IX. La lotta per l’Indipendenza

Si può facilmente comprendere come questi oppressi si gettassero con fervore nella lotta per l’indipendenza nazionale. Il Risorgimento italiano non è soltanto un movimento di riscatto nazionale, ma anche e soprattutto un grandioso movimento sociale, che entra nel quadro più vasto di un movimento europeo; e per gli Ebrei , Risorgimento non significava solo unità d’Italia, ma anche e soprattutto emancipazione; la lotta non era solo contro lo straniero che calpestava il suolo nazionale, ma anche contro le classi più retrive della società italiana, preoccupate soltanto di mantenere gli antichi privilegi e lige alle tradizioni di conservatorismo clericale. Tutti gli Ebrei -d’Italia partecipano a questa lotta: fanno parte di società segrete; a Firenze i fratelli Paggi stampano opuscoli e manifesti clandestini per incitare alla lotta; a Vercelli, il Collegio Foà diventa una vera fucina di patriottismo. Tutti gli Ebrei che viaggiano abitualmente per i loro affari diventano i naturali intermediari fra le varie società segrete; essi offrono continuamente armi e denaro. Fra i primi combattenti ebrei del Risorgimento italiano dobbiamo ricordare: Abramo Fortis, che prende parte ai moti di Faenza nel 1820, Israel Latis, condannato dal duca di Modena alla Rubiera nel 1822, ed Angelo Levi, caduto in battaglia a Salerno nel 1828.

La Rivoluzione di luglio del 1830 abbatte la monarchia borbonica in Francia, ed anche questa rivoluzione ha le sue ripercussioni in Italia: i moti del 1831. A Modena Angelo Usiglio e suo fratello Enrico sono collaboratori di Ciro Menotti; si può dire che tutto il movimento dei patrioti modenesi è finanziato da banchieri ebrei. Ora la causa degli Ebrei è più che mai legata a quella dei patrioti italiani: se un governo reazionario crolla, le leggi antiebraiche vengono abrogate. Così avvenne a Roma e Ferrara, dove i governi provvisori abrogarono tali leggi; se pure parte della popolazione continuasse a nutrire sentimenti ostili nei riguardi degli Ebrei. Ma i moti del ‘31, soffocati dall’immediato intervento delle milizie austriache, falliscono, e nella città di Ciro Menotti sono rimesse in vigore tutte le restrizioni antiebraiche, compreso il "segno giudaico" ; anzi il duca ,di Modena dimostrò un tale furore contro gli Ebrei, che perfino il comandante austriaco intervenne per consigliargli un po’ di moderazione. Nella dura repressione che seguì ai moti di Modena, patrioti ed ebrei sono accomunati; e questo dimostra ben chiaramente quanto fossero uniti nella lotta.

Le instabili condizioni politiche caratterizzate in questo tempo, da moti rivoluzionari destinati a fallire per immatura organizzazione, seguiti da rigide a repressioni, si riflettono nelle condizioni degli Ebrei: a Ferrara le porte del ghetto vengono rimesse e poi ritolte; a Lugo e Ancona i portoni del ghetto non vengono rimessi sui cardini, ma gli Ebrei sono costretti ad abitare entro la cinta.

Intanto il movimento di liberazione va affermandosi nella coscienza degli Italiani; Giuseppe Mazzini fonda la "Giovane Italia" . Il Mazzini, da principio, non ha molta simpatia per gli Ebrei - forse per influenza di F. D. Guerrazzi - come apprendiamo, tra l’altro, da una sua lettera inviata da Londra a sua madre nel 1845 (7); ma poi si ricrede e conta tra i suoi migliori amici degli ebrei. Nell’esilio dì Londra egli ha come compagno Angelo Usiglio, il passaporto egli l’ha avuto dal rabbino di Livorno; a Londra egli stringe saldi vincoli di amicizia con la famiglia del banchiere Nathan, la cui casa era aperta a tutti gli esuli italiani. Sarina Nathan diventerà poi la sua fida consigliera, ed egli chiuderà la sua travagliata esistenza a Pisa in casa di Jeannette Nathan Rosselli, figlia di Sarina.

(7) In questa lettera, raccontando alla madre di essere stato invitato in casa da certi banchieri ebrei" (i Nathan) Mazzini dice, certo scherzosamente: "Spero di non fare la fine di padre Tommaso"; evidente allusione all’affare di Damasco) avvenuto cinque anni prima, quando gli Ebrei damasceni erano stati accusati di avere ucciso, per omicidio rituale, il cappuccino torinese padre Tommaso Genovesi.

A Torino il movimento mazziniano è finanziato dalla famiglia Todros. David Levi di Chieri, il banchiere poeta, scrive un’ode in memoria dei fratelli Bandiera, la cui nonna pare fosse un’ebrea di Ancona.

A Livorno gli Ebrei continuano ad avere una sia pur parziale libertà. Si fonda colà una società capeggiata da due ebrei (Ottolenghi e Montefiore): "I veri italiani"; ma gli animatori vengono arrestati.

Tutti gli Ebrei anelano al conseguimento di quelle libertà civili cui sanno di avere diritto. Nel 1842 all’imperatore Ferdinando (al quale era già stata presentata dagli Ebrei una supplica nel 1838) in visita a Milano, una deputazione delle Comunità israelitiche del Lombardo-Veneto chiede l’abolizione delle restrizioni. L’imperatore promise di interessarsi in loro favore; ma poi non fece nulla. L’anno seguente le Comunioni Israelitiche del Regno Lombardo-Veneto inviarono due rappresentanti a Vienna (l’avvocato Consolo di Verona ci ha lasciato un diario della sua missione, durata dal 29 maggio al 21 luglio 1843) per intercedere presso il Governo austriaco perché fossero abrogate le più odiose interdizioni: l’esclusione dal notariato, dalla professione di farmacisti, la proibizione di domicilio stabile a nuove famiglie ebree, la proibizione a maestri israeliti di istruire discepoli non israeliti, od anche gruppi di israeliti, le inabilità testimoniali, l’umiliante formula del giuramento; ma malgrado l’intervento del barone Salomone de Rothschild presso il principe de Metternich, essi non ottennero che vane promesse.

Ma se tutti gli, Ebrei lottavano per l’unità e l’indipendenza d’Italia, anche tutti i patrioti, dal canto loro, erano favorevoli agli Ebrei: l’emancipazione ebraica è considerata un atto di giustizia che fa parte del programma delle rivendicazioni italiane; lo studio della storia ebraica può far comprendere la storia di tutti i popoli se si esamina l’atteggiamento da questi tenuto verso gli Ebrei. Nel 1830 Gabriele Pepe scrive su questo argomento un articolo sull’" Antologia" ; nel 1836 Carlo Cattaneo pubblica uno studio che intitola: "Ricerche economiche sulle interdizioni imposte agli Israeliti" (8); Vincenzo Gioberti nel suo "Primato civile degli Italiani" sostiene che gli Ebrei devono essere emancipati; Niccolò Tommaseo, Angelo Brofferio, Cesare Balbo, tutti sono ardenti fautori dell’emancipazione ebraica; i due fratelli D’Azeglio (Massimo e Roberto) esplicano la loro attività in favore degli Ebrei, il primo con scritti (" Della emancipazione civile degli Israeliti" , dedicato al papa), il secondo adoperandosi con fervore per la emancipazione degli acattolici. Fra gli amici degli Ebrei non dobbiamo dimenticare Ugo Foscolo, di cui si narra questo episodio significativo: quand’egli era ancora ragazzo, la popolazione di Zante voleva un giorno dare l’assalto al ghetto. Già le porte del piccolo ghetto stavano per cedere, quand’egli balzò sul muro di cinta e gridò alla folla: "Vigliacchi, indietro, vigliacchi!" . La rampogna del ragazzo Foscolo fece rinsavire la folla inferocita, che rinunciando al proposito di aggredire gli Ebrei, si disperse.

(8) Il nuovo vocabolo: israelita, coniato dagli stessi ebrei perché la parola biblica: ebreo ha preso nel corso dei secoli un significato spregiativo, entra ben presto nell’uso comune.

Atteggiamento ostile agli Ebrei continuano a mantenere i reazionari, che sobillano la plebaglia e questa talvolta si abbandona ad eccessi. Così avvenne a Mantova: nel 1843 ebbe luogo colà un processo, dovuto a violente manifestazioni antiebraiche; processo ricordato anche a Vienna dal dottor Bassano di Mantova, compagno all’avvocato Consolo di Verona nella missione, già ricordata, inviata nella capitale austriaca dalle Comunioni Israelitiche del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1846 sale al soglio pontificio Pio IX (Mastai Ferretti di Senigallia), un papa di larghe vedute, che suscita speranze nel cuori dei liberali; i cattolici moderati vagheggiano l’idea di una federazione di Stati italiani con a capo il papa. A Pio IX guardano con fiducia tutti i patrioti ed anche gli ebrei; e difatti egli permette agli ebrei le lapidi funerarie (che da due secoli non erano permesse), abolisce la predica coattiva e l’imposta di carnevale; si parla perfino di abbattere i portoni dei ghetti.


Tratto da un volume (ormai esaurito) pubblicato nel 1961 dall'Histadruth Hamorìm (Associazione Insegnanti Ebrei d'Italia - Milano) a seguito di un seminario organizzato nel 1959 a Vigo di Cadore.