XII. Condizioni degli Ebrei italiani dopo l’emancipazione - loro contributo alla cultura nazionale - Assimilazione - Sionismo

Abbiamo visto quanto tristi fossero le condizioni degli Ebrei italiani fino al 1848; dalla bolla di papa Paolo IV del 1555 (Cum nimis absurdum) all’Editto sopra gli Ebrei di papa Pio VI del 1775, vi era stato un crescendo di umiliazioni e di continui inasprimenti delle interdizioni imposte agli Ebrei; dopo la parentesi dell’occupazione francese, la reazione era stata immediata, e sugli Ebrei gravarono ancora le dolorose e umilianti condizioni di vita di prima della Rivoluzione francese: condizioni tanto più pesanti, in quanto la mentalità dei perseguitati era mutata. Ma dopo la liberazione di Roma (1870), in Italia le condizioni degli Israeliti (così chiamati ora da tutti) sono le migliori: durante il Risorgimento essi hanno lottato per ottenere parità di diritti, e nelle lotte risorgimentali Ebrei e Italiani, come abbiamo già detto, si sono fusi nelle comuni aspirazioni di libertà: gli Ebrei italiani si sono gettati nella mischia come Ebrei, e ne sono usciti come Italiani. Entrambi popoli mediterranei, non hanno differenze somatiche tali da far distinguere l’italiano dall’ebreo. Gli Ebrei risiedono in Italia da 2 mila anni, parlano ed hanno sempre parlato l’italiano, anche se i dotti scrivevano i loro trattati in ebraico, e se in qualche Comunità si usava come lingua ufficiale lo spagnolo; soggetti a espulsioni, come tutti gli Ebrei d’Europa, essendo l’Italia divisa in staterelli, essi passavano dall’uno all’altro Stato continuando a parlare l’italiano, a differenza degli Ebrei di altri paesi, che avevano un governo unitario e che se venivano espulsi, erano costretti a emigrare verso un paese di altra lingua. Dopo l’emancipazione, gli ebrei italiani si sono dedicati con fervore, con l’entusiasmo dei nuovi venuti, a quegli studi da cui prima di allora erano esclusi, raggiungendo in brevissimo tempo posizioni eminenti nella vita culturale della nazione. R bastata una sola generazione di ebrei emancipati, perché in quelle Università dove prima gli ebrei non potevano mettere piede (tranne l’Università di Padova, per secoli l’unica ad accettare ebrei) le cattedre fossero ricoperte, e con onore, da professori ebrei. Gli Italiani sono per natura un popolo tollerante, nel complesso; l’Italia è il paese dove le calunnie dell’omicidio rituale e dell’ostia sconsacrata hanno trovato minor credito; e la propaganda antisemita (9) d’oltre Alpe non trova, in questo tempo, seguaci in Italia. Il popolo italiano, provato da tristi esperienze politiche, non nutre pregiudizi contro gli ebrei, che sono accolti e trattati ovunque come fratelli. Si può asserire che dopo il 1870 le condizioni degli Ebrei ìtaliani e olandesi sono le migliori degli Ebrei di Europa; anche di quei paesi, dove l’emancipazione era stata raggiunta prima, ma dove il conseguimento della parità di diritti non era valso ad abbattere le barriere di pregiudizi che, invisibili, dividevano ancora nei liberi paesi dell’Europa occidentale gli ebrei dagli altri cittadini.

(9) Parola che ha avuto fortuna, entrata nell’uso comune sin da quando fu coniata e usata per la prima volta, nel 1879, dall’ebreo convertito Wilhelm Marr.

Gli antichi ghetti italiani, le cui strade sono spesso intestate al nome di ebrei illustri (così a Gorizia, Carpi, Pesaro, Asti), un po’ alla volta perdono la loro popolazione ebraica, tranne che a Venezia e a Roma, dove forti nuclei ebraici continuano a vivere in ghetto; antiche Comunità storiche si vanno assottigliando, perché gli ebrei, attratti dai grandi centri, pulsanti di vita, vi prendono dimora (Milano, Torino, Trieste). Gli ebrei italiani esercitano con onore tutte le professioni, pur continuando molti a dedicarsi al commercio, soprattutto quello tradizionale di tessuti e confezioni: sono i discendenti dei venditori di vestiti usati, che oggi vendono vestiti nuovi. Altro nuovo campo di lavoro degli ebrei emancipati è quello delle assicurazioni (le Assicurazioni Generali di Trieste, società che ha filiali in tutto il mondo, sono state fondate da tre ebrei). Nell’Emilia, regione particolarmente fertile, dove l’agricoltura è esercitata con criteri e metodi razionali, gli ebrei fanno investimenti in terre coltivate e ne promuovono lo sviluppo; è questa, degli ebrei emiliani, un’attività assolutamente nuova nel campo delle professioni esercitate dopo l’emancipazione.

Nel Veneto e nel Piemonte vi sono famiglie ebree che portano titoli nobiliari e un blasone: nel Veneto, esse li hanno conseguiti per lo più all’epoca napoleonica, e sono stati riconosciuti dall’Austria; nel Piemonte, e stata Casa Savoia a insignirle di tale titolo, per i meriti acquistati, come già ricordato, durante l’occupazione francese, in favore di quella classe che, vivendo al servizio dei nobili e del clero, scappati questi, era rimasta senza possibilità di sussistenza.

Gli ebrei tutti prendono parte alla vita politica, militando in tutti i partiti; negli altri paesi invece (tranne l’Olanda, dove tradizionalmente gli askenazhiti sono socialisti e i sefarditi liberali), gli ebrei appartengono di solito ai soli partiti di sinistra. Questa particolare posizione degli ebrei italiani nel panorama politico nazionale è dovuta soprattutto alla tradizione risorgimentale: il Risorgimento italiano e movimento sociale e nazionale insieme. In Italia ci sono in quest’epoca (specialmente in Piemonte) anche ebrei monarchici, e la cosa si spiega: Casa Savoia è sempre stata relativamente ai tempi, si capisce, benevola con gli Ebrei, e per prima ha concesso l’emancipazione. Ci sono degli ebrei che abbracciano la carriera militare e raggiungono alti gradi; il generale Ottolenghi, che fu Ministro della Guerra negli anni 1902-1903 e riformò l’esercito, era un ebreo osservante. Costante è la partecipazione degli ebrei al Governo: dal patriota e cospiratore Giuseppe Finzi (1815-1886), che fu nel 1861 deputato al primo Parlamento italiano, a Isacco Artom (1829-1890) astigiano segretario di Cavour, nel 1862 ministro plenipotenziario a Copenhaghen, primo ebreo d’Europa a ricoprire una carica di diplomatico all’estero, dal 1876 senatore insieme allo scrittore Tullo Massarani; dal veneziano Luigi Luzzatti (18411927), professore di diritto costituzionale, che fu presidente del Consiglio dopo essere stato Ministro delle Finanze, al triestino Salvatore Barzilai (1860-1939) detto "il deputato di Trieste al Parlamento italiano" . Nel 1861 al Parlamento italiano c’erano 6 deputati ebrei; dieci anni dopo erano 11 nel 1874 se ne contavano 15.

Abbiamo visto che anche nella schiavitù dei ghetti gli Ebrei hanno sempre coltivato gli studi; divenuti cittadini italiani con parità di diritti, il loro livello intellettuale si è dimostrato superiore a quello degli altri. Nel 1861 in Italia si aveva il 64,5 % di analfabeti; fra gli ebrei, gli analfabeti erano il 5,8 %. La maggior parte degli ebrei leggeva anche l’ebraico.

In nessun paese d’Europa il contributo dato dagli Ebrei alla cultura nazionale è così grande come in Italia; è difficile tracciare in poche parole un quadro di tale contributo. Ci limiteremo a ricordare alcuni nomi. Il patriota triestino Giuseppe Revere (1812-1889), che partecipò alle lotte risorgimentali a Milano, Venezia e Roma, fu giornalista, poeta e scrittore. Oltre alle sue opere: "Bozzetti alpini" e "Marine e paesi", eleganti descrizioni di viaggi, scrisse drammi storici, che infiammarono gli italiani di passione patriottica. Morto a Roma, è ora sepolto nel cimitero ebraico di Trieste. Il poeta e patriota David Levi (1821-1898) da Chieri, scrisse, tra l’altro, la sua "Autobiografia" , purtroppo inedita, che ora si trova al Museo del Risorgimento di Torino, e che è fonte di notizie sul Risorgimento. Il mantovano Tullo Massarani (1826-1905), ardente patriota e cospiratore nelle lotte risorgimentali, fu scrittore e poeta. Il fiorentino Enrico Castelnuovo (1839-1915), vissuto quasi sempre a Venezia, fu apprezzato romanziere: il suo capolavoro, "I Moncalvo" , è un romanzo psicologico di ambiente ebraico italiano, che meriterebbe di essere conosciuto anche dalla giovane generazione. L’anconetano Eugenio Camerini (1811-1875), dantista, diresse e curò la Collana di classici dell’editore Sonzogno, nelle diffusissime edizioni economiche. Giglio Padovan (1836-1896), triestino, fu poeta vernacolo e traduttore di Shakespeare.

Fra i cultori di scienze letterarie ricorderemo per primo il goriziano Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907), glottologo illustre, cui si deve la pubblicazione dell’"Archivio glottologico italiano" . Fu lui a proporre il nome di Venezia Giulia alla regione, ancora irredenta, in cui nacque. Altri irredenti famosi cultori di scienze letterarie furono Adolfo Mussafia (18341905), dalmata, per quasi mezzo secolo professore all’Università di Vienna, maestro di quanti, nel periodo dell’attesa, nelle scuole di Trieste infiammarono i giovani all’amore per l’Italia, e che al Parlamento austriaco difese sempre i diritti delle mínoranza italiane dell’Austria; e il triestino Salomone Morpurgo (1859-1942), bibliotecario della Nazionale di Firenze. Il pisano Alessandro D’Ancona (1835-1914) fu il fondatore del metodo storico letterario; il triestino Samuele Romanin (1808-1861) scrisse la "Storia documentata di Venezia" , ancor oggi consultata dagli studiosi.

Fra gli scienziati ebrei di quella generazione faremo anzitutto menzione del veronese Cesare Lombroso (1835-1909), pioniere della moderna criminologia; ricorderemo gli economisti Isacco Pesaro Maurogònato, che fu il primo deputato della sua città eletto al Parlamento italiano, e Leone Carpi, già ricordato quale patriota; i matematici Vito Volterra, Corrado Segre, Salvatore Pincherle, Federico Enriques. Davide Supino fu cultore di scienze giuridiche, e suo fratello Iginio Benvenuto di storia dell’arte. A Sansone Valobra si attribuisce l’invenzione dei fiammiferi. Fra i giornalisti, ricorderemo il già menzionato Giacomo Dina, torinese, direttore de "L’Opinione" , giornale liberale sostenitore della politica cavouriana, e Amilcare Zamorani, fondatore del giornale "Il Resto del Carlino" di Bologna. In questa città visse il bibliofilo Lionello Modena; altro grande bibliofilo è Giuseppe Almansi, la cui biblioteca è passata al British Museum di Londra, nel quale si trova un "reparto ebraico" . Importanti opere ebraiche si conservano nella Biblioteca di Parma e nella Vaticana. I fratelli Treves, triestini, fondarono l’omonima Casa editrice, per qualche decennio la più importante d’Italia. Fra gli artisti di chiara fama figurano pure degli ebrei.

Prima dell’emancipazione gli Ebrei italiani si dedicavano quasi esclusivamente a studi ebraici; in questi eccellevano fra gli Ebrei d’Europa. Dopo la emancipazione questi studi furono trascurati dai più. tuttavia ebbero una schiera, sia pure esigua, d’illustri cultori. Il triestino Samuel David Luzzatto (Shaddal, 1800-1865) direttore del Collegio Rabbinico di Padova (fondato nel 1829), esegeta e traduttore della Bibbia, può considerarsi un pioniere della moderna scienza del giudaismo. Interessante anche il suo Epistolario, dove si trova, tra l’altro, una lettera che Shaddal indirizzò ad Alessandro Manzoni sul processo per omicidio rituale di Trento, e che rimase senza risposta. Fra ì suoi discepoli che continuarono l’opera di traduzione e ne tramandarono il pensiero, sono da annoverare i goriziani Isacco Samuele Reggio ed Eude Lolli e il piemontese Lelio Della Torre. Cugina di Sbaddal è la poetessa triestina Rachele Morpurgo (Poetò in ebraico).

Fra gli studiosi di lettere ebraiche ricorderemo ancora il livornese David Castelli (1836-1901), Giuseppe Levi di Vercelli, fondatore de "L’Educatore Israelita" , e i traduttori Beniamino Consolo e David Jacob Maroni. Ma fra tutti primeggia il livornese Elia Benamozegh (1822-1900), grande pensatore, autore dell’opera "Morale juive et morale chrétienne" , che insegnò nel Collegio Rabbinico di Livorno, da cui uscirono i migliori rabbini italiani dei tempi moderni. Fra i discepoli diretti del Benamozegh, sono da ricordare i rabbini A.S. Toaff, da molti anni venerato Capo spirituale della Comunità livornese, dottissimo nelle discipline ebraiche, e Samuele Colombo. Altri dotti rabbini uscirono dalla scuola di Samuel Hirsch Margulies (1858-1922), un galiziano che insegnò a Firenze nei primi anni del Novecento. Ricorderemo fra questi il fiorentino Umberto Cassuto (1883-1953), che insegnò a Firenze e Roma, e poi all’Università di Gerusalemme, autore tra l’altro della esauritissima "Storia degli Ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento", e che è da considerarsi l’esponente più autorevole fra gli italiani della scienza del giudaismo; e Dante Lattes da Pitigliano, scrittore di toscana eleganza e forbito traduttore dall’ebraico e dall’inglese, uno dei primi sionisti attivi italiani, già, direttore del "Corriere Israelitico di Trieste" e direttore da molti anni della Rassegna mensile di "Israel" . Al Collegio Rabbinico di Firenze (trasferito da Roma per opera di Margulies) insegnò H.P. Chajes, studioso di chiara fama, che fu rabbino a Trieste e Vienna, animatore del movimento sionistico.

È il periodo delle grandi esplorazioni; l’Africa, questo continente in parte ancora sconosciuto, è percorso da arditi esploratori che si spingono fin nell’interno; fra questi vi sono pure gli ebrei: barone Raimondo Franchetti di Venezia (1891-1935), che intraprese viaggi di esplorazione in Dancalia ed Etiopia; e Lamberto Loria (1855-1913) che compi a scopo scientifico viaggi in Asia ed Africa.

Dopo una generazione di ebrei emancipati, anche l’aspetto fisico dell’ebreo è migliorato; il tipo caratteristico dell’ebreo del ghetto curvo, dall’atteggiamento umile e sospettoso, è scomparso. Ma con le libertà civili avanza l’assimilazione: frequenti sono i matrimoni misti, specialmente a Trieste (città che ha la più alta percentuale di matrimoni misti di tutto il mondo); le Comunità, non più centri di vita ebraica e di studi, diventano un po’ alla volta delle semplici istituzioni di beneficenza. Circola un motto di spirito, che però rispecchia una triste realtà: "Israelita è un italiano che non va a messa la domenica" . Dice Cecil Roth: "È triste incontrare uomini che portano illustri nomi ebraici e sono completamente digiuni di cultura ebraica" . Ed è anche a causa dell’indifferenza religiosa seguita all’emancipazione, oltre che al fatto che in Italia non c’è mai stata la rigida e fanatica ortodossia di altri paesi, che il "giudaismo riformato" non trova seguaci in Italia; come non ha incontrato approvazione la proposta del rabbino Samuele Olper (a noi già noto) di abolire il secondo giorno delle festività religiose.

Si nota un certo risveglio e un ritorno agli studi ebraici, per lo meno in qualche ambiente, col sorgere in Italia del movimento sionistico. Sebbene Teodoro Herzl abbia trovato comprensione e aiuto per la sua missione in Italia in un ferrarese (avvocato Ravenna) ed il primo Gruppo sionistico sia stato fondato a Modena (1901); sebbene anche Ancona abbia in quel tempo una società ebraica di leggera tendenza sionista, e Trieste, sotto l’influenza di Vienna, costituisca un Gruppo sionistico nel 1903, che però viene disertato o addirittura ignorato del tutto dai patrioti triestini, si può ritenere che i primi sionisti italiani siano toscani, perché Firenze diventa il centro del nuovo movimento.

Abbiamo già visto che gli ebrei triestini eccellono non solo nel campo delle lettere e delle scienze, ma si distinguono anche come patrioti (la scuola ebraica di Trieste è la prima scuola italiana della città); e questo loro atteggiamento si accentua quando, dopo il 566, entrato il Veneto a far parte dell’Italia, rimasta Trieste isolata e senza un’Università italiana e gli Ebrei di Trieste divisi dagli Ebrei del Regno, la lotta irredentistica entra nella sua fase epica. L’irredentismo triestino è l’ultima fase del Risorgimento e ne ha tutte le caratteristiche; e per le stesse ragioni per cui gli Ebrei italiani hanno preso parte alle lotte risorgimentali, gli Ebrei triestini, che a cavallo dei due secoli XIX e XX sono oltre 5 mila, pur essendo in gran parte di origine straniera, militano in prima linea nella lotta irredentistica. Dopo la prima guerra mondiale, le Comunità della Venezia Giulia si aggiungono alle altre del Regno d’Italia. Quella di Trieste è per popolazione la terza d’Italia. Continua a mantenere un posto importante fra le Comunità israelitiche italiane quella di Livorno, sebbene molti ebrei livornesi emigrino a Tunisi e ad Alessandria d’Egitto.

Dopo la parentesi della guerra, nel 1920, su 350 deputati, 19 sono ebrei.


Tratto da un volume (ormai esaurito) pubblicato nel 1961 dall'Histadruth Hamorìm (Associazione Insegnanti Ebrei d'Italia - Milano) a seguito di un seminario organizzato nel 1959 a Vigo di Cadore.