Conclusione

La perfidia del sentimento antisemita è, purtroppo, ancora fortemente radicata pure in molte persone che professano le religioni cristiane. Per estirparlo, o anche solo per ridurne gli effetti nefasti in maniera sufficientemente accettabile, rimane ancora molto da fare.

Questa riflessione non deve tuttavia condurci alla disperazione nè, tantomeno, farci rinchiudere in noi stessi, per isolarci da una “società ostile”. Devono costituire, invece, un ulteriore “stimolo” a perseverare nel far comprendere la “verità” anche a coloro che “non vogliono” accettarla.

A conferma di ciò, è opportuno rilevare che da circa quarant’anni qualcosa sta, piano piano, cambiando direzione almeno ai vertici della Chiesa cattolica, i Papi in primis. Tant’è vero che è ormai entrato nell’uso comune usare i termini pre e post-conciliare (con riferimento alle deliberazioni del Concilio Vaticano II), volendo con essi indicare due modalità nettamente distinte di confrontarsi tra il Cattolicesimo e l’Ebraismo. Questo è, certamente, un segnale positivo che non va affatto trascurato, una vera “pietra miliare” lungo tale via: rappresenta la “speranza”.

Per contro, però, bisogna nel contempo constatare che è in atto, in tutto il mondo, una recrudescenza delle manifestazioni di antisemitismo (spesso e volentieri “mascherato” da anti-sionismo).

Si è pertanto sempre più convinti che, in tale contesto, sia opportuno e utile ogni contributo positivo, per quanto piccolo esso possa essere, teso a combattere questo né motivato né razionale sentimento negativo.

Il presente scritto, che ha tratto spunto da alcune semplici riflessioni, ambisce ad andare proprio in questa direzione. Non ha la presunzione dell’originalità, ed ha in sé la consapevolezza di rappresentare solo una goccia nel mare. Ma questa distesa d’acqua, in definitiva, da che cosa è formata?

Al “non dimenticare” si vorrebbe così aggiungere una delle più importanti esortazioni dell’Ebraismo, il “fare”, ribadito più volte anche dallo stesso Gesù.

Martin Buber (filosofo tedesco, Vienna 1878-1965), richiamato da Papa Giovanni Paolo II in un suo libro [24] insieme a Emmanuel Levinas (filosofo francese di origine lettone, Kaunas, 1905-1995), sintetizza il suo pensiero sul rapporto tra l’Onnipotente e l’uomo osservando che “il vero Dio, quello vivente della Bibbia, è un Dio a cui l’uomo rende testimonianza non già con la scienza, bensì con il suo impegno nel mondo a “favore del prossimo”.

Con riferimento al prossimo, il VI Comandamento impone di non uccidere. La vita è sacra, è il bene supremo (sia per chi crede in Dio sia per chi si professa ateo). Tutto il resto, al suo confronto, è veramente “nulla”. Ci si riferisce alla “sacralità della vita” richiamata con insistenza dallo scrittore Magdi Allam [36].

Facciamo, dunque, in modo che, con tutti i mezzi a nostra disposizione e con tutte le nostre forze, si riesca a far sì che mai più abbia a ripetersi quell’immane ed incancellabile “vergogna dell’umanità intera” incarnata nella persecuzione di un intero popolo, con l’obiettivo di distruggerlo interamente. Ci si intende riferire non solo alla Shoà, bensì ai mille olocausti di cui si è macchiato il millenario antisemitismo.

Ne abbiamo innanzitutto il dovere morale nei confronti di chi è stato obbligato a patire inerme l’ignominia delle persecuzioni e degli eccidi ebraici che ebbero nel Nazismo il loro culmine, e che, purtroppo, non è più tra noi. Il Popolo ebraico, che ha il privilegio di vivere oggi, deve, per sé e per le generazioni a venire, pretendere che falsità profuse tuttora a piene mani “non” continuino ad essere motivo di degenerazione e offuscamento delle menti per mettere in atto nefandezze inenarrabili.

La prima religione monoteistica, quella Ebraica, nel concetto stesso del termine è la “radice” di tutte le religioni monoteistiche che le si sono succedute.

Mai più, quindi, “tutti eguali” purchè, volenti o nolenti “tutti Cattolici”, come per duemila anni è stato di fatto perseguito.

E’ questo lo stesso punto di vista dell’attuale “fondamentalismo religioso” islamico, rigettato da tutti i popoli democratici del mondo.

A tal proposito si rileva una clamorosa contraddizione. Il Corano è considerato dai Musulmani un Libro immutabile, non interpretabile: semplicemente Sacro [29][36][37]. Ne danno, invece, un’interpretazione “pro domo sua” gli antisemiti musulmani, che vedono in numerosi passi delle Sure riferimenti fortemente anti-ebraici. Viene cioè effettuata una “revisione” del Corano che ci ricorda molto da vicino quella fatta, a suo tempo, dai Cristiani con le loro Sacre Scritture.

Se per una sola volta nella vita, l’antisemita provasse ad immedesimarsi (il termine tecnico è “empatia”) in coloro che ebbero a patire umiliazioni, privazioni, persecuzioni, se non la morte, per il solo fatto di essere ebrei (e se, per destino o fato che dir si voglia, fosse stato proprio questo antisemita al loro posto?), probabilmente potrebbe scaturire qualche riserva sul proprio comportamento assurdo.

Tutti hanno dei sentimenti. Voglio credere che, nel proprio intimo, possa averli anche chi istiga all’odio (senza motivo alcuno) fino al gusto di uccidere un proprio simile.

Per quanto concerne il tema dell’assimilazione da parte degli ebrei (ancora tanto a cuore sia a molti cattolici sia a chi ci rimprovera loro la (presunta) ”ambiguità” nazionale, vale la pena di fare una riflessione.

Con riferimento all’idea di assimilazione secondo l’ottica religiosa, si deve (purtroppo) rilevare che il cattolico (o chi per lui) tende sempre a travisarne il significato. Emblematico è, al proposito, quanto si può leggere nel libro di Sergio Romano [4]. In sintesi, non cioè testualmente, egli scrive che “L’ostilità (dei cristiani contro gli ebrei) scompare nel momento in cui l’ebreo riconosce l’errore(!) [di non accettare Gesù come Dio. N.d.r.] e si converte (!) alla vera (!) fede”. Nella sostanza si equipara il significato di assimilazione a quello di “perdita di identità”, e non come accettazione di usi e costumi, doveri e diritti civili, della nazione in cui si è nati o, comunque, si vive.

Per chi non avesse ben compreso, l’Autore chiarisce che (gli ebrei) “sono colpevoli (!) della tenacia con cui si ostinano a negare l’esistenza di una nuova alleanza, ma sono indispensabili (!) come documento storico per il cristianesimo”. (Gli esclamativi sono miei). Quanta “intolleranza” è racchiusa in così poche parole.

Questo è proprio il concetto di assimilazione che per duemila anni pervicacemente radicato nel pensiero della Chiesa cattolica, e da essa perseguito. Ne sono testimoni (quasi tutti, non più viventi) il giovane Mortara, battezzato di motu proprio dalla Chiesa e così diventato “cattolico”, la suora cattolica Edith Stein, il Cardinale Lustiger di Parigi, entrambi convertitisi per loro scelta al cattolicesimo, così come fece Israel Zoller (costretto ad italianizzare il suo nome in Italo Zolli), già rabbino di Roma.

Questi sono i “gioielli” della Chiesa, senza con ciò nulla togliere al fatto che sono, od erano, tutte persone degnissime.

Circa l’assimilazione intesa come “rinuncia” dell’ambiguità nazionale (il riferimento esplicito è, ovviamente, allo Stato d’Israele) essa è già in essere, proprio in quanto, nella realtà, mai è esistita. Ogni ebreo, in tutto il mondo fa parte, a tutti gli effetti, come cittadino della Nazione in cui è nato o vive. Egli è da sempre completamente integrato nella civiltà civile cui appartiene. Pretende, tuttavia, di poter professare la sua religione, né più né meno, come lo può fare ogni altro credente (cattolico, protestante, induista, ecc).

Quale è “l’ambiguità” che si ravvisa in ciò? Sono gli “altri” che, spesso e volentieri, la fanno “artatamente” comparire come tale per emarginare (ma fosse solo questo!) l’ebreo.

E’ questa l’eterna ottica dell’antisemita: “inventare” colpe da addossare agli ebrei, al fine di poterli perseguitare impunemente. Il “capro espiatorio” costituisce sempre un ottimo pretesto per sviare le menti dai reali problemi di una nazione, o comunità che dir si voglia.

Papa Giovanni Paolo II ebbe più volte modo di sottolineare che apparteniamo tutti all’umanità.

Quale merito (o demerito) ha chi nasce da una famiglia che professa una religione invece di un’altra? Ci si potrebbe porre la stessa domanda con riferimento al colore della pelle e a quant’altro che non dipende da volontà o scelta propria.

C’è ancora spazio per la speranza in un mondo migliore? Vogliamo fortemente “convincere noi stessi” che ci possa essere.

Approfondimenti

Vita ebraica di Gesù

Se non so, voglio, devo sapere.
Niente è sicuro. L’unica cosa certa, è che tutto è incerto.
La persona è, comunque, sempre alla ricerca della “verità”

Tutta la vita di Gesù fu profondamente contraddistinta dalla sua ebraicità.

Come di consueto, per sostenere questa affermazione, ci rifaremo esclusivamente a quanto riportato dai Vangeli.

E’, innanzitutto, opportuno rilevare che negli stessi non vengono mai menzionate date. Inoltre, sull’esattezza delle stesse, gli studiosi non sono affatto d’accordo. Di date precise non parlano neppure gli storici dell’epoca quali Giuseppe Flavio (37-95 d.C), Tacito (55-120 d.C.), Plinio il Giovane, Gaio Svetonio Tranquillo, Filone d’Alessandria (25 a.C., 25 d.C. circa), Plinio il Vecchio, Cornelio Tacito (54-119), ecc.

La prima infanzia di Gesù è narrata con dovizia di riferimenti solo nel Vangelo di Matteo. Lo stesso inizia presentando Gesù (dall’ebraico Joshua, Giosuè), come figlio di Davide, di Abramo (Mt 1,1). Egli nasce (Mt 2,1) in Betlemme di Giuda, al tempo di Erode il Grande (nato nel 73 a.C) che ottenne l’amministrazione della Giudea nel 47 a.C. La famiglia di Gesù deve fuggire in Egitto, perché Erode cerca il bambino per farlo morire (Mt 1,15). Egli aveva, infatti, ordinato l’uccisione di tutti i bambini viventi in Palestina di età compresa tra due anni in giù (Mt 2,16). L’evento è passato alla storia come la “strage degli innocenti”. La famiglia di Gesù dovette rimanere in Egitto fino alla morte di Erode (avvenuta pochi mesi dopo la strage degli innocenti) al quale succedette Archelao che continuò a regnare in Giudea e Samaria dal 4 a.C. al 6 d.C.(Mt 2,22).

Come ogni bambino ebreo, anche Gesù viene circonciso nel Tempio all’ottavo giorno dalla sua nascita. A tale proposito citano i Vangeli “Quando furono passati gli otto giorni per circonciderlo” (Lc 2,21) “…secondo l’usanza….secondo la Legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come sta scritto legge di Mosè” (Lc 2,22-23) “Poiché Mosè ha dato la circoncisione” (Gv 7,22-23).

Questo, al proposito, il commento nella “Bibbia Concordata” [1]. Ogni bambino maschio deve essere circonciso otto giorni dopo la sua nascita anche se l’ottavo giorno scade di sabato.

Nel vecchio calendario, al 1° gennaio era segnata la festività della Circoncisione di Gesù. A seguito di quanto scaturito dal Concilio Vaticano II, il primo Gennaio di ogni anno viene ora dedicato a “Maria Madre di Dio”.

La famiglia di Gesù risulta essere composta da Maria, Giuseppe e dai fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda (Mt 12,46; Lc 8,19; Gv 2,12). Gesù è, come ci racconta il Vangelo di Luca il figlio primogenito “…e (Maria) partorì il suo figlio primogenito” (2,7) “Mentre ancora parlava alle folle, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e chiedevano di parlargli” (Mt 12,46). “Non è forse il figlio del fabbro? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?” (Mt 13,55-56).

Rientrata dall’Egitto in Palestina, la famiglia, ancora timorosa per qualche strascico lasciato da Erode, andò ad abitare in Nazaret (Mt 2,23).

In tutti e quattro i Vangeli non si fa alcun cenno al periodo che va dalla fanciullezza alla vita adulta di Cristo.

Vale allora la pena di verificare come Gesù venga presentato alle genti, come egli stesso si professi, come venga recepito e quindi denominato dalle persone.

Oltrechè Figlio di Abramo egli, nella stragrande maggioranza dei casi, si proclama e viene presentato come “Figlio dell’uomo” (Mt.17,12; 17,22-23; 20,28; 26,2 ecc; Mc 2,10-9,31-13,26-14,21 ecc; Lc 5,24-9,44-21,27-21,36-22,22 ecc; Gv 1,51-3,13—5,27-9,35-12,23). In questo stesso modo viene definito anche nell’”Apocalisse”.

Viene chiamato anche “Figlio di Davide” (Mc. 10,4; Lc 20,41/44), il “Cristo” [l’unto] di Dio (Lc 9,20-Gv 7,27), l’”Agnello di Dio” (Gv 1,29), il “Messia”, che tradotto significa pure il Cristo (Gv 1,41-4,26-4,26). Viene presentato pure come un “Profeta” (Gv 6,14-9,17- Mc 6,4).

E’ esplicitamente chiamato “Figlio di Dio” solo in pochi passi dei Vangeli (Mt 4,3; Lc 1,35-3,38; Gv 5,25- 10,36).

Questo, dunque, per quanto attiene al modo di proclamare ufficialmente Gesù.

Ma come gli si rivolgeva la “gente” comune, vale a dire gli Ebrei viventi allora in Gerusalemme e gli stessi Farisei?

In vari modi. Quello più ricorrente era “Maestro” (Mt 22,36/38; Lc 17,13-22,12, ecc;-11,28; Mc 7,40-10,52-_Gv 11,28 ) o “Rabbi”, che in ebraico significa appunto maestro (Mt 23,8; Gv 1,36-1,49-3,2-6,25). Il Rabbino, per la religione israelitica è, a tutti gli effetti, un Maestro, ed a lui così si rivolgono gli ebrei.

Viene, infine, indicato esplicitamente come Il figlio di Giuseppe da Nazareth (Gv 1,45-6,42).

Dopo la resurrezione, Maria Maddalena si rivolge a Gesù chiamandolo “Rabbuni” che, tradotto dall’ebraico [1], vuol dire mio Rabbino, mio Maestro (Gv 20,16).

Gesù, a sottolineare sia la conoscenza del Vecchio Testamento sia la sua devozione allo stesso, fa spesso riferimento ai Profeti ed ai Re ebrei. Cita Salomone (Mt 6,29), Isaia (Mt 12,18 ; Lc 3,3/6 ; 4,16), Giona nella pancia della balena (Mt 12,40; Lc 11,30), Mosè ed Elia a colloquio con lui (Mt 17,3-4; 17,12; Mc 1,44; Gv 3,14 7,19), Geremia (Mt 27,9-10), Abramo, Isacco e Giacobbe (Lc 20,37), Abramo (Lc 20,37), Giacobbe, presso il suo pozzo (Gv 4,25-26), ecc.

Dalla lettura dei Vangeli emerge chiaramente che Gesù era un fervente osservante dei precetti impartiti dall’Antico Testamento (vivente Gesù, il Nuovo Testamento non c’era ancora).

Circa i comandamenti impartiti dall’Antico Testamento, Gesù stesso diceva “Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; ma in verità vi dico che fino a quando non passeranno il Cielo e la terra, uno iota solo o un solo apice non passerà dalla legge fino a che non sia tutto adempiuto” (Mt 5,17-18).

Quando i Farisei chiedono a Gesù quale sia il primo comandamento della Legge, egli così risponde “Il primo è questo: Ascolta Israele, il Signore nostro Dio è l’unico Signore: amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Marco 12,28-29-30).

A puro titolo di conoscenza per il Cristiano, si ricorderà che, senza spostare una sola virgola, queste medesime parole sono contenute nella preghiera ebraica per antonomasia, lo Scemà. Per la precisione, più che di una vera preghiera, esso costituisce l’essenza della professione di fede mosaica: è l’affermazione stessa dell’idea principale su cui si fonda l’ebraismo. La possiamo ritrovare, assai prima che nei Vangeli, nel Vecchio Testamento, e precisamente in Deuteronomio 6,4-9. Da molti secoli antecedenti la nascita di Cristo, l’Ebreo ogni giorno ripete queste parole in onore a Dio, alla mattina, alla sera e prima di addormentarsi [105].

Dopo aver detto ciò, Gesù così continua “Il secondo (comandamento) è poi simile a questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,39-Mc 12,31).

Circa la scrupolosa osservanza di quanto riportato nell’Antico Testamento, è significativo rilevare pure che lo stesso Gesù non aveva in inimicizia i Farisei in quanto ossequiosi della religione ebraica (che, per inciso, era la medesima professata da Cristo). Tutt’altro, non li considerava degni di stima proprio in quanto non li reputava meritevoli di rispetto in quanto non praticavano ciò che andavano insegnando (cioè la Legge Mosaica).

Ne è palese dimostrazione il fatto che, rivolgendosi alle turbe ed ai discepoli, Gesù diceva “Fate dunque ed osservate tutto ciò che (i Farisei) vi dicono. Ma non imitate le loro opere, perché essi dicono ma non fanno” (Matteo 23,3)”.

Egli predicava anche che era necessario adempire tutto quanto comandato da Dio nelle Scritture, vale a dire nell’Antico Testamento. Infatti, secondo Gesù non poteva considerarsi credente (nella religione ebraica, l’unica seguita da Gesù per tutto l’arco della sua vita terrena) chi conosceva la Legge, ma solo colui che la professava veramente, mettendone in atto gli insegnamenti (non alla forma, quindi, doveva essere data importanza, ma alla sostanza)..

Egli frequentava assiduamente la Sinagoga, ed in essa predicava, non solo di Sabato (lo Shabbàt ebraico), ma anche durante gli altri giorni (Mc 1,22; Lc 2,43/48; 4,15-16; 13,10; Gv 18,20). Shabbàt trae la sua radice dal verbo omonimo, impiegato nel senso di “smettere” e, quindi, “riposare”.

Osservava scrupolosamente tutte le festività ebraiche, ad iniziare proprio dal Sabato, la “festa” ebraica per antonomasia. In più passi dei Vangeli emerge che Gesù venerava questa giornata, ancora prima di osservarla (Mc 2,27-28). Per ogni Ebreo è infatti un dovere assoluto santificare il Sabato, perché è il giorno in cui si riposò l’Altissimo. Tra l’altro, è proprio Gesù che mette anche in risalto come di Sabato (derogando dall’osservare un assoluto riposo) sia comunque sempre lecito far del bene e, ancor più, prodigarsi per salvare una vita (Gv 2,6; Mt 12,12; Mc 3,4; Lc 14,14).

Ciò è quanto, ancora oggi, insegna l’ebraismo.

Di questa giornata così importante per gli Israeliti, si fa riferimento esplicito in numerosi passi dei Vangeli (Mt 27,62; Mc 16,2; Lc 23,54- 24,1; Gv 20,1). La si ricorda anche dopo la sepoltura di Cristo. Nel commento alla stessa in [1], si può leggere che coloro che giunsero al Sepolcro di Gesù, dopo la sua deposizione, lo fecero “…il giorno dopo, che è quello successivo alla “parasceve” (vale a dire la “preparazione” dei cibi per la festa di Sabato, durante il quale è obbligatorio un assoluto riposo, ivi compreso il cucinare)”.

E che dire della Pasqua (dall’ebraico Pesach: passaggio), una festività importantissima tanto nella tradizione ebraica quanto in quella cristiana, che la riprende aggiungendovi nuovi motivi [36]. Per gli Ebrei con questa festa si ricorda la “liberazione” dal giogo straniero, nello specifico dalla schiavitù in Egitto. La si celebra con la cena del Seder (dall’ebraico: ordine).

Si tratta, né più né meno dell’”ultima cena” di Gesù, riprodotta anche nel celeberrimo “Cenacolo” di Leonardo .

Circa questa festività, il racconto dei Vangeli inizia con l’entrata di Gesù in Gerusalemme, nella settimana santa per osservare la Pasqua (ovviamente quella ebraica) [Mt 26,2; Mc 11,1-8; Lc 2,41- 19,28; Gv 11,55-12,12].

Più in dettaglio vi si legge “Ora, nel primo giorno degli azzimi (dal greco: senza lievito) i discepoli si avvicinarono a Gesù, dicendo: Dove vuoi che ti apparecchiamo per mangiare?” (Mt 26,17; Lc 22,7).

Nel Vangelo di Giovanni si racconta che “..l’indomani, la gran folla venuta alla festa (della Pasqua), udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palma e uscì incontro a lui gridando: Osanna (dall’ebraico: salvaci!). Benedetto quegli che viene in nome del Signore, il re d’Israele!” (Gv 12,12-13; Mt 26,2; Lc 2,41-42 ; 22,1; Gv 11,55).

Un inciso. Anche da questo passo delle Sacre scritture si evince che i sentimenti manifestati dalle “folle ebraiche” erano tutt’altro che ostili nei confronti di Gesù. Né si può asserire che quelle fossero le moltitudini che “vollero” la sua morte. Ancor meno sostenibile è il fatto che esse “parteciparono materialmente” alla uccisione di Cristo. :

Un’altra delle festività ebraiche richiamate dai Vangeli è la festa dei Tabernacoli(nota a piè di pagina:della Bibbia [1]: festa delle capanne, dal 15 al 22 Tishrì, in ricordo della vita nomade trascorsa dagli Ebrei, durante 40 anni, nel deserto) (Gv 7,3).

Ed ancora, ecco menzionata la festa della Dedicazione in Gerusalemme. Con essa si commemora la purificazione e la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme da parte di Giuda Maccabeo, nel 164 a.C., dopo la sua profanazione attuata da parte di Antioco Epifane (Gv 10,22).

Con riferimento specifico alle usanze ebraiche seguite ai tempi di Gesù, ed ai nostri, si può evidenziare che egli fu sempre ligio a tutte le stesse.

Vengono richiamate le abluzioni dei Giudei per la purificazione (… erano là sei idre di pietra, capaci ciascuna di due o tre metrete (si tratta di unità di misura allora usate)  [Gv 2,6]

Sono citati i “filatteri” (dal greco: custodire) Mt 23,5. (Dal commento a piè di pagina [1]. Si tratta di due piccoli contenitori di cuoio, in cui sono custoditi pezzi di pergamena dove sono scritti passi che comandano di credere in Dio e amarlo con tutte le forze, avendo sempre sulla mano e sulla fronte questi due grandi precetti) [Dt 6,4-9].

Gesù raccomanda “ …in qualunque casa entrate, dite prima: Pace a questa casa” (Lc 10,5). Si richiamano in tal modo sia un’usanza ebraica, sia il tipico saluto ebraico “Shalom”, che significa proprio pace. Questa stessa raccomandazione viene rivolta da Gesù anche ai suoi discepoli dopo la sua resurrezione (Gv 20,19).

Ecco documentata un’altra usanza ebraica riportata dai Vangeli “Presero dunque il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende di lino con gli aromi, come è costume dei Giudei di seppellire” (Gv 19,40; Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,51).

A conclusione delle riflessioni che scaturiscono da quanto raccontato nei Vangeli a documentazione della vita ebraica di Gesù, riportiamo le parole di San Paolo che, rivolgendosi ad ogni Cristiano, così lo ammoniva “Ricorda che non tu sostieni la radice, ma la radice (l’ebraismo) sostiene te” (Lettera ai Romani 11,18).

Terminiamo richiamando la parola “amen” il cui significato viene, ancora una volta dall’ebraico: “certamente”. E’ proprio con essa che si concludono le preghiere cattoliche.

Tutto ciò appurato, sarebbe quanto mai auspicabile che i credenti cattolici (ci si riferisce alla “base” non al “vertice” della Chiesa che, in parte, l’ha già fatto) si rendessero conto che Gesù era profondamente impregnato di “ebraismo”.

Ne sono testimoni, come analizzato, tutti i passaggi della sua “vita terrena”: la circoncisione, il rispetto (nella sostanza) del sabato e di tutte le festività ebraiche, il richiamo continuo all’osservanza delle Leggi dell’Antico Testamento, nonchè di tutte le usanze ebraiche.

Il Nuovo Testamento [1]

Non esiste alcun motivo per cui le tre religioni monoteistiche non possano coesistere rispettandosi a vicenda, pur mantenendo ciascuna la propria identità.

Esse venerano lo stesso Dio “unico”, hanno tutte e tre come loro capostipite Abramo, credono nella “sacralità” della vita umana.

Di che altro c’è bisogno per sentirsi “spiritualmente uniti”?

Il Nuovo Testamento è composto dai quattro Vangeli, dagli Atti degli Apostoli, dalle Lettere e dall’Apocalisse di Giovanni.

I Vangeli

Quattro sono i Vangeli (dal greco: la buona novella) “canonici”: quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

I primi tre sono detti “sinottici” (dal greco sin-opsis, cioè visione d’insieme) in quanto presentano significative similitudini tra loro. Notevolmente differente è, invece, quello di Giovanni, il più recente tra i quattro (cioè, quello scritto alquanto dopo la morte di Gesù).

Pure avendo una base storica, questi libri non possono essere considerati vere testimonianze oculari, ma rappresentano delle pure riflessioni teologiche sulla vita e l’insegnamento di Gesù.

Esiste inoltre un numero molto maggiore di Vangeli “apocrifi” (dal greco: nascosto, segreto), così detti perché non sono riconosciuti dalla Chiesa, come i “canonici” (dal greco: conforme alla regola). Ciò che lascia perplessi è che da molti dei Testi apocrifi non traspare alcuna ostilità nei confronti degli ebrei [2].

Non è, questo, un motivo ulteriore di riflessione?

Il Card. W. Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani, scrive che i quattro Vangeli, anche per le loro differenti redazioni, mostrano che non si ha a che fare con le parole vere e proprie pronunziate da Gesù. Il fatto che esistano oltre 70 anafore1 con varianti, e che nessuna riproduce letteralmente il racconto della Ultima cena secondo i Vangeli, sta a dimostrare che la Chiesa si è sentita libera di apportare fin dall’inizio piccole modifiche alle parole di Gesù, mantenendo la fedeltà al messaggio evangelico. E questo è il pensiero di un alto esponente della Chiesa cattolica!

(1) Anafora: figura retorica consistente nel ripetere, in principio di verso o di inciso, la stessa parola. Per esempio: è lui che ha fatto il danno, è lui che deve riparare.)

Gli Evangelisti Marco e Luca non erano apostoli. Racconta, infatti, Matteo nel suo Vangelo (10,2-4) “Ora, i nomi dei dodici Apostoli sono questi. Simone detto Pietro e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano (riscossore di imposte); Giacomo di Alfeo e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda Iscariota”.

Il Concilio di Trento (1545-1563), il diciannovesimo concilio ecumenico della Chiesa Cattolica, nella quarta Sessione del 1546 definì quali fossero i Vangeli canonici.

Per quasi 40 anni la Chiesa primitiva ha divulgato solo oralmente (in aramaico e greco) la materia dei Vangeli. Lo sta a dimostrare il fatto che la prima generazione di cristiani non aveva ancora un Nuovo Testamento scritto.

Non si sa ancora bene perché, e quando, la predicazione della Chiesa si sia trasformata in forma scritta. In proposito, a tutt’oggi esistono parecchi pareri non ancora pienamente condivisi. Alcune ipotesi sono soggette continuamente a verifica e correzione, altre vengono invece date per certe. La più accreditata fra tutte è quella che suddivide l’evoluzione dei Vangeli, a partire dalla versione orale per arrivare a quella scritta, in sette tappe [1].

Per quanto concerne i quattro Vangeli si può rilevare, in generale, quanto segue.

La maggior parte di ciascuno di loro è interamente dedicata alla vita di Gesù, i suoi miracoli, le sue predicazioni, le sue parabole (dal greco: sezione conica. Mettere [un piano] in parallelo [con il piano di una generatrice]). Per traslazione, assume il significato di stabilire paralleli ed esempi a fine morale. Solo in una piccola parte di questi testi Sacri, l’ultima, viene sviluppato il racconto dei fatti che, partendo dalla consegna di Gesù a Ponzio Pilato per farlo da lui giudicare, terminano con la sua resurrezione.

Le caratteristiche peculiari di ciascun Vangelo si possono sintetizzare nel modo seguente.

Matteo. Sono (quasi) tutti concordi nell’attribuire a lui il primo Vangelo. Infatti la successione dei Vangeli nel Nuovo Testamento è la seguente: Matteo, Marco, Luca, Giovanni.

Quello di Matteo fu scritto (forse negli anni 45-60) in aramaico (lingua ebraica parlata in Palestina fin dal IV secolo a.C.) e poi tradotto in greco (la lingua parlata in tutto il mondo civile di allora). Le notizie della tradizione sul conto di questo Evangelista sono poche e molto vaghe. Egli aveva due nomi, Marco e Levi. La tradizione è anche quasi concorde e unanime nell’affermare che è proprio Matteo l’autore del primo Vangelo, che si pensa possa essere datato, appunto, antecedente al 70 d.C., e comunque durante il primo secolo dell’e.v. Il suo testo era destinato, ovviamente, agli Israeliti.

(Giovanni) Marco. La tradizione presenta questo Evangelista come ebreo palestinese. I suoi rapporti con il discepolo Pietro risalgono ai primi anni di attività di quest’ultimo. Alcuni accreditano addirittura Marco come “l’interprete di Pietro”. Scrisse il suo Vangelo in Italia quando Pietro era ancora vivo. Tutti gli studiosi sono d’accordo nel far risalire lo scritto nel periodo antecedente al 70 d.C., quindi il testo è cronologicamente molto antico. Alcuni studiosi ritengono, addirittura, che possa essere questo il primo Vangelo in ordine di tempo.

Luca scrisse, di fatto, il Vangelo predicato da Paolo, dal quale attinse molto. Neppure lui era uno degli Apostoli. Ai gentili, ai quali in prevalenza si rivolge, Luca illustra le usanze ebraiche. Da rilevare che questo Evangelista non aveva una cultura tipicamente semita, provenendo egli dalla Macedonia e precisamente da Antiochia. Per tale motivo Luca sostituisce spesso e volentieri l’ebraico con il greco. Ad esempio, invece di Rabbi usa il termine “Maestro”, invece di Abba dice “Padre”. Un’antica tradizione [1] pone il Vangelo di Luca dopo quelli di Matteo e Marco. Si pensa sia stato composto non oltre l’anno 63.

Questi i tre Vangeli detti “sinottici”, non solo in quanto confrontabili come testi, ma anche molto vicini fra loro come date di redazione.

Giovanni. Quello suo è l’ultimo, per datazione, dei quattro Vangeli. Secondo Ireneo (teologo e scrittore cristiano di lingua greca. Santificato, nacque in Asia Minore nel 130 circa, e morì a Lione, dove fu Vescovo, nel 200 circa), questo Vangelo fu scritto nell’ultima decade del primo secolo d.C., ai tempi di Traiano (90-117 d.C.). Per la verità tale data è, ancora oggi, molto incerta. Alcuni collocano la sua stesura addirittura al 180 d.C.

Come già evidenziato, quello di Giovanni non solo non è un Vangelo sinottico, ma si differenzia anche sensibilmente dagli altri tre, sia per alcuni fatti raccontati, sia per il prologo metafisico.

Questi motivi, nonché le molte aggiunte e i numerosi riferimenti che negli agli altri tre Vangeli anteriori per data non compaiono, hanno dato motivo di interpretazioni ad arte per “costruire“ l’antisemitismo di matrice cristiana, attingendo anche, e soprattutto, agli Atti degli Apostoli ed alle Lettere.

Su questo specifico punto, Romano Ricciotti [38] rileva che nell’Enciclopedia del cristianesimo [39] alla voce “Ebrei e Giudei” si legge “Nel Vangelo di Giovanni il termine Giudeo non indica tutto il pololo, ma il gruppo degli avversari di Gesù, e più precisamente i Sadducei e le autorità religiose del Tempio”.

Ad avviso di chi scrive, una tale versione non appare verosimile, poiché nel Vangelo secondo Giovanni non si citano mai gli “Ebrei” in alternativa ai Giudei. Viene, cioè, usato solo ed esclusivamente questo vocabolo per indicare gli israeliti di allora.

Gli Atti degli Apostoli

Il titolo comunemente usato, “Atti degli Apostoli”, lascerebbe intendere che nel libro vengano narrati tutti i fatti di tutti gli apostoli, mentre vi si narrano solo “alcuni” di questi. Sul nome del suo autore nessuna indicazione esterna si riesce ad avere, onde, per stabilirlo, bisogna ricorrere all’esame delle evidenze sia interne sia esterne.

Quelle interne accreditano gli Atti come la continuazione del Vangelo di Luca. Egli, Autore del terzo Vangelo, risulta essere pure quello degli Atti.

Le evidenze esterne, cioè la testimonianza delle prime scritture cristiane, lo confermerebbero. Fra esse, principalmente quelle di Ireneo II, vescovo di Lione (II secolo d.C.), di Clemente Alessandrino (circa 190 d.C.), di Origene (185-254 d.C.), di Tertulliano (160-220 dC), di Eusebio di Cesarea (264-340 d.C.).

Di alcune parti Luca fu testimone diretto, poichè potè ottenere informazioni di prima mano, o da persone direttamente interessate o da discepoli che erano a conoscenza dei fatti raccontati, e dei quali fu contemporaneo. La data di composizione degli Atti è, però, incerta. Tenendo conto di tutte le numerose valutazioni in merito, li si possono datare tra circa il 60 d.C. e gli inizi del secondo secolo dell’e.v. Incerto è anche il luogo in cui viene scritto il libro: alcuni ritengono Efeso, altri Antiochia (capitale della Siria e terza città per importanza dell’Impero Romano, dopo Roma ed Alessandria), ma i più propendono per Roma.

La lettura degli Atti mette in rilievo un linguaggio di gran lunga più elaborato, anche sotto il profilo sintattico, dei Vangeli, compreso quello stesso di Luca. Il contenuto non è affatto ermetico, bensì facilmente comprensibile e diretto, oltrechè egregiamente mirato all’obiettivo che, di volta in volta, con esso si intende conseguire.

Per mezzo degli Atti si mira prevalentemente al “proselitismo”, da conseguire ad ogni costo.

Nella sostanza, attraverso gli Atti degli Apostoli si mette in cattiva luce sia l’ebraismo come religione, sia l’Antico Testamento. Dagli stessi, l’antisemitismo di matrice cristiana ha potuto attingere a piene mani per sostenere la “superiorità” della “Nuova religione”.

Le Lettere

Le Lettere, venti in tutto, sono anche esse scritte utilizzando un linguaggio molto elaborato, articolato, sintatticamente corretto, diretto, incisivo, immediato, assai efficace. Vi si riscontrano ragionamenti molto sottili ed elaborati, tesi a meglio cogliere l’obiettivo cui l’Autore delle Lettere, che è Paolo, di volta in volta, mira.

Oltre che con gli Atti degli Apostoli anche attraverso le Lettere si mira a screditare in ogni modo l’Ebraismo (superamento dell’Antico Testamento con quello Nuovo; Cristo superiore a Mosè; inefficacia dei riti mosaici per raggiungere la salvezza; impotenza dei sacrifici antichi a togliere i peccati).

In sintesi si percepisce una “forte intolleranza” nei confronti della religione ebraica.

Tra le numerose Lettere, ci soffermeremo sinteticamente sulle due che riguardano più da vicino le nostre argomentazioni.

Con la “Lettera ai Romani” Paolo prese contatto con la Chiesa di Roma per preannunciarle la sua visita e precisare il contenuto della predicazione che vi avrebbe portato. Questa epistola fu da lui dettata allo schiavo cristiano Terzo (16,22).

Il contenuto di questa lettera tratta l’esposizione alle aberrazioni del mondo pagano e giudaico, essendo la situazione di quest’ultimo non meno tragica per l’importanza della legge a salvaguardia dei peccati. Paolo, in questo suo “Vangelo”, omologa pagani ed Ebrei come peccatori e quindi possono essere salvati solo nella redenzione al cristianesimo [2].

Per la cristianità, infatti, la lettera ai Romani ha, tra gli scritti apostolici, un valore unico. Non per nulla questa Scrittura è stata assimilata da alcuni un vero e proprio “Vangelo secondo Paolo”. Che strana coincidenza!

Nella presentazione della Lettera [1] si può leggere, testualmente.

Ai nostri giorni i critici hanno ripreso la discussione, fermandosi sui particolari di stile di lingua che sono soverchiati dallo slancio complessivo del testo, infiammato da un amore appassionato per Gesù Cristo e per il gregge cristiano venuto dall’ebraismo, quale risulta da tutta la vita dell’Apostolo delle Genti. (omissis). L’autore si dimostra un ebreo di razza (!), profondamente versato nella dialettica rabbinica……., un sottile cultore della mistica ebraica, insomma un grande dottore di legge……… Il pensiero profondamente ebraico, irto di richiami all’Antico Testamento, la continua contrapposizione (che bello poter contare su un ebreo convertito come Paolo!) del Nuovo Patto all’Antico, il valore salvifico del sacrificio della croce, sono tutte caratteristiche tipiche del pensiero di Paolo. Scritto in ebraico per gli ebrei di Palestina convertiti al cristianesimo, poi tradotto in greco per i gruppi cristiani al di fuori della Palestina da un ebreo (!) di Alessandria.

Si riporta, testualmente, la chiusura della presentazione ([1] pg. 1978).

Questa lettera ha un carattere di verità così universale (Tutti eguali, purchè tutti cattolici, in un modo o in un altro) che potrebbe essere indirizzata anche agli Ebrei di oggi (è una vera spina per taluni Cristiani che, a tutt’oggi, si debba ancora far richiamo agli Ebrei) sparsi in tutto il mondo, e anche quelli risuscitati a nazione nella Terra dei Padri tornata feconda e libera (quanta bonomia!).

La lettera agli Ebrei è, tra i cristiani, la più discussa tra quelle di Paolo. Mentre la Chiesa orientale la ritiene da sempre autentica, in quella latina primitiva sorsero dei dubbi, a mano a mano dileguatisi. A partire dal quarto secolo dell’era volgare, tutta la Chiesa ha riconosciuto l’autenticità di questa lettera.

Questa Lettera dovrebbe essere stata scritta a Roma verso il 63-64 e.v.

Il suo contenuto è in linea con tutte le altre Lettere dell’Apostolo Paolo.

L’Apocalisse

Il carattere ebraico dell’Apocalisse si rivela sia nella lingua sia nel modo di esprimersi.

E’ il libro del Nuovo Testamento più ebraico, anche perché le centinaia di citazioni, dirette ed indirette, in esso contenute sono tratte tutte dall’Antico Testamento.

Il corpo del libro, nello stato attuale di redazione, mostra varie compilazioni e rifacimenti. Il nome dell’Autore è “Giovanni” e la tradizione primitiva della Chiesa per i primi due secoli d.C. ha riconosciuto in lui l’Apostolo Giovanni evangelista, anche se una minoranza di credenti non ne sono del tutto concordi. Ancora oggi molti critici sono perplessi su tale identità. Nel testo numerose sono le allusioni a fatti storici dati per contemporanei, o di poco anteriori, alla vita terrena di Gesù. Vi si racconta, ad esempio, che i primi cristiani ebbero a subire due feroci e quasi fatali persecuzioni da parte dei Romani: quella di Nerone (64 d.C.) e quella di Domiziano (95 d.C.).

Il Dio dell’Apocalisse è il Dio unico dell’Antico Testamento: onnipotente, invisibile, trascendente, il cui nome “Colui che è, che era e che viene” cioè “Io sono colui che sono” rivelato a Mosè nel roveto ardente. (Es 3,14) .

Gesù viene presentato come il Figlio dell’uomo, il Messia, il Nuovo Mosè, e la Chiesa come nuovo popolo di Dio.

Ecco, in sintesi, il contenuto dell’Apocalisse.

Contro la Chiesa si concretizza la lotta di Satana e del suo “seme”: la Bestia prima, che è la probabile raffigurazione insieme storicizzata e spiritualizzata dell’Impero di Roma, idolatra e persecutore. La Bestia seconda probabilmente raffigura il sacerdozio dei pagani dell’antichità, prono all’idolatria più immonda. La Bestia può essere vista anche come la Grande Meretrice, vale a dire la dea Roma, che domina ed opprime le genti, ma insieme le seduce con l’impurità fatale dell’idolatria.

Quindi ampio spazio è offerto alla lotta della Chiesa contro la Bestia. L’Apocalisse termina con l’annunciazione della fine dei tempi. La vera dimensione dell’Apocalisse è insieme storica ed escatologica (riguardante, cioè, il destino dell’uomo fino alla morte).


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