile cercare di sottrarci: noi cristiani siamo quasi tutti responsabili (del dramma d’Israele); intanto il supplizio di Gesù continua giorno e notte nel mondo. Era Gesù che si colpiva nei campi di concentramento. Era sempre lui , e non ha ancora finito di soffrire. Bisogna porre fine a questo e ricominciare da capo”.

Sul documento “Reflexions sur la Shoah”, redatto dallo storico Padre Dujardin, e pubblicato nel bollettino della Conferenza dei Vescovi francesi nel marzo 1989 si legge, tra l’altro: “L’antisemitismo moderno ha trovato delle coscienze addormentate o pervertite, disposte ad accettarlo o tollerarlo…Ci vorrà, purtroppo, l’orrore dei campi di sterminio per aprire loro (ai cristiani) totalmente gli occhi, e per fare la necessaria revisione del loro sguardo, del loro pensiero e della loro azione nei confronti del popolo ebraico”.[7]

Il teologo domenicano Georges Cottier presidente della Commissione Teologica che aveva il compito di studiare le radici dell’antisemitismo “come problema interno alla Chiesa”, e dell’intolleranza in generale, si chiese come fu possibile che dei cristiani, vescovi, papi, persino santi della Chiesa abbiano potuto tollerare e forse esercitare persecuzioni nei confronti degli ebrei e le abbiano giustificate con ragioni di fede.

Nel 1989, il segretario della Conferenza episcopale Tedesca, in una Dichiarazione affermava, dopo aver richiamato l’enciclica di Pio XI contro il razzismo (Mit brennender Sorge) [8], “Tanto più difficile capire oggi che, nè in occasione delle leggi razziali di Norimberga emanate nel settembre 1935, né in seguito agli eccessi commessi dopo la “notte dei cristalli” del 9-10 novembre 1938, la Chiesa abbia preso una posizione sufficientemente chiara…I nostri concittadini ebrei si sono trovati abbandonati. La maggior parte delle Chiese e delle comunità cristiane hanno mantenuto il silenzio di fronte a quel pubblico diniego di giustizia”. E questa è l’ammissione di un Vescovo della Chiesa cattolica.

Non meno grave ancora suona la lettera dei Vescovi Polacchi del 30 ottobre 1990: “Malgrado i numerosi esempi eroici di aiuto da parte di cristiani polacchi, vi furono anche persone che sono rimaste indifferenti di fronte a questa incomprensibile tragedia. Siamo addolorati particolarmente per i cattolici che hanno contribuito alla morte degli ebrei….Questo ci impone di chiedere perdono alle nostre sorelle e ai nostri fratelli ebrei”.

Quanta sofferenza in nome di un Dio definito “Amore”, quale assurdo “controsenso”. Come rappresentante di un Dio buono, una parte (fortunatamente non la totalità) della gerarchia cattolica si è rivelata un vero fallimento.

Non bisogna dimenticare che l’Olocausto è avvenuto nel cuore di quella cristianità europea, più volte richiamata per essere inserita “ufficialmente” (come irrinunciabili radici cristiane) nello Statuto della Costituzione Europea, firmato a Roma il 29 ottobre 2004, ma non ancora ratificato. Alcuni tra gli stessi ideatori e realizzatori di questa infamia furono cristiani, forse dei cristiani “cattivi”, ma pur sempre cristiani.

Fra le troppe falsità che la Chiesa, per secoli, ha accuratamente inventato per alimentare la fiamma dell’antisemitismo, due sono certamente da considerarsi le più nefaste in assoluto.

La prima: l’accusa blasfema di “deicidio” rivolta all’intero popolo ebraico.

La seconda, la sedicente “maledizione divina” che, conseguente alla prima, peserebbe sul capo dello stesso.

Per due millenni, queste due accuse hanno prodotto uno sconquasso devastante a danno di ogni singolo Ebreo: uomo, donna, bambino. Si tratta di una vergogna umana, che solo dal termine della seconda guerra mondiale ha cominciato a scuotere fin dalle fondamenta le coscienze di molti cristiani.

L’immediata conferma che la tesi dell’antisemitismo cristiano non costituisce una semplice opinione, ma è una ben triste realtà, viene desunta in primo luogo proprio dalla lettura di alcune parti di quanto riportato negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere, in generale, e in quelle ai Romani ed agli Ebrei, in particolare. Non, però, dai quattro Vangeli canonici.

La “costruzione” dell’antisemitismo religioso ha potuto attingere a piene mani da quanto contenuto sia negli Atti degli Apostoli sia nelle Lettere. Una riflessione in proposito scaturisce immediata. Sia gli Atti degli Apostoli, sia le Lettere sono stati redatti “dopo” la stesura dei Vangeli canonici. Non c’è in ciò più che un motivo di sospetto sulla “montatura” anti-ebraica?

Prima ancora di dimostrare attraverso i fatti storici e la lettura del Nuovo Testamento che la matrice dell’antisemitismo sia principalmente di tipo religioso, della sua evidenza si è fatto testimone lo stesso Papa Giovanni Paolo II con l’esplicito riconoscimento delle “colpe” dirette che la Chiesa ha a tal riguardo.

Nel successivo capitolo verrà dato il giusto ed ampio spazio a questo importantissimo progresso nei rapporti tra ebraismo e cattolicesimo, a dimostrazione del fatto che questo lavoro vuole non solo evidenziare le gravi malefatte commesse in passato dalla Chiesa, ma anche mettere in evidenza il cammino positivo che la stessa ha saputo intraprendere ad iniziare dagli ultimi quarant’anni.

Come è allora possibile spiegarsi che, ancora oggi (purtroppo), non pochi sono i Cristiani che, con circonvoluzioni argomentali tra le più fantasiose, rinnegano esservi colpe dei Cattolici nel fomentare l’antisemitismo. E’ importante tenere presente che l’incentivo religioso che spinse ad odiare il “prossimo” Ebreo fu preminente sui motivi sia economici (tanto cari agli antisemiti di “sinistra”) sia quelli inventati di sana pianta. Essi servirono solo a “rafforzare” ancor più tesi antisemite, così apprezzate da tutti gli antisemiti, di destra e di sinistra. E’ una pura “forzatura” il voler mitigare la portata di tali nefandezze.

L’accusa di popolo deicida e maledetto da Dio rivolte agli Ebrei si è, fin dall’avvento della “Nuova religione”, profondamente radicata nella coscienza cristiana.

Acutamente osserva Messadiè che l’errore più grande del cristiano fu quello di insistere nell’identità, all’insegna del motto : “Al di fuori della Chiesa non c’è salvezza”. [2]

Solo la perseveranza nell’azione continua ed il tempo potranno produrre contro l’infamia dell’antisemitismo, quei risultati che tutti gli uomini di buona volontà auspicano.

Peraltro, il vero cristiano, proprio in conformità degli insegnamenti impartitogli da Cristo, non può essere antisemita, per il semplice fatto che semita era lo stesso Gesù.

Iniziamo riportando, in proposito, quanto contenuto nella Dichiarazione “Nostra Aetate” [9] di cui si avrà modo di parlare più diffusamente in altra parte del lavoro. Essa fa parte delle risultanze scaturite dal Concilio Vaticano II nel 1965.

”E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo.

E se è vero che la Chiesa è il nuovo Popolo di Dio, gli ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura.

Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della Parola di Dio non insegnino alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.

Alcuni padri della Chiesa chiamavano gli ebrei “assassini, nemici di Dio, avvocati del diavolo” (S. Gregorio di Nissa), “…serpenti la cui immagine è Giuda, e la cui preghiera è un raglio d’asino” (S. Girolamo) “. Come se ciò non bastasse S. Giovanni Crisostomo aggiunge:“… simili a maiali. Per il loro deicidio non c’è possibilità di perdono, dispersi in schiavitù per sempre..”

A tal punto appare utile stralciare un passo significativo dal testo del Card. Agostino Bea, al quale gli Ebrei debbono, in ogni caso, profonda riconoscenza ed elevata stima per quanto egli si sia prodigato in loro favore. Nel libro “Gli Ebrei” (siamo nel 1965) [10], l’Autore dice testualmente quanto segue.

 “Non voglio affatto dire od insinuare che l’antisemitismo provenga in primo luogo e principalmente da una radice religiosa, ossia dalle narrazioni evangeliche (1) della Passione e morte del Signore.

Sappiamo perfettamente che le ragioni dell’antisemitismo sono anche di ordine o politico-nazionale, o psicologico, o sociale ed economico” (2)

Dunque se pochi o molti fra gli ebrei, qui o là, fanno qualcosa di cui spesso sono accusati…. (3) Infatti molti tra gli attuali Ebrei manifestano la convinzione che la principale radice del cosiddetto antisemitismo sia la credenza nella colpevolezza del popolo ebraico come “tale”, e quindi che questa sia la fonte dei molti mali e delle esecrazioni che gli Ebrei, per secoli, hanno dovuto subire, questa affermazione non è accettabile” (4).

Il Card. Bea così continua.

“Bisogna anche ammettere, però, che presso i suoi (di Gesù) contemporanei sussistevano grandissimi ostacoli, che costituivano, specialmente per i capi, un impedimento tale da non permettere loro di comprendere appieno le dichiarazioni di Gesù e la forza dimostrativa dei miracoli” (5).

(1) Circa le narrazioni evangeliche, certamente no, ma sulla base della loro interpretazione, sicuramente si.

(2) Si tratta di pure “invenzioni” costruite ad arte, e tese solo ad alimentare ancor più il sentimento antisemita.

(3) Fanno, né più né meno, nel bene e nel male, ciò che fa ogni essere umano. L’ebreo non è diverso dagli altri più di quanto lo sia ogni persona. Sono gli altri che, per il proprio sporco tornaconto, hanno sempre voluto l’ebreo “diverso” da loro.

(4) Quanto, invece, sia vera questa affermazione è confermato anche dal travaglio che, dal termine della Seconda Guerra Mondiale e dagli orrori della Shoà (termine ebraico per catastrofe), ha colto molti teologi cattolici per scrollarsi di dosso le colpe imputabili ai loro predecessori.

(5) Vale anche per gli Ebrei di oggi e di domani. In quanto ai miracoli operati da Gesù, che avrebbero dovuto “convincere” gli ebrei, se ne parlerà a momento opportuno

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Circa i “molti mali” e persecuzioni che per secoli gli Ebrei hanno dovuto subire, e di cui fa cenno il Card. Bea, ci si chiede: “Ma chi li ha procurati, questi mali contro gli Ebrei se non gli stessi cristiani?”. L’autore non dimostra, né lo potrebbe, perché egli consideri inaccettabile che la credenza nella colpevolezza del popolo ebraico come “tale” sia stata una componente fondamentale della nascita del “cosiddetto” (!) antisemitismo..

La storia, malauguratamente, insegna proprio il contrario. Il segretario del Partito Nazionale Fascista, R. Farinacci potè, non a torto, scrivere sul “Regime fascista” del 1039 sotto il titolo Non siamo soli:Se, come cattolici, siamo diventati antisemiti lo dobbiamo agli insegnamenti che ci furono dati dalla Chiesa durante venti secoli”. Queste sono le parole di un cattolico, non di un “ariano” quale dichiarava di essere Hitler. Si vedrà, in seguito che, mutatis mutandis, il medesimo dirà la stessa cosa.

Quanto riportato mette in tutta evidenza il vero nocciolo della questione. Le parole del Card. Bea anticipano quanto emergerà, in quegli stessi anni, dal concilio Vaticano II: il riconoscimento che la radice del “cosiddetto antisemitismo” è proprio quella religiosa (nella fattispecie, cristiana). Che essa si sia poi sviluppata attraverso un robusto tronco dal quale si sono, via via, diramate varie colpe (sociali, psicologiche, politico-nazionali, quali ad esempio la creazione dello Stato d’Israele e la conseguente e immediata falsa mistificazione di un “antisionismo” mascherato da antisemitismo) dimostra solo che si è avuto il cinismo di gettare altra benzina sul fuoco.

In relazione al possibile ritorno degli ebrei in Terra Santa, di cui fu promotore il giornalista viennese Theodor Herzl, il giornale cattolico “La Croix” scriveva nel 1920 “ La Terra Santa al popolo deicida!... Gli autori del più grande crimine della storia non devono diventare padroni…”. Questa posizione era peraltro già stata espressa dalla rivista “La Civiltà (!) Cattolica” e condivisa da Papa Pio X (Giuseppe Sarto, 1835-1914).

Sulla nascita dello Stato d’Israele, lo storico Renzo de Felice scrive: “....che in Palestina, in Gerusalemme, si ricostruisse il Regno di Israele era infatti, sotto il profilo teologico (dei cattolici. N.d.r.) tutt’altra cosa. Là vi sono i luoghi santi, là vi è la “prova” storica che il vecchio patto tribale (!) di un (!) Dio e il suo popolo è stato sostituito da una “nuova ed eterna alleanza” fra Dio e l’umanità. Gli ebrei, in questa prospettiva, sono una reliquia (!), un avanzo archeologico (!!)” Gli esclamativi sono miei.

Sempre in Civiltà Cattolica si trovano molte altre amenità, quali: “La solidarietà di razza (!) è superiore negli ebrei a qualsiasi patriottismo…..Tribù (quella degli ebrei) straniera, nemica di tutte le nazioni, popolo di oziosi che non lavorò mai (e l’esempio dello Stato d’Israele odierno come si inserisce in tale contesto?) né produsse la benché minima cosa” (chi furono, allora, Karl Marx, Sigmund Freud, Albert Einstein, Franz Kafka, e chi più ne ha, ne metta?).

Mi sia concessa, a questo punto, una piccola riflessione personale.

Mi sono sempre chiesto come sia spiegabile, ancor prima che motivabile, il fatto che gli antisemiti “odino” così svisceratamente quegli Ebrei ai quali proprio “loro” tanto dolore hanno sempre procurato, mentre nessun torto dagli stessi Ebrei mai hanno ricevuto (nei fatti, non in base a calunnie e alle mille falsità inventate, che la stessa Chiesa ha in seguito dovuto smentire). Ciò è per me un vero mistero.

Ecco come, a riguardo dell’antisemitismo, la pensava in proposito Bertrand Russell, uno dei massimi filosofi e matematici del secolo XX.

Se chiedete ad un antisemita di oggi perché odia gli Ebrei, vi dirà che essi sono poco scrupolosi o furbi negli affari....che complottano continuamente…. Se gli obiettate che avrete trovato talvolta le stesse caratteristiche anche fra i cristiani, l’antisemita vi dirà “Parlo per la media (degli Ebrei)”. Ogni volta che un Ebreo dimostra una speciale furberia, egli dirà: proprio come un ebreo! Ma quando la stessa cosa la farà un cristiano, esclamerà: la cosa incredibile è che non sia un Ebreo!

Il che non è davvero un metodo scientifico per ottenere una media [11].

Si potrebbe aggiungere che se un ebreo è riconosciuto come una persona di onore e caritatevole, si dirà che è pervaso di “cristiana” pietà.

Ma ritorniamo ai fatti, cioè alla storia.

La nascita della Religione Cristiana, fondata sul “Nuovo” Testamento in evidente contrapposizione con quello Antico, doveva necessariamente “staccarsi” proprio dalla sua stessa “radice”: l’Ebraismo. Infatti, per i primi cristiani il nemico numero uno fu certamente l’ebraismo, non il paganesimo che rifiutava in blocco sia il Nuovo che il Vecchio Testamento.

Forse non è inopportuna una riflessione a margine. Se i primi Cristiani avessero avuto “fede” nella loro religione, veramente e non solo a parole, sarebbe parso inutile temere alcunché da parte dell’ebraismo, dagli stessi indicato come una “falsa” religione. Se uomini, quali gli Apostoli ed i Padri della Chiesa, la cui influenza sui credenti era fuori dubbio, per secoli sono andati ripetendo che la Bibbia stessa dice che gli Ebrei sono un popolo maledetto (ma dove stà scritto?) da Dio, poiché ha aggiunto alle altre (quali?) colpe quella della crocifissione del loro amato Signore, accade inevitabilmente che essi vengano creduti.

Perché, ci si domanda, per quale motivo il popolo ebraico dovrebbe essere stato maledetto da Dio?

Scrive lo stesso Apostolo Paolo ai Romani: “Dico dunque: ha Dio rigettato il suo popolo (ebraico)? Non sia mai, perché anche io sono israelita, della stirpe di Abramo e della tribù di Beniamino. Dio non ha rigettato il suo popolo che ha preconosciuto” (Rm. 11,1 ). E più avanti “…perché i doni e l’elezione di Dio sono senza pentimento (nei confronti del Popolo d’Israele)”(Rm 11,29).

Le persecuzioni endemiche dei cristiani contro gli ebrei ebbero inizio nell’alto Medioevo, anche se fin dal III secolo d.C. si ebbero non poche manifestazioni antisemite. Forse erano più gli scritti che i fatti cruenti (ma non c’è un detto che recita: uccide più la penna che la spada?), tuttavia veri e propri atti ostili non mancarono.

Vediamo, in tal senso, quale fu il ruolo dei Capi del Cattolicesimo.

Santo (!) Ambrogio (Milano, 339 ca.-397), Vescovo di Milano, obbligò il potente imperatore Teodosio I a “condonare pubblicamente” l’atto illegale (ogni nefandezza diveniva legale qualora perpetrata “contro” gli Ebrei) di violenza del Vescovo di Callinicum, in Asia. Questi era stato giustamente punito dall’imperatore Teodosio per avere permesso alla folla di distruggere la Sinagoga vicina alla sua Cattedrale (per ogni credente in qualsivoglia religione è questo il gesto più nefando, insieme a quello di profanare le tombe).

Gregorio I, il più grande fra i papi dell’alto medio evo, e per questo noto con l’appellativo di Magno, parla degli Ebrei nei suoi scritti teologici con estremo orrore e disprezzo (però è Santo!). Ad onore del vero, tuttavia, va ricordato che egli si oppose sempre energicamente a che essi venissero battezzati con la forza (un barlume di spirito di “amore”?).

Agobardo, arcivescovo di Lione tra l’816 e l’840, rendendosi conto di non poter solo riformare i cristiani, optò per una drastica soluzione: attaccare gli Ebrei. Accadeva infatti che molti degli appartenenti alla sua diocesi, si sentissero spesso attratti dalla teologia e dalla morale ebraica.

Le leggi canoniche, che erano state approvate nei Concili del tardo impero romano, furono continuamente ripubblicate durante il Medioevo, e costituirono la base dell’atteggiamento ufficiale della Chiesa nei confronti dell’ebraismo. Esse furono rafforzate dallo studio presso le università dei codici di Teodosio e Giustiniano, che indicavano come gli Ebrei fossero stati gradualmente costretti a perdere la parità di diritti, che avevano acquisito già ai tempi di Caracalla.

E’ pur vero che alcuni Papi si opposero alla violenza e alle accuse nei confronti degli ebrei, in quanto dettate dalla superstizione. Tuttavia, nel periodo della Controriforma, la resistenza e la reazione che la Chiesa cattolica oppose per combattere il protestantesimo ebbe riflessi negativi anche nei confronti degli ebrei. Essa sfociò nel Concilio di Trento 1545-1563, in conseguenza del quale i Papi ritornarono nuovamente rigidi ed intolleranti verso l’ebraismo.

Le persecuzioni degli Israeliti dilagarono nel mondo cristiano nei secoli XI-XIII, quando cioè si manifestò la sovreccitazione religiosa della Prima Crociata. Le calunnie dei cristiani contro gli Ebrei, utilizzate come al solito al fine di incitare la massa ignorante, non trovavano avallo alcuno in nemmeno un versetto della Bibbia.

Quanta creatività e inventiva a fin di male!

In questo affanno antisemita non si distinsero, peraltro, solo i cattolici. Anche i “protestanti” vollero partecipare a questa “caccia alle streghe” rivelandosi, talvolta, anche più realisti del re.

Martin Lutero (1483-1546) arrivò a suggerire alcuni “consigli salutari per estirpare la dottrina blasfema dei Giudei….Prima di tutto è cosa utile bruciare tutte le loro sinagoghe. (in secondo e terzo luogo…) In quarto luogo, sia tolto ai rabbini, sotto pena di morte, il compito di insegnare”. Si badi bene “sotto pena di morte”.

E poi si vuole ancora disquisire sulla distinzione tra giudaismo e antisemitismo!

C’è forse bisogno di qualche commento?

Tommaso D’Aquino (anche egli Santo!), dottore della Chiesa nella sua “Summa Theologiae” affermava che “Per quanto riguarda gli eretici (quindi gli Ebrei), essi si sono resi colpevoli di un peccato che giustifica non solo la loro espulsione dalla Chiesa, ma anche l’allontanamento da questo mondo con la pena di morte”. Più esplicito di così!

Le “Crociate” furono dichiarate dai papi “Sante”. Quelle vere e proprie furono sette. Vennero condotte contro popoli la cui unica colpa era quella di non seguire la religione cristiana: gli ebrei, in primo luogo, ed i musulmani. Gli storici calcolano che, nel volgere di due secoli, esse causarono circa tre milioni di morti.

Quando nel 1095 il papa Urbano II (1042-1099) indisse la prima Crociata per salvare il Santo Sepolcro di Gesù e riaprire così la via ai sacri luoghi di Gerusalemme, trovò quasi tutti i Cristiani pronti a partecipare all’impresa. La moltitudine fu eccitata dall’avventuriero Pietro l’Eremita e da altri due preti non certo meno scrupolosi di lui.

In Normandia una banda di questi bravacci andò in giro gridando che sarebbe stato da sciocchi rischiare la vita nell’attraversare mezzo mondo per salvare la tomba di Cristo, dal momento che i suoi “assassini” vivevano indisturbati tra di loro. Lasciamo immaginare i massacri che a queste dicerie fecero seguito. Quando si pensa che tutto ciò fu perpetrato nel “nome di Cristo ”, possiamo cominciare a capire l’orrore con cui un apostata ebreo (in che modo costretto ad abiurare?) era visto dalla sua comunità natale, e la diffidenza con cui gli stessi Ebrei consideravano i Cristiani.

Ciò che di una storia di orrore ne fa una di sovrumano coraggio è che in ogni comunità gli Ebrei, posti di fronte all’alternativa tra la morte e il battesimo, preferirono accettare la prima, sia in balia della folla, sia talvolta per propria mano: Massada insegna. Viene però da chiedersi se abbia un senso tutto ciò, quasi ci fosse un “bisogno” per l’umanità di doversi nutrire di tali “dimostrazioni di valore” per poter lei stessa sopravvivere e rigenerarsi.

Oggi gli stessi cristiani stanno provando (e ce ne rammarichiamo profondamente) in varie parti del mondo (ad esempio in Cina) che cosa significhi essere discriminati e perseguitati solo a motivo del proprio credo religioso.

C’è da domandarsi anche se abbia un senso dichiarare che una religione considera “uguali” tutti gli esseri umani, purchè essi appartengano a quella “stessa religione”.

Oggi, anche il fondamentalismo islamico concepisce l’eguaglianza umana in questi termini. Uguale, ma solo se credente (per i fondamentalisti, ben inteso, non per l’Islam) in Allah. Altrimenti? Ovviamente “non eguale”, e quindi sgozzato come un capretto. Che angosciosa tristezza!

E’ assai facile dimostrare come la situazione degli Ebrei fu, ad ogni livello, imposta prevalentemente dall’atteggiamento della Chiesa.

Anche quando nel Medioevo gli Ebrei furono proprietà di principi laici (il potere temporale), fu sempre la Chiesa (il potere religioso) ad avere l’ultima (e quale!) parola. Da una attenta analisi appare chiaro come, in definitiva, fu la politica dei più colti a permettere che un clero ignorante imponesse al popolo le proprie interpretazioni religiose, ispirate da una bieca violenza, dalla crudeltà più brutale, dalla superstizione, dai pregiudizi. Non è infatti possibile definire a quale livello di degrado possa arrivare un essere umano, una classe sociale, un popolo qualora “sobillati” dall’alto, in nome di un “credo assoluto”.

Basti come esempio per tutti Hitler e la sua Germania nazista. E’ evidente che affinché fosse stato possibile il perpetrarsi ciò di cui malauguratamente tutto il mondo è stato testimone (inerte), non fu sufficiente la mente folle di un pazzo sanguinario isolato. Inconfutabilmente egli riuscì a disporre di un terreno fertile, da poter coltivare e su cui far crescere il Male assoluto. Ciò non vuol dire, naturalmente, che alla maggioranza (tanto meno alla maggioranza) del popolo tedesco debba addebitarsi la follia nazista. Non sarebbe né giustificato né storicamente corretto. Ancor meno si intende asserire, come peraltro già sottolineato, che questa terribile tragedia umana sia scaturita a causa dell’antisemitismo cristiano. Tuttavia……

Rivolgendosi ai Vescovi nel 1933, Hitler poteva vantarsi del suo programma di liberare la Germania dagli ebrei dicendo : “Da 1.500 anni la Chiesa cattolica ha considerato gli ebrei come degli esseri nocivi e li ha relegati nel ghetto, perché si sapeva quello che valgono gli ebrei…Io riprendo ciò che si è fatto per 1.500 anni….e forse in questo modo rendo al cristianesimo il più grande dei servizi”. Più esplicito di così!

Anche in Italia il giornale ufficiale “Il Regime Fascista”, citando articoli della Civiltà cattolica del 1936-38 scriveva:. “L’Italia e la Germania hanno ancora molto da imparare dalla Compagnia di Gesù …..il fascismo è ancora lontano dalla severità della Civiltà Cattolica” (che è l’organo dei Gesuiti).

Non si deve dimenticare che, purtroppo, i grandi specialisti dello sterminio, Himmler, Goebbels, Hess, provenivano da buone famiglie cattoliche.

Se non vi fossero stati duemila anni di antisemitismo dalla netta matrice cristiana, si sarebbe lo stesso arrivati all’infamia della Shoà? Questa è la vera domanda da porsi/

E’ anche opportuno non dimenticare che I campi di concentramento (che eufemismo sottile!) del XX secolo (l’altro ieri) non furono soltanto tedeschi ma, disgraziatamente anche italiani (San Saba, a Trieste, ad esempio), ed alcuni si possono definire proprio “cattolici”, nel vero senso della parola.

In Croazia (ora Bosnia Erzegovina) nel 1942, uno di questi fu voluto dal dittatore Ante Pavelic, fervente cattolico, “ustascia” filo-nazista. Vi furono soppressi soprattutto Serbi ortodossi (!) ed Ebrei, tra cui anche bambini (quale orrenda vergogna per l’Umanità intera!). Era quello il campo di sterminio di Jasenovac. Suo comandante fu un francescano (da annoverarsi tra i religiosi cattolici che si distinsero tra i più crudeli) soprannominato “sorella morte”. Solo in Croazia i morti nei campi di sterminio cattolici furono circa 600 mila.

La politica ufficiale della Chiesa si espresse ancora più chiaramente attraverso i Concili Lateranensi III del 1179, e IV del 1215.

Il primo riportò in auge tutta la legislazione che proibiva i rapporti intimi tra ebrei e cristiani: come minimo, un cristiano non poteva alloggiare in un “quartiere” ebraico.

Il secondo, tenuto sotto la presidenza di uno dei più grandi papi medievali, Innocenzo III, rafforzò queste regole, aggiungendone di più restrittive.

I primi di questi “quartieri” apparvero in Germania, Spagna e Portogallo, già nel XIII secolo, ma alcuni autori usano lo stesso termine per indicare anche le città di destinazione in cui l’Impero Romano deportava gli ebrei tra il I e d il IV secolo a.C. Con riferimento a questi fatti storici, la comunità ebraica di Roma risulta essere la più antica d’Europa, poiché se ne conosce l’esistenza sin dal tardo secondo secolo a.C., quando vi giunsero gli schiavi deportati dalla Palestina, che allora era sotto il dominio romano.

In Italia la “ghettizzazione” degli ebrei (non propriamente il “ghetto”, della cui istituzione vera e propria si parlerà subito dopo) inizia con un Savoia, Amedeo VIII (1383-1451) che nel 1430 nello “Statuta Sabaudiae” inserisce sedici capitoli sul problema ebraico[12], Questo Savoia venne eletto papa, ma abdicò al soglio, senza mai salirci . Figurò anche come “antipapa” (1439-1449). Fu appellato “il pacifico” (proprio lui!). Tra le imposizioni restrittive imposte agli ebrei, quella più obbrobriosa fu certamente l’obbligo, per uomini e donne, di portare cucito sul vestito nella spalla sinistra un contrassegno di panno con il simbolo di una ruota bianca e rossa”.

Non richiama alla mente nulla?

Questa la motivazione dello Statuto: perché i fedeli possano riconoscere gli “infedeli”.

I generici “quartieri ebraici” (delle ristrette zone delle città, dalla scarsa igiene, entro le quali gli abitanti venivano sottoposti a coprifuoco e costretti a vendere ogni bene per pochi soldi) si trasformarono ben presto nei ghetti.

Forse non tutti sanno che il “Ghetto” fu un’invenzione squisitamente cattolica, addirittura “papale” nel vero senso della parola.

Papa Paolo IV (Gian Pietro Carafa, 1476-1559), dopo solo due mesi dalla sua elezione, decise di chiudere l’intera comunità ebraica entro un’area molto ristretta e, con la sua Bolla del 12 luglio 1555 [13] dal titolo “Cum nimis absurdum” (cioè “quando il troppo è inopportuno”), lo impose insieme ad altre severe misure discriminatorie.

Fu così che venne creato il “primo Ghetto ebraico”, lo speciale quartiere che Paolo IV nella Bolla pontificia denominò “serraglio” (ci possono essere dubbi su come egli considerasse gli ebrei?) [14].

Il termine ghetto trae origine dalla città di Venezia. Nel XIV secolo, prima che venisse designata come parte della stessa riservata agli ebrei, in quell’area si trovava una fonderia di ferro il quale, una volta fuso, veniva colato a “getto”. La pronuncia di questo vocabolo venne in seguito “germanizzata” in ghetto.

La più significativa tra le severe misure imposte con la Bolla di Paolo IV, (che fu soprannominato il Flagello degli Ebrei) fu quella che ordinava agli Ebrei d’ambo i sessi di portare sui propri abiti un segno di riconoscimento: il “distintivo giallo”. Fu l’obbligo più detestato poiché esponeva, in modo visibilmente discriminatorio, gli Ebrei agli attacchi da parte della massa più incolta e volgare della popolazione.

Fu questo anche un prezioso suggerimento a Hitler. In tal senso la Chiesa ebbe come discepolo un “movimento” che forse lei stessa detestava in cuor suo: il nazismo (la cui matrice fu “ariana”, non cattolica), che istituì ì’obbligo per gli ebrei di portare sugli abiti la “Stella di Davide gialla”. Questa non fu quindi un’idea di Hitler, bensì il suggerimento di un Papa cattolico.

Agli Ebrei veniva anche proibito di avere delle botteghe fuori dal ghetto; se ne mirava ad annientare, a tutti i costi, la capacità di sopravvivenza.

Ecco in quale modo (testualmente) la Bolla “Cum Nimis Absurdum” motivava, esplicitamente, le esecrande restrizioni imposte agli Ebrei.

 “Poiché è assurdo e sconveniente al massimo grado che gli ebrei, che per colpa loro sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di essere protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo a noi, mostrare tale ingratitudine verso i cristiani, ad oltraggiarli per la loro misericordia e da pretendere dominio invece di sottomissione…….che essi si azzardano non solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma anche nelle vicinanze delle chiese senza alcuna distinzione d’abito….. e commettono altri e numerosi misfatti a vergogna e disprezzo del nome cristiano, ci siamo veduti costretti a prendere i seguenti importanti provvedimenti”.

Si accenna all’amore cristiano: è questo il suo modo di esprimerlo? Sono queste parole degne di un Vicario di Cristo?

C’è, quanto meno da rabbrividire! Viene da chiedersi come un essere umano (?), un Papa della Chiesa cattolica, potesse arrivare a tanta nefandezza e crudeltà di pensiero e di azione.

Quale migliore esempio, quale avallo più sicuro per Hitler e la sua ideologia di morte!

Purtroppo (per l’umanità intera) le menti mostruose non si trovano solo nei racconti delle favole.

Può ancora sussistere alcun dubbio sul fatto che la vera matrice dell’antisemitismo sia proprio quella “cristiana”?

Se, nella Chiesa cattolica, qualcuno avesse dovuto vergognarsi per ciò che aveva fatto, nessuno avrebbe superato Paolo IV.

Il ghetto di Roma fu smantellato nel 1846, ma subito dopo Pio IX (Giovanni Mastai- Ferretti, 1792-1878) tornò ad imporre agli Ebrei di risiedervi. Recentemente questo Papa fu nominato (sebbene contestato) “Beato”.

Solo nel 1870 (con l’apertura della “Breccia di Porta Pia”), anno in cui il governo papale cadde, le porte dell’odioso recinto del Ghetto vennero aperte. Non per lungo tempo, però.

Con la promulgazione delle famigerate leggi razziali del 17.11.1938 da parte del regime fascista, esso venne, di fatto, riaperto. I soli lavori permessi agli ebrei erano lo stracciarolo e l’usuraio.

E già da anni il Nazismo aveva preso il potere in Germania.

Come se tutto ciò non bastasse, ancor prima di arrivare alla “soluzione finale” agognata dal Nazismo, furono messe in atto altre mistificazioni, altre “invenzioni” diaboliche di matrice cristiana, aventi come scopo quello di sobillare le masse e la promozione nei confronti degli ebrei di persecuzioni, massacri, e pogroms vari.

Gli Israeliti dovettero sottostare a diversi rituali umilianti.

Ad esempio, durante le feste del Carnevale Romano, un certo numero di ebrei romani veniva fatto correre lungo l’arteria principale della Città (l’attuale “Via del Corso”, appunto), mentre la folla li beffeggiava, lanciando loro ogni sorta di rifiuti. Questa è solo una delle tante umiliazioni cui il papato, che si susseguiva nel tempo, obbligava gli israeliti con l’emanazione di leggi speciali, che assai spesso cambiavano (non certo in senso migliorativo) col succedersi dei vari pontefici.

Un “devoto” cattolico, Henri Gougenot des Mousseaux pubblicò nel 1869, proprio alla vigilia del Concilio Vaticano I (1869-70) “Le juif, le judaisme et la judaisation des peuples cretiens”. Si trattava di un saggio sull’ineguaglianza delle razze umane a cui ha fatto riferimento la stessa ideologia nazista.

Per la precisione, il concilio Vaticano I si era occupato del “dogma dell’infallibilità del romano Pontefice”.

L’antisemitismo del Gougenot continuò a fomentare in Francia una corrente sotterranea d’odio, sempre pronta a definire con la parola “ebreo” quanto ci fosse in quel momento di più spregevole.

Ancora oggi negli stadi e nelle scritte murali è triste costume usare “ebreo” come epiteto dispregiativo.

In tale contesto di abbrutimento umano, quale fu il ruolo che svolse l’Inquisizione Spagnola?

Nel 1478, Isabella la Cattolica (!), dietro sua esplicita richiesta, ottenne da Papa Sisto IV una Bolla con cui veniva istituita una speciale “Inquisizione Spagnola”, che concedeva ai sovrani di Spagna la facoltà di eleggere inquisitori di “loro fiducia”, indipendenti dai vescovi e dai loro tribunali. Fu una delle pochissime volte in cui la Chiesa non operò “direttamente” contro gli Ebrei, ma per interposta persona. Si comportò, ben consapevole di quello che stava facendo, come quel Ponzio Pilato di triste memoria (di quanti Ponzio Pilato è lastricato il cammino dell’umanità!). Fu per la storia un’immane tragedia morale che i Papi abdicassero in tal modo alla loro autorità di dirigere (non certo bonariamente) uno “strumento infernale” quale fu l’Inquisizione.

Nel corso dei processi messi in atto dall’Inquisizione Spagnola, non erano previsti difensori, né accettate prove a discarico: sarebbe stato troppo rischioso. Alcuni “storici cattolici” sostengono (peraltro senza alcun pudore) la clemenza dell’Inquisizione adducendo la motivazione che essa si “limitava” alle torture per estorcere la confessione, mentre le sentenze di morte vere e proprie venivano inflitte da “terzi”. Di fatto la Chiesa obbligava il potere temporale (l’Inquisizione) a pronunciarsi in tal senso, pena la scomunica.

E poi si tacciano i Farisei di “falsità ed ipocrisia”!

Quanto sangue innocente nel nome della Chiesa!.

Già nel 1481-83 (quale sollecitudine!) fu inaugurato a Siviglia il primo tribunale dell’Inquisizione, che fu retto da Torquemada, il confessore di Isabella la Cattolica. E’ da rilevare anche che l’Inquisizione Spagnola era in gran parte controllata da frati Domenicani. Un ebreo, prima di passare sotto la “competenza” di tale Tribunale speciale, doveva essere, volente o nolente, prima battezzato. In tal modo l’Inquisizione spagnola ufficialmente non giudicava gli Ebrei in quanto tali, bensì gli “eretici” (quale mente sottile) che il popolo spregiativamente aveva già soprannominati “marranos” (porci).

Per analogia (con chi tira il sasso e nasconde la mano) viene richiamato alla mente anche l’accusa di “usura” affibbiata (indistintamente) agli Ebrei. Essi, di fatto, furono costretti a prestare il denaro, poiché questo era l’unico commercio permesso loro dalla Chiesa, e che la stessa, spesso e volentieri, vi faceva ricorso. Gli ebrei furono quindi “obbligati” a praticare solo prestiti economici, che gli antisemiti qualificarono ben presto come usura. Un’altra bella invenzione da parte dei “fomentatori d’odio” di mestiere.

L’Inquisizione seppe sbrigare il suo compito con tale accuratezza che, in un secolo di lavoro, distrusse la cultura ebraica nel mondo cristiano-occidentale.

I Domenicani, sempre molto solleciti in tal senso, adottarono un’altra misura oppressiva: l’obbligo per gli Ebrei di partecipare a pubbliche discussioni con preparati ebraicisti (!?) del loro ordine. Gli Israeliti detestavano questa imposizione poiché era loro impossibile avere l’ultima parola nelle “dispute” (facile combattere con una spada in mano, contro chi ha entrambe le mani legate dietro la schiena!). Ci viene tramandato che la più famosa di queste dispute si tenne a Barcellona nel 1263, fra Pablo Cristiani (convertito dall’ebraismo) ed il Rabbino Mosè ben Nachman.

Di questa disputa sono disponibili i resoconti sia cristiani sia ebraici, dai quali risulta evidente come il vincitore fosse il Rabbino.

Fu egli, per questo, premiato? Oziosa domanda! Egli fu obbligato a fuggire da Barcellona a Gerusalemme dove, tuttavia, potè spegnersi per morte naturale nel 1270 (come si suol dire, non tutti i mali vengono per nuocere). Fu, per il Rabbino, un vero regalo di Dio.

L’Inquisizione Spagnola fu un tribunale tramite il quale vennero perseguitati e bruciati sul rogo migliaia di eretici.

Il 30 marzo 1492 (l’anno stesso della scoperta dell’America: doveva terminare il medioevo e aprirsi un’era di civiltà!) Isabella e Ferdinando di Spagna decisero anche l’espulsione di tutti gli ebrei dal loro territorio. L’intera operazione doveva attuarsi nel giro di soli tre mesi. Gli ebrei così scacciati furono denominati “Sefarditi” (Spagnoli, appunto) e si sparsero per il mondo. Invece, gli ebrei cosiddetti “Ashkenaziti” (cioè, tedeschi) dovettero la loro dispersione forzata soprattutto a causa del nazismo.

Per la precisione, l’Inquisizione era attiva già dal XIII secolo. Il IV Concilio Laterano del 1215 l’aveva resa obbligatoria al fine di punire gli eretici. Nel 1229 Papa Gregorio IX decretò che ”E’ dovere di ogni cattolico perseguitare gli eretici (e gli ebrei erano considerati tali)”. Innocenzo IV nella Bolla “Ad extirpanda” legalizzò l’uso indiscriminato della tortura, e obbligò lo Stato ad eseguire la pena di morte entro cinque giorni dalla sentenza di eresia, sacrilegio, immoralità, mancato pagamento delle tasse al clero, e quant’altro.

La disumana efficienza della Chiesa (e chi per essa) è anche testimoniata dal fatto che oggi, tra le decine di migliaia di manoscritti dell’epoca, che riempiono le biblioteche d’Europa e d’America, esiste una sola copia medioevale completa del Talmud (Tradizioni).

Una annotazione a margine. In questi giorni (giugno 2005) si fa un gran parlare (giustamente!) di “sacrilegio” al Corano perpetrato dagli Americani nel carcere di Guantanamo. Che cosa si sarebbe dovuto dire, allora, delle Sinagoghe e dei Talmud bruciati in quei tempi?

Poiché tutto ciò non era sufficientemente efficace, per dare sfogo all’odio antisemita di cui si erano impregnate le genti cristiane, si studiò ogni mezzo per andare oltre.

Questa “esaltata acrimonia” nei confronti degli ebrei come persone (prima ancora che come appartenenti alla religione ebraica) fu continuamente rinfocolata in ogni modo (dalle prediche forzate alle sacre rappresentazioni, dalle sculture alle vetrate delle chiese raffiguranti sottolineature e riferimenti antigiudaici).

Riaffiorarono tutte le accuse vecchie, con l’aggiunta di quelle nuove. Ad esempio, in un batter d’occhio fu sparsa la diceria che gli ebrei avvelenerebbero i pozzi per procurare pestilenze. Ma la più in auge e terribile, causa di immani eccidi e pogroms (voce russa: distruzione), fu quella detta dell’”omicidio rituale”. .

Questa infame accusa poggiava la sua essenza su un “rilevante” (!) numero di prove da cui risultava che gli ebrei uccidevano dei ragazzi cristiani per scimmiottare la crocifissione e ottenere sangue cristiano per berlo o mischiarlo con qualunque alimento. Insomma, in questo modo si accusa nuovamente gli ebrei di aver ucciso Gesù Cristo e, come se ciò non bastasse, di “mangiarne” il corpo.

Orrendo l’abisso a cui può giungere la mente umana!

L’assurdità di questa “crudele invenzione” oltre che nell’essenza, è anche insita nel fatto che la Bibbia ebraica e il Talmud manifestano “orrore” (si, è proprio questo il termine giusto) per la contaminazione dei cibi (qualunque alimento) con il “sangue”. Anche nel Levitico (19,25-26) si può leggere “Io sono il Signore, Vostro Dio. Non mangiate nulla con il sangue”.

La prima accusa di omicidio rituale, risultata in seguito completamente falsa, risale addirittura al 1144. Fu pronunciata a Norwick (Gran Bretagna). Passò alla storia con il nome del “santo ragazzo William”. Anche se le autorità sia laiche che religiose non si lasciavano convincere facilmente di queste infamanti accuse, le confessioni dei “delitti” venivano allora estorte con la tortura. Sottoposto ad essa, un infelice essere umano può confessare tutto ciò che i suoi seviziatori vogliono. In breve questo tipo di accuse andò per la maggiore. Solo dopo che a Valreas, una cittadina nel territorio pontificio del Comtat Venaissin nella Francia meridionale, degli Ebrei furono torturati illegalmente su richiesta di due frati (sempre presenti in questi frangenti), e poi “arsi” sul rogo, il Papa Innocenzo IV intervenì. In una Bolla che inviò a tutti i Vescovi di Francia e Germania, che erano i paesi dove tali accuse venivano sollevate più di frequente, pubblicò il suo rifiuto a credere a simili accuse. Pure essendo questa la volontà di un Papa, la sua presa di posizione non valse a nulla. Ciò dà la misura del fanatismo di cui erano impregnate le masse cattoliche.

Gli Ebrei venivano coperti di abbiette calunnie solo al fine di poter avere un pretesto per assalirli e saccheggiare i loro beni.

E’ interessante rilevare come non solo il nazismo riesumò questa orrenda accusa, ma lo fece anche il regime fascista.

La “documentazione” degli assassini rituali fu tratta per il regime fascista in massima parte dalle riviste “l’Osservatore Cattolico” e “La Civiltà (?) Cattolica”.

Questi organi di stampa religiosi ebbero modo di distinguersi sempre quali fomentatori d’odio antisemita. Nulla importarono, evidentemente, gli eccidi spaventosi compiuti sotto il nome di “Auto da fè (atti di fede)”, Poco conto ebbe il fatto che nel 1553 vennero bruciati a Roma i Talmud e perseguitati gli Ebrei.

Per quanto concerne specificamente il periodico dei Gesuiti “La Civiltà Cattolica”, che tanto si è distinto nell’attizzare per lungo tempo l’odio antisemita, anche in tal caso non si deve mai fare “di un’erba un fascio”. Il Card. Agostino Bea, più volte richiamato, è stato anche egli un Gesuita, cui va, però, il “massimo rispetto”.

Con riferimento agli omicidi rituali, Il culto (nella cappella vicino alla Chiesa di S. Pietro a Monte Bondone, Trento) del “piccolo Simone” o Simonino, come era chiamato dal popolo, merita un richiamo specifico. Durante la settimana santa del 1475, il corpo di questo bambino di tre anni fu trovato in una roggia che scorreva sotto la Sinagoga della città. Lo stesso Vescovo di Trento fabbricò ad arte l’impostura. Della morte di Simonino furono accusati gli ebrei, e ciò provocò da una parte una vera e propria repressione con una serie di esecuzioni sommarie e, in parallelo, cominciò a svilupparsi una vera forma di venerazione nei confronti del bimbo, sfociata addirittura nella sua beatificazione.

A seguito di un’attenta revisione storica, resa pubblica solo nel 1964 (quasi cinque secoli dopo la calunnia!), fu riconosciuta l’innocenza degli Ebrei. L’anno seguente la Chiesa abolì ufficialmente il culto di S. Simonino.

Ciononostante, ancora oggi in pieno 2005, alcuni (fortunatamente non molti) rappresentanti della Chiesa cattolica non vogliono, pervicacemente, riconoscere la validità di questa smentita.

E c’è ancora qualcuno [4] che considera un’assurdità continuare a comportarsi oggi come se “mai esistesse la minaccia di un nuovo antisemitismo”.

Un’altra di queste infamanti imposture è altrettanto emblematica.

In provincia di Massa fu proposto al culto un certo S. Domenichino da Saragozza, della cui uccisione furono accusati, naturalmente, gli ebrei. Essi l’avrebbero fatto per conservarne il sangue in fiaschi da bere in occasione del Pesach, la Pasqua ebraica, come era loro consuetudine. Come se ciò non bastasse, oltre a portare all’onore degli altari Domenichino come martire, i Vescovi di Lucca e di Massa autorizzarono la diffusione di un libello nel quale si raccontava la storia del fatto e lo si additava all’attenzione dei fedeli.

Anche per questa falsità arrivò la smentita ufficiale. Ma fu solo a seguito di lunghe ed aspre battaglie combattute da personalità ebraiche, che si riuscì ad ottenere che detto culto venisse a cessare.

Anche questa volta i “revisionisti” non stettero molto a far sentire la loro voce.

Un caso ancora più eclatante di “resistenza” a voler riconoscere la verità riguarda S. Lorenzino da Marostica (Vicenza), della cui morte furono accusati sempre gli Ebrei. Per l’ennesima volta si giunse, ovviamente, a riconoscere in pieno la “montatura” dell’accusa di omicidio rituale. Vi fu, anche in tal caso, la smentita ufficiale.

Tuttavia, la cosa triste di quest’ultima vicenda è riconducibile al fatto che “influenti rappresentanti” della Chiesa cattolica continuano, ancora oggi, ad addossare con testardaggine agli Ebrei queste accuse, secondo loro mai smentite.

Ancora più preoccupante è il fatto che esiste un Documento, “condiviso” da numerosi “Monsignori!”, che protervamente “smentisce” le smentite ufficiali della Chiesa. Tale dichiarazione è impregnata di un livore antisemita inaudito. E siamo nel 2005! (1) .

(1) La ricerca può essere effettuata su internet indicando “Omicidio rituale. Ebrei- i vergini martiri

Il documento porta il titolo “Il Beato Lorenzino da Marostica, martirizzato due volte (!)” [15]. Esso non è datato, ma dalla sua lettura si può tuttavia evincere che è certamente collocabile posteriormente al1990. Il Documento termina testualmente con queste parole, “evidenziate in grassetto”.

 “O Dio, per il cui disprezzo gli empi giudei inflissero un genere di crudelissima morte all’innocente fanciullo e martire Lorenzino, concedi ai tuoi fedeli che venerano pienamente la Sua memoria in terra, di conseguire il frutto della Tua passione in cielo”.

Leggendo documenti come questo sembrerebbe che “non ci sia niente da sperare”.

Noi, invece, continuiamo ostinatamente a credere in una umanità migliore. Per ciò stesso si intende dare un pur minimo contributo per, quantomeno, attenuare il sentimento antisemita, “facendo” e non solo aspettando che la “manna ricada dal Cielo”.

Soffermiamoci ora su un’altra invenzione utile per portate altra acqua al mulino dello antigiudaismo.

Ci si riferisce al clamoroso falso “Protocolli dei Savi di Sion”, architettati in Russia nel 1920 dalla polizia segreta zarista. Ben presto esso divenne un formidabile strumento propagandistico antisemita.

Vi si affermava che un segreto “direttorio” mondiale ebraico avrebbe progettato il dominio degli Ebrei sul mondo facendo leva su idee democratiche radicali, socialiste e comuniste. I Protocolli furono smentiti clamorosamente come un falso già nel 1921 attraverso le rivelazioni del Times.

Nell’introduzione al libro “comic” di Will Eisner (“Il complotto”), Umberto Eco [16] rileva come ancora prima (fin dal 1868) della “grande menzogna dei Protocolli” circolavano scritti che ne anticipavano la stesura.

Nonostante ciò, la “leggenda nera” è ancora oggi ripresa in varie parti del mondo, e circola specialmente in Russia e nei paesi Arabi.

Non c’è quindi da meravigliarsi troppo se, fin dalla mattina del giorno successivo agli attacchi terroristici dell’11 settembre, circolavano in America voci in base alle quali il Mossad (la CIA israeliana) sarebbe stato a conoscenza in anticipo degli stessi, e avrebbe allertato tutti gli ebrei che lavoravano al World Trade Center. Tali dicerie furono poi rafforzate da una versione perfino più infamante, che indicava il Mossad e lo Stato d’Israele come mandante o, quantomeno, corresponsabile di quegli attacchi.

E arriviamo al tristemente noto “caso Dreyfus” (l’Affaire) in Francia.

Edoardo Drumont in un articolo del 3.11.1894 scriveva “Il caso del capitano Dreyfus, che provoca, anche all’estero, un’emozione così grande, non è che un episodio della storia ebraica: Giuda ha venduto il Dio di misericordia e amore…” [5]

Appare singolare il fatto che lo stesso “Affare Dreifus”, l’innocenza del quale fu dichiarata dalla massima corte d’Appello, la Chiesa (!) fu costretta a pagare cara la sua “ingerenza” nel caso Dreifus. Le Leggi del 1903, che la privavano delle sue proprietà e delle sue scuole, furono il diretto risultato del suo intervento drastico, e in perfetta mala fede, a sostegno di una causa dal netto sapore antisemita. Emile Zola (Parigi, 1840-1902) fu un testimone coraggioso a favore del capitano Dreifus, e si battè strenuamente contro i soprusi odiosi nei confronti degli Ebrei. Lo fece a scapito anche della propria vita, perché la sua presa di posizione contro l’antisemitismo gli procurò numerosi e influenti nemici.

Se si volesse ricercare qualche pur minima reazione contro il bieco sentimento antigiudaico in qualche enciclica papale, assai raramente si riuscirebbe trovare una esplicita, ancorchè blanda, condanna dello stesso.

La storia “contro gli Ebrei” continua.

Andiamo da un’altra parte dell’Europa. In Polonia nel 1648, durante i massacri di “Chmelnicki” in Polonia vengono uccisi circa 200.000 Ebrei.

E arriviamo al secolo appena trascorso quando, per assurde questioni di “razza” furono il nazismo e il fascismi vari a deportare e uccidere circa sei milioni di Ebrei nei campi di sterminio sparsi in varie parti di quell’Europa, di cui si vorrebbe richiamare la civiltà e le “irrinunciabili radici cristiane”.

Di fronte a tanto orrore, tuttavia non può né deve essere trascurato il fatto che sicuramente sono da mettere in risalto anche molti atti coraggiosi, perfino eroici da parte di cristiani che hanno salvato un gran numero di ebrei, pure a discapito della loro stessa vita. Non poche sono le storie dei vari Schindler, Palatucci, Perlasca e di quanti altri (chiedo scusa se non è possibile ricordarli tutti, tanti essi sono) che hanno dimostrato come dovrebbe esplicarsi la vera “bontà cristiana”. Queste “Persone” rimarranno per sempre nel cuore degli ebrei. Lo Stato d’Israele le onora con il massimo riconoscimento di “Giusti”. Peraltro, in quest’opera di protezione e di assistenza si distinsero meritoriamente anche varie istituzioni cattoliche. Esse, incoraggiate dalle stesse autorità ecclesiastiche, poterono salvare dalla deportazione centinaia di migliaia di ebrei.

Il rimprovero (ma, ci si chiede, se sia del tutto giusto rivolgerglielo) che si può fare a Papa Pio XII è quello di non aver preso una netta posizione “ufficiale” (ad esempio con un’Enciclica) nel condannare il Nazismo.

Una pacata analisi storica porta, tuttavia ad assolvere (parzialmente?) questo Pontefice dall’accusa di non “essersi interessato” adeguatamente dell’immane sciagura che si stava abbattendo sul Popolo ebraico. Ciò non risponde ad una completa verità.

Non è, tuttavia, obiettivo di questo lavoro dimostrare che Pio XII, sia pure “ufficiosamente” ma con fatti concreti, si schierò contro il nazismo e, per quanto umanamente possibile, operò anche a favore degli Ebrei. Per un approfondimento su questo tema di grande importanza, ma su cui c’è ancora molto da “scoprire”, si rimandano gli interessati a studi specializzati quali l’ottimo saggio di David G. Dalin [17]. Su Internet è possibile reperire il testo in italiano.

A puro titolo informativo si riportano testualmente alcuni spunti tratti da questo saggio.

Durante e dopo la guerra molti ebrei famosi- Albert Einstein, Golda Meir, Moshe Sharett, il Rabbino Isac Herzog e innumerevoli altri espressero pubblicamente la loro gratitudine a Pio XII.

In un articolo sul Time Magazine, Albert Einstein rese così omaggio a Pio XII “Solo la Chiesa sbarra pienamente il cammino alla campagna hitleriana per la soppressione della verità. Prima d’ora non ho avuto alcun interesse particolare per la Chiesa, ma ora sento un grande affetto e ammirazione per essa, perché solo la Chiesa ha avuto il coraggio e la perseveranza di schierarsi dalla parte della verità intellettuale e della libertà morale. Sono pertanto costretto ad ammettere che quanto una volta disprezzavo, ora lo apprezzo senza riserve” .

Nel 1938, quando Pacelli era il principale consigliere del suo predecessore, Pio XI fece la famosa dichiarazione a un gruppo di pellegrini belgi secondo cui “L’anti-semitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti”. E fu lo stesso Pacelli a stendere la bozza dell’enciclica di Pio XI “Mit brennender Sorge”, una condanna ufficiale della Germania fra le poche mai emesse dalla Santa sede.

Più di qualunque altro –ricordava Elio Toaff, un ebreo italiano che visse attraverso l’Olocausto e divenne in seguito Rabbino capo di Roma- noi abbiamo avuto modo di beneficiare della grande e caritatevole bontà e della magnanimità del rimpianto Pontefice (Pio XII), durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando ogni speranza sembrava essere morta per noi”.

Lo stesso Papa Giovanni Paolo II in un documento del 1998 ha difeso Pio XII dalle accuse di non aver preso adeguatamente le parti degli Ebrei.

Ancora una volta voglio mettere in evidenza che, chi scrive, mai ha inteso confondere il Cristianesimo, quale religione, con “quei” cristiani e quelle loro “istituzioni rappresentative” che si sono prodigati per secoli a denigrare l’ebraismo ed a perseguitare ed usare violenza contro il Popolo che questa religione professa.

Ancor meno ho mai pensato che sia giustificato “generalizzare”, addebitando a “tutti” i cristiani, indistintamente, le azioni nefande prese in considerazione.


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