I progressi: dal riconoscimento dei torti ai “Mea culpa”

Qualcosa comincia cambiare (Spes, ultima dea, dicevano i Romani). Affinché si giunga ad un “vero rispetto reciproco”, pur nelle diverse specificità delle religioni, ci vuole coraggio da “parte di tutti”. Assumiamolo, allora, e confrontiamoci da pari a pari. Sarà questo un bene sia per gli ebrei sia per i cristiani.

Quella appena tracciata è solo una rapida e sintetica panoramica delle nefandezze perpetrate contro il Popolo ebraico da seguaci del cristianesimo, in nome dello stesso.

Oggi, tuttavia, si possono scorgere dei piccoli barlumi di luce, che possono ispirare un certo, seppur cauto ottimismo: una tiepida speranza.

Dalla prima “Circolare papale” di Papa Benedetto XIV (Prospero Lambertini, 1675-1758), alla “Ecclesiam Suam” del 6.08.1964 di Paolo VI [18] (Giovanni Battista Montini, nato a Concesio, Brescia nel 1897 e morto nel 1978), soltanto Pio XI (Achille Ratti, 1857-1939) ebbe il coraggio di levare la sua autorevole voce contro il razzismo.

Egli si ribellò (pur con la massima cautela) al totalitarismo fascista con l’enciclica (dal greco: lettera circolare) Non abbiamo bisogno” del 29.06.1931 [19]. Per la verità, con la stessa fece le rimostranze contro la dura presa di posizione del partito fascista (usa spesso la parola persecuzione) nei confronti dell’Azione Cattolica. Purtuttavia, bisogna riconoscere che egli ebbe il coraggio di ammonire anche il nazismo con la successiva enciclica già richiamata “Mit brennender sorge” (Con ardente preoccupazione) [8] del 14.04.1937.

Ciò nonostante, anche nell’enciclica del 1937 si rileva una tragica inadeguatezza a dispetto della situazione che nella realtà si presentava, non tanto per quello che dice quanto per quello che tace. Imperdonabili sono, infatti, i suoi silenzi a riguardo delle persecuzioni legalmente sanzionate ed apertamente praticate contro gli Ebrei. Ciò che Papa Pio XI deplora sono soltanto le condizioni religiose, anzi, per la precisione, le condizioni religiose del cattolicesimo.

Purtuttavia è doveroso rilevare che, sebbene non lo abbia fatto nel modo dovuto tramite l’ufficialità dell’Enciclica, Pio XI seppe distinguersi notevolmente, nella sua opera meritoria contro l’antisemitismo, da tutti gli altri papi che lo precedettero. Si rivolgeva in tal modo ai Cattolici il 6.09.1938 nel suo discorso al Pellegrinaggio della Radio Cattolica Belga:

“L’antisemitismo non è compatibile col pensiero e con la realtà sublime che sono espressi su questo testo (si riferiva alla preghiera letta al momento più solenne della Messa, dopo la consacrazione). L’antisemitismo è un movimento antipatico (quale eufemismo!) al quale noi cristiani non possiamo avere alcuna parte. L’antisemitismo non è ammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti”.

Pio XI è stato, bisogna dargliene atto, un Papa coraggioso e animato da un profondo spirito cristiano.

La “svolta” epocale (che da tempo gli ebrei attendevano, ma nella quale non speravano più di tanto) nei confronti dell’Ebraismo si venne a concretizzare con l’opera indefessa portata avanti da due Papi, dei veri “Grandi” della Chiesa, sia per il loro indiscusso carisma, sia per la portata storica dei loro pontificati in relazione al riavvicinamento, che davvero si può definire “rivoluzionario”, tra la religione cattolica e quella ebraica. Ovviamente la loro grandezza non à determinata da un’unica, ma da numerose iniziative, tutte concretizzate.

Ma, come si suol dire, meglio tardi che mai!

Era ora che, dopo venti secoli di inumani sofferenze patite dal popolo ebraico, soprattutto indotte dall’antisemitismo di matrice cristiana, menti illuminate ne prendessero finalmente atto e, per quanto possibile, “iniziassero” a porvi un serio rimedio.

Queste due “forti e carismatiche personalità” portano i nomi di Papa Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli, nato a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo, il 25.11.1881, morto il 3.6.1963) e di Papa Giovanni Paolo II (Karol Jozef Wojtyla, nato a Wadowice, Polonia, il 18.05.1920, morto il 2.04.2005).

Due Uomini che possono tranquillamente essere definiti “geniali”.

Ci si potrà, forse, domandare se sia mai possibile concepire una genialità teologica. Ad avviso di chi scrive, indubbiamente sì. Il termine di “creatività o genialità”, troppe volte abusato o utilizzato impropriamente, racchiude in sé la “capacità di vedere” ciò che già “esiste” ed è sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno (tranne il genio, appunto) è capace di cogliere.

La mente superiore di Michelangelo, ad esempio, riusciva a “vedere” in un blocco amorfo di marmo, pesante varie tonnellate, dei capolavori. I suoi “Mosè e La Pietà” erano “già dentro il marmo”, ma solo un genio, quale appunto era Michelangelo, poteva “immaginarli” e, grazie all’estrema maestria delle sue mani, “estrarli” facendoli “vivere”. Michelangelo amava proprio dire che si era limitato a togliere “il superfluo”.

Giovanni XXIII fu il Papa che seppe “ideare ex novo” un radicale cambiamento della Chiesa cattolica nei confronti dell’Ebraismo, nonché tracciare la “nuova strada” che era necessario percorrere. Egli fu un pontefice coraggioso, estremamente volitivo, che seppe “andare al largo”, soprattutto insieme alle altre religioni.

Papa Giovanni Paolo II ha avuto la forza intellettuale e morale, nonché un notevole coraggio, per dare inizio e mettere in atto numerosi fatti concreti, riuscendovi mirabilmente grazie alla sua personalità indiscussa, alla tenacia, alla volontà di andare sempre avanti, pur tra le mille resistenze esercitate, anche da una non piccola parte della Curia stessa.

Sia Giovanni XXIII sia Giovanni Paolo II furono Pontefici che avevano capito e difeso il principio secondo il quale la riconciliazione con l’Ebraismo è alla base del cristianesimo stesso.

Giuseppe Roncalli, delegato apostolico in Turchia negli anni all’inizio della seconda guerra mondiale, non dovette aspettare di divenire Papa Giovanni XXIII per dimostrare tutta la traboccante umanità che da sempre permeava la sua persona. Quando egli fu messo al corrente della sorte (le camere a gas di Hitler) che incombeva su un gran numero di Ebrei il Delegato apostolico Roncalli procurò migliaia di certificati di battesimo per gli stessi, senza porre loro alcuna condizione, cosicché migliaia di infelici poterono essere salvati dai forni crematori. Questa iniziativa passò alla storia con la denominazione “Operazione battesimo” [20]. Va segnalato, a tal proposito, che il futuro Papa potè avere un valido, quanto inatteso (ma emblematico), aiuto nella delicata operazione addirittura dall’ambasciatore di Germania in Turchia, Franz von Pappen. Egli divenne amico del Card. Roncalli tanto che, in quel momento di estremo bisogno, gli procurò soldi, vestiti, cibo, medicine da destinare agli ebrei in pericolo.

Dal bene, fortunatamente, può discendere solo il bene. Lo stesso Von Pappen ebbe modo di raccontare che si salvò, nel processo di Norimberga, grazie proprio all’intervento in suo favore da parte del Cardinale Roncalli.

Questa è la dimostrazione più palese che le azioni di Papa Giovanni XXIII precedettero addirittura il suo “pensiero” universale.

Giuseppe Roncalli fu eletto Papa il 28.10.1958, succedendo a Pio XII (Eugenio Pacelli, nato a Roma il 1876 e morto il 1958).

Papa Giovanni XXIII sosteneva che “nella storia dell’umanità le guerre più pericolose sono sempre state quelle ideologiche, ed in particolare le guerre di religione. Nessuna altra guerra, infatti, suscita fanatismi tanto profondi, idealismi così male fondati, intolleranze assolute”. Come dargli torto? Per chi desiderasse approfondire questo elevato pensiero religioso, può farlo leggendo l’Enciclica “Pacem in terris” [21].

Dopo questo Documento pastorale, almeno per quel che riguarda la Chiesa Cattolica, dovrebbero essere bandite per sempre tanto eventuali crociate quanto altisonanti “Guerre sante”.

Giovanni XXIII riteneva che ogni essere umano ha il diritto “di onorare Iddio secondo il dettame della retta coscienza, e quindi il diritto al culto di Dio, pubblico e privato”. E’ anche questo un messaggio utile per un’opera di pacificazione tra le religioni.

Per iniziare ad inquadrare nel modo dovuto la figura straordinaria di questo Papa, appare quanto mai opportuno ricordare la “benedizione” che Giovanni XXIII impartì agli Ebrei che erano appena usciti dalla Sinagoga. Nessun pontefice del passato aveva mai “osato” tanto.

Veniamo dunque ai passi significativi compiuti da Papa Giuseppe Roncalli in ordine al “riavvicinamento” del cattolicesimo con l’ebraismo.

Tutto ebbe inizio, si può dire, quel venerdì Santo del 1959 quando Papa Giovanni XXIII, durante la liturgia solenne e senza alcun preavviso, diede ordine di “cancellare” dalla tristemente nota preghiera “Pro perfidis Judaeis”, che veniva recitata proprio in quel giorno, e riguardante appunto gli Ebrei, il penoso aggettivo che li qualificava “perfidi”. Eccone il testo.

Preghiamo anche per i perfidi giudei. Dio onnipotente ed eterno, che non scacci dalla tua misericordia neanche la perfidia giudaica, ascolta le nostre preci che ti rivolgiamo per l’accecamento di quel popolo, affinché, riconosca la verità della tua croce, che è il Cristo, sia sottratto alle sue tenebre.

Per sua esplicita volontà Papa Roncalli volle che essa fosse modificata in quello specifico punto.

Questo gesto commosse profondamente tutta l’opinione pubblica ebraica (piacevolmente meravigliata) suscitando, anche, molte speranze.

Qualche teologo cristiano adduceva (per addolcire la pillola, meglio dire il boccone) che il termine latino perfidus significa in realtà “non credente”, ma che veniva inteso sempre nell’accezione peggiorativa. Un qualunque vocabolario latino, e la lettura stessa della preghiera, sono in grado di smentire questa “scusante”.

E’ pur vero, però, che talvolta vengono tradotti (molto spesso in mala fede) in italiano termini latini, falsandone il significato originale.

Ad esempio “maledicere” non vuol dire maledire, bensì fare maldicenza, dire male di qualcuno. Il termine latino non ha, cioè, la stessa connotazione negativa di maledire.

La cancellazione di perfidis Judaeis dalla preghiera indusse Jules Isaac, insigne professore e studioso ebreo, direttore dell’Associazione “Amicizia ebraico-cristiana” a chiedere un’udienza a Giovanni XXIII. Essa gli venne accordata il 13.06.1960. In tale occasione, il Prof. Isaac consegnò al Pontefice un documento il cui contenuto si può in tal modo sintetizzare.

Nei rapporti con gli Ebrei viene tuttora promosso dalla Chiesa un disgustoso “insegnamento del disprezzo” che, nella sua essenza, è anticristiano.

E’ certo, per testimonianza diretta di Mons. Capovilla, segretario personale del Papa, che fu quello il giorno in cui Papa Giovanni XXIII decise che il Concilio Ecumenico Vaticano II dovesse occuparsi anche della questione ebraica e dell’antisemitismo.

E questo fu certamente, per l’Ebraismo, il capolavoro in assoluto di questo Pontefice in ordine al riavvicinamento tra le due religioni monoteiste.

Papa Giovanni XXIII aveva espresso la volontà di convocare un Concilio Ecumenico già il 20 gennaio 1959, durante un’udienza ordinaria concessa al Cardinale Tardini, suo Segretario di Stato.

Per quanto concerne specificamente la “storia” alquanto travagliata della Dichiarazione riguardante gli Ebrei (Punto 4) e facente parte della Dichiarazione “Nostra Aetate” si rimanda alla stessa, più avanti analizzata.

Il Concilio Vaticano II, iniziato sotto il pontificato di Giovanni XXIII, potè tuttavia arrivare a compimento solo con il suo successore, Papa Paolo VI (nato a Concesio-BS- nel 1897, morto a Castel Gandolfo nel 1978).

Alla morte di quest’ultimo Pontefice gli succedette Albino Luciani (nato a Canale d’Agordo-BL- il 17.10.1912 e morto il 28.09.1978), che prese il nome di Papa Giovanni Paolo I (in onore dei suoi due predecessori). Il suo pontificato fu brevissimo (di soli 33 giorni). Purtuttavia, Papa Luciani ebbe il tempo di dare anche egli un personale contributo positivo lungo il cammino di riconciliazione con l’ebraismo.

Sembra [4] che egli fosse deciso a spingersi ancora più lontano di quanto proposto dallo stesso Concilio Vaticano II. Avrebbe, infatti, detto ad un sacerdote suo amico.

“Ci sono voluti i campi di sterminio per ridestare la coscienza dell’umanità e dei cristiani verso gli ebrei. L’Olocausto è anche un fatto religioso. Gli ebrei sono stati uccisi anche per la loro religione. Il pensiero e l’atteggiamento della Chiesa sono profondamente cambiati nei confronti degli Ebrei. Noi dobbiamo illuminare i cristiani e spronare preti e vescovi a parlare chiaramente e apertamente. Noi cristiani abbiamo ancora molto da imparare dai fatti e dalla storia del popolo ebraico. Dobbiamo togliere al venerdì Santo il significato di memoria contro gli ebrei, che durò per quasi duemila anni (e lo rileva un Pontefice!). Papa Giovanni XXIII lo ha già fatto, ma occorre fare di più. Non dimentichiamo che queste due parole “Venerdì Santo” suonano ancora oggi nella mente dei vecchi ebrei, sparsi nel mondo, come un triste ricordo, a volte tragico, per i fatti che accadevano contro le loro comunità”.

Quale grandezza d’animo, quale insegnamento importante per molti cristiani.

Karol Wojtyla venne eletto Papa, assumendo il nome Giovanni Paolo II, il 16 ottobre 1978. E’ stato il primo papa non italiano negli ultimi 455 anni.

Si dimostrò subito un Pontefice iperattivo, sia per le idee sia per la loro concretizzazione.

Come giovane Vescovo egli aveva avuto modo di partecipare al Concilio Vaticano II dal primo all’ultimo giorno. Dal suo testamento olografo si è venuti a conoscere che Papa Giovanni Paolo II ha inteso affidare questo patrimonio (le risultanze del Concilio Vaticano II) a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Il Pontefice continua (sempre nel Testamento) dicendo di essere convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo è in grado di elargire.

Papa Wojtyla difese gli Ebrei in ogni occasione, sia quando era un semplice prete in Polonia sia durante tutti i 26 anni di pontificato.

Nel giugno del 1983 Giovanni Paolo II effettuò l’eloquente visita ad Auschwitz, il famigerato Campo di Sterminio che dista solo 30 chilometri da Wadowice, villaggio natale del Papa. Qui invocò il primo “mea culpa” a nome della Chiesa, facendola salire sul banco degli imputati essendo essa chiamata a rispondere, in primis, del silenzio sull’Olocausto. Denunciò l’antisemitismo come “peccato contro Dio e l’umanità”.

In un’Omelia del 1982, Papa Woytjla aveva affermato che “Auschwitz è il Golgota (luogo del teschio) del mondo”.

L’apertura verso l’Ebraismo fu tanto dirompente, quanto inaspettata. In tal senso si può definire, senza tema di smentita, Giovanni Paolo II come il Papa delle molteplici “prime volte”.

Proseguì con la sua storica visita al Tempio Maggiore di Roma, avvenuta Il 13 aprile 1986. Essa fu la “prima” di un papa dai tempi di Pietro: un viaggio lungo meno di quattro chilometri, ma distante quasi venti secoli. Fu accolto dal Capo Rabbino di Roma, il Prof. Elio Toaff. E’ rimasta famosa la frase pronunciata dal Pontefice rivolgendosi agli Ebrei presenti, meravigliati, ma pieni di gioia per l’evento eccezionale: “Siete i nostri fratelli prediletti e, in certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori”.

Questa visita suggellò anche una “fraterna”, sincera e duratura amicizia tra il Pontefice e il Capo Rabbino di Roma che, come si vedrà più avanti, sarà consegnata alla storia attraverso il “testamento” di Papa Wojtyla.

Nel 1987, il Papa invitò tutti i cristiani a sviluppare, insieme alla comunità ebraica, programmi educativi comuni per insegnare alle future generazioni che un orrore come l’Olocausto non dovrà mai più ripetersi. Parole sante, e valide ancora oggi, come ieri.

Questi eventi ebbero un forte impatto propulsore, tanto da produrre una serie di “ondate concentriche” con significative ripercussioni sociali.

Il 16 marzo 1998, Giovanni Paolo II ha fatto pubblicare il documento “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoà” [22].

Il 28 dicembre 1993 furono ufficialmente allacciate le relazioni diplomatiche tra il Vaticano (la Santa Sede) ed Israele, uno Stato di estrema importanza, nonché emblematico per tutti gli Ebrei del mondo. La Nazione ebraica nacque, infatti, soprattutto a seguito del senso di colpa (malauguratamente tardivo) che i paesi europei, e non solo, provarono dopo la Seconda Guerra mondiale per aver permesso (direttamente o per vile silenzio) la Shoà.

Una digressione a margine di questa tragedia. C’è chi [4] sostiene che

Vi è un avvenimento, il genocidio degli Ebrei durante la Seconda Guerra mondiale, che diventa col passare del tempo sempre più visibile incombente e “ingombrante”. (omissis) Il genocidio ebraico occupa, nell’immaginazione collettiva del mondo occidentale, uno spazio dominante (omissis). E’ diventato il peccato del mondo contro gli ebrei, una colpa incancellabile di cui ogni cristiano dovrebbe chiedere perdono quotidianamente, il nucleo centrale della storia del XX secolo”.

Insomma, della Shoà si è parlato anche troppo, e sarebbe ora di smetterla. Anche perché, continua l’Autore, il deicidio non è più materia di discussione nei rapporti tra le fedi, nessun vescovo, oggi, oserebbe ricorrere ad un argomento così iniquo e screditato.

Purtroppo, ancora oggi, troppi sono invece i fatti, tutti documentabili, che smentiscono in pieno questa asserzione.

E’ vero che ogni opinione deve essere, in linea di principio, accettata. Ciò che però, a chi legge, specie se è ebreo, dà un senso di fastidio è che l’Autore [4], ogniqualvolta cita la religione ebraica, lo fa in tono quasi denigratorio, o di pura sufficienza. Ecco qualche esempio.

Per un singolare rovesciamento della sorte l’israeliano è l’Uebermensch (il superuomo) del Vicino Oriente e il suo Stato tratta gli arabi al modo in cui l’impero zarista trattava i Polacchi (ma quando mai?).

Da Spinosa in poi l’ebreo più intelligente, originale e seducente è sempre, per certi aspetti, “marrano” (un’ambiguità imposta dal cattolicesimo. Una storia analoga all’accusa di “usura” da sempre rivolta agli ebrei).

Il vecchio patto tribale (quanto piace all’Autore questo aggettivo!) fra un Dio e il suo popolo è stato sostituito da una “nuova ed eterna Alleanza” fra Dio e l’umanità. Gli Ebrei, in questa prospettiva, sono una reliquia, un avanzo archeologico (quindi da eliminare, in quanto “controprova” perenne di usurpazione da parte del cristianesimo dell’intero retaggio della religione ebraica, nonché della “non verità” su cui, fin qui, si è basato il Credo cattolico).

Dopo essere stato genialmente “marrano”, l’intellettuale ebreo è stato tirato per il fondo del suo invisibile caffettano e si è visto costretto, nella migliore delle ipotesi, a manifestare comprensione (cita il Rabbino Toaff) per il catechismo fossile (!) di una delle più antiche, introverse religioni monoteiste mai praticate in Occidente (si riesce ad avvertite il “disgusto” con cui vengono fatte queste citazioni?).

La principale ambizione della maggior parte degli Ebrei della penisola (l’Italia dopo la Breccia di Porta Pia) fu quella di buttare alle ortiche il ghetto, il cibo kasher (?), le pratiche religiose (!), i tic mentali (!) e tribali della loro (degli Ebrei) tradizione e cultura religiosa. (Gli esclamativi sono miei).

Questa costante acrimonia nei confronti di tutto ciò che concerne l’ebraismo diviene ancora meno accettabile se si pensa che l’Autore sottolinea, già nella prefazione, il fatto di voler affrontare l’intero argomento (cioè, l’inutilità di continuare a “ricordare” l’Olocausto) “esclusivamente” sotto il punto di vista storico.

Proprio per tale motivo, allo scrivente pare che esternazioni di tipo teologico, oltrechè essere puramente soggettive (oltrechè razionalmente indimostrabili e, per ciò stesso, non accettabili come “verità assoluta”), nulla hanno a che spartire con un’analisi storica.

Se, dunque, non appare lecito tacciare l’Autore proprio di antisemitismo, un certo amaro in bocca rimane dopo aver letto il suo libro.

In conclusione, riflettendo tanto sul titolo dello stesso, quanto sul suo contenuto, torna immediato alla mente il detto che recita “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.

Vorrei solo chiedere all’Autore: “Nell’ipotesi che lei fosse stato uno dei pochi sopravvissuti all’Olocausto, avrebbe onestamente espresso sullo stesso i medesimi concetti?”.

Per coloro che desiderassero comunque approfondire questa interessante e, per molti versi, vitale problematica, è raccomandabile la lettura del libro di Sergio Minerbi (ex Ambasciatore d’Israele ad Abidjan e a Bruxelles) in risposta a S. Romano [23].

Ma torniamo a ciò che di “bene” la Chiesa cattolica in questi ultimi quaranta anni ha saputo fare.

Dopo avere allacciato le relazioni diplomatiche con lo Stato d’Israele, fece seguito un altro evento straordinario. Ci riferiamo all’iniziativa forse più singolare: l’apertura del Grande Giubileo1 del 2000 ed il pronunciamento, da parte di Papa Giovanni Paolo II, dei “Mea Culpa” (intesi come purificazione della memoria) per i peccati commessi in passato dalla Chiesa Cattolica, e non solo nei confronti degli ebrei.

Si trattò di uno di quegli avvenimenti che più incisivamente hanno caratterizzato il pontificato di Giovanni Paolo II. Si esplicò in un grande bagno di pentimento per tutti i mali compiuti in nome del cattolicesimo (inteso non certamente come “religione”, bensì riferito espressamente alle persone che, molto indegnamente, ebbero a rappresentarlo fin dal suo avvento).

Furono circa una ventina i temi toccati con la recitazione dei mea culpa. Tra questi, l’Inquisizione, le guerre di religione, le Crociate, la riabilitazione di Galileo, il razzismo nonchè, per quanto ci riguarda più da vicino, le colpe nei confronti del Popolo d’Israele.

Di fatto, fu questa un’iniziativa strettamente “personale” di Giovanni Paolo II, portata a termine nonostante i “molti pareri contrari” espressi da alcuni collaboratori, Cardinali, e teologi.

Appartengono infatti all’ufficialità gli aspri appunti rivolti a Papa Wojtyla dal Cardinale di Bologna, Giacomo Biffi, che si fece carico di illustrarglieli di persona, in un colloquio che ebbe con il Pontefice.

(1) (dall’ebraico yobhel, che significa “il (corno di) capro”, con il quale si annunciava la solennità religiosa celebrata ogni 50° anno) [33]

Trascorsero solo due domeniche dalla esternazione dei mea culpa, e quel gesto venne ripetuto in un modo del tutto particolare, e altamente significativo. La richiesta di perdono per le colpe dei cristiani nei confronti dei figli d’Israele, venne replicata durante il suo viaggio in Terra Santa (20-26.05.2000) nel luogo più sacro per questo popolo: il Muro Occidentale del Tempio di Gerusalemme. Il Papa pregò davanti allo stesso. Lesse il mea culpa, riportato su una lettera con inciso lo stemma pontificio in oro a sottolineare la rilevanza dell’atto. Poi, come i fedeli israeliti sono usi a fare, lasciò la lettera in una fenditura del Muro del Pianto (così è chiamato dagli Ebrei, a ricordo della distruzione del Tempio nel 70 d.C. da parte di Tito).

In questa occasione, il Pontefice si recò anche a visitare lo “Yad Vashem” (il monumento all’Olocausto). Fu un gesto che scosse e toccò profondamente i cuori di tutti gli Ebrei del mondo.

In occasione del centenario della Sinagoga di Roma (22.05.2004), il Pontefice inviò una lettera di auguri al nuovo Rabbino Capo Riccardo Di Segni (contenente anche un saluto particolare al Rabbino emerito Toaff). Nella stessa, il Papa ripercorreva il cammino fin allora fatto per il riavvicinamento tra le due religioni, e sottolineava (queste, testualmente, le parole del Papa) il fatto che

la Chiesa non ha esitato a deplorare le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca, ed in un atto di pentimento (teshuvà: in ebraico) essa ha chiesto perdono per le loro responsabilità in qualsiasi modo collegate con le piaghe dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo..”

Il 18.01.05, in occasione del quarantesimo anniversario della Dichiarazione Conciliare “Nostra Aetate”, ebbe luogo l’udienza privata concessa da Paolo Giovanni II a 160 Rabbini provenienti da tutto il mondo, e rappresentanti tutte le branche dell’Ebraismo moderno, Durante l’incontro, i Rabbini hanno recitato una preghiera speciale in onore del Pontefice, per sottolineare il fatto che egli aveva improntato tutto il suo pontificato alla lotta contro l’antisemitismo. Papa Wojtyla considerava lo stesso come contrapposto al vero spirito della cristianità.

Durante questo incontro il Rabbino Jack Bemporad, direttore del Center for Interreligious Understanding ha rilevato che “nella storia del mondo, gli ultimi 40 anni saranno visti come i più rivoluzionari e significativi in termini di progressi delle relazioni ebraico-cristiane”. Noi Rabbini venuti da tutto il mondo gli diciamo “grazie, grazie, grazie!”.

Come non ricordare anche gli “Incontri interreligiosi” volutamente promossi da Papa Wojtyla: un’altra delle tante sue visioni profetiche.

La prima, senza precedenti in assoluto, avvenne ad Assisi il 27.10.86.

L’ultima fu tenuta, sempre ad Assisi, il 24.10.2002.

Non è possibile terminare questa pur breve sintesi delle opere portate a compimento da Papa Wojtyla, senza accennare al suo “Testamento” che può ben essere ricordato come l’ultimo “regalo” fatto da questo Papa agli Ebrei, suoi fratelli maggiori.

Pur trattandosi di un “documento” molto sintetico, è ricolmo di “grazie a tutti”, oltrechè pervaso da sincero spirito di “bontà”.

Il fatto veramente singolare è che Giovanni Paolo II nel testamento richiama esplicitamente due sole persone: don Stanislao, e il Rabbino emerito di Roma Elio Toaff.

Se ne riportano le testuali parole.

“(omissis)….don Stanislao (Dziwisz, segretario del Papa fin dal lontano 1963. Era per il Pontefice come un figlio adottivo- N.d.r.) che ringrazio per la collaborazione e l’aiuto così prolungato negli anni e così comprensivo…”

(omissis)…..Come non ricordare anche tanti Fratelli cristiani-non cattolici! E il rabbino di Roma….”.

Karol Wojtyla ebbe modo di definire il Rabbino emerito di Roma Toaff un “uomo straordinario”.

Durante un’intervista fatta subito dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II, fu chiesto al Prof. Toaff quale fosse stato il suo primo pensiero, quando venne a sapere del contenuto del testamento. Questa la sua risposta: “Dopo la gratitudine, la curiosità di immaginare come la Curia valuti quest’atto eccezionale. A me ha fatto un’impressione immensa!”.

Nel Testamento olografo, Papa Giovanni Paolo II dichiara anche di considerare il testo contenuto nel Concilio Vaticano II un “pilastro” per i futuri nuovi rapporti tra la religione cattolica e quella ebraica. Possa esso servire (continuano così, non testualmente, le parole del Papa) alla costruzione, pure nella diversità tra gli uomini e le religioni, un futuro migliore e di maggiore giustizia.

Tanti ostacoli millenari, con l’azione di Giovanni Paolo II furono letteralmente spazzati via in breve tempo. Elio Toaff ha esplicitamente detto che gli Ebrei tutti devono a questo Papa (una Persona così, vive per sempre) una gratitudine eterna, e che ci si può sdebitare, per quanto egli ci ha regalato, solo con il ricordo e con la memoria, che è comunque e sempre qualcosa di estremamente importante.

La Dichiarazione “Nostra Aetate” [8].

La redazione di questo basilare documento fu avviata da Papa Giovanni XXIII e, come già ricordato. portata a termine sotto il pontificato di Paolo VI.

E’ veramente sorprendente dover constatare che un’idea tanto “rivoluzionaria”, e che avrebbe cambiato tante cose nella Chiesa, sia stata concepita proprio da un “prete” di antica fede cattolica come Angelo Roncalli, legato saldamente alle tradizioni dei padri, anche nelle sue manifestazioni più semplici.

Cerchiamo di esaminare, pur con la necessaria sinteticità, il non piccolo travaglio che la Chiesa Cattolica dovette superare (principalmente al suo proprio interno) prima di giungere alla definitiva formulazione del famoso paragrafo 4 (quello riguardante specificamente gli Ebrei) della Dichiarazione Nostra Aetate (Al nostro tempo) nell’ambito del Concilio Ecumenico Vaticano II.

In data 18.09.1960 il pontefice affidò al Card. Agostino Bea l’incarico riguardante le relazioni con l’Ebraismo, incarnato nel popolo eletto dell’Antico Testamento. Il Card. Bea fu il vero protagonista, non solo del documento sull’unità dei cristiani, ma anche e soprattutto della stesura del Capitolo 4 della Dichiarazione Nostra Aetate.

Ecco in estrema sintesi il lavoro immane che il Cardinale dovette affrontare, ed i numerosi scogli che dovette superare.

A seguito di questo “intoppo”, fu necessario un ulteriore intervento personale di Giovanni XXIII (concretizzatosi il 13.12.1962), affinché il problema venisse posto di nuovo all’ordine del giorno del Concilio Vaticano. Ciò nonostante anche nella seconda sessione dello stesso, che arrivò ad approvare i capitoli riguardanti l’unità dei cristiani (promulgati il 21.11.1962), i due riguardanti gli Ebrei e la libertà religiosa non vennero discussi “per mancanza di tempo”.

Le vere resistenze derivavano, oltre che da una forte opposizione da parte degli stati Arabi (con conseguente timore dei cristiani per ritorsioni nei loro confronti), anche da una “minoranza”, peraltro ben agguerrita e rappresentativa, che si trovava sia dentro sia al di fuori del Concilio. Essa si dava alacremente da fare divulgando scritti critici e tendenziosi, tanto sulla persona stessa del Card. Bea, quanto sullo “schema” da lui distribuito ai membri del Concilio e predisposto per la redazione definitiva.

Il testo venne fatto e rifatto in ben sette revisioni successive, e dibattuto nel corso di quattro lunghi anni.

Nel mese di marzo 1964, i membri del Concilio Vaticano pervennero all’approvazione del testo, che doveva essere quello definitivo della Dichiarazione sugli Ebrei.

Tuttavia, sulla scia delle precedenti pressioni, il Segretariato del Concilio aveva nel frattempo “rielaborato” il testo, sopprimendo del tutto la menzione specifica al “deicidio”. Sulla spinta e per volontà del nuovo pontefice Paolo VI si finì, ancora una volta, con il presentare ai Padri Conciliari, il 25 settembre 1964, uno Schema distinto di dichiarazione sulle religioni non cristiane, con particolare riferimento agli Ebrei. Di questa “presentazione” Paolo VI fa indiretto riferimento proprio nella sua Enciclica Ecclesiam suam [18].

Non fu questo, ancora una volta, un “arrivo”.

Dovette trascorrere infatti un intero anno, caratterizzato sempre da forti opposizioni da parte tanto degli Stati Arabi quanto della minoranza interna al Concilio, prima che si giungesse alla solenne promulgazione del testo, il 25 ottobre 1965. Esso fu “licenziato” con 1763 voti a favore e 250 contrari (un numero niente affatto trascurabile, per la verità!).

Anche dopo questo atto ufficiale, la minoranza contraria interna al Concilio non disarmò. Tantochè, il combattivo Card. Bea si vide costretto a rispondere puntualmente (si veda Civiltà Cattolica, 1965,IV, pp 209-229) [5] agli argomenti riportati negli scritti di Mons. Luigi Carli, Vescovo di Segni, riguardanti (che strana coincidenza!) la responsabilità collettiva del popolo Ebraico per la morte di Gesù (con tutti gli annessi e connessi ad essa legati).

La Dichiarazione Conciliare finale “Nostra Aetate”, benchè il suo contenuto iniziale fosse stato svigorito e reso piatto in confronto con le precedenti redazioni, rimane in ogni caso un testo di portata storica eccezionale [9].

In un articolo “Cristiani ed Ebrei, oggi, dopo 2000 anni” di A. Gargiulo [5] a commento della Dichiarazione in argomento si legge, alla fine, un’interessante annotazione. La riportiamo testualmente.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, del 1992, ha un vasto blocco relativo agli ebrei e all’Ebraismo, i paragrafi 500-574. Sintetizza e ordina il meglio dei documenti ufficiali di quanto affermato dal Concilio.

Agli “esperti”, forse, tutto questo sembrerà ovvio , e anche superato, a distanza di 32 anni (sto redigendo questo lavoro, e siamo già nel 2005!) dall’approvazione della Dichiarazione Conciliare. Ma è necessario fare conoscere a tutti e approfondire questo “punto di partenza”, che costò tanto lavoro e tante sofferenze al Cardinale Bea (aggiungo io: e tanto impegno “illuminato” da parte di Papa Giovanni XXIII).

Pertanto tutti abbiano cura affinché, tanto nell’istruzione catechistica e nella predicazione, quanto nei quotidiani colloqui, il Popolo ebraico non venga presentato come un popolo maledetto o reo di deicidio”.

Quanta saggezza è racchiusa in queste parole. Quanto cammino, però, rimane ancora da fare. E quanto “palpabile” è la difficoltà di superare nel breve termine le tenaci ideologie “pre-conciliari”. Basta, ad esempio, tenere conto che, ancora oggi in pieno 2005, non vi è stata la “riconciliazione” tra la Chiesa cattolica e la “Fraternità di San Pio X” fondata agli inizi degli anni 70 del secolo scorso da Monsignor Lefebvre. Egli fu un Vescovo scismatico che rigettò completamente quanto concluso dal Concilio Vaticano II. Per tale motivo fu sospeso a divinis da Paolo VI nel 1976 e scomunicato da Giovanni Paolo II nel 1988 per aver consacrato illegalmente quattro nuovi vescovi. Peraltro, la “Fraternità di San Pio X” non è affatto composta da “quattro gatti”, ma può contare su un notevole numero di adepti.

Appare quindi evidente che ancora molto ci sia da fare perché almeno una gran parte dei cattolici condividano le “risultanze conciliari”. Per tale motivo, questo studio vorrebbe contribuire, pur nel suo piccolo, a togliere qualche asperità dalla lunga strada che rimane ancora da percorrere in tal senso.

Siamo nel 2005, e bisogna a malincuore rilevare che per una parte dei cristiani sono ancora necessarie tali raccomandazioni.

Soltanto nel momento in cui queste salutari esortazioni si saranno trasformate da parole in fatti concreti, solo allora potremo dire di esserci incamminati sulla giusta strada. E’ nostro convincimento che soltanto con la buona volontà che sapranno dimostrare di avere quei Cattolici che riteniamo essere nostri sinceri fratelli, si potrà veramente raggiungere la chiarificazione in merito alla intera problematica in argomento.

Analizziamo, allora, più in dettaglio il contenuto del testo Nostra Aetate.

Viene innanzitutto affermato il vincolo spirituale che lega intrinsecamente la Chiesa cattolica agli Israeliti. Dopo aver riconosciuto il “grande patrimonio spirituale comune ai cristiani e agli ebrei”, essa ricorda anche che dal Popolo ebraico sono nati gli Apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, così come quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo. Il testo così prosegue (testualmente).

”E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo (Gv 19,6)1, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo. E se è vero che la Chiesa è il nuovo Popolo di Dio, gli ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura2. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della Parola di Dio non insegnino alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.

La Chiesa, inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo diretto contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque.

In realtà il Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto e sostiene, in virtù del suo grande amore, si è volontariamente3 sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza.

(1) Dei quattro Vangeli, solo quello di Giovanni, il più lontano dalla morte di Gesù, riporta esplicitamente l’incitamento da parte degli Ebrei ad una (interpretata) automaledizione.

(2) (3) (4) Nel Capitolo “Uccisione di Gesù” si dimostra che, quanto riportato nella Dichiarazione “Nostra Aetate”, emerge anche dalla lettura stessa dei Vangeli. Non si tratta quindi di una “concessione” fatta dalla Chiesa agli ebrei, ma semplicemente di un riconoscimento dovuto.

Come si può constatare, è stata abolita del tutto la frase che scagionava esplicitamente gli Ebrei dalla accusa specifica di “deicidio”. Emerge anche che, pur escludendo formalmente il “mito” della maledizione collettiva sul popolo ebraico, le autorità del tempo di Gesù insieme ai loro seguaci, sono ritenute tuttora colpevoli della morte(4) di Cristo. Questo non corrisponde a verità, come lo si rileverà in un prossimo capitolo dalla stessa lettura dei Vangeli.

In conclusione, la prima “condanna” esplicita dell’antisemitismo è stata sostituita da una più semplice e blanda “deplorazione” dello stesso. Evidente la differenza!.

Viene argomentato che la ragione per cui la parola deicidio fu cancellata dal testo primitivo, è da ricondursi al fatto che essa ha un “suono odioso” (quale eufemismo!). Questo è il motivo per cui termini quali deicidio, qualunque sia la lingua in cui essi siano tradotti, devono essere proscritti in ogni modo dal vocabolario cristiano.

Solo confrontando il testo finale della Dichiarazione Conciliare (comunque molto distante dal progetto originale di Papa Giovanni XXIII e dalla redazione del Card. Bea), con le cento e più Bolle papali emanate contro gli Ebrei, nonché con le decisioni prese dai Concili succedutisi tra il VI e il XIX secolo, è possibile valutare positivamente questo documento nella prospettiva della storia cristiana.

A mio avviso si può concludere questo capitolo con la consapevolezza che qualcosa di veramente “importante” sta verificandosi nei rapporti tra cristiani ed ebrei.

E’ un vero miracolo del Signore che, ad iniziare dal pontificato di Giovanni XXIII, Egli abbia saputo “illuminare” le scelte anche dei successori di questo grande Papa in ordine alla consapevolezza dell’utilità, anche per la Chiesa cattolica, del riavvicinamento tra le due religioni monoteistiche. Su questo specifico punto a me sembra più che opportuno riportare alcune riflessioni e pensieri (testuali) di Papa Woytjla. Credo che questo possa anche essere un modo per onorare la memoria di quel Pontefice [24].

…La verità non accetta alcun limite. E’ per tutti e per ciascuno.

…Esistono dunque le basi per un dialogo, per l’estensione dello spazio dell’unità, che deve andare di pari passo con il superamento delle divisioni, in grande misura conseguenza della convinzione del possesso esclusivo della verità (e lo riconosce un Papa!).

…Ciò che ci unisce è più grande di quanto ci divide.

…Il popolo di Dio, dell’Alleanza e della Nuova Alleanza vive nelle giovani generazioni e, sul finire del XX secolo, ha la stessa coscienza di Abramo, il quale seguì la voce di Dio che lo chiamava ad intraprendere il pellegrinaggio della fede.

…La forma di questo “non porre degli ostacoli” è certamente il dialogo cristiano-giudaico, che è portato avanti per conto della Chiesa dal Pontificio Consiglio per l‘unità dei Cristiani.

…Così dunque, invece di meravigliarci che la Provvidenza permetta una tanto grande varietà di religioni, ci si dovrebbe piuttosto stupire dei numerosi elementi comuni che in esse si riscontrano.

…Io invece cercherò di mostrare che cosa costituisce per queste religioni (le tante esistenti) il comune elemento fondamentale e la comune radice.

…Il mutuo rispetto è una condizione preliminare per un autentico ecumenismo.

…Non è possibile però dimenticare che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (Isaia 45,21).

…A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotare cioè di ragione e libera volontà e perciò investite di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione.

…All’uomo è dato di morire una volta sola, e poi il giudizio. (Quello di) Qualcuno che, della fine, sappia dire la verità sul bene e sul male degli atti umani e sappia premiare il bene e punire il male. (Questi è il) Dio di Abramo, di Mosè e pure di Cristo.


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