IV. La Controriforma - Papa Paolo IV e la sua bolla antiebraica - Misure persecutorie

Dalla metà del 1500, con la Controriforma, ha io un triste periodo per gli Ebrei d’Italia. Fino a quest’epoca le loro condizioni erano state abbastanza buone, certamente migliori di quelle degli Ebrei che vivevano presso altre nazioni d’Europa; d’ora in poi il loro stato va progressivamente peggiorando, fino a ridurli in condizioni di penosa schiavitù’ che dureranno circa tre secoli, cioè fino al Risorgimento.

Molte sono le ragioni che provocano la riforma: il mercimonio delle indulgenze, la corruzione della Corte papale, il malcontento dei principi stranieri costretti a versare tributi alla Corte romana, altre cause di carattere politico. Ancora prima di Lutero altri avevano tentato delle riforme; il movimento più importante era stato quello degli Ussiti, un secolo prima; il fondatore Giovanni Huss, un boemo, viene arso vivo. Nel 1534, per opera del re Enrico VIII, si stacca dalla Chiesa il gruppo anglosassone, formando la Chiesa anglicana.

Anche in seno alla stessa Chiesa si pensa da tempo di attuare una riforma. Il cardinale Pietro Caraffa (il futuro papa Paolo IV) predica la necessità del celibato dei sacerdoti, della castità; e nel 1542 istituisce a Roma il Tribunale del Sant’Uffizio. Egli aveva vissuto a lungo in Spagna; e li aveva appreso i rapidi sistemi di eliminazione degli eretici. L’anno seguente, per istigazione di Ignazio di Loyola viene aperta a Roma la Casa dei Catecumeni, per tutti gli infedeli che passano alla religione cattolica. A mantenuta a spese degli Ebrei; ogni Sinagoga dello Stato pontíficio deve pagare un tributo annuo a favore della Casa dei Catecumeni. Nel 1553 un francescano, Cornelio da Montalcino, che avendo studiato l’ebraico si era convinto che la religione ebraica fosse la vera, viene arso vivo nel Campo dei Fiori a Roma. Nello stesso anno, il giorno di Rosh Hashanà, un gran numero di libri ebraici viene bruciato pubblicamente tanto a Roma che nelle altre città dello Stato pontificio: Bologna, Ravenna, e altre ancora. Anche a Venezia, centro della stampa ebraica, si danno alle, fiamme libri ebraici; fatto questo che provoca una vibrata protesta da parte dei rabbini. Allora una bolla pontificia precisò che solo il Talmud e le altre opere cosiddette blasfeme contro i Cristiani dovevano essere distrutte.

Nel 1555 sale al soglio pontificio il cardinale Caraffa col nome di Paolo IV: è il più feroce e accanito persecutore degli Ebrei e degli eretici in genere.

Ha solo quattro anni di pontificato (1555-1559); diviene papa all’età di 79 anni, avendo già un nipote cardinale.

Subito dopo la sua elezione, e precisamente il 14 luglio 1555 egli emana la bolla antiebraica: Cum nimis absurdum…, i cui punti principali sono: segregazione degli Ebrei (ghetto); segno giudaico; divieto assoluto di trattare e parlare con Cristiani se non per necessità di lavoro; proibizione di avere beni stabili; proibizione di tenere banco aperto nei giorni festivi cristiani; proibizione ai medici ebrei di curare Cristiani, anche se chiamati e pregati; disposizioni riguardanti i prestiti e il computo degli interessi; proibizione di tenere le scritturazioni nei libri dei prestiti in caratteri ebraici, in modo che questi siano sempre soggetti a controllo (ed è appunto da questo momento che gli Ebrei perdono l’abitudine di scrivere italiano con caratteri ebraici e cominciano a servirsi dei caratteri latini); permesso di esercitare il solo mestiere di cenciaiuoli; limitazione a una sola sinagoga per città; e, naturalmente, proibizione di tenere nutrici e domestici cristiani. Siamo cosi a una svolta della nostra storia: mai finora c’era stata una così dura repressione antiebraica; dopo un periodo di relativa tolleranza, si precipita nella più cupa reazione. E più della metà degli Ebrei d’Italia vive in questo tempo entro i confini dello Stato pontificio (Campania, Lazio, Umbria, Marche, Romagna). La Comunità di Roma che si compone di 1500 anime, la maggiore d’Italia - offre 40 mila scudi per fare abrogare questa bolla; ma invano.

Entra subito in vigore l’obbligo del segno giudaico, e si dà inizio alla costruzione delle mura del ghetto; naturalmente, a spese degli Ebrei. Uguale provvedimento viene esteso anche a Bologna, dove sono ben undici sinagoghe, e la Corporazione ebraica dei cambiavalute; gli Ebrei bolognesi sono rinchiusi nel ghetto l’8 maggio 1556 (4); e ben presto tale provvedimento viene esteso a tutte le altre città dello Stato pontificio. Sempre in forza della stessa bolla, entro sei mesi gli Ebrei devono vendere le loro proprietà, che sono cedute a condizioni disastrose; e siccome non potevano possedere neanche le case del ghetto, nelle quali pure dovevano abitare, perché non fossero soggetti a continui ricatti, viene fissata una legge, detta, con espressione ibrida, Jus hazakkà, che regolava i rapporti fra i proprietari delle case del ghetto e gli inquilini ebrei. Naturali conseguenze di queste persecuzioni sono abiure e fughe verso terre più ospitali, specialmente presso i Duchi di Urbino e i Signori di Ferrara. Ma il caso più triste di queste persecuzioni avviene ad Ancona, dove un gruppo di marrani portoghesi, fra i quali si trovava il famoso medico Amato Lusitano, aveva trovato rifugio ottenendo garanzia di protezione da parte dei papi. Paolo IV annulla senza preavviso la concessione dei suoi predecessori (1556): 24 marrani, tra cui una donna, vengono bruciati vivi in uno spaventoso auto da fè in una piazza della città; gli altri sono imprigionati. Di questi, uno si uccide in carcere, 27 sono inviati alle galere a Malta, 30 riescono a evadere corrompendo il commissario pontificio. Pochi altri si rifugiano a Pesaro, per invito del Duca di Urbino; tra questi c’era Amato Lusitano, che poi riparò a Salonicco, dove morì di peste.

(4) Il ghetto bolognese aveva tre porte: agli sbocchi della Via dei Giudei (dalla parte di Piazza Ravegnana), della Via del Carro (dalla parte di Via S. Donato, ora denominata Zamboni) e del Vicolo Tubertini (dalla parte di Via Cavaliera, ora denominata Oberdan). Entro questi limiti vivevano circa 900 Ebrei.

Questi avvenimenti suscitano enorme impressione ovunque; il Sultano eleva una protesta chiedendo il rilascio dei prigionieri, ai quali promette la sudditanza turca. Alle proteste si unisce la città di Ancona. Da Costantinopoli una marrana, Dofia Gracia Mendes, che aveva vissuto a Ferrara, organizza il boicottaggio del porto di Ancona a favore di quello di Pesaro (che apparteneva al Duca di Urbino). Anche a Ferrara, malgrado l’opposizione del duca Alfonso d’Este, si insedia il Sant’Uffizio, che incrudelisce anche contro dotti ebrei, fra cui Isaac Abrabanel.

Nel 1559 muore il papa Paolo IV, che con la sua crudeltà aveva esasperato tutto il popolo; non appena avuta notizia della sua morte, la plebaglia romana abbatte tutti gli emblemi della Casa Caraffa; assalta e distrugge il palazzo dell’Inquisizione, e trascina per le vie della città la statua del papa, che si trovava in Campidoglio, postale sul capo un berretto giallo, quale egli aveva imposto agli Ebrei, perché fossero oggetto di ludibrio a quel popolaccio che ora esecrava la sua memoria.


Tratto da un volume (ormai esaurito) pubblicato nel 1961 dall'Histadruth Hamorìm (Associazione Insegnanti Ebrei d'Italia - Milano) a seguito di un seminario organizzato nel 1959 a Vigo di Cadore.