La diaspora ebraica

Una delle “credenze” più radicate nell’immaginario collettivo cristiano (e non solo) è quella che fa coincidere l’inizio della “Diaspora ebraica” con la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., quale conseguente “maledizione divina”. E’ il caso di sfatare questo mito.

Diaspora (dal greco: disseminare qua e là) del Popolo ebraico come conseguenza della maledizione divina che peserebbe sullo stesso?

Fin dalla nascita della religione cristiana, si è fatto coincidere l’inizio della dispersione (diaspora) ebraica con la distruzione da parte dei Romani di Gerusalemme nel 70 d.C. Ne consegue che, secondo i Padri della Chiesa, la diaspora sarebbe l’effetto di una ben determinata causa: la maledizione divina che peserebbe sull’intero Popolo ebraico per la crocifissione di Gesù.

Basta leggere in proposito le opere di S. Girolamo (gli ebrei sono serpenti la cui immagine è Giuda e la preghiera è un raglio d’asino), di S. Agostino, di S. Giovanni Crisostomo (Dio odia gli ebrei e li ha sempre odiati), di Papa Gregorio Magno di S. Gregorio di Nissa (assassini, nemici di Dio, avvocati del diavolo, demoni), per rendersi conto dell’estremo disgusto con cui i primi Padri cristiani descrivevano gli ebrei. I loro scritti fecero testo nell’insegnamento cristiano durante tutto il Medioevo.

Questo mito teologico, fatto proprio dai più illustri rappresentanti della cristianità, ha finito inevitabilmente per essere accettato come verità assoluta, un “dogma” senza verifica alcuna.

Eppure questa tesi non è avvalorata né da resoconti storici (come potrebbe esserlo?) né da quanto riportato dagli stessi Vangeli.

Essa è, peraltro, facilmente confutabile perché si basa su alcune imprecisioni.

Innanzitutto la diaspora ebraica è iniziata molto prima della nascita di Gesù: almeno un millennio antecedentemente a tale evento. Per rendersene conto, è sufficiente documentarsi seriamente, obiettivamente, senza pregiudizi. Ogni invasione e conquista della Palestina o di una parte di essa, diedero sempre seguito a deportazioni più o meno massicce nei paesi dei vincitori. Gli Ebrei venivano venduti come schiavi e si formarono così colonie di una Diaspora che, fin dall’antichità, si è espansa a vista d’occhio.

In secondo luogo, essendo gli Ebrei reputati buoni soldati e servitori leali, molti furono i conquistatori che ne trasferirono a migliaia in qualità di sudditi in vari luoghi del loro impero. Così si comportarono i Lagidi, i Seleucidi, Antioco III il Grande, ecc.

A conferma dell’esistenza della colonia di Elefantina, furono ritrovati papiri aramaici del V secolo a.C. ma che risalgono al VI e VII secolo a.C. Ebbene, Elefantina è un’isola del Nilo di fronte ad Assuan. In più parti si citano i Liberti che altro non furono se non Ebrei condotti in schiavitù a Roma da Pompeo nel 63 a.C.

Quindi già ai tempi di Gesù gli Ebrei di Palestina erano una minoranza se rapportata al numero di correligionari al di fuori di essa. Gli storici non sono tutti concordi solo per quanto concerne in modo preciso l’entità numerica da attribuire agli uni e agli altri [2] [28].

Nel libro di Lebrenon Zeiler [40] si afferma che, al tempo di Gesù vi era “non più di un milione di ebrei in Palestina, e quattro o cinque volte di più nelle province dell’impero”.

Per convincere il Cristiano che considera il Nuovo Testamento unica fonte di testimonianza per quel periodo storico dell’inesattezza che la diaspora ebraica sia iniziata con la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dei Romani, prenderemo a riferimento proprio quanto si può dedurre in proposito leggendo gli Atti degli Apostoli.

Negli stessi, vengono fatti riferimenti agli Ellenisti i quali altro non erano se non Ebrei nati fuori della Palestina in paesi pagani dove si parlava la lingua ellenica, cioè greca. (Atti 6,1). I Liberti, i Cirenei (Ebrei dell’Africa settentrionale) gli Alessandrini, gli Ebrei di Cilicia e della provincia di Asia (Atti 6,9), costituivano colonie ebraiche prima della nascita di Gesù. San Paolo durante le sue missioni apostoliche antecedenti il 70 d.C., si rivolge agli Ebrei di Antiochia in Turchia (Atti 13,14/(6,36/11,20/ 21,16/ 6,5) . Esisteva addirittura una Sinagoga a Tessalonica, l’antica Salonicco (Atti 17,1), a Corinto (18,1-4) e ad Efeso (19,1). E’ inconfutabile quindi che già prima della nascita di Cristo la Diaspora ebraica fosse un fatto compiuto.

Con ciò tuttavia, non si intende affermare che essa ebbe a cessare o che ne diminuisse l’intensità dopo l’avvento dell’e.v. Con quanto fin qui argomentato, si è voluto solo documentare l’infondatezza che la dispersione degli ebrei sia la causa della maledizione divina che peserebbe su di loro.

Ciò non rappresenta in alcun modo una verità storica, né corrisponde a quanto riportato nelle Sacre Scritture. L’amore per la verità, che per il Cristiano dovrebbe essere la ragione stessa della sua fede, (Io sono Verità e vita, disse Gesù), reclama la correzione degli errori, particolarmente se commessi in evidente mala fede. Quindi, il rispetto per la giustizia perentoriamente esige che sia prima condannato e quindi soppresso l’insegnamento che fa coincidere con il 70 d.C. l’inizio della Diaspora ebraica, imputandone la causa ad un’inumana quanto inconcepibile (e, soprattutto, indimostrabile) maledizione divina.

La nascita di tale “asserzione teologica” scaturisce soprattutto da una frase riportata nel Vangelo di Matteo: e solo da questa Sacra Scrittura su quattro.

Vi si legge che durante la passione di Gesù la folla esclamava “Il sangue suo cada su di noi e sui nostri figli “(Mt 27,25)”. E’ questa la frase che è stata presa a pretesto per essere interpretata come un “automaledizione” fatta dagli ebrei di allora anche nei confronti delle generazioni a venire. Il vero significato storico della frase citata è, però, altro: lo si può dedurre da una più attenta lettura dei Vangeli [2].

A prescindere da ciò, vale la pena di fare una considerazione.

O la folla voleva Gesù morto (e allora perché automaledirsi?) o, come invece risulta proprio dalla lettura di “tutti” e quattro i Vangeli, non ne condivideva la uccisione (e allora, nuovamente, perché maledire se stessi?).

Peraltro, il voler far ricadere la colpa dei padri sui figli era allora, come lo è oggi, contraria alla morale ebraica.

Appare pertanto del tutto evidente l’incongruità di una (presunta) maledizione per le (eventuali) colpe dei padri sulle generazioni future.

Ai tempi di Gesù (e la folla che pronunciò le parole in argomento, viveva proprio in quel periodo) questa Legge divina vigeva da oltre mezzo millennio.

Pertanto, a parte l’inesatta interpretazione della frase incriminata, l’assurdità della “automaledizione” non trova riscontro neppure nei precetti impartiti da Dio, anzi, li viola. Poiché la religione Cattolica fa suo anche il Vecchio Testamento, pure i cristiani non possono smentire le parole di Dio (Padre, per il Cattolico). Si ricorderà che Gesù stesso diceva “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti” (Mt 5,17).

A conclusione di questa sintesi tesa a verificare come il significato da dare al versetto citato da Matteo, non sia assolutamente quello di un’automaledizione, riportiamo un’osservazione del compianto Padre Mariano, attinta dal suo scritto intitolato, appunto, “Il sangue di lui” [41]. Dal 1957 al 1972, questo simpatico Religioso curò alcune rubriche televisive molto seguite. Per questo, fu soprannominato “Il frate della TV”. Si presentava sempre con un viso sorridente augurando a tutti “Pace e bene”.

Nel saggio si legge, tra l’altro:

Si dovrebbe, per affermarlo (che Israele è un popolo maledetto da Dio,) giungere all’assurdo teologico di opporsi al volere stesso di Gesù, il quale ha comandato ai suoi seguaci di perdonare ai nemici, ed esige tale perdono come condizione “sine qua non” per ottenere il perdono dei propri peccati”.

Ciò sta a significare che, se il cattolico non perdona, non sarà neanche lui perdonato da Gesù. Non è qui il caso di approfondire quanto il concetto di “perdono” sia insito nella essenza stessa della religione cattolica. Basterà, in proposito, tenere in debito conto il fatto che, dopo delitti effettuati anche con inumana efferatezza, gli interessati chiedono, rivolgendosi ai familiari della vittima, in primo luogo: “Lei lo (li) perdona?”

In Matteo 6,14-15 si legge: “Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi; se invece non le perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”.

Così continua il ragionamento di Padre Mariano. “Egli (Gesù) stesso per primo avrebbe calpestato il proprio comandamento”. Queste sono parole degne di un vero Cristiano, il quale credendo fermamente nella propria fede, è consapevole che la Verità non può intaccarne l’essenza, ma solo esaltarne il significato.

L’amore nell’Antico Testamento

La bontà ed il rispetto non sono legati alla religione, ma all’uomo.

E’ inverosimile e paradossale che sull’Ebraismo e sugli ebrei si continuino a sostenere (spesso da parte degli Ebrei stessi) tante sciocchezze.

Fra le molte, l’asserzione con tutta disinvoltura che l’Amore sia nato con Gesù Cristo e, logica deduzione, che il Dio (ancora con il concetto di Dio /Uno e Unico/ mio diverso dal tuo!) del Vecchio Testamento sia un Dio solo di giustizia, duro, severo e crudele. Anche questa appartiene alle tante “montature” fatte ad arte per screditare l’ebraismo e “perpetuare” l’antisemitismo.

E’ così che si intende dimostrare la propria “grandezza”, denigrando gli altri e non per meriti propri?

Iniziamo con il prendere in considerazione prima come l’Antico Testamento collochi l’amore per il prossimo, per poi analizzare come lo stesso parli di quello Divino.

Dal primo comandamento del decalogo (Dt 5,6), che afferma il Signore essere uno e “unico” (primo e secondo comandamento), discende il concetto della fraternità tra gli uomini: tutti figli di Dio, “indistintamente”.

Dalla fraternità deriva (o almeno, lo dovrebbe) il concetto di tolleranza degli uni verso gli altri.

A tal riguardo, spesso si vuole forzatamente far credere che per l’ebreo il prossimo sia solo e sempre l’altro ebreo. Niente di più falso. Eccone le motivazioni

Il quarto dei dieci comandamenti impartiti da Dio per il tramite di Mosè, costituisce una vera rivoluzione d’ordine spirituale e sociale per quel tempo. Non solo l’ebreo ed i suoi figli devono riposare il settimo giorno, il Sabato, ma anche il forestiero e lo schiavo dovranno cessare ogni lavoro. Nella civiltà di Roma lo schiavo era, invece, una semplice “res (cosa)”. Considerando inoltre che il decalogo consegnato a Mosè risale a circa 1.500 anni prima della nascita di Cristo, che allora la schiavitù era una consuetudine del tutto normale, non può non risaltare agli occhi di tutti lo “stravolgimento” sociale e religioso di questo comandamento. Il prossimo è, dunque, per l’ebreo. l’altro in senso generale. E’ questo il primo abbraccio dell’individuo verso ogni altro individuo, indistintamente.

La bandiera spirituale, morale e religiosa del popolo ebraico è indicata in Levitico (19,18), con la massima eterna “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Ben pochi, tuttavia, sanno che questo comandamento è squisitamente ebraico.

Del tutto “inesattamente” se ne appropria, invece, Giovanni nel suo Vangelo: “Vi dò un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni agli altri”. A questa massima viene addirittura dedicato un intero capitolo che porta il nome significativo de “Il nuovo comandamento” (Gv 13,31-35). Anche il Vangelo di Marco (12,31), smentisce questa “primogenitura”.

Nell’Antico Testamento si legge anche: “Tu amerai lo straniero come te stesso”, quello straniero che ancora oggi viene considerato in tutto il mondo come giuridicamente inferiore. Le altre centinaia di norme che si ritrovano nell’Antico Testamento, sono tutte pervase da questo palpito d’amore verso il prossimo.

Come, allora, si può negare questo nobile sentimento ad un popolo la cui fede poggia su una massima così divinamente elevata?

Dopo gli orrendi massacri perpetrati contro gli Israeliti per mano di “mostri” che, però, non vivevano nelle favole ma sulla terra, l’Ebraismo non cerca tuttavia vendetta, ma pretende il giusto rispetto.

Io, l’offeso, non odio te, Caino. Tu, invece, mi detesti profondamente. Tu, che hai profuso morte a piene mani senza mai ricevere alcuna offesa dall’ebreo. Tu, che hai inventato “pericoli” inesistenti da parte degli israeliti solo come scusante per fare a loro ciò di cui li accusavi. Quale è il senso di ciò?

Un’altra precisazione in merito ad una falsa interpretazione che ha pesato sulla diffusione dell’antisemitismo come una “spada di Brenno”.

Israele (il nome nuovo dato da Dio a Giacobbe: significa “colui che lotta con Dio”) non fu definito eletto (dal latino: electus=scelto) in quanto popolo più benvoluto da Dio rispetto agli altri, ma perchè “scelto” da Dio per rivelare la Legge a tutta l’umanità.

L’Ebraismo non fa proselitismo, ma ha avuto il compito di adoperarsi per il bene dell’umanità (lui solo, per sé e per gli altri, qualunque sia la loro fede religiosa) senza voler “imporre” ai credenti di altre fedi di fare altrettanto. Io, solo io in quanto ebreo, sono tenuto a farlo anche per gli altri. E’ questo un esempio sublime di tolleranza contro le troppe “intolleranze” nefaste che gli ebrei hanno dovuto subire. Senza giustizia non vi può essere Amore. Ecco il punto: la giustizia. Non l’amore inteso come un merito che porti alla salvezza o alla ricompensa, ma amore come cosa “giusta” da farsi, in sé e per sé.

Ecco alcune testimonianze che chiariscono, senza ombra di dubbio, che il “prossimo”, per l’ebreo, è “l’altro” in senso generale.

Il decimo Comandamento impone di “non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la moglie del tuo prossimo, il suo schiavo, la sua schiava”.

In Esodo (cap. 22 e 23) sono riportati precetti morali e religiosi, quali i seguenti.

Nel Levitino (19,34) si legge questo comandamento del Signore ”Lo straniero che è con voi, sarà per voi come un cittadino”.

In Deuteronomio (5,13) si legge ”Per sei giorni lavorerai e farai ogni tua opera, ma il settimo giorno, il sabato, è per il Signore, tuo Dio. Non farai alcuna opera (omissis) né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue né alcun altro animale, né il forestiero, affinché possa riposare il tuo schiavo e la tua schiava come te”. Viene anche precisato che per “schiavi” non si devono intendere quelli ebrei, ma specificamente i “gentili”.

Da tutto ciò si può arguire, allora, che per l’ebreo il prossimo è il povero, il forestiero, lo schiavo, addirittura il nemico. Ci può essere lo spazio per un ulteriore fraintendimento?

Quale sollecitudine sublime di altruismo nei confronti di tutti gli “esseri viventi”, animali compresi. Sarebbe questa una religione “egoista”?

Nel Levitino (25,10-17) si richiama il Giubileo “L’anno cinquantesimo sarà per voi un giubileo. Ognuno ritornerà al suo patrimonio, ognuno ritornerà nella sua famiglia. Non seminerete, non mieterete (omissis), poiché il giubileo sarà per voi una cosa sacra”.

Questo per quanto concerne l’amore verso il prossimo secondo la religione ebraica.

E che dire dell’Amore di Dio nell’Antico Testamento? Stralciamo alcuni passi dal testo di Padre Domenico Cancian “L’amore misericordioso nel Vecchio Testamento” [42].

In Geremia (31,3) si legge “Ti ho amato di amore eterno per questo ti conservo ancora pietà”

Da Isaia (54.10): “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace: dice il Signore che ti usa misericordia

In Esodo (34,6) si può leggere che il Signore passò davanti a Mosè, il quale gridò ”Signore, Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e fedeltà, che conserva la grazia fino alla millesima generazione…”.

Soprattutto nel libro dei Salmi troviamo preghiere, lodi, e accorate invocazioni all’Amore misericordioso di Dio.

Eccone due.

- La mia bontà è grande fino ai cieli e la tua fedeltà fino alle nubi (Sal 57,11).

- Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte nazioni, dategli gloria: perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno (Sal 117)

Si noti come, nell’Antico Testamento, si faccia riferimento a tutti i popoli, e non solo a quello d’Israele.

Si può pertanto vedere come la convinzione in base alla quale l’Amore di Dio si sia palesato all’uomo solo con la venuta di Gesù sia priva di fondamento. Ciò anche in considerazione del fatto che non è concepibile che il Signore possa essere in un primo tempo solo “Giusto” e in un secondo tempo anche “Amorevole”. Questa interpretazione appare fondamentalmente errata proprio sulla base di quanto riportato nel Vecchio Testamento [28] [42][43] sia negli stessi Vangeli [1].

Infatti Gesù, rivolgendosi ai Farisei, così li ammoniva “Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta….e trasgredite la giustizia e l’amore di Dio (Luca 11,42)” Ed ancora “Perché mi interroghi intorno al buono? Uno solo è il buono (Dio). Ed è sempre Gesù che dice “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non uno solo, Dio” (Marco 10,18). Questa frase è simile a quella riportata Nel Vangelo di Matteo (19,17).

Diceva Gesù “Se poi vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti (di Dio)”. Gli domandarono ”Quali?” Egli rispose “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,19). Anche da queste parole pronunciate da Cristo appare più che evidente che Bontà e Giustizia sono sempre state entrambe attributi imprescindibili dell’Unico Signore, il quale, proprio in virtù della Sua infallibilità, li può mirabilmente integrare.

Solo per l’uomo, essere imperfetto per antonomasia, è impossibile esprimere bontà e giustizia in eguale misura.

Inoltre, il vero Cristiano dovrebbe anche meditare due volte prima di giudicare un suo simile. “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra”, ammonì Gesù (Gv 8,7). Dovrebbe, in più, possedere il dono di saper perdonare (essendo questo uno dei cardini della religione cristiana), e chiedere lui stesso perdono.

E quale è il significato che si dovrebbe dare all’esortazione fatta da Gesù “A chi ti schiaffeggia nella guancia destra, porgi anche l’altra” (Mt 5,39)?

Se si dovesse riflettere sulle azioni, direttamente o indirettamente effettuate da alcuni rappresentanti del cristianesimo per circa duemila anni, parrebbe pertinente porsi la domanda “Ma è mai possibile che debbano essere sempre gli altri a dover porgere entrambe le guance?”. Può anche essere giustificabile che Caino sia adeguatamente tutelato nell’essere giudicato per il delitto commesso. Ma appare corretto che sia sempre Abele a dover subire?

E’ giusto tutelare maggiormente i diritti dei carnefici rispetto a quelli delle loro vittime?

Gesù insegnava anche che “Secondo il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi. Perché osservi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, mentre non consideri la trave che è nel tuo occhio? (Matteo 7,2-3). E, ancora più perentoriamente “Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e sarete perdonati (Luca 6,37).

Non appare, forse, opportuna qualche riflessione in proposito?

Quanti Cristiani (certamente troppi) hanno calpestato (e continuano a farlo) questi comandamenti del loro Signore Gesù! Egli ribadiva “Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe, le rimetterà anche a voi il Padre vostro celeste” (Mt 6,15). Chi, di fronte a Dio, sarebbe onestamente in grado di dire di avere rispettato questo comandamento?

Spesso si parla superficialmente di “incomprensione” tra Ebrei e Cristiani, senza peraltro domandarsi a che cosa sia dovuta la loro “genesi”. Sono forse gli Ebrei che hanno l’obbligo di perdonare (per colpe subite, non commesse), o non è piuttosto vero che dovrebbero essere proprio i Cattolici (non tutti loro in quanto tali, ad onor del vero) a chiedere il perdono a coloro a cui tanto male hanno procurato? Ed è poi giusto, ci si chiede, parlare di incomprensione? Questo termine richiama la “reciprocità” di azioni o comportamenti dell’uno verso l’altro, mentre la storia dell’antisemitismo cristiano ricorda atti ostili solo dell’”uno” verso l’altro.

In verità i “vertici” della chiesa Cattolica hanno già intrapreso questo cammino: le opere dei Papi Giovanni XXIII, Paolo VI (chiusura Concilio Vaticano II), Giovanni Paolo I (intenzione dichiarata di proseguire nella linea Conciliare, rafforzandola), Giovanni Paolo II, ne sono un’evidente e gratificante testimonianza. Per quanto fino ad ora dimostrato, si può dire che il successore di quest’ultimo pontefice, Benedetto XVI (Joseph Ratzinger, nato a Marktl am Inn - Germania il 16.04.1927, eletto Papa il 18.04.2005) sta offrendo all’umanità intera una vera speranza di continuazione nel cammino positivo intrapreso dalla Chiesa cattolica negli ultimi quarant’anni.

Un’ultima riflessione a margine.

Personalmente non credo si possa valutare il grado di “bontà” caratterizzante una religione in base al numero di volte che questa parola viene citata nel suo Credo. Neppure significativi, in tal senso, sono i richiami, le esortazioni che detta religione fa per “sollecitare” i fedeli alla bontà. La “sostanza” (non la forma) della stessa non può scaturire da “slogan” o similari, ma solo dalle opere ed azioni, le uniche che danno significato e contenuto ad una così pregnante: bontà.

Non il “predicare bene e razzolare male” dunque, ma fare il bene è ciò che dovrebbe veramente contare.


© Morashà - Giacomo Korn 2006 - g.korn (at) tin.it

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