L’uccisione di Gesù Cristo

L’accusa di deicidio

Due “menzogne”, in particolare, sono la causa principale di tutte le persecuzioni che, da circa duemila anni, ha dovuto subire l’intero Popolo ebraico. Esse sono l’invenzione dell’uccisione di Gesù per “mano” dello stesso, e la maledizione divina che, a seguito della stessa, peserebbe “in eterno” sugli Ebrei.

L’uccisione di Gesù Cristo sottopone all’attenzione di tutti due distinte ma, nello stesso tempo, interconnesse tematiche. La prima riguarda la sua esecuzione come persona, la seconda è inerente all’”omicidio” di Cristo in quanto Dio (per i Cristiani).

Bisogna rilevare che, a tutt’oggi, quest’accusa infamante nei riguardi di tutto il Popolo ebraico è ancora lontana dall’essere rigettata in toto anche da una parte non piccola della stessa Curia, che non la condivide. E siamo ancora più lontani qualora si prenda in considerazione l’insegnamento sacerdotale a molti livelli e la presa di coscienza di gran parte dei cristiani che il deicidio è una falsità storica, prima ancora che teologica. Un discorso a parte meritano gli antisemiti veri e propri, gli “irriducibili”, come si suol dire.

In precedenza è stato approfondito quanto fino ad oggi la Chiesa cattolica ha fatto in ordine a questa problematica, soprattutto per quanto concerne un più corretto rapporto tra la religione ebraica e quella cristiana.

Tutto ciò premesso, sembra tuttavia sia maturo il tempo di ribadire, ancora una volta, dopo venti secoli di tribolazioni inumane, che è, sia storicamente sia giuridicamente, infondato accusare gli Ebrei per la morte di Gesù.

Addirittura “blasfemo” è incolparli di “deicidio”. Alla verità non si giunge comportandosi come fanno gli struzzi (anche se questa è un’altra credenza cui non corrisponde la verità), ma confrontandosi tra le persone.

La ricerca della “Verità” posta in relazione a questa questione, non ha nulla a che vedere con l’opporsi a quello che è il Credo della religione Cristiana. Non è assolutamente esso la causa delle “ingiustizie” perpetrate nei confronti di un intero Popolo, bensì gli uomini che (in perfetta mala fede) hanno travisato gli stessi insegnamenti di Gesù Cristo e tuttora, troppo spesso, continuano a farlo.

Se l’errore viene corretto ogni volta che viene scoperto, la strada degli errori è la strada della verità, asseriva acutamente Hans Reichembach (1891-1953), filosofo tedesco del neopositivismo.

Quando il cristiano giungerà a cogliere nella sua essenza questi concetti, egli inequivocabilmente si accorgerà di non dover addebitare alcunché agli Ebrei, né oggettivamente (a tutto il Popolo indistintamente), né soggettivamente (a coloro che hanno partecipato alla “richiesta di condanna” di Gesù, ma non l’hanno ucciso).

Il mito del popolo deicida non è solo una irragionevole credenza tramandata a milioni di fedeli della cristianità, ma ha costituito, per l’intero ebraismo, il pregiudizio che più di ogni altro gli ha procurato le più tremende sciagure. Ed in quanto tale è, ancora oggi, il più difficile da estirpare. Lo scrittore e poeta americano Richard Wright (1908-60) nel suo libro più conosciuto (che, ai suoi tempi, diventò un vero best seller) “Black boy” [25] racconta che “Tutti i negri del quartiere detestavano gli Ebrei, non perché ci sfruttavano, ma perché ci avevano insegnato a casa e a scuola che gli Ebrei erano gli “assassini” di Cristo”. E’ intuibile che, addossando ad un intero popolo una colpa così infamante, ognuno può arrogarsi la libertà di commettere ai danni dello stesso le più ignominiose azioni poichè, in ogni caso, esse saranno giustificate in relazione al sedicente delitto di deicidio.

Non c’è pertanto da meravigliarsi in alcun modo se dalla cristianità tedesca siano potuti sorgere i militanti più fanatici e crudeli dell’antisemitismo nazista: Hitler, Himmler, Eichmann, Hoess, ecc. Essi ripresero queste calunnie, le fecero proprie e le assunsero a “dogma”. Ne nacque il “male assoluto” intriso di sangue innocente, frutto del più profondo disprezzo, odio e violenza.

L’analisi che ci si accinge a sviluppare si propone di dimostrare, evitando ogni retorica e polemica con le religioni Cristiane, che l’addebito dell’uccisione di Gesù, fatto agli Ebrei quali appartenenti al Popolo che professa la religione Israelitica, è privo di alcun fondamento, da qualunque parte lo si voglia prendere i considerazione.

Affermare, poi, che ad essi sia imputabile il reato di “deicidio” è insostenibile, ancora prima che blasfemo.

Si intende motivare l’insussitenza di questa tremenda accusa che è stata la causa prima dell’antisemitismo bimillenario, e che, pure involontariamente, ha “dato copertura” all’olocausto di quasi l’intero Popolo Ebraico. Affinché l’analisi possa apparire la meno parziale possibile, si prenderanno a base dello studio gli stessi Vangeli [1] [26], pur se questi Testi Sacri non costituiscono dei documenti “storici”, nel senso letterale della parola.

Si è optato per una scelta così singolare, non tanto alla ricerca di un’originalità fine a se stessa, quanto per disporre di una solida “base teologica” condivisa soprattutto da coloro con i quali si intende intavolare un “pacato ma ragionevole” dialogo.

Al fine di, come si suol dire, “tagliare la testa al toro”, si intende confutare l’accusa di deicidio iniziando con lo smentire l’uccisione stessa di Gesù Cristo come “persona” da parte degli ebrei viventi al suo tempo in Gerusalemme.

Accusa di deicidio storicamente infondata

Si intende ricercare i veri colpevoli cui addebitare l’uccisione di Cristo basandosi sia su documentazioni storiche, sia sui testi Evangelici. Queste Sacre Scritture, come è peraltro riconosciuto da tutti gli esegeti (coloro che studiano e interpretano criticamente un testo) Cristiani, sono principalmente opere di catechesi (dal greco: istruzione a viva voce) che non si prefiggono in alcun modo l’esattezza storica.

C’è da chiedersi, in primo luogo, quali furono gli eventi che ebbero come epilogo la crocifissione di Cristo.

Per rispondere a questo quesito è necessario prima verificare che cosa rappresentasse il Sinedrio (dal greco: assemblea) di Gerusalemme ai tempi di Gesù, come esso fosse composto, quale era il suo ruolo e quali fossero i suoi reali poteri. Dopo ciò verranno analizzati questi cruciali eventi:

Seguiamo, passo per passo, sulla base del racconto dei Vangeli, le vicende storiche che portarono all’uccisione di Gesù.

Il Sinedrio e il suo ruolo

Ai tempi di Gesù, il Sinedrio, la cui precedente e successiva competenza è assai incerta, aveva ricevuto i suoi poteri, peraltro molto limitati, da Erode. Egli, appena conseguita la sovranità, ne aveva messo a morte la maggior parte dei membri, costituendone uno nuovo a lui più ligio. Valerio Grato (procuratore romano, 15-26 d.C.) ebbe difficoltà da principio a trovare un Sommo sacerdote con cui andare d’accordo giacchè, deposto subito Ariano, gli dette in quattro anni ben tre successori, di cui l’ultimo fu Giuseppe detto Caifas. Questi personaggi figurano, come è noto, nella Passione di Gesù (Ricciotti, storia d’Israele II, 381) [27]. .

Il Sinedrio ebraico era composto essenzialmente da sacerdoti, scribi e anziani. Esso costituiva la suprema assemblea amministrativa e giudiziaria ebraica.

La classe dei Sacerdoti (che comprendeva i leviti (1)) godeva di prestigio e potere. In particolare, il Sommo sacerdote aveva la rappresentanza legale del Sinedrio, che era riconosciuta anche dai Romani fino al 70 d.C. Egli era il ministro principale del culto del Tempio, il grande interprete della Torah (cioè: Legge), il giudice supremo e capo del Sinedrio. Il Tempio di Gerusalemme fu costruito da Re Davide ed edificato da suo figlio Salomone. Fu distrutto nel 596 dal babilonese Nabuccodonosor, e riedificato dal persiano Ciro il Grande nel 548 a.C. Fu definitivamente distrutto da Tito nel 70 d.C.

Gli Scribi erano considerati gli specialisti della Torah, dottori della Legge, maestri teologi. Non costituivano un raggruppamento politico-religioso. Potevano essere tanto farisei (2) quanto sadducei (3).

Esistevano molte altre sette o partiti in cui erano divisi gli ebrei di allora. Ad esempio, gli Zeloti, che costituivano un movimento ebraico estremista, derivante dal fariseismo del primo secolo a.C., che prediceva la rigida osservanza della Legge, il nazionalismo ebraico e la ribellione, anche armata, contro l’autorità romana.

Gli Anziani del popolo erano i capi dell’aristocrazia laica, una componente molto influente nel sinedrio. Erano in gran parte nobili culturalmente ellenizzati e politicamente filo-romani.

Verifichiamo, allora, quali fossero precisamente i poteri di questo Tribunale ebraico agli inizi dell’Era Volgare.

Il Sinedrio appare nelle fonti solo in epoca romana, ma è assai probabile che il Senato, fin dall’Età greca, fosse in sostanza lo stesso organo. Esso costituiva la suprema magistratura del luogo cui spettava, nella direzione degli affari pubblici e nell’amministrazione della giustizia, quei compiti che l’autorità romana non avocava a sé. Nel 57 a.C. il Procuratore Gabino divise il territorio Giudaico in cinque Distretti, ciascuno dei quali con un proprio Sinedrio, restringendo così la giurisdizione di quello specifico di Gerusalemme. Tuttavia, nel 47 a.C, Cesare ripristinò lo stato di cose preesistenti. Già da qui appare del tutto evidente la quasi completa dipendenza del Sinedrio dal potere romano. Come si è accennato, ai tempi di Gesù il Sommo sacerdote del Sinedrio era Caifa. Questi fu eletto dalle autorità romane dopo che le medesime avevano deposto Anna (suocero di Caifa), Sommo Sacerdote dal 6 al 15 d.C.

Ma quali erano, in concreto, i compiti e gli effettivi poteri assegnati al Sinedrio?

Dai documenti dell’epoca risulta che ad esso competeva l’amministrazione della giustizia, nonché la raccolta dei tributi per il Tempio e delle decime prescritte dalla Toràh. Peraltro il significato di Torah è più ampio, comprendendo essa un intero sistema di vita, che è divino nell’origine e umano nella disciplina.

E’ importante sottolineare il fatto che il Sinedrio non aveva alcun potere di emettere sentenze capitali (jus gladii). Esso aveva, sì, la facoltà di considerare meritevole di morte una persona facente parte della sua giurisdizione, ma non poteva emettere la sentenza, se la stessa non fosse stata ratificata dal Procuratore Romano (Ricciotti “Storia di Israele” (11,376) [27]. Ciò viene anche confermato dalla lettura dei Vangeli canonici. In Giovanni (18,31), ad esempio, viene riferito che quando Pilato disse agli ebrei “Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge” essi gli risposero “A noi non è lecito uccidere alcuno”.

E’ doveroso anche rilevare che il Sinedrio non era affatto un’espressione democratica dei rappresentanti del popolo, non essendo i suoi membri eletti direttamente dai cittadini. In ogni caso, vi facevano parte uomini il cui giudizio poteva avere certamente influenza sull’opinione pubblica. Questo Organo aveva anche facoltà di emanare ordini ma, per i motivi addotti, non poteva farlo a nome dei cittadini su cui aveva la giurisdizione. Ne consegue che, in nessun caso, potevano essere incolpati i cittadini per specifici atti deliberati e compiuti dal Sinedrio. Sarebbe come se, ai tempi di Gesù, si considerasse responsabile ogni appartenente all’Impero Romano per una decisione presa dal Senato di allora.

Nella sostanza, il Sinedrio costituiva una oligarchia fortemente conservatrice (sia sotto il profilo religioso sia, ancor più, sotto quello politico), oltrechè indissolubilmente legata all’autorità romana.

Tant’è vero che il Sommo Sacerdote non disponeva neppure degli ornamenti sacerdotali, tenuti sotto chiave dalla Guarnigione Romana nella Torre Antonia a Gerusalemme. Questa roccaforte faceva parte della muraglia che dominava il sagrato del Tempio distrutto nel 70 d.C.

Tanto nei Vangeli quanto negli Atti degli Apostoli si ritrovano ampiamente confermate queste testimonianze inerenti al Sinedrio. In definitiva, appare fin troppo evidente che al Sinedrio competevano poteri che si limitavano al solo ambito religioso e che, in ogni caso, non avessero alcun riflesso sull’ordine politico decretato dai Romani.

Tra l’altro, il Sinedrio doveva stare anche molto attento a non prendere decisioni che potessero contrastare in qualche modo con la volontà del popolo. Se esso ne avesse veramente rappresentato la democratica volontà, non ci sarebbe stato alcun motivo per cui questo Organo dovesse temere la reazione del popolo. Questo timore emerge da numerosi passaggi dei Vangeli.

Quando Gesù si rivolge ai Grandi Sacerdoti ed agli Scribi per sapere se il battesimo di Giovanni derivasse dal Cielo oppure dagli uomini, si legge che essi così riflettono “…Se poi diciamo: dagli uomini, temiamo la folla (Matteo 21,26 – Luca 22,6-Giov. 7,13). Se poi diremo: dagli uomini, tutto il popolo ci lapiderà (Luca 20,6)”.

Sempre i Vangeli riportano anche che quando i Grandi Sacerdoti e gli Anziani tennero consiglio per trovare il modo di potersi impadronire di Gesù, gli stessi raccomandarono “Non durante la festa, affinché non avvenga un tumulto nel popolo” (Matteo 26,5-Marco 14,2-Luca 20,19).

Inoltre, i Grandi Sacerdoti temevano fortemente l’autorità romana tanto che, riferendosi a Gesù, dicevano: ”Se noi lo lasciamo (fare) così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro posto (Gerusalemme) e la gente (Giovanni 11,48)

Questo per quanto riguarda i poteri e le funzioni del Sinedrio.

Davanti a Ponzio Pilato: interrogatorio e condanna

Analizziamo, a questo punto e più nello specifico, come si svolsero “realmente” i fatti e quali furono le colpe addossate a Gesù dal Sinedrio.

Quando nel 30 o 33 corse voce che Cristo, del quale erano noti i legami con gli Esseni (seguaci di una setta ebraica dell’era precristiana e praticanti forme di ascetismo. L’etimologia della parola è oscura), viene annunciato come il Messia, il clero di Gerusalemme insorge e lo vorrebbe condannato a morte per sovversione e bestemmia. Ecco che cosa dichiara il Sommo sacerdote Caifa in proposito: “E’ meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv 18,14). Quando pure il Grande Sacerdote Caifa chiese a Gesù se egli fosse il Figlio di Dio e ne ebbe avuto, indirettamente, la conferma, lo stesso si stracciò le vesti esclamando “Ha bestemmiato” (Mt 26,65). Anche in Giovanni (10,33) si può leggere che i Giudei dissero a Gesù che non l’avrebbero “lapidato” per una colpa comune, ma perché lui, che era uomo, si proclamava Dio. Erano anche meravigliati di ciò che Gesù andava dicendo, tanto che ebbero il coraggio di rinfacciargli il fatto che lui si proclamasse “testimone di se stesso” (Gv 8,12-20): un’asserzione niente affatto concepibile ai religiosi ebrei.

Anche da queste riferimenti si evince la gravità del pericolo che un comportamento come quello di Gesù faceva incombere sui fondamenti stessi della religione ebraica e quindi, indirettamente, sull’intero popolo (sottomesso, ricordiamolo, ai Romani).. .

Nel Vangelo di Giovanni (9,22) si legge che gli Ebrei avevano già stabilito che, se uno avesse riconosciuto Gesù come il Cristo (dal greco Christòs: unto) o il Messia, sarebbe stato espulso dalla Sinagoga (una condanna infamante per un ebreo vivente in Palestina).

Riprendiamo il racconto dei Vangeli, in relazione alle accuse imputate a Gesù, al suo interrogatorio ed alla conseguente pena.

Tutti e quattro i Vangeli riferiscono che Gesù, riconosciuto dal Sinedrio colpevole (sotto il profilo religioso) di sedizione, venne dallo stesso condotto dinanzi a Ponzio Pilato (che governò dal 27 al 36, e ricoprì la carica sia di Governatore sia di Comandante della Giurisdizione) affinché fosse lui a giudicarlo (Mt.27,12; Marco 15,1-Luca 23,1-2).

Il Vangelo di Giovanni (18,12) riporta che la coorte (romana), il tribuno (ufficiale romano) e le guardie dei Giudei presero Gesù, lo legarono e lo portarono davanti ad Anna, suocero di Caifa. Per la verità, non risulta, almeno dagli scritti storici, che i Giudei disponessero di proprie “guardie”.

Nel solo Vangelo di Luca si legge che anche Erode (Antipa, non “il Grande” della strage degli innocenti), al quale Pilato aveva inviato Gesù per avere un suo giudizio sullo stesso, lo schernì e gli fece indossare una veste bianca prima di rimandarlo a Pilato. Il Vangelo evidenzia che da quel giorno, Erode e Pilato, che prima erano nemici, divennero amici (Lc 23,11-12).

Giunto dinanzi a Pilato, egli si rivolge così a Gesù: “Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di crocefiggerti? (Giovanni 19,10)”. Di fronte al silenzio di Gesù, il Governatore insiste: “Tu sei il re dei Giudei?” Gli risponde Gesù “Tu lo dici” (Mt 27,11). Gesù, in tal modo, fa indirettamente capire a Pilato che egli non si reputa tale, né così lo considerano i suoi correligionari.

Viene sottolineato il concetto che sebbene fosse stato il Sinedrio (il Pubblico Ministero) ad accusare Gesù di sedizione (considerata, dai Romani, un delitto politico), solo a Pilato spettava giudicarlo ed emettere la sentenza (Matteo 27,13; Marco 15,4; Luca 23,1-2).

Dai Vangeli scaturisce anche che Pilato considerò Gesù non colpevole. Al che i Grandi sacerdoti gli ribatterono che se Cristo non fosse stato un malfattore, non glielo avrebbero consegnato (Gv 18, 31). Aggiunsero anche, a riprova di questa accusa, che Gesù sollevava il popolo dalla Galilea fino alla Giudea (Lc 23,5). In Giovanni (19,7) si legge, inoltre, che i Giudei fecero capire a Pilato che essi avevano una Legge secondo la quale meritava la pena di morte chi, come Gesù, si era proclamato Figlio di Dio. Non potendo, però, essi emettere la sentenza, per questo lo avevano consegnato a Pilato. Ecco il vero nocciolo della questione!

Prima che Pilato “se ne lavasse le mani” egli si rivolse ai Grandi Sacerdoti dicendo loro “Prendetelo e giudicatelo secondo la vostra legge”. Al che essi così gli risposero “A noi non è lecito uccidere alcuno (Giovanni 18,31)”.

Pur sapendo che i Grandi sacerdoti gli avevano consegnato l’accusato per odio, Pilato emise lo stesso la “sentenza di morte”, pure reputandolo innocente. (Mt 27,18). In Marco 15,15 si legge anche che “…(Pilato) rilasciò loro Barabba e consegnò Gesù perché, dopo averlo flagellato, fosse “crocifisso”.

Come si può evincere dal resoconto dei Vangeli, sotto il profilo della responsabilità la posizione di Pilato è enormemente più grave di quella dei Sacerdoti e della turba ebraica. Pilato ordina l’uccisione di Cristo pur ritenendolo innocente, mentre i sacerdoti chiedono la punizione di chi, invece, reputano pericolosamente colpevole di sovversione e bestemmia.

Né da queste Sacre scritture emerge che Pilato abbia poi mostrato pentimento, vergogna o disperazione, là dove quel Giuda, il cui nome è rimasto ancor oggi quale sinonimo di tradimento, gettò i trenta sicli nel Tempio e andò ad impiccarsi dicendo “Ho peccato tradendo il sangue innocente”.(Mt 27,4-27,31).

Chi dunque ha condannato Gesù è stato soltanto Pilato il quale, secondo il diritto già allora in vigore, della sentenza risponde legalmente, ancor prima che moralmente [28].

Va aggiunto anche che era prerogativa di Pilato, e non del Sinedrio, non solo emettere sentenze capitali ma anche consegnare, a chi di spettanza, il cadavere del giustiziato. In caso contrario non si capirebbe per quale motivo Giuseppe di Erimatea, discepolo di Cristo (che, oltre a tutto, era come Nicodemo un Fariseo, e non si era associato alla deliberazione del Sinedrio di incolpare Gesù di sedizione e di consegnarlo a Pilato [Lc 23,50-52]), dopo la sepoltura di Cristo in una grotta “…avrebbe avuto il coraggio di presentarsi davanti a Pilato (non quindi ai Sacerdoti) per chiedergli la restituzione del corpo di Gesù. (Pilato), accertato dal Centurione (non dagli Ebrei) che egli (Gesù) era morto, concesse il cadavere a Giuseppe dì Erimatea” (Mt 27,58- Mc 15,42-46).

Dopo avere emesso la sentenza e comminata la pena di morte tramite crocifissione, Pilato fece scrivere su un cartello posto in cima alla croce “Gesù Nazareno, re dei Giudei” (Gv. 19,19; Mt 27,37). Lo scritto era in ebraico, latino e greco (Gv. 19,20). Questa breve frase indicava quale fosse la reale motivazione della “sua” condanna, esplicitata con tale scritta (Mc. 15,26).

Che dire dunque di quest’”ultima ingiuria” a Gesù, che costituisce il motivo stesso della pena di morte comminata da Pilato (Mc 15,26)? La scritta I.N.R.I. è nota a tal punto che così (“l’ultima ingiuria”) viene definita in tutti i giochi di parole crociate. Essa è un acronimo delle parole in lingua latina “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorun”.

In definitiva, alla luce sia dei resoconti storici dell’epoca sia di quanto riportato proprio dai Vangeli emerge in tutta evidenza che è un autentico “falso storico” incolpare dell’uccisione di Gesù il Sinedrio e, ancor peggio, addebitare la stessa agli Ebrei allora viventi in Palestina, dai quali non dipendeva nemmeno l’elezione del Sinedrio. Quegli ebrei rappresentavano, tra l’altro, solo una minima parte degli israeliti già allora sparsi per il mondo (la cosiddetta diaspora precristiana).

Invece, si è sempre, in mala fede, voluto identificare una parte per la totalità.

Anche negli scritti del Card. Bea [10] si può leggere “E’ certo che fu un piccolo gruppo a volere la condanna di Gesù, neppure tutti i membri del Sinedrio. E la folla che lanciò il grido brutale ”Ricada il suo sangue su noi e sopra i nostri figli” (Mt 27,25) era stata manipolata, come si può espressamente leggere nel Vangelo di Marco (15,11) “Ma i capi dei sacerdoti istigarono la folla, perché rilasciasse loro piuttosto Barabba”.

E’ Pilato (quello stesso che Luca, in 13,1 accusa di aver versato già altre volte sangue di certi galilei, cioè Ebrei) che, emesso il verdetto, consegna Gesù nelle mani dei soldati romani.

Sono essi che lo preparano, gli fanno bere l’aceto ed infine lo crocifiggono (Marco 15,24; Luca 23,36; Giovanni 19,29).

In Marco (15,16-20) si legge che i soldati, convocata l’intera coorte, lo rivestirono di porpora e gli cinsero il capo con una corona di spine. Gli batterono il capo, gli sputarono addosso, lo schernirono.

Lo fecero, dunque, i romani (dominatori), “non” i Giudei.

Da quanto narrato dai Vangeli, scaturiscono alcune semplici riflessioni..

In primo luogo, se fossero stati gli Ebrei a voler la morte di Gesù, per quale motivo essi avrebbero apposto alla sommità della croce la scritta I.N.R.I., altamente offensiva per loro stessi?

A conferma di ciò, emerge che, proprio a tal proposito, dopo che Pilato aveva fatto apporre tale scritta sulla sommità della croce, i Sommi sacerdoti chiesero allo stesso Pilato di modificare la medesima nel modo seguente “Costui (Gesù) disse: sono il re dei Giudei”. Ma Pilato rispose loro “Ciò che ho scritto, ho scritto” (Gv 19,21-22).

E ancora. La vera colpa addebitata da Pilato a Gesù per la sua condanna a morte non fu, dunque, l’accusa di sovversione (come espressamente imputata dal Sinedrio) bensì il fatto di proclamarsi “Re dei Giudei”, poichè l’unico “re” riconosciuto dai Romani era Cesare.

Si può concludere che, “proprio” in base al contenuto dei Vangeli, l’uccisione di Gesù non può essere addebitata ai Giudei in generale, ma neppure agli Ebrei viventi allora in Gerusalemme. Eventualmente, sia pure in modo forzoso, “materialmente” ai Romani. Sono essi (nella persona del giudice Ponzio Pilato), che emisero la sentenza di morte, sono essi (i soldati romani) che la eseguirono

A rigore di logica appare giusto considerare i soldati quali semplici esecutori. Va tuttavia rilevato che, leggendo i Vangeli con mente sgombra da secolari pregiudizi anti-ebraici, si può constatare come essi non piccola parte ebbero nel rendere quanto più penoso possibile il Calvario di Cristo (accusa, invece, non addebitabile, proprio per quanto si evince dalla lettura di questi Testi sacri, alla folla di Ebrei che seguivano il condannato lungo la Via Crucis).

Via Crucis e crocifissione

Dopo la sentenza di morte emessa da Ponzio Pilato, così continua la narrazione evangelica…”Lo seguiva una grande moltitudine di gente (ebraica), di donne che si battevano il petto e si lamentavano per lui [Gesù] (Luca 23,27).

Sì, si legge proprio “lamentavano per lui”. Sarebbe questa la moltitudine ebraica che “voleva la sua morte”? Sarebbero questi gli ebrei che lo “avrebbero ucciso”?

Intanto i soldati romani (considerati i semplici esecutori) lo beffeggiarono e continuarono a tormentarlo anche lungo il Calvario, fino alla sua crocifissione.

 “(Gli stessi soldati) lo insultavano e si avvicinarono a lui per dargli dell’aceto e del vino misto con fiele” (Matteo 27,34). Dopo di ciò gli dissero “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (Lc. 23,37).

Come se ciò non bastasse, dopo che Gesù era già morto, uno dei soldati gli trafisse il petto con la lancia (Gv 19,34).

Eppure non si è mai sentito alcuno incolpare i “romani” dell’uccisione di Cristo, né mettere in risalto la crudeltà “gratuita” dai soldati dimostrata. Quale palese “mala fede”!

In nessun passo dei quattro Vangeli si legge mai che i Giudei mostrassero nei confronti di Gesù una tale “ferocia”!

Così continua il resoconto. Mentre il popolo se ne stava là “a guardare” (Luca 23,35). i soldati, crocifisso che ebbero Gesù (Giovanni 19,23) divisero le sue vesti tirando a sorte per sapere che cosa toccasse a ciascuno (Marco 15,24).

Dall’analisi obiettiva di tutto il racconto, appare più che plausibile mettere in risalto la mala fede (ultramillenaria) nel voler artatamente far ricadere la colpa dell’uccisione di Gesù sugli Ebrei di allora. Dalla lettura degli stessi Vangeli canonici emerge che si tratta di un giudizio storicamente falso e moralmente iniquo.

Erano sempre gli ebrei che venivano crocifissi, erano solo i romani che crocifiggevano.

Va infatti rilevato che la “crocifissione” costituiva una pena segnatamente romana e siriana. Se gli Ebrei di Gerusalemme, contemporanei di Cristo, avessero voluto (e soprattutto potuto) metterlo a morte, lo avrebbero sottoposto a “lapidazione”, giammai a crocifissione.

In definitiva, circa l’uccisione di Gesù sotto il punto di vista storico, vale a dire principalmente sulla base di quanto riportato dai Vangeli, risulta quanto segue.

Si può ancora sostenere che siano stati gli ebrei (di allora) ad uccidere Gesù?

A tal punto, se l’accusa dell’uccisione di Gesù Uomo, appare del tutto infondata sotto il punto di vista storico, sembrerebbe non esservi ragione alcuna per proseguire ad analizzare la stessa sotto il punto di vista giuridico.

Sarebbe, quanto meno, un evidente controsenso.

Per un approfondimento della delicata problematica in argomento, si propende, invece, per analizzare la “colpa” addossata al Popolo ebraico anche sotto il profilo giuridico.

E’ anche interessante rilevare come pure il Corano [29] smentisce l’uccisione di Gesù per mano degli Ebrei. Lo fa, indirettamente, in più punti. Lo fa, esplicitamente, ne “La Sura della famiglia di Imran” (III,55), e ne “La Sura delle donne”, dove in (IV,157-158) si legge testualmente che “..nè (i Giudei) I’uccisero, né lo (Gesù Cristo) crocifissero…”.

Accusa di deicidio giuridicamente inconsistente

Ancora prima di affrontare, anche dal punto di vista giuridico, l’infondatezza dell’accusa rivolta agli Ebrei per l’uccisione di Gesù Cristo in quanto “essere umano”, mi sia concessa una riflessione personale.

Appare veramente singolare che, nell’ambito di un “processo”, venga incolpato il Pubblico Ministero (vale a dire l’Accusa, nella fattispecie il Sinedrio) del verdetto emesso dal Giudice (nella persona di Ponzio Pilato).

Il libro di Salvatore Jona, eminente giurista Genovese, intitolato “Gli Ebrei non hanno ucciso Gesù” [28] spiega, con cognizione di causa oltrechè in modo esauriente e con linguaggio chiaro, l’infondatezza di tale accusa sotto il profilo giuridico. Chi scrive si limiterà, pertanto, a stralciare (testualmente) dall’opera in argomento soltanto le annotazioni che reputa più significative, rimandando alla sua lettura chi volesse documentarsi più a fondo.

Esaminiamo – dice l’Autore- (op. cit. pag. 26) il diritto romano e l’attuale. Entrambi esigono, per quanto attiene alla responsabilità penale, l’elemento intenzionale. Il delitto, scrive il (Giovanni. N.d.r.) Ronga[30] in “Elementi di diritto romano, II, 244” presuppone necessariamente il concorso di due elementi, materiale l’uno, intenzionale l’altro…. L’elemento intenzionale consiste nella volontà dell’agente a commettere il reato. Ciò caratterizza il “dolo”, in quanto è manifesta la volontà di effettuare un’azione contraria alla legge, se la volontà era diretta a produrre quella determinata lesione”. Più avanti (op. cit. pg. 27) si dice che “Nell’attuale nostro diritto derivante, come è noto, dal ceppo romano, è stabilito che nessuno può essere punito per un fatto, preveduto dalla Legge come delitto, se non l’ha commesso come dolo, cioè con intenzione (Codice Penale art. 42)”.

Ne consegue che, in base al Diritto Romano, così come per l’attuale, affinché possa sussistere il reato di deicidio occorre vi sia stata la coscienza tanto che il soggetto passivo (nella fattispecie, Gesù) fosse per gli Ebrei (in realtà per il Sinedrio) Dio, quanto la volontà di ucciderlo come tale.

Dalla lettura di tutti e quattro i Vangeli (sia i tre cosiddetti “sinottici”, sia quello di Giovanni) emerge “concordemente” (come si avrà modo di analizzare più avanti) che gli Ebrei non riconobbero Gesù come Dio. Sotto il profilo giuridico ciò rende quindi inconsistente l’accusa di “delitto” di deicidio.

E’ singolare che lo stesso Paolo [28] nato circa un secolo dopo Cristo, concordi con questa definizione giuridica di reato, dicendo ”Se lo schiavo morì dalle percosse, il padrone non potrà essere accusato di omicidio qualora non abbia concorso il suo dolo”. Tuttavia, secondo il punto di vista del Cristiano, che, pure accettasse la tesi in base alla quale gli Ebrei di Palestina non avrebbero riconosciuto il Signore in Gesù, rimarrebbe in piedi una colpa “soggettiva” dei Capi degli Israeliti di Gerusalemme viventi in quel tempo, vale a dire del Sinedrio. Illuminante è, a tal proposito, la lettura del libro “La colpa del popolo Ebraico per la morte di Cristo” di Ludwig von Hertling, per lunghi anni professore di Storia Ecclesiastica presso l’Università Gregoriana di Roma. E’ autore di fama, conosciuto per i suoi profondi e vagliati studi sull’antichità cristiana [31]. Secondo Hertling questa colpa soggettiva deve, in ogni caso, sempre riferirsi soltanto ai Capi degli Ebrei del tempo di Cristo, e non all’intero Popolo d’Israele di allora né, tantomeno, a quello dei giorni nostri.

Accettando come valide queste argomentazioni, ne consegue che pure per il Cristiano più aperto nei confronti dell’Ebraismo, rimane ancora da dimostrare quanto sia “errata” l’opinione secondo cui furono proprio gli Ebrei ad “uccidere” Gesù Cristo (si veda in proposito “Gli Ebrei” relazione letta dal Card. Agostino Bea dinanzi ai Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II -Firenze,1965) [10].

La dimostrazione di tale falsità è stata fatta al punto precedente.

A tale punto, prima di procedere oltre, appare opportuna un’ulteriore riflessione.

Che senso ha, ammesso (e, continuiamo a ripeterlo, non concesso) che agli Ebrei viventi in Palestina al tempo di Gesù fosse imputabile la sua uccisione come uomo, continuare ad addebitare tale “colpa” ai loro discendenti ancora 2000 anni dopo? Sarebbe come addossare le colpe del Nazismo a tutti i Tedeschi di allora, di adesso e delle generazioni future. Un’assurdità vera e propria!

Solo i Nazisti, in quanto tali, furono i veri colpevoli delle nefandezze perpetrate, anche se “innocenti” non furono certamente coloro che “fecero finta di niente”. Degni di ammirazione furono, invece, quei tedeschi che si ribellarono a quella barbarie combattendola, talvolta mettendo addirittura in pericolo la loro vita per salvare Ebrei.

Si è così visto che anche sotto l’aspetto giuridico non è giustificato considerare gli Ebrei, neppure quelli viventi all’inizio dell’Era Volgare, oggettivamente colpevoli di deicidio, per il semplice motivo che non riconobbero in Gesù l’identificazione con Dio Padre. Ha allora, ci si chiede, ragion d’essere valutare l’accusa di deicidio anche sotto l’aspetto teologico? Ad avviso di chi scrive, sì, dal momento che ancora oggi “troppi” sono i cristiani che continuano ad addossare a (parte degli) Ebrei, “di allora” di aver commesso il delitto.

Con riguardo poi agli antisemiti “inveterati e ciechi” ogni ragionamento viene, di per se stesso, rigettato.

A tal proposito, emblematico è un libello dal titolo “Deicidio, ecco chi sono gli uccisori di Gesù” pubblicato subito dopo la Dichiarazione Nostra Aetate del 1965. Nella sostanza in esso si confuta quanto sostenuto al punto 4 del documento Conciliare. In esso si asserisce che il Cattolicesimo sta sbagliando quando ammette che gli ebrei non hanno ucciso Cristo.

Noi, comunque, non demorderemo mai dall’evidenziare a tutti, e in ogni modo, gli errori compiuti in “mala fede”.

Se errare è umano, perseverare…

Accusa di deicidio teologicamente blasfema

Si è pertanto visto che agli Ebrei non può essere addebitata l’accusa di “deicidio” per il semplice motivo che né uccisero Gesù né riconobbero in Lui l’identificazione con Dio Padre. Ma allora, ci si chiede se abbia un senso valutare questa imputazione anche sotto il profilo strettamente teologico. Sembrerebbe di sì, dal momento che ancora oggi troppi sono i cristiani che continuano ad addossare agli Ebrei proprio un’accusa così infamante. Dimostrato, dunque, che gli ebrei di allora non hanno ucciso Gesù, proviamo lo stesso ad analizzare il significato intrinseco del termine “deicidio”.

Procediamo allora, sulla base di quanto contenuto nei Testi evangelici, a dimostrare l’infondatezza, anche sotto il profilo teologico, di tale accusa, prescindendo dal soggetto cui la si voglia addossare.

C’è da chiedersi, innanzitutto, se e come sia possibile “uccidere” Dio.

In primo luogo, si deve rilevare che questo stesso vocabolo racchiude in sé una contraddizione di termini, ancor prima di essere un controsenso in assoluto. Deicidio significa “uccisione di Dio”, il che non ha significato alcuno. Tutte le religioni monoteistiche, cristiane incluse, venerano il Signore dell’Universo che, tra i tanti attributi, ha quelli di Onnipotenza ed Eternità.

Ciò appurato, non si riesce allora concepire in alcun modo come sia stato possibile “uccidere” un Essere “fuori dal Tempo”, per il semplice motivo che lo stesso concetto di uccidere ingloba in sé e per sé il significato di “cessazione”, incompatibile con l’eternità stessa di Dio.

Ancora più stridente appare un’azione così estrema e brutale quando la si voglia concepire effettuata “contro” la volontà stessa di Dio Onnipotente.

Come è possibile “uccidere” Dio contro il Suo stesso volere?

Ciò premesso, si procederà lo stesso ad analizzare, serenamente e senza alcun spirito di rivalsa, quanto riportato nei quattro Vangeli. Si intende affrontare l’argomento senza la pretesa, irragionevole in sé e per sè, di esprimere pareri di sorta sul Dogma più importante della Religione cristiana. Infatti, secondo la stessa Gesù riunisce in sé, “ipostaticamente” (cioè, nella sostanza), il vero Dio ed il vero Uomo. Ciò significa che per Cristo, figlio di Dio, il cristiano esprime gli stessi concetti che per Cristo-uomo. Egli non dice “L’Uomo Gesù è morto in croce, bensì Dio è morto in croce per noi”. Ne consegue che per il Cristiano appare “dogmaticamente” corretto dire “Dio è stato ucciso”.

Tuttavia, essendo Dio “immortale”, non appare fuori luogo interrogarsi sul significato che possa assumere una tale affermazione.

Il Cattolico, che pure ammette non essere stato ucciso il Dio Padre, ritiene sia stata tuttavia tolta la vita al Figlio. A tal punto, se egli crede che essi siano ipostaticamente uniti tra loro, non si comprende come sia possibile disgiungere le “due” morti.

Si può ipotizzare allora che sia stata tolta la vita al “corpo” con cui Dio ha voluto manifestarsi sulla terra. Questa interpretazione, che non pare essere in contrasto con il Dogma della Trinità, può anche essere condivisibile, ed infatti ci proponiamo di analizzarla come tale.

Si ritiene che queste possano essere le premesse sufficienti per affrontare in dettaglio la problematica in argomento.

Innanzitutto, va dato atto che, già da tempo, molti eminenti rappresentanti della religione cattolica si sono prodigati per difendere gli Ebrei dalla tremenda accusa in argomento, adducendo a loro discolpa il fatto che essi non avevano realmente “compreso/accettato” la natura “divina/umana” di Gesù. Pertanto a carico del Sinedrio, che “aveva imputato” a Gesù la specifica colpa di sovversione, si potrebbe elevare l’accusa di assassinio di un innocente, giammai di deicidio.

D’altra parte è lo stesso Gesù che sulla croce pronuncia le parole “Padre, perdona loro, perchè non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Su questo specifico punto, però, leggendo attentamente i Vangeli si sarebbe tentati di chiedersi se di tale perdono, a Dio richiesto, siano destinatari gli Ebrei, o non piuttosto i soldati romani che lo ebbero preparato, insultato, crocifisso. Sono infatti essi (non gli ebrei) che, nell’invocazione di Gesù al Padre, “stanno facendo”. Questa sembrerebbe essere una versione certamente più plausibile.

Gli irriducibili antisemiti, insistendo pervicacemente nel voler “mantenere” in eterno le maledizioni che peserebbero sugli ebrei, si ritengono addirittura in grado di contrastare la stessa volontà espressa da Colui che essi venerano come vero Dio.

L’arroganza di volersi sostituire al Signore fino a farlo diventare una divinità faziosa, è una manifestazione di pura idolatria.

E’ ciò che, di fatto, fanno gli antisemiti. Insistono nella loro protervia, alimentata da un odio viscerale, cieco, virulento e, soprattutto, “fine a se stesso”, facendo leva sul fatto che non è sostenibile il rifiuto degli Ebrei nel credere in Gesù, soprattutto per il fatto che le sue affermazioni erano state così esplicite, poichè avvalorate dai tanti miracoli da lui compiuti.

Questo modo di ragionare non è per nulla coerente, per due semplici motivi.

Il primo è inerente al fatto che, ancor prima della nascita di Gesù, numerosi furono i profeti ebrei che produssero miracoli non certo meno portentosi dei suoi. Richiami a miracoli stupefacenti si ritrovano abbondantemente nell’Antico Testamento: Mosè, Aronne, I sacerdoti d’Egitto e molti altri. Per ciò solo, però, nessuno di loro fu mai considerato né il Messia né, ancor meno, il Signore fattosi uomo.

Negli stessi Vangeli si attribuiscono queste facoltà miracolose anche ad altri personaggi contemporanei di Cristo. In Marco (9,38) si legge che Giovanni, rivolgendosi a Gesù, racconta di aver visto un “tale” scacciare i demòni nel suo (di Cristo) nome. Anche un semplice anonimo sembrerebbe dunque in grado di produrre miracoli.

Ancora oggi i fedeli del Dalai Lama (leader spirituale di pace e non violenza. Viene anche egli chiamato con l’appellativo di “Sua Santità”) e dell’indiano Santhya Sai Baba (Maestro dell’Amore divino universale) credono che questi personaggi siano in grado di compiere prodigi.

C’è anche da chiedersi se i miracoli siano appannaggio esclusivo della religione cristiana.

Ci sono, infatti, anche molti racconti antichi che narrano di eventi straordinari e miracolosi. Apollonio di Tiana, Osiride, Dioniso e Adone, sono solo alcuni dei molti esempi di personaggi, non cristiani e di molto anteriori alla nascita di Gesù, cui furono attribuiti poteri miracolosi.

La seconda considerazione è da porsi in diretta relazione con il “credere nella Divinità”, che scaturisce solo da un “atto di fede” e non certamente a seguito di dimostrazioni scientifiche o razionali (quali?). E’ inoppugnabile il fatto che l’uomo, essere limitato ed imperfetto per antonomasia, non potrà mai darsi “spiegazione” (quale “parto” dell’intelletto umano) del trascendente.

Riprendiamo l’analisi dal perdono chiesto da Gesù al Padre, per coloro che “non sanno quel che fanno”. Ad ulteriore difesa degli Ebrei, molti teologi cristiani adducono l’impossibilità per un “Giudeo di quei tempi (di Gesù)” di assimilare il concetto di Figlio di Dio come unito, quindi identificabile, con il Padre. Infatti l’Ebreo, può richiamarsi, allora come ora, esclusivamente al concetto di Dio Unico, il solo congeniale con la religione ebraica e con il Vecchio Testamento. Pertanto, per un israelita, gli attributi di unicità ed unità del Signore contrastavano in modo stridente con la concezione di Gesù uomo e Dio Padre uniti nella stessa “Persona”.

Per amore di verità è però necessario aggiungere che tale “concezione” era impossibile da accettarsi da parte dell’Ebreo di allora, come lo è per quello dei giorni nostri. In caso contrario si dovrebbe ipotizzare che, se Cristo fosse nato nel ventesimo secolo, tutti gli Ebrei si sarebbero convertiti al Cristianesimo.

Ma è mai possibile che non ci si voglia tuttora rendere conto che il “credere” in un Essere Creatore di tutto, che il professare una religione piuttosto che un’altra è solo, e null’atro, che un “atto di fede”, e non il frutto dell’intelletto o del raziocinio? Solo la fede può unire l’uomo al Divino, non le sedicenti dimostrazioni (di che cosa?) né i miracoli vari; la fede intesa come dono di Dio, atto di unione spirituale tra l’essere mortale e quello Immortale.

Se il Cristiano reputa che la Bibbia, e quindi anche il Vecchio Testamento, sia un’emanazione del Divino, consegue che egli crede in un Creatore dell’Universo Immortale, Immanente, Onnipotente e, per ciò stesso, “Unico”. Ne dovrebbe conseguire che qualunque religione monoteistica non può che “rigettare” l’idea di un “Dio mio differente dal Tuo”. Ha qualche senso?

Gesù stesso ammoniva “E non chiamate nessuno sulla terra il vostro padre, perché uno solo è il vostro Padre, quello celeste” (Matteo 23,9).

Appare illuminante, a tal proposito, rilevare che già tra i filosofi greci i concetti di “unicità, immortalità, onnipotenza” del divino erano stati intuiti molto prima della nascita di Gesù Cristo. E’ vero che, essendo i Greci politeisti, questi concetti non potevano riferirsi al “Dio unico” delle religioni monoteistiche. Ciò non toglie che i predetti attributi, che “travalicano” quelli specifici dell’uomo “limitato”, fossero già stati colti nell’antichità.

Chi meglio fra tutti i filosofi greci presocratici ha tramandato fino a noi queste intuizioni è Senofane (la data di nascita è molto incerta: VI – V secolo a.C.) [32].

Per quanto concerne l’attributo di Unicità non cercheremo di porre minimamente in dubbio la veridicità del dogma cristiano “Padre, Figliolo e Spirito Santo” uniti ipostaticamente: la Trinità nell’Unità. Rileveremo solo che, pure avendo fede in tale “Unione”, neppure il cristiano può negare l’esistenza di un Dio Unico, Signore di ogni cosa, Padre di tutti gli esseri viventi, uomo compreso. Egli è il solo Creatore inteso nel vero significato della parola. Potrà sussistere una differente concezione del Divino, ma il Signore è, sempre è stato e sempre sarà, Unico per gli Ebrei che lo avvertono solo in modo differente dai Cristiani e dai Musulmani, tutti monoteisti. Cambierà il modo di percepirlo, raffigurarlo (ciò che, oltre a tutto, all’Ebreo non è permesso), o “interpretarlo”, ma Egli sarà sempre lo stesso. Differente potrà essere la percezione del Divino, ma per ciò solo non potrà essere intaccata la Sua Essenza.

Il fatto che un animale “veda” spesso un oggetto in maniera alquanto differente dall’uomo, non significa in alcun modo che l’oggetto sia pure esso diverso.

Un altro attributo, non certo inferiore per importanza, è l’immutabilità del Signore, Essere fuori dal tempo, simbolo della Perfezione. L’uomo, proprio per la sua natura imperfetta, muta sovente opinione, alla ricerca di ciò che si identifica nella Verità assoluta ma che, tuttavia, non gli è per nulla congeniale. In questo suo peregrinare, l’uomo è guidato solo dalla fede, che rappresenta la strada maestra indicatagli dal Signore. Solo Dio, dunque, quale essere Perfetto e fuori del tempo, è conoscitore di ciò che è in Lui stesso. Avendo egli per mezzo dei Suoi insegnamenti, contenuti nel Vecchio Testamento, indicato al Popolo d’Israele la via da seguire per “tendere” verso la conoscenza della verità, non è concepibile pensare che, ad un certo momento, il Signore abbia voluto mutare la Sua considerazione nei confronti del Popolo ebraico. In caso contrario verrebbero meno i Suoi attributi di immutabilità e perfezione.

E’ questo un punto fondamentale su cui ha convenuto anche il Concilio Vaticano II.

Dalla nascita dell’Ebraismo come religione monoteistica, fino ai giorni nostri, i suoi seguaci hanno cercato, sia pure con i limiti insiti nella stessa natura umana, di rimanere fedeli ai comandamenti impartiti da Dio e divulgarli loro stessi (ecco il vero significato di “eletto” rivolto al Popolo ebraico), a tutta l’umanità.

Tuttavia la religione ebraica non è dedita al proselitismo, a dimostrazione anche del fatto che rispetta ogni altra fede per quello che essa è in sé e per sè.

Per ciò stesso si può sostenere una volta di più che l’Ebreo mai si è allontanato dal Signore, che i Cattolici venerano come Dio Padre.

Perché allora, viene spontaneo chiedersi, secondo la credenza di comodo, ma assai “cara” agli antisemiti, il Popolo ebraico dovrebbe essere stato maledetto da Dio? Si rimanda, al proposito, a quanto già riportato in relazione al contenuto della Dichiarazione Conciliare “Nostra Aetate” e alle esternazioni pubbliche di Papa Giovanni Paolo II.

Per i credenti monoteistici Dio è l’Onnipotente. Nulla sfugge al suo potere, e nulla può essere compiuto senza il Suo volere. A chi gli chiedeva “Chi dunque può salvarsi?” Gesù così rispondeva “Quello che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio”. (Matteo 19,26; Luca 18,27; Marco 10,27)”. Per Gesù stesso il Padre è l’Onnipotente, la “pura Potenza” (Matteo 26,64).

Ciò non esclude affatto che l’uomo sia dotato di libero arbitrio. In caso contrario egli non sarebbe stato creato sulla terra ad immagine di Dio. Sarebbe una semplice marionetta nelle Sue mani, incapace di distinguere il bene dal male e di comportarsi, di conseguenza, in modo coerente.

Tutto è pertanto fatto solo se da Dio voluto. Egli, dunque, è il solo Giudice Supremo delle nostre azioni terrene. Se il Signore ha creato tutto ed è Tutto, nulla può esistere al di fuori di Lui. Anche quello che per noi, esseri mortali, è considerato male (malattie, catastrofi, terremoti,ecc) non può essere altro che imperscrutabile opera divina, o (e questa è forse la causa principale di “tutti” i mali) la conseguenza dell’insulto che l’uomo stesso fa di continuo all’ambiente in cui vive, e della “crudeltà” che, troppo spesso, dimostra verso i suoi “simili” (i cosiddetti “nemici”). Non è neppure pensabile che le immani sofferenze che da questi “mali” scaturiscono (guerre, assassini, genocidi ecc.) siano il prodotto di un “Male”, inteso quale antagonista di Dio. Come è possibile immaginare un nemico di Dio che avrebbe la presunzione di potersi misurare con Lui. Non è invece difficile constatare come l’essenza del “male” vada ricondotta alla stessa natura dell’uomo, vale a dire ai comportamenti riprovevoli degli uni verso gli altri.

L’uomo è l’animale più crudele dell’universo, è l’unica creatura vivente che uccide per il solo gusto di uccidere.

Essendo noi pur sempre esseri imperfetti, non immedesimabili neppure lontanamente a Dio, appare di conseguenza irrazionale tentare di darsi una spiegazione dei motivi per cui certi fenomeni a noi funesti possano essere ricondotti alla volontà di Dio.

Con questa articolata parentesi si è cercato di mettere in evidenza un punto fermo: nulla può accadere contro la volontà del Signore. Da ciò discende che la morte di Gesù Cristo, attuata per mano degli “uomini” (i romani) era predestinata e, in quanto tale, non “dipendente” dalla loro volontà.

Proseguiamo, dunque, nella lettura dei Vangeli.

Le profezie di Gesù, tramandateci attraverso gli stessi, dovrebbero indurre il Cristiano a riflettere attentamente e con mente sgombra da pregiudizi su false “interpretazioni”, fatte ad arte solo per fomentare l’odio antisemita.

Gesù preannunciava che “il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini, l’uccideranno …”.(Mc 9,31; Lc 9,44; Mt 20,17-19)…”(I Grandi Sacerdoti e gli scribi) lo consegneranno ai Gentili… (questi) lo (Gesù) scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flaggereranno e lo faranno morire” (Marco 10,33-34; Luca 18,32-33)” “Ecco, il Figlio dell’uomo stà per essere dato nelle mani dei “peccatori” (Marco 14,41; Luca 24,7) Ed ancora “… la mia “carne” è (sacrificata) per la vita del mondo” (Giovanni 6,51). Questi passi del Vangeli sollecitano più di una riflessione.

Innanzitutto, appare manifesto che, nemmeno nelle sue profezie, Gesù accusò mai della sua futura morte (della carne) gli Ebrei. Profetizzava invece che sarebbe stato ucciso dagli “uomini”, dai “gentili” (derivazione dal latino gens- gente. Nel senso di straniero). e che il suo corpo (la mia carne) sarebbe stato immolato per i “peccatori”.

Queste sono parole di Cristo, riportate dai Vangeli.

Ma soprattutto, da una più attenta analisi dei Testi sacri, si può dedurre come questa morte appaia inevitabile, in quanto voluta anticipatamente, “predestinata” poiché, proprio secondo il Credo Cristiano, prestabilita dal Padre per la salvezza dell’umanità (Per la vita del mondo, come si è visto, non per la “dannazione” degli Ebrei!)

Quindi il Cristiano, primo fra tutti, dovrebbe comunque convenire che nell’uccisione di Gesù gli uomini (nella fattispecie i “romani”, non i Giudei) furono soltanto lo “strumento” di una Volontà Superiore, scelto per adempiere un disegno assolutamente “incontrastabile” da parte di comuni esseri mortali. In quanto “predestinati”, anche agli stessi esecutori materiali (lo “strumento” divino), tuttavia, non può essere addebitata alcuna colpa, non avendo essi commesso il reato “consapevolmente”, per propria scelta.

Si può dunque convenire che Dio abbia voluto manifestarsi “visivamente” agli uomini per mezzo di Cristo. Pertanto, chi ha ucciso Gesù avrebbe, “eventualmente”, cancellato l’immagine di Dio sulla Terra, vale a dire un Suo modo di manifestarsi agli uomini (a Mosè si palesò con “la voce”). Conseguentemente, anche secondo il Credo Cattolico, non appare neppure corretto asserire che gli Ebrei, a seguito della morte di Gesù non credettero più in Dio. Si dovrebbe, eventualmente, arguire che essi non individuarono in Cristo l’immagine di Dio sulla terra. Non è affatto la stessa cosa!

E veniamo ad esaminare il motivo per cui non tutti gli ebrei (di allora) credettero nel messaggio di Cristo e, di conseguenza, non lo riconobbero come Figlio di Dio.

A chi gli chiedeva “Tu sei il Cristo (l’Unto, il Messia)?” Gesù ordinava di non dire nulla di lui ad alcuno (Mt 16,20; Mc 8,29-30; Lc 4,41).

Gli stessi suoi discepoli manifestarono più volte i loro dubbi su quanto Gesù andava dicendo. Egli, rivolto a coloro che erano venuti per catturarlo, disse che tutto era accaduto affinché si adempissero le Scritture dei Profeti. Al che tutti i discepoli, abbandonatolo, si diedero alla fuga” (Mt 55,56 ; Gv 6,66).

Non sembra essere questo il comportamento più corretto di “chi” crede in qualcuno.

E che dire del rinnegamento di Pietro, quello stesso che ha edificato la Chiesa cattolica? Gesù l’aveva predetto che, prima che il gallo avesse cantato (cioè prima dell’alba), Pietro lo avrebbe rinnegato per ben tre volte. E così accadde: egli negò davanti a tutti che lui fosse stato in compagnia di Gesù il Galileo (Mt 26,70; Mc 14,68; Lc 22,57; Gv 18,25).

Dunque, non fu solo una parte degli ebrei viventi in Palestina a non credere in quando andava professando Gesù. Ebbero modo di farlo anche, e non una sola volta, i suoi stessi discepoli, e addirittura Pietro.

Proseguendo sempre nella lettura del Vangelo di Giovanni (14,28), ascoltiamo Gesù pronunciare queste parole, rivolgendosi agli postoli “Se mi amaste, godreste che vado al Padre, perché il Padre è maggiore di me”. Per quanto concerneva poi l’era messianica ed il giudizio Universale, Gesù medesimo così profetizzava “Quanto poi a quel giorno ed a quell’ora, nessuno ne sa niente, né gli Angeli dei Cieli, né il Figlio, ma solo il Padre” (Matteo 24,36; Marco 13,32). Riflettendo su queste asserzioni fatte dallo stesso Gesù, è facile comprendere il motivo per cui non tutti gli Ebrei allora residenti in Palestina intravidero in lui il Signore, rivelatosi nel Vecchio Testamento come il Dio Unico.

Reputiamo possa considerarsi vero cristiano colui che mette in pratica ciò che gli è stato comandato da chi, egli stesso, venera come Dio in Terra, non solo chi ritiene di aver spalancate le porte del paradiso, per il semplice fatto di essere “cristiano”.

Peraltro, lo stesso Gesù aveva manifestato il suo scetticismo sul fatto che il suo messaggio potesse essere facilmente accolto fra il “suo” popolo. Insegnando nella sinagoga, si rivolgeva ai presenti dicendo loro “Un profeta non è privo di onore, se non nella sua patria e nella sua casa” (Mt 13,57). Lo disse, ovviamente, in aramaico (lingua biblica semitica della Siria), ma da queste parole scaturì il celeberrimo detto latino “Nemo profeta in patria”. Con esso si intende evidenziare, come è noto, la difficoltà di accettare la “grandezza” (in qualunque modo essa si manifesti) di una persona da parte della collettività cui la stessa appartiene.

Inoltre, del fatto che non tutti gli ebrei di Gerusalemme (tantomeno, quindi, quelli viventi in Palestina) avessero avuto modo di conoscere Gesù, è testimonianza quanto riportato anche dai Vangeli (Mc 14,44; Lc 22,48). Si racconta che quando Giuda Iscariota giunse con la turba per catturare Gesù, affinché fosse presa la persona “giusta”, fu convenuto che Giuda l’avrebbe “baciata”. Ciò dimostra, a parere di chi scrive, che Gesù non era poi così conosciuto se fu necessario un segnale particolare (il bacio) per indicarlo alla turba.

Tra l’altro, va sottolineato che l’ebraismo non è la sola religione che (a tutt’oggi) non riconosce in Gesù il Dio Padre di tutti. In caso contrario, si prospetterebbero due ipotesi.

La prima è quella che potrebbe qualificare addirittura come deicida ogni individuo che non condivide la religione cristiana. Ci si chiede, allora, come si dovrebbe definire un ateo il quale addirittura nega l’esistenza non solo dell’immagine di Dio sulla terra, sempre secondo la religione Cattolica, bensì il Suo intrinseco Essere.

La seconda riguarderebbe l’essenza medesima del Credo cristiano. Se quest’ultimo è convinto che l’unica, la sola “vera” religione da Dio rivelata all’uomo sia la sua, sorge spontanea questa riflessione. Essendo il cristiano l’unico depositario della Verità assoluta, il solo modo di convincere chi crede in una religione differente ad accostarsi a quella Cattolica, dovrebbe essere quello di farne conoscere i pregi in senso assoluto, vale a dire di “convincere” i non credenti che questa “è” l’unica via per la “salvezza eterna”. Come osserva Bernard Lewis, professore emerito di studi medio-orientali a Princeton (USA), sia la Halakhac ebraica (1) sia la Shari’a musulmana, le “Leggi” di queste due religioni, secondo Messadiè [2], hanno molto più in comune tra loro che non con il concetto giuridico cristiano.

Chi scrive non è conoscitore del Corano a tal punto da poter emettere giudizi sullo stesso. Chi, invece, può farlo a buon diritto è lo scrittore e studioso Messadiè [2]. Secondo lo stesso, l’Islam asserisce che, se gli ebrei non vogliono convertirsi alla sua religione, è peggio per loro.

Colui che Allah conduce
Va nella direzione giusta,
E colui che si smarrisce
Non troverà un maestro che lo guidi (Corano 18,16) (2).

(1) La Halakhac (vita da seguire) è un commentario della Bibbia ebraica, il Talmud (insegnamento). Si tratta di un complesso di norme codificate (pratiche e legali)). La parte della redazione scritta della tradizione orale del talmud è detta Haggadà (racconto). [33]

(2) Il Corano comprende 114 capitoli in prosa ritmata, o “Sure”, composti ciascuno da un numero variabile di versetti (da 3 a 256) [29] [33]

La Legge islamica è chiamata “Shari’a”

Non è denigrando un’altra religione che può essere dimostrata la validità di quella cristiana. Karl Barth (Basilea, 1886-1968), uno dei più grandi teologi protestanti del XX secolo, saggiamente diceva che “la Verità è di Dio”. [34] Tra l’altro, egli si oppose strenuamente a Hitler, in ogni modo e con numerosi scritti ufficiali.

Se la religione cristiana ritiene di detenere il monopolio della salvezza, non si comprende che cosa possa temere il Cattolico dalle altre religioni, e da quella ebraica in particolare.

E’ del tutto palese l’incongruenza di un “timore” paventato da una religione che non avrebbe la necessità di cercare la Verità, per il semplice motivo che essa ne è l’unica depositaria.

In ogni caso, a parere di chi scrive, Dio non ha alcun bisogno di “difensori umani”, dal momento che non ha proprio alcuna necessità di difendersi (da chi, da che cosa?).

Non abbiano gli uomini la presunzione di volersi sostituire a Dio. Non si illudano i cristiani di poter mutare l’opinione di coloro che, in buona fede, nella “loro” religione non crede, mettendoli al rogo o torturandoli con lo scopo di “farli cambiare” contro la loro volontà.

Questo modo di agire non rappresenta la forza di chi è fermamente convinto di “essere nel giusto”. Anzi, è proprio un sintomo di palese debolezza. Incarna il timore che ciò in cui crede fermamente possa essere intaccato, se non addirittura annullato dalle parole dell’uomo, per il solo fatto che altri professano una differente religione. E’, inoltre, una dimostrazione di assoluta “intolleranza”.

Sempre secondo Messadiè [2], la tolleranza religiosa è, invece, insita ad esempio nella religione islamica. Essa, infatti, si pone una domanda cruciale: “Tocca forse a te costringere gli umani affinchè essi aderiscano?” (Sura 10,98).

L’Islamismo insegna anche che è meglio una giustizia equa senza religione, che una tirannia fondata su principi religiosi. Parole sante!

A proposito di tolleranza, chi scrive è del parere che, spesso e volentieri, questo vocabolo venga usato in modo improprio. Il significato dello stesso ha, in ogni caso, un sapore amarognolo, niente affatto “dolciastro”, come lo si vuole fare intendere. Si “tollera”, infatti, sempre un qualcosa di fastidioso, di poco gradevole (un rumore), mai alcunchè di piacevole (una dolce melodia). Ne consegue che usare il termine “tolleranza” nei confronti dell’Ebraismo lascia un certo “amaro” in bocca. Non sarebbe, allora, più opportuno sostituire questo vocabolo con, ad esempio, “accettazione” o termine analogo?

Lasciamo, pertanto, il giudizio a Colui che solo è sicuramente a conoscenza della Verità. Egli è l’unico in grado di detenere il monopolio della “salvezza” di ogni uomo, fatto per Sua volontà a Sua somiglianza. Compito della religione è quello di indicare quale è il modo migliore di avvicinare l’uomo a Dio, ed il Divino all’uomo. Essa ha il dovere di indicare a quest’ultimo la strada che a Lui conduce. Si abbia il coraggio (come si deve riconoscere ha fatto il Concilio Vaticano II) di prendere atto che esistono tre religioni monoteiste ed altre che hanno tutto il diritto di definirsi “religioni” [24].

Siamone certi: Dio saprà giudicarci per quello che saremo veramente stati, non a parole, non predicando bene e razzolando male, ma con i fatti, con la mente, con il cuore.


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