X. Il Quarantotto - La prima guerra d’Indipendenza

1848: l’Europa tutta è percorsa da un fremito di libertà, un fermento liberale agita le coscienze, unite nell’aspirazione comune ai popoli di ottenere dai governi riforme costituzionali. Anche stavolta la scintilla della rivoluzione parte dalla Francia (Rivoluzione dì febbraio a Parigi); è stato il collasso della monarchia a segnarne l’inizio. Ora, in tutta l’Europa si parla di emancipazione politica e di libertà religiosa. In Italia i moti del ‘48 trovano gli ebrei in prima linea.

Prima a insorgere è Milano (5 giornate, 18-22 marzo); sulle barricate combatte un ragazzo di 15 anni: il mantovano Ciro Finzi, che con ardimento si mette a capo dei rivoltosi, mentre Giuseppe Finzi di Rivarolo ha un comando militare, e giornalisti ebrei, tra cui il triestino Giuseppe Revere, scrivono articoli infiammati per esortare i giovani alla lotta, A Torino i giovani, ebrei partono per il fronte, esortati dal rabbino stesso; e insieme ad ebrei provenienti da altre città, formano la VII Compagnia bersaglieri, che prende parte alla battaglia della Bicocca nella prima guerra d’Indipendenza. A Ferrara si distruggono i pilastrini posti agli sbocchi del ghetto (al posto dei portoni); Salvatore Hanau è nominato segretario del Circolo Nazionale, e poi, inviato quale suo rappresentante a Torino, è membro fra i più attivi del Governo provvisorio. A Venezia, il 23 marzo 1848 è proclamata la Repubblica con a capo Daniele Manin (figlio o, secondo altri, nipote di un ebreo che, tenuto a battesimo dal fratello dell’ultimo doge, Manin, ne aveva preso il nome, essendo consuetudine prima dell’emancipazione che quando un ebreo prendeva il battesimo, assumesse il nome del padrino); del Governo provvisorio entrano a far parte Leone Pincherle, Ministro dell’Agricoltura e Commercio, e Isacco Pesaro Maurogònato, Ministro delle Finanze; mentre i rabbini Samuele Olper e Abramo Lattes sono nominati membri dell’Assemblea. Del rabbino Olper si racconta che baciò il crocifisso in Piazza San Marco, dicendo: "Siamo tutti fratelli". Spirito irrequieto, lo ritroveremo in Piemonte nel 39, a fare opera di salvataggio nella coraggiosa ricerca di ebrei feriti e prigionieri. Nell’agosto del 1848 Daniele Manin proclama nuovamente la Repubblica di San Marco e decide la resistenza ad oltranza. E quando Venezia, assediata per mare e per terra, colpita da un’epidemia di colera, dopo un’eroica resistenza, ultima tra tutte le città d’Italia, rinuncia alla lotta e deve arrendersi (24 agosto 1849), ritornato il governatore austriaco, si dice che questi, dopo avere esaminato attentamente il rapporto finanziario del Maurogònato, esclamasse: "Non avrei mai creduto che questa teppa repubblicana fosse cosi competente".

Il 9 febbraio 1849 viene proclamata la Repubblica Romana con a capo Mazzini e difesa da Garibaldi; il papa Pio IX fugge a Gaeta. Nell’Assemblea nazionale ci sono tre ebrei: lo scrittore triestino Giuseppe Revere, che da Milano era passato a Venezia e da lì a Roma, Abramo Pesaro, cugino di Isacco Pesaro Maurogònato, e Salvatore Hanau da Ferrara. Si trova a Roma in quei momenti decisivi anche l’economista Leone Carpi. A difendere la Repubblica Romana accorrono anche ebrei stranieri: ricorderemo fra questi Carlo Alessandro Blumenthal di Londra, che militava col nome di Scott. Aveva già combattuto a Venezia; e dopo la caduta della Repubblica Romana, seguirà Garibaldi nella sua ritirata verso l’Italia settentrionale, combatterà con lui nella guerra del ‘59 nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi, e nel ‘60 preparerà un piano, poi non attuato, di rapire il bambino Mortara. Nella Legione lombarda, accorsa in difesa della Repubblica Romana, composta da 172 volontari, si trovano 5 ebrei, tra i quali il giovinetto Ciro Finzi, che aveva combattuto a Milano dalle barricate, e il giovane medico triestino Giacomo Venezian. Tanto Ciro Finzi che Giacomo Venezian cadono nella difesa della Repubblica Romana: il primo triestino morto per la libertà e l’Italia è un ebreo. Caduta la Repubblica Romana malgrado gli atti di valore e la disperata resistenza dei difensori, per opera dell’esercito francese guidato dal generale Oudinot (il segretario di Stato di Pio IX, cardinale Antonelli, aveva sollecitato dalle potenze cattoliche l’invio di eserciti per combatterla) i volontari seguono Giuseppe Garibaldi nella sua marcia verso il nord.

La prima guerra d’Indipendenza, militarmente sfortunata, non ha mutato la carta politica d’Italia, ma ha risvegliato le coscienze: si chiede a gran voce libertà religiosa per gli acattolici; Ebrei e Italiani hanno combattuto uniti per l’indipendenza d’Italia, e nell’amore per la libertà si sono fusi. La prima guerra d’Indipendenza ha dato agli Ebrei dei Regno di Sardegna l’emancipazione.


Tratto da un volume (ormai esaurito) pubblicato nel 1961 dall'Histadruth Hamorìm (Associazione Insegnanti Ebrei d'Italia - Milano) a seguito di un seminario organizzato nel 1959 a Vigo di Cadore.